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di Leonardo Castoro

Illustrazione di Gianmarco Martelli

Salì sul bus. Era strapieno.
Tutti i posti occupati. Si fece strada tra schiene, braccia, piedi.
Intanto, era già ripartito. Urtò contro un signore corpulento. Non si scambiarono uno sguardo amorevole. Si scusò a voce talmente bassa da non sentirsi neanche lui. Si attaccò ad un palo oleato dal sudore di mille mani. Ad ogni curva, ad ogni semaforo, ad ogni frenata, finiva sempre per sbattere contro gli altri.
Si respirava poco e male.
Fu allora che la vide.

In fondo, attaccata ad un altro palo, vicino all’uscita posteriore. La riconobbe subito. D’istinto, distolse lo sguardo. Si fece più stretto al palo. Abbassò la testa, persino un po’ le spalle. Si nascose dietro tutta quella massa di gente.

Erano passati…quanti anni erano passati?
La risposta arrivò dopo poco. Non gli piacque. Era tanto tempo. E gli sembrava ancor di più. Quanto. Quanto tempo. Ora la curiosità di guardarla era forte. Risollevò gli occhi, piano, appena oltre il groviglio di arti.

Era proprio lei.

Non si era sbagliato. Era cambiata. Non sapeva dire in che cosa, ma era cambiata.
Forse i capelli. Più corti? Una sfumatura diversa? Forse.
Non avrebbe saputo dirlo con certezza. Ma era cambiata. Qualcosa nello sguardo, ma forse era solo stanca. Chi non era stanco, a quell’ora, in quel bus? Forse anche lei lo avrebbe trovato cambiato. Anzi, di sicuro. Non le sfuggiva mai niente, una volta. La vide alzare lo sguardo. Lui non distolse il suo, ora. Si sentiva battere forte il cuore. Perché? I loro occhi non si incrociarono. Il cuore tornò a battere normalmente.
Delusione o sollievo? Non voleva saperlo, forse.
Anche gli occhi, i suoi occhi, avevano qualcosa di diverso.

Scoprì di non ricordarsi la sua voce. Non la ricordava più. Però ricordava ancora la sua risata.
Ricordava ancora il suo corpo. L’odore della sua pelle, del suo sudore. Era stato dentro quel corpo. Era stato quel corpo. E ora eccola lì, in fondo a quel pullman. Non voleva neanche salutarla. Ma non distolse più lo sguardo. Non ci riusciva. Era patetico. Patetico e triste. Non ricordava più la sua voce, ma ricordava i pomeriggi, le nottate. I litigi. Le lacrime. I sorrisi. L’elettricità sotto la pelle. Nelle vene. Nello stomaco. Il desiderio. La rabbia.
Basta.

Basta.
Forse anche lei lo aveva visto. Forse lo stava vedendo proprio in quel momento, con la coda dell’occhio. Ne era perfettamente capace. Allora anche lei non voleva salutarlo. Non voleva neanche degnarlo di uno sguardo. Ma poteva biasimarla? Non si erano lasciati in malo modo. Non troppo. Ma importava?
Erano mai stati veramente insieme? Loro, loro due? Potevano dire entrambi di essere stati quelle due persone, una volta? Con tutto ciò che era successo, da allora. I loro capelli, i loro occhi, i loro corpi, la loro pelle, forse anche il loro sorriso non erano più gli stessi. Come aveva fatto a riconoscerla?
Ora lo vedeva.

Lo vedeva bene. Ora poteva guardarla senza problemi. Era solo un’estranea, sì, una perfetta sconosciuta. In un pullman, di sera, come tutti gli altri perfetti sconosciuti, lì, ammassati, pronti a scontrarsi ad ogni frenata.

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di Lucia Tradii

Illustrazione di Elonora Loiodice

L’immenso orologio della stazione ti avverte che è pomeriggio inoltrato.
Superi alcune persone sdraiate su delle panchine, con bottiglie e sacchetti abbandonati ai loro piedi.
Ti infili in mezzo a una colonna di taxi ferma ed entri in stazione. Continui a camminare mentre controlli sul monitor. Quando trovi il tuo treno affretti il passo, potresti correre ma ti vergogni.
Lo vedi il treno, è fermo, ma ancora lontano.

Fai slalom tra la gente: lo zaino ti batte contro la schiena, senti il rumore delle tue scarpe che colpiscono il pavimento in modo disarticolato. Pensi che è una fortuna che non ti puoi osservare dall’esterno.
Arrivi davanti a una delle porte del treno, schiacci il pulsante rotondo che si illumina per alcuni secondi di rosso prima che le porte finalmente si aprano. Entri e riprendi fiato, ma cerchi di non fare troppi sospiri rumorosi, non vuoi che le persone attorno a te capiscano che hai il fiatone. I posti nei primi vagoni sono tutti presi, tu attraversi un vagone dopo l’altro in cerca, non vuoi arrenderti a un posto laterale.

Verso il fondo trovi uno scompartimento da quattro posti libero. Che presa!
Ti siedi vicino al finestrino, allunghi un po’ le gambe e appoggi la testa.
Anche quell’ultimo vagone si riempie in fretta e alcune persone si siedono nel tuo scompartimento.
Un po’ ci resti male perché tu non ci avresti provato, invece per loro sembra così facile.
Il treno lascia la stazione lentamente, poi prende sempre più velocità e corre veloce sui binari.

Tu guardi fuori dal finestrino, anche se non si vede niente, ogni tanto ti si incrociano gli occhi mentre guardi contemporaneamente l’oscurità che c’è fuori e il tuo riflesso illuminato dalle luci al neon.
Il treno a ogni fermata si svuota piano piano. Dai un’ultima occhiata alle tre persone che hanno fatto il viaggio insieme a te e che ora scendono e non le rivedrai mai più. Rimasta sola distendi le gambe, fai un bel respiro, appoggi la testa e chiudi gli occhi. Volti lentamente la testa verso il finestrino. Apri gli occhi e il tuo riflesso è sempre lì che ti guarda.

Altri occhi però sono lì a fissarti da prima che te ne accorgessi.
C’è un uomo seduto nello scompartimento accanto al tuo, solo, che ti fissa. Fai finta di niente e volti piano la testa per guardati intorno: il vagone è vuoto.
Deglutisci.
Torni a guardare il riflesso tuo e quello dell’uomo. Lo studi per avere almeno la sensazione di avere il controllo di qualcosa. È vestito normalmente, una camicia a righe, scarpe e pantaloni eleganti.
Lo immagini fino a poche ore fa mentre digitava sui tasti di un computer anonimo in un ufficio anonimo della città e il tempo e lo spazio lo hanno portato qui, a condividere il vagone proprio con te. L’uomo ha un principio di calvizie che cerca di nascondere pettinandosi i capelli di lato. Dalla camicia si intravede una pancia che ha l’aria di farsi più prominente col passare dell’età.
Ha gli occhi scuri.
Glieli vedi bene quegli occhi mentre li tiene fissi su di te.

Il treno si ferma, le porte del vostro vagone restano ferme, nessuno scende, nessuno sale.
La prossima fermata è la tua. Che fai? Scendi o non scendi? È meglio scendere o aspettare il capolinea? Il capolinea non è così lontano, ma come farai poi ad arrivare a casa? Non ci sono autobus. Se scendi darai un’indicazione su dove vivi all’uomo. Il treno continua la sua corsa inesorabile.
Pensi di alzarti e cambiare vagone. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Pensi di alzarti e sparire dentro il bagno. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Ti volti ancora: qui non c’è nessuno, ma è impossibile che il treno sia vuoto. Ma chi ti aiuterà? Mentre continui a pensare sei rimasta incollata al tuo posto, hai lasciato l’uomo libero di scrutare ogni curva del tuo corpo. Il treno entra nella galleria: la tua fermata è vicina. Non puoi fare altro.

Ti alzi. Afferri lo zaino e te lo metti sulla schiena. Tieni gli occhi chiusi, li stringi così forti da vedere delle macchie bianche. Inizi a camminare, un passo segue l’altro. Ti giri e ti ritrovi a fronteggiare l’uomo.
Non vorresti ma non riesci a evitarlo: lo guardi. I vostri sguardi si incontrano. Lui non distoglie lo sguardo. Ha l’aria tranquilla e neutra, ma non distoglie lo sguardo. Senti il cuore che ti martella impazzito nel petto. Continui a camminare. “Vai avanti, non ti voltare” dici a te stessa per farti forza. Ti fermi davanti alla porta più lontana dall’uomo. Avresti potuto continuare a camminare, ma hai troppa paura, hai paura che le gambe non ti reggano, hai paura di non riuscire a correre abbastanza veloce. Il treno esce dalla galleria, la piccola stazione di provincia ti si para davanti, per la prima volta da quando ti ricordi sei felice di essere qui. Non ti volti, anche se la tentazione è troppo forte. Ma non ti serve che ti sforzi, li senti bene quegli occhi puntati alla schiena.
Il treno rallenta.

Per un attimo hai paura che non si fermi, che resterai bloccata qui per sempre.
Più il treno rallenta e più il tuo cuore batte all’impazzata. Il treno si ferma.
Con una mano tremante schiacci il pulsante, ti tocca aspettare ancora qualche secondo prima che le porte si aprano e tu possa saltare oltre il gradino. Sei fuori, respiri l’aria fredda. Altre persone scendono e si affrettano a raggiungere la strada. È bello sentire il rumore che fa la gente che vive. Le porte dietro di te emettono un bip lungo e acuto, le senti chiudersi come una morsa. Alla stazione è tornata la calma, ormai sei rimasta soltanto tu. Senti il treno che si sta preparando per riprendere la marcia. Non sai perché, è come se qualcosa ti chiamasse, ti avvertisse, e ti volti.

Il viso dell’uomo è a pochi centimetri da te, separato soltanto dal vetro sporco e ingiallito delle porte. Cadi a terra senza emettere alcun suono.
Il treno riparte, porta via con sé il viso dell’uomo, inghiottiti entrambi dalla notte.

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di Michele Canalini
Illustrazione di Redazione

Giulio era uscito alle sei e già il sole tardava a sorgere.
Un odore acre di sagre estive riempiva l’aria ma quella non era una mattina come le altre.
La sera prima, invece di godersi la festa, c’era stata una discussione con Michela.

Giulio si sedette vicino al binario, assieme ad altri pendolari.

Salì sulla prima carrozza e trovò da sedersi davanti a un ragazzo, con la testa calva e la fronte appoggiata sul vetro.
Il ragazzo stava dormendo.

Un tacito accordo tra i passeggeri insonnoliti aveva decretato un silenzio surreale nella carrozza. Il ritorno al lavoro dopo le ferie non invitava alla convivialità.

Giulio si guardò attorno, poi esaminò meglio il ragazzo.

S’era fatto crescere la barba, forse per compensare la calvizie.
Sembrava un volto rovesciato.
La barba era screziata ma tendente al blu, Giulio non capiva se fosse naturale o colorata.

Il ragazzo aveva i pantaloni corti, nonostante il primo fresco di anticipo autunnale. Su un polpaccio era tatuata la testa di un leone in mezzo alle felci.

Solo in quel momento, Giulio si accorse di una cosa.
Il ragazzo aveva aperto gli occhi e lo stava fissando, attraverso il finestrino.

Giulio volse allora lo sguardo da un’altra parte.
Quel ragazzo magari s’era accorto di essere a sua volta osservato e Giulio non voleva apparire indiscreto.

Ripensò invece alle argomentazioni di Michela della sera prima. Se aveva ragione a rinfacciargli la pigrizia, Giulio aveva potuto controbattere con l’eccessiva solerzia della donna nel voler pulire tutto a ogni costo. Ogni santo giorno, ogni superficie e ogni briciola caduta a terra….

… che esagerazione!

Fu proprio in quel momento che comparve il controllore. Un uomo alto, ben rasato e vestito con una camicia smanicata, come quella degli autisti degli autobus. Una leggera scia di profumo maschile ne aveva anticipato la comparsa.

«Biglietto…», disse l’uomo al ragazzo barbuto che, senza aprire gli occhi, gli porse lo smartphone.

«Biglietto…», fu la volta di Giulio che tirò fuori dalla tasca dei jeans il suo tagliandino.

«Grazie, signori, buon proseguimento…», si accomiatò l’uomo quando Giulio si accorse di una seconda cosa.
Aveva di nuovo ruotato la testa verso il ragazzo barbuto.

Quella cosa lo sconvolse.

Il ragazzo aveva serrato gli occhi per rimettersi a dormire. Ma gli occhi del viso riflesso nel vetro, invece, erano aperti e soprattutto lo stavano fissando. 

Com’era possibile??

Giulio sentì un brivido gelido lungo la schiena mentre dal finestrino scorrevano immagini di case solitarie e blocchi di pietra negli spiazzi di alcuni stabilimenti.

Giulio si guardò il palmo delle mani, quasi per appurare di non sognare. Poi cercò l’attenzione di qualche altro passeggero ma erano tutti chini sugli schermi, illuminati nei volti dai riverberi.

Si convinse allora che era stato soltanto un abbaglio.

Era mattina e i sensi erano ancora intorpiditi.

Lo stridio delle rotaie sui binari annunciò la prossima fermata.

Giulio decise di intendere quel rumore improvviso come un ritorno alla normalità, convincendosi di aver visto male sinora.

Si rassicurò.
Il ragazzo tatuato dormiva ma Giulio non si era più voltato in sua direzione. Nondimeno, restava convinto della tesi dell’abbaglio.

Il sibilo della chiusura dello sportello sancì la ripresa del viaggio.

Giulio si riguardò le mani e non sentì più il sudore scorrergli lungo le vertebre.

Una ragazza con gli auricolari passò nel corridoio.
Alle caviglie scoperte aveva due braccialetti di gomma.

Tra poco, sarà il mio turno di discesa…, si rassicurò Giulio.

Il volto di Michela gli riapparve nel vetro del suo finestrino, come un santino a cui appellarsi.
Michela non aveva più le labbra imbronciate ma sorrideva nella sua immaginazione.

Eppure, con la coda dell’occhio, Giulio non poté fare a meno di osservare ancora una volta l’altro finestrino.

Quello del ragazzo barbuto.

A sorpresa, Giulio provò una seconda ondata di terrore.

Perché lì, in quell’altro finestrino, sempre sullo sfondo delle campagne attraversate dal treno, quegli occhi erano di nuovo spalancati.

Gli occhi del barbuto lo fissavano, inchiodati a lui senza abbassare mai le palpebre.

Oh, mio Dio, dov’è il controllore?, indagò Giulio alzando il collo attorno a sé.

Questa volta la scia di sudore gli attraversò le scapole e una goccia strisciò sotto l’ascella destra per cavalcare poi in modo surrettizio tutto l’avambraccio.

Fu allora che Giulio cercò gli occhi, quelli veri e reali, del giovane dal volto rovesciato.
E gli occhi di quel ragazzo restavano chiusi, immersi nel sonno come li aveva trovati alla sua salita.

Giulio si sentì sopraffatto dal panico.

Quella maledetta carrozza… che cosa stava succedendo?

Infine Giulio, vincendo un’angoscia oramai incontrollabile, tornò a guardare quegli occhi sul finestrino… e quegli occhi erano ancora maledettamente aperti e imbullonati con lo sguardo su di lui…

Che diavolo voleva quel tipo…?

Che cazzo voleva da lui??

Il cervello di Giulio iniziò a piroettare come una scheggia impazzita.

Ce l’aveva con lui?

Giulio incominciò a tremare mentre quegli occhi del finestrino non si staccavano da lui. Senza ritegno né pudore.

Un pazzo??

Il treno rallentò fino a fermarsi a una stazione sconosciuta.

Giulio voleva quasi piangere ma si trattenne.

Riprese allora a fissarsi i palmi e se li percepì zuppi di una patina di perline liquide.

Lui non aveva mai avuto le mani sudate…

Poi, d’un tratto, il ragazzo barbuto si destò di soprassalto e si precipitò fuori dal treno.

Giulio si mise a osservarlo sul marciapiede fino al momento in cui il convoglio riprese a viaggiare.

A quel punto Giulio ricominciò a respirare.

Adesso il suo corpo stava rifiatando.

Si accarezzò, quasi in forma scaramantica, il proprio cranio glabro.

Si osservò nel riflesso del vetro del proprio finestrino.

Fu lì che scrutò la sua bella barba bluastra.

E, in mezzo a quella peluria colorata, poté riconoscere il ghigno di prima che ora lo stava fissando con la stessa intensità ferina di prima.

Il suo volto era tornato e continuava a fissarlo.

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di Luigia Brandimarte

Illustrazione di Redazione

Le sveglie salveranno il mondo.
O almeno salvano me.
Kate dice che sono una time optimist.
In ritardo alla mia laurea, in ritardo al funerale di mio padre, una volta in ritardo pure per pisciare, me la sono fatta addosso, mentre correvo verso il bagno della stazione (sì, ho perso anche il treno). Ho il cellulare pieno di sveglie e rispettivi titoli. Stavolta, per essere sicura, ne ho messe più di una:

14,39 mancano 36 minuti

14,48 mancano 27 minuti

15,06 mancano 9 minuti

15,09 passa in bagno

15,15 colloquio

(Non piace l’ora esatta, si capisce?)

Atterrata a Schiphol, salgo sul treno per Amsterdam centrale: teste basse su uno schermo.
Si sono mosse, tutte, solo quando dal mio cellulare Pavarotti ha intonato Miserere: mia mamma a cui mi sono dimenticata di “fare lo squillo” appena atterrata. Infastidite, le teste puntano alla sagoma col dito sulle labbra appiccicata su tutti i finestrini.

Esiste il vagone del silenzio in Olanda, e lo rispettano.
Scendo dal treno della quiete, e mi butto nel caos di Amsterdam alla ricerca del mio hotel.
Dieci minuti in cui ho rischiato la vita almeno dodici volte: la città è infestata dalle biciclette.
Non c’è niente di romantico, nessuna bicicletta della nonna col cestino, o le amene olandesine.
Sono degli assassini su due ruote, odiano i pedoni, li investirebbero senza rimorsi, se ciò non comportasse una diminuzione della velocità: un affronto. E ti urlano pure dietro.
Della roba incomprensibile, sembra stiano ruttando.

Fatto il check in, vado in camera per farmi una doccia, poi mi faccio spiegare alla reception come arrivare all’appuntamento: dieci minuti in tram, trenta minuti a piedi (per carità!). La receptionist suggerisce di passare dal mercato dei fiori, dice che non posso perdere i famosi tulipani olandesi. Mi faccio tentare, ma ecco che suona la prima sveglia: focus, time optimist!
Magari dopo, e tanto non saranno diversi dai tulipani olandesi che vendono alla Coop dietro casa.

Arrivo alla fermata, mancano 33 minuti e il tram arriva tra 5 minuti, perfetto.
L’unico altro passeggero in attesa è una signora con un cappello di paglia arricchito di fiori gialli, un vestito intero giallo, zoccoli gialli. Penso che sia un segno del destino, la mia presentazione sarà su “il giallo nella pittura di Gaugin”. La guardo e le sorrido, intanto ripeto a mente le prime slides della mia power point.

Poi, cade a terra.
Boom.
La donna in giallo si accascia, sbattendo la testa contro il palo della luce.
Il suo vestito giallo si macchia di rosso, del sangue esce dalla tempia destra e io sto per svenire. Non posso vedere il sangue, mi scende la pressione a zero. La tipa apre gli occhi, e io respiro.
Mi dice qualcosa in olandese, le dico che non capisco, e lei ripete a voce alta ambulance.

Controllo l’orologio, 14,44.
Controllo il tram, binari liberi.
Chiamo e resto in linea. L’operatore mi chiede una serie di informazioni, per fare prima, do alla signora in giallo il telefono. Lei si tocca la tempia e la pancia mentre parla. Arriva il tram.
In orario, ovviamente. Glielo indico, e faccio cenno alla signora di restituirmi il cellulare. Ma lei volta le spalle e mi fa cenno di aspettare. A mia volta faccio cenno all’autista di aspettare, ma quello senza pietà chiude la porta e se ne va. Suona la seconda sveglia, mancano 27 minuti. E il prossimo tram passa tra 13 minuti, bene! Adesso devo correre, senza sapere la strada, maledetta donna in giallo che ti accasci.

Mi restituisce il cellulare, bedankt.
Prendo lo zaino e inizio a correre con Google Maps in mano lungo i binari.
Quando suonerà la terza sveglia, dovrò già essere alla Oude Kerk o non ce la farò.
Ed è pieno di pedoni adesso. Mi butto sulla ciclabile, che urlassero pure.
Vedo il palazzo dell’università, suona la terza sveglia, accelero, boccheggio. Un ciclista mi spinge fuori dalla ciclabile e mi rutta qualcosa. Semaforo rosso, devo solo attraversare e ci sono. Entrata B, diceva l’email.
Semaforo ancora rosso, dove sarà l’entrata B? Suona la sveglia “passa in bagno”, mancano 5 minuti! Attraverso col rosso, non più rischioso della ciclabile. Chiedo a un netturbino l’ingresso B e quello mi dice che è sul retro, devo fare il giro.
Addio pipì, addio, lavata di ascelle, ma ce l’ho fatta!

«Hi, I am here to meet Prof. Van der Zaag».

(vorrei aggiungere: on time)

«Your name, please».

«Marta Zamboni».

«Samboi?»

«No, Zamboni, Z-A-M-B-O-N-I-».

«Well, you came a little early…your interview is tomorrow at 15,15».

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di Thomas Lehn
Illustrazione di Thomas Lehn

Sembrerebbe un mondo alternativo, se avessi l’irrazionalità per crederci.
O una di quelle situazioni televisive, dove creano un set a tua insaputa, sono tutti attori e tu non lo sai, tutti ridono della tua reazione impreparata. Eccetto che non c’è nessuno, a parte lei.

È solo un’illusione, una speranza, col tempo ho dovuto accettarlo.
Il tempo: che fine ha fatto?
Sembra immutabilmente fluido. Bloccato per sempre, eppure il fatto stesso che i miei pensieri scorrano indica che il tempo non è fermo. Anche se non ricordo l’ultima volta che ho mangiato, e non ho fame; o l’ultima volta che ho fatto la pipì e non devo farla. Vorrei uscire, andare a scoprire la verità, ma non posso. Cioè, io posso uscire, ma lei no.
Ragioniamo.

Mi chiamo Guendalina, ho 32 anni. Insegnante di matematica, casa tutta mia, un gatto, Bruno.
Stavamo costruendo qualcosa. Era da lui che andavo, per passare qualche giorno insieme, quest’anno sono riuscita a liberarmi dell’incombenza degli esami di stato. Lui invece aveva pochi giorni, prima di tornare in banca, ma li avremmo passati tra passeggiate a braccetto e ristoranti gourmet e… e poi non so, al telefono aveva un’inflessione strana nella voce. Forse voleva parlarmi di un’amante. Voleva lasciarmi?

No, non Bruno: era troppo innamorato di me.
A volte gli chiedevo come facesse, perché: No, davvero, da cosa lo capisci?
Lui rideva, come se chiedessi una cosa stupida.
Sei di un tale rigore razionale che mi serve un buon portiere.
Faceva freddure del genere, in continuazione, e io ridevo per esasperazione. Mi distraeva dai numeri, Bruno. Tutti quei numeri, diceva alzando le mani a un altare immaginario. Forse voleva chiedermi di sposarlo. Aveva la fissa del matrimonio: facciamo un figlio insieme, diceva! Un figlio, ripetevo io, e scoppiavo a ridere. Una scena assurda, a immaginarla: io con una famiglia, io senza indipendenza. E ora una figlia ce l’ho. Non è mia, l’ho trovata qui, su questo autobus deserto e senza conducente, che corre senza sosta in un paesaggio deserto e senza gente.
C’è solo nebbia.

Siamo morte? L’assurdità di questo pensiero lo rende sempre più concreto.

Ero sull’autobus, stavo andando da Bruno.
Davanti a me sedeva un uomo, un bell’uomo, con questa bambina, sua figlia.
Porta una gonnellina rosa, da ballerina, e una felpa verde, il cappuccio è una testa di drago. Gli teneva la mano, guardava fuori dal finestrino, chiedeva cosa fosse quello e quell’altro. Lui le sorrideva, paziente. Le spiegava tutto: i nomi, le persone, gli alberi. Io non saprei distinguere un cipresso da una betulla. Lui sì, diceva: «Le foglie del castagno sono singole e seghettate, mentre quelle dell’ippocastano sono composte e palmate, Guendalina».
Anche lei si chiama così. Un nome non comune, mi sarei dovuta insospettire?

Quando, come in sogno, ci siamo risvegliate qui, eravamo sole io e lei.
Io ricordo tutto, prima di quell’istante, lei no. Ho dovuto dirle io che si chiama Guendalina.
Poi ho provato a spiegarle dove siamo, ma lei in breve dimenticava tutto. Ricominciavo a spiegarle, e Guendalina dimenticava. Parla poco. Ora dorme, con la testa sul mio grembo. Chiede spesso: dov’è papà?

All’inizio pensavo sentisse il bisogno del padre, di quell’uomo dall’aspetto gentile, intelligente, che le sedeva accanto. Ma quando glielo chiedevo lei non ricordava. Diceva solo: dov’è papà? Non so niente di psicologia, forse chiamava un archetipo. Io non sapevo cosa dirle. Ma lei non era spaesata, né impaurita. Poi ha cominciato a chiamarmi mamma.
È stato imbarazzante, sembrava una freddura di Bruno.

Ho provato a spiegarle che non sono sua madre, ma non capiva.
Mamma.
Continua a chiamarmi così. Ora quasi mi piace.
L’accarezzo, gioco con lei, la tengo in braccio come ora, la mia Guendalina. È una strana sensazione, sentirsi madre anche se questa creatura non è uscita da me. È un percorso che faremo insieme, quello dell’affetto, della fiducia. E quando si fiderà di me, sua madre, potremo scendere. Sì, perché anche se questo autobus cammina, è immobile. Una volta ho aperto le porte anteriori e sono saltata giù: non mi sono fatta niente, l’autobus era lì accanto a me, che camminava fisso. Ho detto a Guendalina di saltare anche lei, ma non voleva. All’inizio pensavo fosse paura, sono risalita e l’ho presa per mano: saltiamo insieme, le ho detto. Lei guardava impaurita. Ma saltando, appena oltrepassato lo sportello, ho sentito come una scossa alla mano, la mia mano, quella che stringeva la sua, e l’ho lasciata. Guendalina era rimasta sui gradini, immobile. Ho provato a tirarla fuori, allora, ma ne ho ricevuto la stessa scossa: è come se lei fosse incastrata nell’autobus. È un problema: io voglio andare fuori, girarmi intorno, vedere che posto è questo, capire. È troppo lungo per essere un sogno, e non accetto che sia la morte. Voglio uscirne. Ma non me la sento di lasciarla qui, sola, devo proteggerla. Se conquisto la sua fiducia, se capisce che può fidarsi di me, forse sarà lei a scendere spontaneamente, forse potrà farlo.
E allora andremo via, insieme, in cerca di un’uscita.
C’è.
Lo so, da qualche parte deve esserci.
È logico.
La matematica conosce processi inversi: siamo arrivate qui, torneremo indietro allo stesso modo.
Solo il tempo non conosce retrocessione.
O noi ancora non ne conosciamo i modi.

Pensa, Guendalina.
Com’è cominciato tutto questo? Un boato.
Un rumore di ferri annientati e rocce crollanti.
No, prima.
Dov’eri prima di questo deserto bianco di nebbia? Qui, ero già su questo autobus, con Guendalina e suo padre, seduti davanti a me, stavo andando da Bruno, per il fine settimana. Poi il boato.
No, prima c’è stato l’incidente, l’autobus ha colpito qualcosa, è virato verso il burrone, poi il boato.

Sì, ma tra un momento e l’altro, tra lo schianto e il boato, cosa è successo?
Come siamo arrivate qui?
Dov’è qui?

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di Simona Visciglia
Illustrazione di Paola Donnici

Ti osservo da un po’: sei seduto di fronte a me, nel salottino del Frecciarossa Roma-Milano.
Ci separano il tavolino, la custodia dei miei occhiali da vista, un libro dalla copertina stropicciata.

Di fianco a me un uomo di mezza età in giacca e cravatta, di fianco a te un ragazzo sulla trentina.
Tu quanti anni avrai? Non più di ventidue o ventitré, potresti essere mio figlio.
Ma io non ho figli, non ne ho mai voluti, mi è mancata l’occasione forse.
E adesso, a cinquant’anni – sì, proprio oggi ne compio cinquanta – non ha neanche più senso chiedersi come sia andata.

Urto le tue ginocchia: «Perdonami, è che questi posti sono davvero stretti».
Accenni un sorriso, non so neanche se tu abbia sentito quello che ti ho detto, forse stai ascoltando della musica. Che musica ti piacerà?

Ti togli gli auricolari solo quando arriva il capotreno per controllare i biglietti, le nostre gambe si toccano di nuovo e mi fai un cenno con la mano come per scusarti.

Hai le unghie tutte rosicchiate e non fai niente per nasconderle.
Esibisci la tua vulnerabilità con disinvoltura.
Sei un essere fragile, ti immagino così, uno che lotta con fatica per tenersi a galla, come tutti i ragazzi che hanno davanti l’incognita del futuro.
Ci pensi tu al futuro, vero?
O magari hai già raggiunto i tuoi obiettivi e quelle unghie sono una valvola di sfogo.

Hai l’aria di un ragazzo assennato e sei davvero molto carino, con i capelli spettinati ma pulitissimi, hanno anche un buon odore? Hai l’aspetto curato e allo stesso tempo trasandato, come molti tuoi coetanei, ossimori viventi: a metà strada tra fotomodelli strapagati e barboni che vivono sotto i ponti.
Come ci riuscite? Come ci riesci tu?

Per il mio compleanno voglio regalarmi un’avventura o almeno provarci.
Se c’è una cosa per cui vale la pena arrivare alla mia età è questa noncuranza delle proprie azioni.
Il non avere più paura delle conseguenze, lasciarsi scivolare addosso le ansie e trasformale in occasioni.

Azzardo la prima mossa: provo a premere con più insistenza le mie gambe contro le tue e ti guardo negli occhi.
Fai il vago, hai notato che il mio sguardo adesso è diverso, te lo senti addosso, i miei pensieri su di te.
Dai un colpetto di tosse, ti ho imbarazzato?

Allungo le mani sul tavolino, come per riporre i miei occhiali nella custodia e riesco a sfiorarti la mano, un tocco quasi impercettibile, velocissimo. Adesso sei tu che mi guardi, sei curioso, te lo leggo negli occhi. Che colore hanno? Un castano indeciso, che vorrebbe sconfinare nel verde.

Ti stai chiedendo cosa devi fare? Se puoi tirarti indietro, se devi tirarti indietro?
In fondo sei un ragazzino come se ne vedono tanti, eccetto che per quell’aria sprovveduta e un po’ sognante che mi è piaciuta dall’inizio.

Mi alzo, come per dirigermi alla toilette, tu mi segui dopo qualche secondo.
Ti sto aspettando tra la nostra carrozza e quella successiva.

Ci guardiamo, infili le mani in tasca, i tuoi vent’anni si vedono tutti in questo gesto quasi maldestro. «Vieni» ti dico, aprendo la porta del bagno.

Ci chiudiamo dentro furtivi, lo spazio tra noi si annulla.
Con una manovra impercettibile, ti spingo con le spalle alla parete e ci stiamo già baciando.

Da quanto tempo non baciavo così qualcuno?
Solo per il gusto di farlo, per sentire che sapore ha l’altro. Che sapore hai tu.
Sei incontenibile, dov’è finito il tuo imbarazzo? Le hai già dimenticate quelle unghie rosicchiate dall’insicurezza? Le tue dita senza spigoli scivolano morbide sulla mia pelle, sotto i miei vestiti, dentro di me.

Qualcuno da fuori batte un colpo alla porta.

Rispondo, prendendo fiato: «Un attimo, è occupato».

Mi tiro giù la camicetta, mi ricompongo, ti blocco le mani, respingo il tuo viso, le tue labbra.
Hai la pelle arrossata, gli occhi sgranati, il respiro pesante.
E anche io ho i capelli in disordine, il rossetto sbavato e le tempie che mi pulsano.

Sei la cosa più bella che mi sia capitata in questi ultimi anni.
Un regalo perfetto, ma non te lo dico.
«Usciamo, dai» ti dico invece.

Tu mi sistemi i capelli, con quelle mani dalle unghie mangiucchiate. Sembri il mio amante da tempo, anche se non abbiamo finito ciò che avevamo incominciato. Ci sei rimasto un po’ male, ma capisci che forse qui non possiamo, che magari poi…chissà.
Per te tutto ha un futuro.

Torniamo ai nostri posti, avendo cura di farlo separatamente.

Ci resta ancora mezz’ora di viaggio. Mi guardi in maniera insistente, non puoi più farne a meno e aspetti un mio cenno, un punto di incontro. Ti lascio credere, ti lascio aspettare, mentre chiacchieriamo con gli altri due viaggiatori.

Quando arriviamo a destinazione, scendiamo, dapprima incolonnati nello stretto corridoio. Sento che mi stai troppo vicino, cerco di distanziarmi da te.

Una volta fuori, salutiamo formalmente gli altri due viaggiatori.
Restiamo noi due, come sospesi in un non-luogo senza tempo.

 Mi afferri la mano, sapendo che sto per andare via e mi chiedi: «Dimmi almeno come ti chiami».

Non ti rispondo, ti guardo, accenno un sorriso.
Alzo la mano come Mastroianni nel finale de “La dolce vita”, ma forse è un film che tu non hai neanche mai visto.

Poi la città ci inghiotte, io sui miei tacchi veloci, tu con il mio profumo addosso.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Appena tornato da Barcellona.

Il viaggio è andato bene, a parte qualche turbolenza iniziale.
Esco dall’ultimo treno che mi tremano le gambe. Sono distrutto.
Eccezionalmente, mi passano a prendere in macchina.

Mi accoccolo nel sedile davanti, quello del passeggero, ma c’è troppo poco tempo anche solo per pensare di appisolarsi: da qui a casa sono 20 minuti scarsi.
Non mi resta che fare il punto del viaggio appena concluso.

Tutto sommato bene, a parte qualche inconveniente, come nel viaggio aereo di ritorno.
Eppure, qualcosa continua a infastidirmi e a pungolarmi.
Sui miei ricordi freschi aleggia una certa subdola inconcludenza. Mi domando seccato cosa avrei potuto fare di diverso, come avrei potuto sfruttare al meglio, ancora di più, il tempo trascorso in vacanza.
Mi rispondo che queste domande non hanno senso e che, in ogni caso, quel che è stato è stato, e non potrebbe essere diversamente.
Un bel libro di cui ho scordato di leggere il finale, ma che comunque mi ha lasciato un buon ricordo.
A pensarci bene, c’è stato veramente un libro che mi ha fatto sentire così: si chiama Queer, e l’ha scritto William S. Burroughs.

In sostanza, questo breve romanzo pseudo-autobiografico racconta le vicende di un alter ego dell’autore, Lee. La trama sembra svolgersi attorno a una storia d’amore fra lui e un giovinetto sfuggevole, Allerton, ma questo non si avvicina nemmeno a una sinossi accurata dell’opera. In realtà, Lee è pungolato dal desiderio di Allerton almeno tanto quanto è inebriato dal desiderio di vivere, di fare esperienze. Niente piani, niente mappe morali o concettuali, solo considerazioni sparse di un uomo sbronzo, seduto al bancone di un fetido locale di Città Del Messico. Allerton piomba nei vaneggiamenti del tossicodipendente Lee con la forza di un fulmine. Non è tanto la sfuggevolezza del giovane a far impazzire Lee, quanto la sua inconsistenza, tanto quella fisica quanto quella sessuale. Allerton è maschera priva di identità, indeciso fra il concedersi e il ritrarsi, alla vita come alle attenzioni di quel perverso uomo di mezza età che è il protagonista. Di nuovo, questa inconcludenza è fastidiosa, e il finale non è finale, ma, piuttosto, appendice onirica di un viaggio solo vagheggiato: Lee va in Sud America alla ricerca dello yagé, cioè uno stupefacente naturale, capace, secondo lo stesso protagonista, di assoggettare la mente umana e controllarla. Di Allerton, dopo il viaggio, neanche l’ombra. O meglio, da presenza in bassorilievo, la giovane personificazione del desiderio si ricostituisce come miraggio lontano, dimenticato.

Non so bene perché la mia sensazione di incompiutezza colleghi il viaggio appena concluso e quello delirante, sacrilego, di Lee. Forse, a suggerire le associazioni è solamente il mio cervello di viaggiatore assonnato; o, forse, le strade calde e spaziose, piene di vita, di Barcellona, mi hanno ricordato il mondo di questo romanzo: afoso, appiccicoso e stravolto, giocato fra lo sbuffo del fumo di una sigaretta e la frustrazione di uno scopo mai raggiungibile, perché impalpabile.

Penso che il mio rapporto col tempo, soprattutto quello trascorso, sia dello stesso tipo: ansioso nell’approccio e inconcludente nell’esecuzione. La colpa è della presunzione, e del senso del dovere che mi hanno insegnato, quello che raccomanda di sfruttare ogni secondo, come se davvero dipendesse da noi quel tempo, che in realtà ci capita di vivere, finché non si esaurisce.

Guardo fuori dal finestrino: il semaforo è rosso, e la fila di macchine accanto ci sfiora, noncurante.
Come al solito, penso troppo e mi rattristo: la vacanza è andata davvero bene, molto aldilà delle mie capacità.  

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di Lucia Maddalena Tissi

Illustrazione di Elonora Loiodice

Siamo in piedi, in camera da letto, l’uno di fronte all’altra, come duellanti. In mezzo ci sono loro, annerite, le stringhe sfilacciate come capelli decolorati male, un odore di gomma bruciata che si infiltra nelle narici e si attacca ai polmoni.

«Le ho bruciate» dichiara, con tono strafottente.

«Che cazzo dici?»

«Le ho bruciate» ripete.

«Hai bruciato le mie scarpe da trekking?», lo trafiggo con gli occhi, i pugni serrati, le unghie che infilzano la pelle, «Perché?»

«Senti, è una storia lunga, ma è stato meglio così».

«Hai bruciato altre cose mie?»

«No, solo quelle. Tranquilla».

Tranquilla una sega.
Sta di merda.
È completamente di fuori.

Esco tirandomi dietro la porta e una valigia in cui ho stipato i vestiti sparpagliati nei cassetti e nell’armadio. Sulle spalle uno zaino, pesante. La schiena si curva. Sono un animale da soma. Nello zaino ho ficcato i miei libri, a casaccio. Lì dentro Omero incontra Kafka che parla con Anaïs Nin che si inebria dei fiori di Baudelaire mentre la Szymborska racconta la poesia delle piccole cose. Un guazzabuglio di secoli e sensibilità. Parole intrappolate nelle pagine e ora nel mio zaino che odora dell’erba del prato su cui abbiamo fatto il nostro ultimo picnic, «con le spighe tra i denti, persi a fissare le nuvole». Ho portato via tutto quello che ho trovato di mio, in fretta. Altrimenti bruciava ogni cosa.
Il “nostro” lo lascio a lui, se vuole farne un falò.

Entro nell’ascensore e ignoro la sua voce che urla qualcosa.
Un insulto, di certo, o una recriminazione.

Pigio su zero e raggiungo la mia auto parcheggiata storta accanto a un marciapiede sollevato dalle radici di un albero senza foglie. Scaglio zaino e valigia nel bagagliaio. La schiena si raddrizza. Metto in moto e sgommo. Dietro di me il solco di una storia di un anno. Non so dire se sia stato amore o paura della solitudine.
È stato. Punto e basta. E ora non è più.

Viale Piave è deserto. È l’una di notte di un lunedì. Lungo il viale molti semafori lampeggiano, sfumati dalla nebbia. Non funziona nulla a quest’ora, nemmeno nella città dell’efficienza. Il piede preme sull’acceleratore, la mente sul passato.

Le ha bruciate. Le scarpe da trekking. Quelle che abbiamo comprato insieme esattamente un anno fa, da Decathlon, per il nostro primo fine settimana in montagna. Per accompagnarlo sulle vette che a lui piacciono tanto e a me fanno paura.
Bruciate. Polvere tu sei e in polvere tornerai.
All’improvviso il grumo della rabbia per quella furia piromane si scioglie in dolore. Il motore sussulta e anche il mio respiro. Decelero e accosto.

I fari ondulano l’asfalto rigato dalle rotaie del tram. Spengo il motore e i fari, e accendo le lacrime, con le mani avvinghiate al volante. Le ha bruciate. Inizio a singhiozzare come una bambina.
Un pianto inconsulto e nessuna voce né carezza di madre a consolarmi.
Asciugo le lacrime con un fazzoletto abbandonato da chissà quanti giorni in una tasca del giubbotto.

Rimetto in moto. Il motore scoppietta, di nuovo.
Un odore di gomma bruciata si infiltra nelle narici, dal cofano un fumo bianco tremola la notte.
L’auto non riparte. Il pianto, invece, riparte, più forte. La rabbia esplode nelle mani che picchiano il volante e nella bocca che bestemmia.

Afferro il cellulare e compongo con dita tremanti il numero del carro attrezzi. Aspetto nell’abitacolo. Intorno, la città dorme.

«Testata del motore bruciata, signorina». La sentenza.

Pago e seguo con lo sguardo appannato il carro attrezzi che porta via la macchina, fino a che la nebbia degli occhi non si salda con la nebbia della città. Tiro la valigia per la maniglia e mi sistemo lo zaino sulle spalle. La schiena si curva. Sono di nuovo un animale da soma. Riprendo il fazzoletto per asciugare qualche lacrima di rabbia incagliata sulle labbra.
Sa di gomma, bruciata.

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Redazione

Fuori dallo studio la primavera posa il suo fertile sguardo sulle facciate dei palazzi.

Variano dal rosso al blu, dall’arancione all’azzurro e ogni volta mi ricordano Nyhavn: l’antico porto di Copenaghen che io e Lara abbiamo visitato a febbraio.

Le era piaciuto così tanto da costringermi ad appendere alla parete dello studio, accanto al set di mensole per libri, una cornice raffigurante il canale del porto: “così potrai vedere i colori anche nei momenti più grigi” aveva sentenziato col suo solito ottimismo.

Ancora non capisco come tutto sia diventato freddo come quel gelido fiume danese, dove il vento pungente ci entrava perfino nelle ossa.

Senza rendermene conto suonarono al citofono e dando un’occhiata veloce all’orologio da polso mi ricordai dell’unico appuntamento previsto per quel giovedì.

«S-si?» balbettai come risvegliato dai miei ricordi.
«Sono io dottore».

Con fare automatico schiacciai il pulsante del portone di sotto. Subito dopo spostai la chaise longue di pelle nera sopra il tappeto rosso a pelo lungo, tra la scrivania di mogano con sopra la cartella clinica e la parete con la cornice. Infine aprii la finestra per lasciare entrare il primo sole di aprile, perché durante i colloqui mi piaceva contemplare quel mondo di voci e colori che io e Lara avevamo dipinto prima della sua definitiva partenza.

Quella mattina il cielo era limpido e sgombro di nuvole.
«Buongiorno dottore, è permesso…?».
«Oh buongiorno Luce, accomodati pure» dissi a una ragazza di ventotto anni in cura da me da gennaio. Era bruna, adorava i Beatles e aveva due occhi verdi in grado di ipnotizzare chiunque incrociasse il suo sguardo. Non se la tirava affatto anzi, la sua indipendenza nel fare cose veniva spesso scambiata per snobismo e altre stupide etichette che tra una bracciata e l’altra le scivolavano addosso in piscina mischiandosi al cloro. Aveva una sfrenata passione per i romanzi gialli nei quali spesso si immedesimava conducendo indagini che a detta sua la «isolavano dalla banalità del mondo e la facevano sentire viva tanto quanto il nuoto».

«Come hai trascorso il weekend?» le chiesi dopo che si era accomodata sulla chaise longue.
«Sabato mattina sono andata a nuotare, di pomeriggio ho letto mentre di sera ho passeggiato lungo tutta via Libertà con i Beatles nelle orecchie».
«Quale brano hai ascoltato?».
«Now and then».
«Non la conosco…è bella…?».
«Da impazzire, solo che…».
«Cosa…?»
«Mentre l’ascoltavo ho pensato a papà e sono scoppiata a piangere. Mi sono sentita stupida ma è stato più forte di me, sentivo la terra mancare sotto i piedi e ho dovuto appoggiarmi a uno di quegli alberi secolari».
«Ti manca molto vero?».
«Si e ogni giorno che passa sono prigioniera di tutta questa merda che ho qui nel petto» disse con la voce incrinata.

Mentre le prime lacrime iniziavano a rigarle il viso non potevo fare a meno di ripensare a quel freddo che all’insaputa di mia moglie e io stava letteralmente congelando le nostre vite.
Nelle sue vene il calore di una vita si stava pian piano spegnendo e cinque notti dopo il nostro rientro a Palermo se ne andò per sempre.

«Lo hai sognato?».
«No…non ricordo».
«Cosa vorresti in questo momento?».
«Volare in cielo e non sentire più niente» disse alzandosi e affacciandosi alla finestra.
«Pensi che sia la soluzione migliore?» le chiesi mettendomi accanto a lei e guardando la piazza del Teatro Massimo con i suoi bar e i carretti siciliani.
«Al momento si, dottore».
«Se potessi volare cosa vorresti essere?».
«Una mongolfiera» disse con un filo di sole sulle guance e un timido sorriso ai lati delle labbra.
«Ti va di provare?».
«A far che?».
«A volare».

Mi guardò come se a parlare fosse stato un pazzo, eppure l’idea le sembrava tanto bizzarra quanto divertente, così dopo aver guardato tutto l’azzurro possibile rispose: «va bene, ci penserà il cielo».

Una volta distesa guardai un attimo la cornice di Lara e senza aspettare un secondo di più chiusi gli occhi invitando Luce a fare lo stesso e a visualizzare una mongolfiera.
«Sei in piedi su un prato verde dove riposa un pallone colorato ancora sgonfio. Lo vedi per la prima volta ed è lì per te. Lo osservi incantata e ne percepisci tutta la maestosità. Contempli i suoi splendidi colori rincorrersi lungo tutta la superficie, mentre immagini il momento in brilleranno nell’azzurro del cielo.
Il grande pallone riposa sull’erba ma sai che col tuo respiro puoi animarlo, che il tuo calore renderà l’aria al suo interno meno densa, permettendogli di librarsi. Dentro la cesta c’è tutto ciò che ti serve per affrontare il viaggio, tutto ciò di cui hai bisogno per intraprendere il tuo cammino. Adesso Luce, guidami tu».
«Come…?».
«Come ti viene più naturale, lasciati trasportare dalle immagini, dalle sensazioni, dai colori…e guidami, guidaci, come se stessi nuotando: nuotando in aria ecco».
Dopo un attimo di silenzio, che mi fece capire che Luce stava elaborando la richiesta, cosa che percepii dal suo sospiro che, in un attimo, prese come una rincorsa per poi lanciarsi in quota, iniziò a nuotare:
«Eccomi. Mi avvicino e inizio a riscaldare l’aria nel pallone, piano piano assume una disposizione diversa, si dispone quasi per magia proprio sopra alla cesta: è tanto maestoso quanto delicato».
«Cos’altro?».
«Allento le corde, sciolgo i nodi che tengono la mongolfiera ancorata alla terra. Una volta nella cesta vorrei qualcuno con me. Il pallone con i suoi colori è sopra di me, mi sento protetta. Regolo  il calore, i cavi e i nastri si tendono. Sento che è giunto il momento di staccarsi da terra, manca poco ma qualcosa mi trattiene».
«Cosa?».
«Forse devo respirare di più, ma non serve a nulla perché la cesta è troppo carica e bisogna alleggerirla».
«Carica…di cosa?».
«Di pensieri e delle mie paure».

Per un attimo rividi il volto di Lara, mentre come per magia mi ritrovai nella cesta assieme alla mia paziente. Ad occhi chiusi vedevo i suoi occhi verdi puntare il cielo mentre le nostre mani gettavano oltre il bordo materiali ruvidi e pesanti che avevano appesantito le nostre perdite e come d’incanto la cesta si staccò da terra. Fendeva un cielo dove i nostri vissuti assumevano ora la forma delle pagine dei libri e della sua musica preferita ora quella di un porto dove stavo tornando un’ultima volta: dal quale il suo fertile sorriso irradiava di luce Nyhavn.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Eleonora Loiodice

Avevo appuntamento con un amico.
Per raggiungerlo dovevo fare il cambio a Termini.
Nulla di particolarmente strano e difficile per questo sono sicuro che nessuno di voi potrà credermi.

Alla fermata Termini la folla, come massa informe, spingeva per entrare, mentre da dentro si spingeva per uscire. Non ero più abituato al contatto con tanti estranei per cui, per prima cosa cercai un’aria dove prendere fiato e capire che direzione prendere.

Per quanto credessi di seguire la via giusta continuavo a sbagliare rischiando varie volte di uscire dai tornelli senza aver fatto il cambio. Nel frattempo la massa mi spintonava dandomi la sensazione di essere trascinato dalle onde. Ero in ritardo e la frustrazione per la direzione sbagliata e l’impossibilità di avvisare mi misero in agitazione.
Dovevo calmarmi, evitando un attacco di panico.
Fu così che mi rintanai in un angolo dove poter respirare lentamente.

Un signore anziano si avvicinò e mi disse: «Mi scusi, si sente bene? La vedo agitato».

Guardo quest’uomo basso con il viso scavato dalle rughe e un cappellino rosso in testa.
Mi ricordava mio nonno che coltivava l’orto e allevava galline.

«Mi sono perso» dico. «Non vengo a Termini da un po’. Devo prendere la linea A direzione Anagnina». «Ah, ma non ci vuole nulla, ti accompagno io, sto andando in quella direzione».
Faccio un cenno col capo e seguo il signore anziano.

Non so dire quanto camminammo né che strada facemmo e ora come ora non saprei in alcun modo ritornare nel luogo dove mi portò.

Il labirinto di corridoi e scale si stava dipanando davanti a me mentre l’uomo procedeva con passo lento, ma sicuro. Restammo in silenzio tutto il tempo e il percorso che scelse era meno affollato, forse per questo notai che uno per volta si stavano aggiungendo degli sconosciuti.

«Siamo quasi arrivati» disse d’improvviso il vecchio. «Guarda» e indicò un cartello dietro me che indicava la direzione per Anagnina «la tua strada va in quella direzione». C’erano una decina di persone con la testa abbassata, che si erano messe dietro all’anziano, mani incrociate all’altezza del pube e gambe leggermente divaricate.
«Noi altri, invece, andiamo di là» continuò il vecchio indicando una porta e come puntò il dito il gruppo si avviò verso la soglia.

Li continuai a fissare mentre il vecchio mi osservava. Ero curioso, ma quando aprirono la porta per entrare sembrava ci fosse solo una stanza buia.

«Ho lavorato tanti anni qui. Conosco molto bene questo posto». Disse il vecchio: «L’ho visto trasformarsi. Posso dire che io, qui, ci abito proprio». Continuo a guardare la porta, ma senza perdere di vista il vecchio. «Vuoi sapere cosa c’è dentro. Se te lo dicessi non ci crederesti. Vuoi scommetterci?».
Annuisco col capo, ma sono catturato da quella porta e non riesco a distogliere lo sguardo.

«C’è un angelo. Ho catturato un angelo».
A quel punto lo guardo perplesso.
Era tutto così folle e improbabile che in quel momento pensai che potesse essere anche vero.

«Visto? Non mi stai credendo. Non mi stai credendo davvero. Tu vuoi vedere oltre la porta, vuoi superare l’uscio. Vai, vai a vedere. Ma non vedrai nulla, per ora».
Corro ad aprire la stanza e trovo uno sgabuzzino con scope e carrelli per pulire.
«Ahahah» ride il vecchio con fare sincero, «Ti prendevo in giro. Vai, non perdere il treno, sei già parecchio in ritardo per il tuo appuntamento con Pablo», disse e mi salutò con un cenno della mano.
«A-arrivederci» balbettai.
«Arrivederci» mi rispose e andò verso la porta, mentre io correvo verso la metro.

Era quella giusta ci ero arrivato sul serio e il treno era in arrivo.
Tuttavia continuavo a pensare: “Come fa a sapere dell’appuntamento? E di Pablo?!”.
La metrò arrivò e si aprirono le porte.
“Dove sono finite tutte quelle persone?”.
Le porte si chiusero, ma non presi la metro.

Corsi indietro e tornai davanti la porta.
Misi la mano sulla maniglia e sentii venire dalla stanza un suono di voci bisbiglianti la stessa cantilena. Aprii piano uno spiraglio e cercai di guardare dentro.
Mi sporsi di più e infilai la testa. Vidi le persone in cerchio intorno ad una sfera bianca. Guardai con attenzione, la sfera era sospesa in aria e una catena scendeva in un pozzo sotto di essa. Mentre guardavo rapito la sfera si schiuse, capii che era fatta di piume. Le persone smisero di vocalizzare. Le ali si dispiegarono, erano tre paia e allora vidi un grande occhio al centro che puntava su di me. Il terrore mi avvolse spezzandomi il fiato. Dalle ali spuntarono mille altri occhi puntati nella mia direzione e anche gli adoratori presero a voltarsi verso di me.
Chiusi la porta e corsi lontano.

Ripresi la strada per la metro.
Era appena arrivata, spinsi per entrare e rimasi fisso a guardare le porte.
Il tempo che ci misero a chiudersi mi sembrò infinito.
Il cuore martellava nel petto. Quando le porte si chiusero vidi alla banchina il vecchio.
Si tolse il cappello e lo agitò per salutarmi.
Il labiale diceva: “A presto”.

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di Guendalina Bruni
Illustrazione di Arturo Di Grazia

Fa appena chiaro, e ho già bisogno di uscire. Mia madre si è alzata, le do istruzioni per il
biberon e vado. Dove non so ancora. Scendo saltando disordinatamente gli scalini, con la
fretta di chi scappa da un edificio in fiamme.

Mi avvio alla fermata, mi infilo svelta nel tram che per fortuna stenta a ripartire.
Lo scatto fulmineo mi costa una fitta al tendine della caviglia sinistra. Mi siedo e pulisco le lenti
appannate degli occhiali con la sciarpa che mi sono appena sfilata.
“Celibi geografici. È questo che siamo”, mi diceva.

Il veicolo si rimette in marcia lentamente, sotto gli occhi rassegnati di un individuo incappucciato: la sua mano, che fino a un attimo prima insisteva sul pulsante di apertura, è ormai caduta a peso morto lungo i fianchi.
Accenno un mezzo sorriso che si spegne subito quando riporto lo sguardo all’interno e scovo la signora
con lo yorkshire seduta davanti a me intenta a scrutare il bottone della mia giacca.
«Buongiorno», intono ardita, con la chiara intenzione di farle notare il suo gesto imbarazzante.
Di scatto i suoi occhi fanno marcia indietro su di me, risponde “buongiorno” e germoglia un
sorriso, le rughe della fronte si distendono; per un attimo sembra che abbia allentato la presa
del guinzaglio.
È solo a quel punto che si sfila il cappello, e sopra l’orecchio destro compare
un’enorme benda, confezionata da mani esperte.

Gare.
Alla fermata della stazione le porte si aprono e il sali e scendi frettoloso provoca uno
spostamento di aria fredda che mi grattugia la faringe. Il tram si è mosso talmente piano che
ho l’impressione di esserci arrivata camminando, la vista dei binari mi si profila davanti come
una carrellata in slow motion; nell’eternità degli istanti passati ad aspettare di ripartire mi
distraggo osservando le persone che camminano maldestre; si aggrappano alla griglia
metallica del recinto ferroviario schivando cadute rovinose sulla neve indurita dal gelo.

Sorprendo la signora fare lo stesso, cerco di indovinare i suoi pensieri, che devono essere
pressappoco uguali ai miei, a giudicare dalla mano che si porta al collo per sigillare il cappotto.
Compie il movimento ruotando la testa verso destra, ed è allora che vedo una macchia si sangue fresco sbucare da dietro alla benda. Il tram riparte e la signora incalza: «Ha una bellissima giacca, non se ne trovano più di così».
«Di così come?»
«Di lana cotta. Era di sua madre?»
«Che cosa glielo fa pensare?» mi sorprendo a risponderle, e d’istinto accarezzo l’estremità a
punta del doppiopetto.
«Il taglio…deve averla comprata negli anni settanta».
Da quegli anni ad ora avranno prodotto sì e no un migliaio di imitazioni, mi verrebbe da
ribattere.
Invece prendo la palla al balzo e insinuo: «Un po’ come il suo cappello».

Les granges
Siamo nella zona rossa della città.
E pensare che fino a sei mesi fa ci venivo tutti i giorni a lavorare. La conosco come i buchi del mio pigiama. Un enorme edificio diviso in svariati settori circonda il parco Jean Verlhac, un tempo centro di spaccio, oggi declassato a vivaio di povertà confinata: una pattuglia mobile staziona davanti all’ingresso principale con lo scopo di mantenere la situazione sotto controllo, impedisce l’accesso ai malintenzionati, lasciando che i tafferugli restino privilegio dei condomini.
“Che si scannino tra di loro”, avrà ben pensato il sindaco. Ci ha fatto costruire anche un nido e una scuola elementare, con entrata diretta dal parco. Una mini città, tessuto impermeabile, premio fedeltà per il suo elettorato borghese. Il più delle volte andavo in macchina, per potermi poi spostare con più agilità quando ci vedevamo all’ora di pranzo: lasciavo i miei colleghi a riscaldare i loro Tupperware nell’unico
microonde del secondo piano, e mi dirigevo al centro commerciale a due chilometri da lì, con la scusa di un acquisto last minute.

Ci vedevamo nel grande parcheggio al primo piano, in uno dei pochi punti dove si potevano vedere il cielo e le montagne glassate dalla neve perenne. Le nostre mani si ritrovavano a frugare impazienti nel sedile posteriore di una delle due auto, sbottonavano pantaloni e camicette alla ricerca di contatto profondo.

Edmée Chandon
«Beh, buon viaggio, io sono arrivata».
La signora abbottona il cappottino impermeabile del suo cane e si dirige verso le porte e quando il tram si ferma del tutto spinge il pulsante e sparisce costeggiando la linea spartiacque tra città e periferia, dove le insegne a neon dei barbieri sgomitano tra Carrefour City e Lidl.
I cassonetti depositati sui marciapiedi intralciano il passo, offrendo perlomeno un appoggio
fortuito contro le cadute innescate dal ghiaccio.
Chiudo gli occhi per spezzare quella sequenza di immagini, gli addii non mi fanno bene.

Centro commerciale Grand’Place
Li riapro e son lì di fronte, ormai sola su questo tram che ha viaggiato lontano, sotto lo
sguardo del capomastro della squadra di pulizia, che mi ha appena scosso dolcemente:
«Signora, capolinea». L’immenso ipermercato a tre piani fa ombra sull’area di manovra del
tram, in coda dietro al suo gemello che sta per ripartire in direzione centro-città.
Le ringhiere del parcheggio, dipinte di rosso come la “C” del logo, scoloriscono lasciando posto alla
ruggine. Sono di fronte a quello che resta di quell’amore vissuto tra sedili umidi, finestrini
appannati e telefonate scomode, finito tra le righe di un messaggio scritto controvoglia.

Ignoro il tram in partenza e procedo per la rampa di accesso, scavalcando la sbarra del ticket.
Fuori ha ricominciato a nevicare, il cielo si è chiuso in un batuffolo biancastro, la signora avrà già
iniziato a spadellare. Io avanzo infreddolita, cercando di compensare il tepore del vagone su
cui ho passato l’ultima ora. Arrivata al primo piano, abbandono la rampa e mi faccio strada
lungo il passaggio pedonale, giù verso il fondo, incontro a quello spiraglio di cielo che
guardavamo dal parabrezza.
Un’auto blu elettrico ha preso il posto della tua.

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di Simonetta Gallucci

Illustrazione di Francesco Dell’Acqua

«Signorina, la fermata non è più qua» mi dice un ragazzo biondo, capelli a spazzola, mentre sto fumando una sigaretta via l’altra sulla banchina.

«Da quando?» chiedo.
«Da stasera».
«Difatti, mi pareva».
Quando sono arrivata, alle sei di stamattina, sono scesa proprio su questo marciapiede dove ora pesto la cicca con la punta delle sneakers.

«Dovete girare l’angolo, è là dietro» continua il ragazzo.
L’uso del “voi” mi commuove. Lo guardo meglio: sulla giacca a vento colore blu autista ha il logo ricamato della compagnia di autobus leader nella tratta degli emigrati come me. Posso fidarmi. 

Il controesodo è già iniziato, siamo agli ultimi giorni di agosto.
Alla luce gialla di un lampione ci siamo soltanto io e una famiglia, padre madre e una bimbetta, a fare da all you can eat per le zanzare.
Recupero dalla borsa delle salviettine repellenti mezze asciutte: me ne passo una sul collo, sulle braccia, sulle caviglie. La madre mi guarda come gli affamati davanti alla vetrina di una pasticceria: «Tenga» le dico «non so quanto siano ancora efficaci, ma ci proviamo».
Lei sorride e fa: «Danke».

L’autobus arriva, consegniamo i bagagli: due valigie alte quasi quanto me per loro, un trolley mezzo vuoto per me. Ho avuto soltanto il tempo di sistemare, in frigo, in freezer e nella dispensa, le scorte di amore edibile per l’inverno: formaggi, carne e pacchi di taralli mezzi polverizzati, ma piuttosto che sprecarli sarei disposta a sniffarmi le briciole.
Non l’ho disfatta stamattina perché ero troppo stanca dal viaggio; avrei voluto farlo più tardi, poi le cose sono andate diversamente e, anziché svuotarla, l’ho chiusa e mi sono rimessa in partenza.

Scelgo il posto finestrino, e vedo le luci di Milano scorrere e sfocarsi man mano che l’autobus prende velocità. Anche i miei pensieri si sfaldano, si fanno liquidi; provo a rincorrerne uno finché riesco ad acchiapparlo: è uno di quei ricordi che, quando tornano, mi fanno spuntare un sorriso di tenerezza.

Abitavo ancora al paese, un posto così immobile che anche una giornata ventosa fa notizia.
Figurarsi un incidente.
Ero a casa della nonna quando qualcuno citofonò con tanta insistenza che lei, alzando lo sguardo da una federa sulla quale stava ricamando le iniziali per il corredo di chissà quale nipote (si portava avanti, anche se il più grande di noi poteva avere sì e no diciott’anni), mi disse: «Questo ha trovato la colla sul campanello. Apri tu, fammi la cortesia».

Era mio zio, col fiatone per la corsa e la rampa ripida di scale che portava su.
«Cos’è tutta ‘sta premura?» gli chiese la nonna.
«Ma’, Michele è andato a sbattere con la macchina».
«Michele chi?» domandai io.
«A chi appartiene?» domandò lei.
«Il figlio di commara Franceschina» rispose a entrambe lo zio.
«Dov’è successo?» chiesi io.
«Quand’è successo?» chiese lei.
«E quante ne volete sapere, tutte e due!» fece lui. «Manco la creanza di darmi un goccio d’acqua, prima».

Scambiai uno sguardo con la nonna e lei assentì con la testa: per educazione, prima di toccare qualsiasi cosa, chiedevo il permesso.
Presi un bicchiere dal pensile e dell’acqua.
«Ti faccio l’orzata» disse a lui, e a me: «Prendi pure i uafer».
Non si capiva la ragione, ma d’estate a casa sua erano immancabili i wafer stantii tenuti in frigo.

Mio zio bevve d’un fiato, prima di continuare il racconto: «L’ho sentito in piazza. Dice che ha preso male la curva degli stramurali e si è cappottato con la macchina».
«E come sta?» chiese la nonna.
«L’hanno portato all’ospedale».

Michele lo conoscevo, suo figlio era un mio compagno di classe.
«Ma è vigile?» domandai allo zio ma, prima che lui potesse rispondere, intervenne mia nonna, con la sicumera dell’anziana saggia che corregge la gioventù: «No! Ha sempre fatto l’ortolano!»

Quell’involontario sketch era passato di bocca in bocca e, a ogni ricorrenza, veniva ripetuto da uno qualsiasi dei commensali: era uno dei copioni condivisi di quella tragicommedia intitolata “memorie famigliari”.

Mi muovo sul sedile.
Provo a chiudere gli occhi, mi forzo per tentare di dormire. Ma nulla; non mi resta altro che giocare con uno degli elastici che porto al polso.
Quand’è successo?, mi chiedo.
Quand’è che sono invecchiati?
Quest’estate, quando sono tornata per i cinque giorni di autonomia che ho prima di mostrare segni di insofferenza, li ho trovati tutti più acciaccati di come ricordavo: mio padre si lamentava per il mal di schiena, mia madre per i denti e la nonna era stranamente inappetente. Non aveva rinunciato però al suo piacere: il vino. Al pranzo di Ferragosto lei era a capotavola, e io al suo fianco; le avevano versato soltanto due dita di rosso allungato con l’acqua: lei mi ha dato di gomito e si è fatta passare la bottiglia, con gli occhi lucenti di furbizia.
Cosa mi sto perdendo?
È una domanda che mi faccio da un po’, ma non l’avevo avvertita mai con l’urgenza di questo viaggio interminabile nella notte, accartocciata sul sedile di un autobus che sta tagliando l’Italia. E che vorrei sorpassasse a sinistra, ma pure a destra, che passasse sopra o sotto, che si mangiasse l’asfalto, i camion, le auto, che bruciasse gli autogrill.

Purché arrivi in tempo.

La prima telefonata l’ho ricevuta intorno a mezzogiorno: era la nonna.
Mi aveva fatto una videochiamata, voleva salutarmi e chiedermi com’era andato il viaggio, ma teneva il cellulare troppo vicino alla faccia, di lei vedevo soltanto la dentiera.
Ho provato a dirle di allontanarlo, ma non capiva, allora mi sono innervosita e l’ho liquidata, dicendole che ci saremmo sentite presto.

La seconda era una chiamata, invece, verso le quattro, da parte di mia madre: «Tutto bene il viaggio?»
«Al solito» le ho detto. È restata in silenzio.
«E voi tutto a posto?». Ancora silenzio.
«Oh, allora?» le ho chiesto.
«Ascolta, la nonna non si è sentita bene».
«Come sta?».
«L’hanno portata all’ospedale.»
E io, ora come allora: «Ma è vigile?»

Ho sentito dall’altra parte un singhiozzo represso: «Fa l’ortolana» e poi, quasi sussurrando: «Torna».

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di Giulia Lievore

Illustrazione di Francesco Dell’Acqua

Entro in metropolitana e il leggero profumo di cotton-candy, che arriva dalla borsa in plastica, scompare. Sono le sei e mezza di sera, tra una settimana è Pasqua e la M1 che passa per il Duomo è da un po’ che non la vedo così piena. Le uova e la cioccolata, fine e marrone, che stanno sopra la mia testa sono sostituite da spalle, braccia e gambe in cerca del loro posto.
Non ci sono facce, a stento ci si guarda negli occhi.

Vedo un palo, mi ci butto, lo stringo forte con la mano destra e subito altre due mani fanno lo stesso. Una sopra e una sotto, devo stare attenta a non sudare o rischio di scivolare e toccare la mano di uno sconosciuto. Al limite della visuale concessami dal cappello in crochet, lo vedo.
È ben più alto di me, il metro e ottanta lo supera di sicuro, da sotto il basco escono dei riccioli biondi e la sua guancia è perfettamente sbarbata. Con la spalla gli tocco l’avambraccio che è morbido e soffice avvolto all’interno di un coprispalla lungo e squadrato color verde menta.
Potremmo essere una bella coppia, penso.

Con quel braccio mi cinge, mi protegge dagli urti degli sconosciuti, mi offre una delle sue cuffiette e ascoltiamo insieme un album tutto fronzoli e musichette di John Mayer fino a scendere alla nostra fermata. Prima di arrivare a casa ci fermiamo a comprare una bottiglia di vino,  l’indiano del mini market ci saluta per nome e ci augura una buona serata. Lui pela le patate e io scaldo l’arrosto, beviamo il vino da calici in vetro e facciamo finta di discutere se passare la Pasqua dai suoi o dai miei, è solo un’altra scusa per fare l’amore, ormai lo facciamo sempre. 

Usa le cuffiette con il cavo, non quelle bluetooth, è un artista e non è mai stato interessato alle implementazioni tecnologiche e alle lunghe file fuori dagli store minimalisti del centro. Da qualche anno nel suo comodino tiene un diario dove la mattina, appena sveglio, appunta i sogni che riesce a ricordare. Una volta trasferiti nel cottage ristrutturato che sua zia bretone gli ha lasciato in eredità, avrebbe letto quel diario al nostro primo figlio.
Nello Yorkshire piove spesso ma non mi importa, mi ha comprato degli stivali in gomma color vermiglio e trovo che la pioggia sia attraente, anche se, ammetto, sono più le volte che la guardo da dietro la finestra. Non lavoro, a quello ci pensa lui, non me l’ha neanche dovuto chiedere, è stato così e basta. Provo a scrivere romanzi che non riesco mai a finire. Bevo in continuazione tazze di tè caldo dolcificato con del miele e scrivo storie d’amore ambientate in Sud America, Italia, Russia, Brasile e Australia ma sono tutte uguali perché parlano di lui.

Qualcuno mi spinge, da dietro, i miei blue jeans sono spessi, devo ancora fare il cambio armadio, ma riesco comunque a sentire una protuberanza che è indubbiamente la zip, con la punta metallica, della patta di un uomo. A fatica, riesco a girare la faccia, alzo un po’ il mento per aumentare la visuale.
È un vecchio, non mi guarda, ignora il risentimento nelle rughe del mio volto; non mi guarda ma il suo pube è appoggiato alla mia chiappa destra. Mi fa ribrezzo, vorrei spingerlo via ma non riesco, con un braccio mi tengo al palo e con l’altro reggo la borsa: l’ennesima candela che mi sono ritrovata a comprare. Per un attimo penso se tirargli uno scrollone con il bacino ma cambio subito idea: il suo sesso sarebbe ancora più attaccato al mio sedere. Riesco a immaginarmi il suo stomaco in subbuglio, sento i suoi pensieri allietarsi grazie al profumo dei capelli che ho lavato prima di uscire. Mi pare quasi di respirare l’odore rancido e acre del suo alito, filo d’aria inquinata che mi sfiora la guancia.
Voglio piangere e alzo gli occhi, grandi e umidi, alla ricerca del mio salvatore, del mio futuro marito. 

Non mi guarda, mi ignora mentre fa zapping tra una storia e l’altra di Instagram, vedo una palestra e delle grosse tette; poi forse un tramonto.

Sarebbe dunque andato a finire così, il nostro matrimonio?

Dopo il primo figlio sono più sola di prima, il cottage è troppo grande da pulire e oltre alla casa e al bambino devo badare ai cani, l’ho pregato di non prenderli ma l’ha fatto comunque. Mai una volta che li porta fuori lui. Gli stivali in gomma hanno smesso di essere allegri nel loro rosso vermiglio ma sono costantemente ricoperti di fango, scuro e grumoso. Dormiamo in stanze separate e ci incrociamo solo la mattina per la colazione, sembra una casualità ma non lo è.
Mi sveglio presto per salutarlo e, anche se continuo a indossare il pigiama, mi sistemo viso e capelli come se dovessi uscire anch’io.
La sera, a cena, non c’è mai.

Siamo vicini solo quando abbiamo ospiti, mi bacia spudoratamente davanti a tutti, mi cinge il bacino da dietro mentre taglio generose e geometriche fettine di filetto alla Wellington, il suo preferito. Una volta salutati gli amici, mi ritrovo nuovamente sola a riempire la lavastoviglie.

Scopiamo una volta al mese, quando invito la mia migliore amica a passare con noi la domenica.
Lei non ha figli, si sporge sul bancone in marmo dove lui sta riempiendo bassi e pesanti bicchieri di Bloody Mary, vi posa i seni e i capezzoli le diventano turgidi e abbaglianti, come due piccoli fanali di macchina.

Quando andrà via faremo l’amore, durerà poco e io lo chiamerò mettendo la Y alla fine del suo nome proprio come fa lei. Mi lascia sul letto, macchiata, e va in doccia. Non ho voglia di lavarmi. Sul comodino ci sono dei kleenex, mi pulisco l’ombelico, piego il fazzoletto e lo metto dentro al cassetto.

The next station is Loreto.

Scendo.

Con il secondo marito, forse, andrà meglio.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Stazione Termini, mezzogiorno in punto.
Il caldo è insostenibile, ma comunque mi trascino all’interno dell’edificio. Dovrei mangiare qualcosa, ma, francamente, non ne ho la minima voglia. Sono ancora frastornato da ieri sera. Vorrei dire che è stata l’anima di Trastevere a stordirmi, ma, oggettivamente, è più probabile si sia trattato delle birre bevute al Callisto.

La testa rimbomba per la sbronza e io mi siedo su una panchina.
Un caffè a portar via nella speranza che mi rimetta al mondo. Do qualche sorsata; comincio a stare meglio: riesco a ragionare.
Il pensiero mi va subito al tabellone delle partenze. Manca ancora un’ora al mio regionale per Jesi. Di lì a casa, poi, ne avrò per altri 20 minuti almeno.

Il mio secondo pensiero è fulminante.
Tasto la tasca anteriore del mio zaino sdrucito e riconosco la sagoma del libro che mi ero portato per “ingannare l’attesa”. L’espressione mi ha sempre infastidito: la trovo irrispettosa. Come se il tempo che ci scava addosso i suoi segni potesse farsi imbrogliare con degli espedienti così ingenui.
Purtroppo, mi ricordo che quel libro l’ho finito durante il viaggio di andata. Niente trucco; niente inganno.

Rifletto sul fatto che non sto leggendo quasi nulla ultimamente. La cosa è abbastanza rara. Sono sempre stato molto disciplinato, e la lettura, anche se da comodino, ha sempre fatto parte di una precisa routine, creata ad hoc per convincermi di dominare il tempo attorno a me.

Ad ogni modo, il libro che mi ha portato a leggere di nuovo dopo tempo è stato La metamorfosi di Franz Kafka. In realtà, la vergogna provata al pensiero di non averlo letto in 23 anni di vita è stata un movente più che sufficiente.

La storia, proverbiale, è semplice e assurda.
Gregor Samsa, un giorno, semplicemente, si sveglia nelle spoglie di uno scarafaggio. Chiuso nella sua camera, a poco a poco, prende coscienza della sua condizione e così fanno i suoi cari. Non c’è accettazione, tuttavia: solo la consapevolezza di un anatema abbattutosi senza motivo su una famiglia borghese qualunque. Gregor muore solo, in mezzo al cibo fetido, l’unico che soddisfi la sua fame di blatta, e circondato dai miasmi emessi dal suo corpo ferito.
La banalità di una tragedia qualsiasi, accaduta ad un uomo qualsiasi, nel modo più assurdo possibile.

Questo libro mi colpisce, o meglio, mi disarma.
Una vita da impiegato, a svolgere il proprio compito, per poi morire intrappolato, inviso a chiunque per una colpa che non si è commessa. La cosa più sorprendente, però, è la lucidità del protagonista. Le nozioni di vita basilari che egli cerca di applicare all’assurdità della sua condizione. Mi torna in mente Don Chisciotte, col suo cuscino usato a mo’ di scudo, sopra una cavallo macilento, eppure convinto di essere un cavaliere. C’è una discrasia dolorosa fra le nostre possibilità e le contingenze in cui ci ritroviamo incastrati, cioè la nostra vita. Kafka lo sa bene, e ce lo sbatte in faccia con tutta l’eleganza di una piroetta prima del fendente decisivo; un inchino dopo lo sparo dritto al cuore. Guardo in basso: sull’orologio sono le 12.42. Il tempo è volato. Forse anch’io, come tutti, sono riuscito a ingannarlo per davvero. Corro al binario trafelato. Salgo nel vagone circondato da uomini in camicia e giacca, a tracolla una ventiquattr’ore. Me li immagino come rumorosi scarafaggi che ticchettano con le zampe sul sedile e si barcamenano per stare in piedi. Davanti il dovere, dietro pure: troppo concentrati su uno scopo per capire che non dipende da loro il fatto di volerlo raggiungere.

In realtà, non credo di essere completamente diverso da loro. Mi sento, però, avanti di una mossa: se dovessi svegliarmi in quelle condizioni, sarei in grado di accorgermene, ma non farei il minimo sforzo per cercare di capire.  

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Domenica pomeriggio, stazione di Bologna centrale.

Sono arrivato con una mezz’ora di anticipo.
Non mi era mai successo.
Trascino la valigia fino alle panchine davanti all’ingresso e mi siedo.
Accendo una sigaretta.

Sono stanco di scrollare, stanco di riempirmi di informazioni sbrigative su argomenti che non mi interessano ma che il mio feed seleziona, senza alcun criterio apparente.
Decido di alzare lo sguardo e concentrarmi su ciò che ho davanti.
Mi disintossico dalle mie brutte abitudini: per farlo non ho niente di meglio da guardare che la facciata della stazione di Bologna, quella che immette su Piazza Medaglie d’oro.

Ho sempre pensato che le stazioni italiane fossero anonime.
Non sono mai stato un grande fan dell’architettura del regime.
A parte ciò, ho sempre ritenuto le stazioni dei non-luoghi, dei punti di passaggio per chi arriva e chi parte; un ponte obbligato fra la macchina e il treno da prendere e fra il treno arrivato e la macchina che porta a casa, nel migliore dei casi.
A volte, c’è l’autobus ad aspettarci.

Ad ogni modo, penso che forse la stazione ha qualcosa da dire, che forse un po’ di vita la spendiamo anche lì, senza accorgercene, correndo dietro ai ritardi, quelli nostri e quelli del mondo.
Penso a un libro bellissimo, che ho comprato proprio qui a Bologna.
L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio.

Murakami descrive le vicende di Tsukuru, che cerca di fare pace con un passato che ha ignorato per tanto tempo, ma che lo ha segnato per sempre. Come spesso accade, è una donna a costringerlo a guardare nell’abisso. Un po’ per gioco, lui ripercorre la sua vicenda, dalla spensieratezza del liceo alla danza dei primi anni di università, a braccetto con la morte, ammaliante più che mai. Ricordo un unico filo conduttore: le stazioni. Tsukuru ha sempre voluto costruire stazioni e finisce per farlo davvero. C’è una necessità impellente di ordine nella sua vita, c’è sempre stata, e la forma peculiare di questa esigenza è il non-luogo della partenza e dell’arrivo dei treni. Fra le file dei binari e i guasti alla linea, però, c’è spazio per l’armonia. La bellezza come un effetto collaterale che solo Tsukuru riesce a vedere. L’incolore Tsukuru, nel suo pellegrinaggio verso una pace persa tanto tempo fa, alla ricerca di una motivazione per un trauma tanto crudele quanto insensato. O forse solo verso una donna, che col passato non ha niente a che vedere e che potrebbe finalmente dare colore alla sua vita.

Mancano dieci minuti alla partenza del treno.
Alzandomi lancio un ultimo sguardo alla facciata annerita che sto per attraversare.
Percepisco quel velato senso di armonia che c’è nell’ordine. O meglio, sento lo sforzo pulsante dell’uomo che cerca di imporre i propri orari e le proprie necessità a un universo fatto di incroci e ritardi, davanti ai quali possiamo solo chinare la testa, ascoltando la voce metallica che ce li annuncia. Apprezzo per la prima volta l’accidentale bellezza del passaggio e dell’attesa, della corsa al binario e del caffè al bar della stazione, magari per salutare un amico, anche lui risucchiato in questo frenetico ambiente.

Penso che penso troppo e, di questo passo, finirò per essere in ritardo anche stavolta.
Afferro la maniglia del mio trolley e scendo le scale che portano al corridoio sotterraneo. Il binario è il numero 4; il tragitto si allunga per una cinquantina di metri. Salgo le scale e vedo una fila di persone in attesa sulla banchina. Mi domando se anche loro colgano l’armonia del luogo in cui si trovano; se si rendano conto anche loro di essere in pellegrinaggio e che questa è una tappa obbligata. Mi viene da sorridere: ad avere occhi per vedere, nessuno partirebbe.

Si apre lo sportello.
Saliamo tutti, spintonandoci a vicenda verso la prossima stazione.