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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco


Guardo dei video sul cellulare in attesa del tram.

Si passa dal comico al drammatico.
Guardo una ragazza che mi racconta di uno stupro e mi chiedo quando ci sarebbe stata la battuta finale perché i tre video precedenti erano gag comiche. Poi faccio mente locale e mi sento a disagio.

Ripenso a quella volta in cui il presidente del consiglio, donna, madre e cristiana, dichiara pubblicamente che non solo lo Stato non poteva garantire la sicurezza alle cittadine intenzionate ad uscire, bere e divertirsi, ma non avrebbe neanche fatto alcunché per migliorare la situazione, stava a loro tenere la testa sulle spalle e gli occhi vigili.

I suoni e i colori del periodo natalizio diventano più forti, ma lo spirito del Natale si sente sempre meno. Forse perché uno ha smesso di credere prima a Babbo Natale, dispensatore di doni, poi a Gesù, dispensatore di giustizia, e infine anche al Dio Cornuto, annunciatore dell’inverno.

La verità è che da quando il respiro non condensa più a causa del caldo anomalo non ho più bisogno di riscaldarmi al suono della voce di Bublè o delle lucine intermittenti dei negozi.

Del Natale resta un ricordo legato all’infanzia, ai tempi in cui aspettavi di trovare, oltre il maglione, anche pokemon rosso sotto l’albero.

Non resta che la liturgia del pasto, il cenone del 24, quando la famiglia si riunisce a tavola per contare le sedie vuote. Qualcuno è morto anche quest’anno, un piatto in meno da preparare.

Nella mia città la vigilia è un tripudio di alcolismo diurno.
Un numero spropositato di esuli ritorna in patria per bere fino a sboccare in un clima di esuberanza e malinconia. Mi chiedo quante ragazze vorranno seguire il ritmo della festa sapendo che, se succede loro qualcosa, per gli altri, se la sono cercata.

Diamo sempre colpa alle vittime: guardiamo i film horror pensando che se avessero fatto quello o quell’altro, se non avessero fatto quella cosa o quell’altra, beh non ci sarebbe stato il massacro. Un modo per scaricare le responsabilità davanti all’impotenza e all’impreparazione che ti lascia il caos che si abbatte su di te.

Generalmente Natale è un buon momento per fare il punto sulla propria fragilità, impotenza e nudità. Magari davanti al silenzio di un posto vuoto.

Aspetto il tram, mi apro una birra ghiacciata e brindo alla crisi climatica, al precariato e al patriarcato, così bravi a lasciare posti vuoti durante le feste.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Alla banchina non c’è nessuno, solo io, in attesa.

Sono cresciuto con i miti greci e l’idea che l’unica cosa che conti davvero è farsi ricordare.
Se non potevo essere Achille sarei stato Omero.

Per ridimensionare il mio delirio di grandezza papà ci teneva a ricordarmi la seconda legge della termodinamica: nulla esiste per sempre e col passare dei secoli non rimarrà niente, neanche la sabbia del Colosseo; la Terra stessa scomparirà nei mutamenti dell’Universo, indifferente alle nostre pretese di grandezza.

Mio padre come Shelley in Ozymandias.

Il poeta mette alla berlina il delirio del Faraone, il Dio incarnato che vantava di aver fatto qualcosa tanto grandiosa da non poter essere eguagliata o cancellata. La parte più citata della poesia è l’ultima: “Ammirate, o potenti, la mia opera e disperate!”, vogliamo tutti dimenticare la prima dove, di questo “Re dei Re”, si dice che non si sa pressoché nulla e di lui, delle sue opere, della sua vanità, non resta che una mezza statua abbandonata al deserto.

L’entropia cresce, il tempo passa, il tram no.

Non sono in grado di razionalizzare la vastità dell’Universo e neanche il fatto che prima non esistiamo e dopo la vita smettiamo di esistere. Da giovane era causa di insonnia, attacchi di panico e urla notturne. Adesso non ho più né il tempo né la presunzione di razionalizzare certe cose e smetto di pensarci.
Nei sogni l’idea intrusiva della mia stessa scomparsa riemerge e mi pone davanti l’inevitabile condizione di essere consapevole che non esisterò più. Ammiro l’opera della natura, il meccanismo di quel che sono che rallenta e si spegne, ma non dispero, mi lascio andare ad una placida rassegnazione.

Al risveglio c’è il freddo, il lavoro e la pipì da fare.

Ogni mattina rimpiango di non essere morto nel sonno.

Aspetto il tram come si aspetta la morte: impotente, indifeso.

Qualche giorno fa mi sono svegliato e ho abbracciato la mia compagna.
Da lì a poco mi sarei riaddormentato, cadendo nell’incoscienza. Quell’abbraccio sarebbe stato inutile e privo di senso in quanto, il tempo di un battito di ciglia, avrei smesso di trarre piacere da quel gesto, del quale, lei, addormentata com’era, non aveva contezza. Ma andava bene così.
Prima non esistevo e, dopo la vita, non esisterò, quello che c’è in mezzo è una serie di azioni senza peso, senza conseguenza, senza importanza.

Negli ultimi istanti prima di tornare incosciente ho immaginato noi due diventare concime e poi alberi con radici intrecciate. E Va bene così. Meglio diventare alberi e poi niente che Omero.
Del resto, Omero non è mai esistito.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Non posso permettermi di fare tardi, oggi, ho una convocazione.

Mi chiedo quando ho iniziato ad aspettare con ansia le convocazioni da bidello.

Nella mia vita ho fatto un sacco di scelte di cui mi assumo la responsabilità, come quella di prendere filosofia all’università.

“Non importa se per vivere raccoglierò merda di cane, io farò filosofia!”, dissi irritato a mia madre, diventando un bimbo grande e, ironia della sorte, pochi anni dopo la laurea, finii a lavorare al canile di Foggia. Al netto delle carriole di feci da svuotare nella fogna ricordo quello come il miglior mestiere mai fatto, c’erano i cani, lo sforzo fisico che fa sentire vivi, i cani, lo stipendio bassissimo, comunque migliore di quello da stagiste in banca, ma soprattutto c’erano i cani.

Alla fine però pensai che avevo bisogno di costruire qualcosa, di vivere autonomamente.
Non potevo restare a fare un lavoro precario al limite del volontariato. Fu allora che iniziai a prendere le supplenze per insegnare. Il primo anno la sorte decise di prendermi in giro facendomi fare da ottobre a luglio. Poi il tempo è tornato nei cardini e ho potuto prendere solo posti da Collaboratore Scolastico.

Arriva il tram difronte e non il mio.

È come quando stai per firmare il contratto da docente e spunta una persona in graduatoria sopra di te e ti soffia il posto. C’è sempre una persona prima di te. Vanta i titoli MIUR presi a UniTeLoVendo e non ha l’ansia di fare almeno 9 stipendi interi l’anno per campare. Resta a casa, bada ai figli, generalmente ha un coniuge che porta soldi. Quando arriva la chiamata si presenta, magari per quindici giorni, magari per un mese, non importa, l’ansia di pagare le bollette ricade su un’altra persona.

Per fortuna il bidello mi permette di essere chiamato da più scuole e bene o male fino a giugno ci arrivo sempre. Il lavoro è ottimo, migliore di quello da docente, devi solo essere a disposizione, respirare candeggina e fare sforzi fisici casuali.
Guardare un corridoio vuoto e ripensare ai tuoi errori. Riesco ad allontanare la follia leggendo, al netto delle urla disumane e delle richieste confuse e contradittorie che ti arrivano.

Ti prego tram, arriva, portami alla convocazione, ho un libro da finire e voglio essere pagato per farlo.

Francamente credo sia un lavoro pensato per persone con svantaggio socio-economico-culturale. Non c’è niente di nobile nei laureati che fanno i Collaboratori. Stiamo rubando il posto a persone che per diverse contingenze non hanno potuto studiare. Li battiamo alle chiamate perché sappiamo compilare un form on line e sappiamo leggere e rispondere alle mail. Quasi tutti gli under 40 sono laureati o avviati ad un percorso di studi. Io, con una laurea magistrale e un master in marketing, sono la norma.

Siamo qui perché abbiamo fame e la fame ti spinge a rubare e quindi eccomi a sgraffignare il posto alla madre single che non ha potuto inseguire i suoi sogni o al signore a cui non hanno diagnosticato la dislessia e non ha potuto continuare gli studi.

Guardo i binari e penso a chi, con dottorato all’estero, è finito ad insegnare ad adolescenti svogliati.
No, decisamente a me non è andata male.

*citazione da I Simpson S.8 Ep.07
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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

Fermata del tram. Attendo.

Quando sono soprappensiero o a disagio, le mie dita corrono sulla superficie del mio corpo in cerca di crosticine da grattare, palline di grasso da spremere, pelle morta da tirare.

Le dita si fermano all’orecchio e trovano un pelo. Lo tiro. Lo porto davanti gli occhi e lo guardo. Realizzo. Ho tirato un pelo bianco dal mio orecchio. È iniziata.

Passa sulla corsia del tram un ragazzo col monopattino elettrico, li odio quelli e non so perché.

Che fossi vecchio mentalmente e caratterialmente lo sapevo, ora si tratta di accettare il decadimento di tutto il resto.

È bastato un pelo bianco in un orecchio a farti notare che hai iniziato a raderti assiduamente perché la barba iniziava ad essere grigia. Quel piccolo pelo ha alzato il tappeto e ora ci trovi la polvere delle tue ossa che si sbriciolano.

Lo hai notato? In palestra è sempre un tantino più faticoso e ti sei detto, ma no, mi sono solo rotto il cazzo di spingere come farebbe un ragazzino. Eccolo.
Non hai più vent’anni e mente e corpo si stanno sincronizzando. Ora ti manca il tempo, la voglia e, soprattutto, il fiato. Continui perché l’unica motivazione che hai ora è: rallentare la caduta, fingere che non stia arrivando.

Cerco di distrarmi, ma vedo un ragazzino a sinistra e un anziano a destra.
L’anziano fa fatica a muoversi, ha un girello su cui si appoggia. Forse anche lui da giovane faceva boxe, ma ora eccolo lì.

Ogni giorno una ruga nuova solcherà il mio viso, tra una manciata di anni smetterò di sembrare un uomo maturo e inizierò ad apparire come il vecchio che sarò.

La pelle si appende e raggrinzisce inevitabilmente davanti ai miei occhi. Mi commisererò nudo davanti lo specchio e mi sembrerà che debba semplicemente cambiare abito, ma qui non sono previsti resi o negozi di corpi. Quell’abito sgualcito e strappato è tutto quel che hai.

La vista cederà il terreno alla nebbia e il mio mondo si popolerà di ombre.
I timpani saranno sempre meno efficienti, i suoni sempre più ovattati. Le parole dolci dei miei cari saranno distanti e confuse, ma sorriderò fingendo di averle afferrate tutte.

Perderò l’equilibrio in un mondo spento e confuso, i denti marciranno e verranno sostituiti con protesi, ma nel frattempo perderò il gusto del cibo.

La fatica che oggi sperimento a seguito di un grande sforzo diventerà compagna dei gesti più semplici. Non si tratterà di fare un km in più ma di arrivare senza aiuti alla fine della stanza.

Certo, uno può cicciare fuori storie straordinarie di ottuagenari a cui Capitan America spiccia casa, ma se è vero che non è mai troppo tardi per fare qualcosa è anche vero che non è detto che la si debba fare.

La mia volontà è schiava di bisogni naturali, si adatta e si deteriora a sua volta e alla fine quando ti piscerai addosso perché la prostata è andata proverai sempre meno vergogna. Quando arriverà la morte a porre fine all’imbarazzante peso che sei diventato per parenti e amici, sarai troppo rincoglionito per averne paura. Un lieto fine, tutto sommato.

Mi alzo e mi avvicino al bordo della banchina e il gesto mi sembra intriso di uno sforzo eroico, più che umano. Guardo fin dove la mia vista consente.
Questo tram non arriva.
La vecchiaia sì.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Da quanto tempo sto aspettando il tram?

Il ritmo della mia vita non dipende da me, ma dal lavoro, dai tempi di produzione, dai mezzi pubblici, dal traffico.
Lavoro 36h la settimana e dovrei dormirne 67.
Il resto del tempo dovrei viverlo, ma c’è la palestra che serve ad essere più produttivi e più a lungo, c’è la spesa, la pulizia della casa.
Il tempo per i miei affetti, per i miei svaghi, le mie velleità quando lo trovo?

Sì, lo so, Charlie Chaplin lo dice meglio.

Il consiglio che ti danno è sempre lo stesso: ama il tuo lavoro e privati del sonno.

Per chi non lo sapesse la privazione del sonno è la prima tecnica di manipolazione applicata dalle sette in cui ti convincono a farti abusare sessualmente prima di spedirti a scannare persone a casa loro.
E sì, lo so, Charlie lo sa fare meglio.

Il tram è in ritardo, altro tempo che mi stanno rubando.

Ansia, stress, burnout, disturbi della socialità, perdita dell’empatia, depressione e suicidio. Tutto questo e molto altro è il magnifico mondo del tardo capitalismo.

Durante il master in marketing un milionario imprenditore genio ci ha raccontato di un ragazzo che aveva preso sotto la sua ala protettiva per mandarlo a crescere in un’importante azienda in Portogallo.
Dopo qualche anno scopre che il pupillo non aveva ancora cambiato lavoro, non aveva avuto particolari scatti di carriera né ruoli dirigenziali significativi. L’oscuro signore dei Sith, cioè il milionario, allora, gli procura subito altri colloqui in altre parti del globo. Il ragazzo, alla fine, parla chiaro e dice al mentore che guadagnava abbastanza, finiva di lavorare alle 17 e se ne andava a surfare tutti i pomeriggi.
Era ormai passato al lato chiaro del capitalismo.

L’imprenditore genio, iperattivo come solo certi cocainomani, raccontava questa storia con disprezzo: non poteva crederci che qualcuno rinunciasse alla carriera e a fare più soldi per restare in un posto dove aveva amici e affetti e tutto il tempo per godersi la sua passione.

Il tram ritarda ancora.
Io qui, fermo alla banchina, mentre tutto il mio tempo scorre via.

Da piccoli gli anni duravano eoni e quando sei in viaggio fai così tante cose che cinque giorni diventano una vita. La quotidianità, invece, si consuma nella ripetizione come un fiammifero al fuoco.

Il sole sorge e tramonta.
L’anno passa e io aspetto il tram.

Guardo oltre l’orizzonte immaginario nascosto dalla banchina difronte e mi figuro l’oceano durante il lungo tramonto portoghese, io e la mia compagna che ridiamo.
Le onde sono ottime per il surf, ma io non surfo.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Mi siedo alla banchina del tram.
Fa caldo e ho paura di sudare e puzzare, cerco di non pensarci.

Domenica scorsa ero al parco per beccarmi con un amico che, a sua volta, si doveva beccare con un amico e così via. Alla fine mi ero ritrovato in mezzo ad un nutrito gruppo misto di ventenni con cui, dall’alto dei miei trent’anni, non sentivo alcun bisogno di entrare in confidenza.

Stappai una birra per giustificare il mio esser uscito di casa, ma non me la godetti: gente della mia età spuntò con chitarre e persino un sax. Immediatamente si sparse la puzza di Wonderwall nell’aria.
Un tempo avrei amato queste cose, ma ora vedevo solo degli adulti che da ragazzini sognavano di essere rock star mentre ora nascondevano il disagio di non ricordare più accordi e movimenti delle dita.

Guardo l’ora.
Il tram è in ritardo e una versione giovane di me è seduta al mio fianco.

È il me che non scopava e che amava le jam improvvisate, le bevute con sconosciuti e i film impegnati. Alza lo sguardo dalla sua lettura, la Nausea di Sartre, e mi fa: la vita finisce a trent’anni.

Una frase che mi ripetevo spesso sperando che a 30 anni sarei stato un adulto autonomo e invece mi trovo schiacciato tra la precarietà, lo sfruttamento e la consapevolezza di non aver combinato un cazzo nella vita.
Tuttavia è vero, la vita finisce a trent’anni.

Ho viaggiato abbastanza per sapere che i posti sono più belli in foto, ho amato abbastanza per sapere che l’amore è più una questione di tempismo che di spirito.
Le cose che dovevo scrivere le avevo scritte, i cibi prelibati assaggiati e le bevande scadenti bevute.
Tutto si era compiuto nell’inconsapevolezza.

Scruto i binari in cerca del mezzo, ma niente.

Ecco a che servono i figli, a riprovarci, a ricominciare da capo.
A guadagnare altri 13, 14 anni di novità prima che ti dicano: «non sono te, il tuo fallimento è irreversibile, ma il mio è ancora da vedere; ora tocca a me fallire e lo farò meglio».
Sarebbe comunque bello avere una prole o quanto meno una certa sicurezza economica per adottare un cane prima di essere troppo rincoglionito per occuparmene.

Vedo un tram all’orizzonte, spero sia il mio e mi metto in piedi, mi giro come a cercare il giovane me.

«La vita si è allungata – mi dice – ma qualitativamente non è tanto diversa: l’infanzia scorre lentamente, è densa, ricca di scoperte, poi tutto diventa veloce e ripetitivo».

Mi osservo: il suo futuro è il mio presente ed è orribile come lo temevo.

Il tram si avvicina, lento, ma inesorabile.
Forse dovremmo vivere fino ad un massimo di quarant’anni, una vita breve vi eviterebbe la disillusione.
Ci sposeremmo da adolescenti per amore e faremmo figli per gioco.
A 20 anni saremmo giovani adulti pieni di energie che lavorano per sostenersi e finanziare le proprie passioni. A 30, stanchi e sazi, ci ritireremmo in qualche concilio di anziani del villaggio o a vita privata per dedicarci ai nipotini dei nostri, impreparati, figli adolescenti.
Infine, a 40 anni massimo, ci congederemmo dalla vita in maniera dignitosa senza starci troppo a pensare.

Non è il mio tram che arriva.
Spero di non fare tardi a lavoro.
Potrei campare altri 60 anni e li passerei tutti a lavorare.

Un giorno mi sveglierò e mi chiederò cosa ne ho fatto della mia vita e mi resterà solo un grande tempo sprecato a sentirsi come Antoine che guarda il mare alla fine de “i 400 colpi”.

Stasera mi vedrò un film dove de Sica scorreggia e incolpa Boldi davanti una tipa priva di caratterizzazione…e vaffanculo alla Nouvelle Vague.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Aspetto il tram in piedi.

Il professore di Storia e Filosofia che sostituivo era figlio del ’68, o propriamente o spiritualmente: ci teneva che andassi con lui alle manifestazioni per la pace.
Probabilmente era cattolico, aveva quella cosa che noi materialisti postmoderni avevamo perso: la fede. Pensava che una forte adesione alla marcia, dal centro di recupero per tossicodipendenti fino alla base militare dell’aeronautica, avrebbe fatto la differenza nelle decisioni politiche internazionali. L’evento fu un fallimento, erano pochi, nessuno si è accorto di loro.
Il disinteresse dei giovani e della cittadinanza a quella manifestazione la trovò una cosa inspiegabile, un po’ come io trovavo inspiegabile il nesso tra una marcia e la pace.
Tuttavia, mi misi nei suoi panni e capii il suo sconforto quando vide fallire un vecchio strumento di coesione e partecipazione iniziando a credere che ormai neanche la guerra ci faceva più orrore.
La sua generazione si lavava le mani dal sangue camminando insieme per strada e facendosi i pom…complimenti a vicenda.
La mia era così disillusa che si lavava le mani direttamente nel sangue.

Faccio sopra e sotto sulla banchina, come se questo gesto potesse far comparire il mezzo.

Ogni tanto dico a mio padre che la sua generazione è stata l’ultima a poter sperare in un futuro migliore del passato. Lui, puntualmente, mi fa notare che malattie, guerra e catastrofi ambientali sono una costante delle vicende umane.
Forse a noi è toccata, in più, la plastica e la crisi climatica.
Più che altro la sua generazione vedeva il futuro, lo sognava e lo immaginava migliore del presente, noi, invece, stiamo sprofondando nei futuri distopici da film anni ’80.
Abbiamo perso la facoltà di immaginare qualcosa di diverso o migliore.

Penso al pazzo di Nostalghia, “qualcuno deve dire che costruiremo le Piramidi, non importa se le costruiremo davvero”. Qualcuno deve dire che una passeggiata fino ai confini di una base dell’areonautica porterà alla pace, non importa se non succederà.

Faccio un profondo sospiro e decido che il tram sta arrivando.

Stasera tornerò a casa, mi toglierò i vestiti cuciti dai bambini birmani, farò una doccia fredda per risparmiare il gas, la farò in fretta per prepararmi all’emergenza idrica; mangerò del cibo che sa e contiene plastica e vedrò un film su una piattaforma streaming internazionale che non paga le tasse nel mio Paese.

Chissà se c’è Fuga da New York di Carpenter.

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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

Oggi non ho fretta che arrivi il tram, posso aspettare.

È di nuovo sabato.
Ai tempi della scuola il mio amico si lamentava sempre dei sabati.
Sognava una lunga giocata al PC, ma la condizione dell’adolescenza imponeva l’obbligo sociale di uscire.

Interagire con gli altri, stringere amicizie, legami duraturi, ma soprattutto utili.
Sapevamo che non avremmo scopato e neanche pomiciato, che era quello a cui, realisticamente, puntavamo, ma dovevamo provarci comunque.

Il tram non arriva, ma è ancora presto.

Una volta la mia compagna mi chiese perché stessimo andando al laboratorio politico per vedere una qualche finale di calcio. Nessuno di noi due ama, o sopporta, quello sport, ma dovevamo andare.
Le dissi: «La vita è fatta di cose che non ci va di fare, per motivi che non capiamo, insieme a persone che neanche ci interessano».

Uscire di casa, trascinarsi per le strade; le orde di non morti che vagano da una cicchetteria all’altra. Randagi in cerca di un senso, di uno scopo, di un significato.

Il nulla cavalca le nostre esistenze, genera un vuoto dentro noi.
Ci riempiamo di alienazione, frustrazione e orrore. Il sabato sera siamo davanti all’abisso e ci versiamo sopra alcool, schifo e movimenti sconnessi. Il chiacchiericcio, come frinire di cicale, mette a tacere quel devastante silenzio che penetra le nostre esistenze.

Ecco cos’è il sabato sera: un tentativo di tregua dal dolore, una farsa sociale spazzata via dalla domenica pomeriggio quando, la realtà, ci sorprende, comatosi, sul divano.

Temo che oggi il tram arriverà in tempo.

La vita degli animali sociali è dominata da rituali nello sforzo di creare significati e legami.
La finale da vedersi con gli amici del bar, le bevute del sabato sera, il pranzo domenicale a casa dei suoi… l’ordine che costruiamo per arginare il caos.

Non c’è alcun motivo per cui ogni domenica siamo a pranzo dai suoi, solo un senso di dovere che pervade tanto noi quanto loro.

Cancellare qualsiasi criticità dalla vita, eseguire azioni obbligate e socialmente accettate come il battesimo o il matrimonio davanti alla divinità senza chiedersi se esista, cosa sia e che significhi quell’azione.
Una vita di seconda mano, sgualcita da tradizioni inventate per evadere domande senza risposta del tipo: perché lo faccio?

Come direbbe Hank, “Alla fine, qui, non resta niente alla morte da portare via”.

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Aspetto il tram.
C’è vento.

Una volta, a Foggia, vidi una donna ben vestita che camminava sul marciapiede verso casa. C’era vento.
I cassoni dei rifiuti stracolmi d’immondizia e sacchi, buste, carte e cartoni sparsi intorno.
Volava terra e schifo.
L’asfalto era crepato in più punti. Uno scenario da terzo mondo, quello che si vede nei programmi spilla-soldi delle onlus.

La mia città, un mondo sporco, brutto e devastato da una guerra mai combattuta o mai superata.
La donna, raffinata ed elegante che andava verso il portone di casa, in aperta contraddizione con il resto del posto. Un abito e un portamento tipici del centro di Milano, ma eravamo a Foggia.

Niente tram.

Una volta ero al ghetto di Rignano insieme ad un amico impegnato nella lotta al caporalato.
Eravamo lì con Yvan S. e due emiliani dirigenti di un’azienda agroalimentare interessata alla filiera etica dei prodotti. Il ghetto è una baraccopoli enorme: le case sono un misto di lamiere, plastica e altri ritrovati da discarica.
Però c’era un buon odore di cibo.

Aveva piovuto: fango e grigiore rendevano tutto più suggestivo.

Stavamo attraversando quella che nei fatti era una discarica abitata, quando il borgomastro del ghetto si accorse che stonavamo con il contesto: «Non è uno zoo, questo», diceva, «Yvan, cazzo! Non puoi portare gente a fare il giro turistico qui».

La lite aprì questioni tra di loro: da quando erano vicini di casa in quella discarica a quando i giornalisti vennero a fare servizi di nascosto da usare per fini propagandistici.

I toni erano accesi.

Noi “terroni” eravamo tranquilli, avevamo letto perfettamente il tipo di lite, più scenica che pericolosa.
Del resto litigavano in italiano, anziché in francese, per renderci partecipi.

I due imprenditori emiliani, invece, cercavano di sedare la lite. Erano spaventati.

Un uomo portò un coniglio bianco selvatico tenendolo per le orecchie.
La bianchezza dell’animale, il nero dell’uomo. Pensavo stesse per ucciderlo e cucinarlo.
Ero curioso e interessato.

Lo mise semplicemente in una gabbia sotto un bancone.
La lite finì e ce ne tornammo alle macchine. Del coniglio non seppi più nulla.

Il tram non arriva più.

Metto le cuffie e faccio partire Titanic di de Gregori: “la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento, puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto”.
Ah, siamo un grande Paese e, del resto, ci si abitua a tutto.
Come un coniglio in una cuccetta ti dimentichi persino che stai affondando.

“Ma chi lo ha detto che in terza classe si viaggia male?”

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di Davide Paciello

Illustrazione di Francesca Bosco

Alla fermata del tram due giovani amanti si baciano.

Da piccolo pensavo che l’amore dovesse essere qualcosa di puro, assoluto, incondizionato: ma quel tipo di amore solo un Dio può darlo.

L’amore, ripulito da fantasie e chimere, non è altro che il difficile e improbabile equilibrio tra natura e cultura. Non una forza eterea, ma viscerale, basata su degli interessi specifici e materiali.
È meno romantico, ma più concreto.

Certo, un equilibrio di contingenze, resta un fenomeno raro come la vita nell’universo.
Nella maggior parte dei casi le coppie sono in bilico tra la rappresentazione sociale e la paura di restare soli. Né amore né odio, ma condiscendenza e rassegnazione, una vita di quieta disperazione, direbbe qualcuno.

Si indossano le relazioni così come è socialmente accettabile ed ecco che convivere diventa un’abitudine: l’abito sporco di un’esistenza grigia.

Arriva il tram del ragazzo. Si salutano.
A scommettere su di loro direi: una settimana di sesso, poi il silenzio imbarazzante e infine il disprezzo. Ma ora sono la coppia più bella e innamorata del mondo contro degli ipotetici altri, gelosi e invidiosi.
Se fossero più onesti tra loro e chiudessero il mondo fuori si godrebbero una settimana di puro piacere per salutarsi con stima.

Dal canto mio ho messo un guardiano ad ogni istinto, ho dissezionato ogni infatuazione e capitanato i miei desideri come Ed Smith col Titanic: ho trasformato il viaggio della vita in una corsa a qualcosa che non c’è, circondandomi di ghiacci invisibili. Se avessi diviso il piacere dall’amore magari avrei scopato di più e migliorato una mezza giornata a me e ad un’altra persona.

Smetto di guadare la ragazza per paura si scambi il mio riflettere sulle ingenuità della giovane con il desiderio di predazione.

Il sesso è centrale nella nostra società, patriarcale ed eteronormata e non riguarda il piacere: quello sì che sarebbe puro.
No, il sesso riguarda il potere: quanto scopi e con chi lo fai.
L’espressione di un rapporto di forza tra un soggetto attivo, il maschio ed uno passivo, la femmina.
Non importa neanche che tu lo faccia il sesso, quel che conta è come gli altri interpretano la tua vita sessuale.

Al netto delle pulsioni, non sto costantemente a pensare al sesso e mi scoccia parecchio muovermi in un mondo che mi manda in palestra e a ballare, mi fa studiare l’oroscopo e la cultura pop, mi fa tatuare e bere il sabato sera, solo per aumentare la mia scopabilità, le mie chance di fare sesso.
Un’intera vita piegata alle esigenze della selezione sessuale perché, in fondo, è l’unico metro di giudizio che abbiamo.

Se il tram arriva in tempo prendo la pizza per stasera e con la mia compagna ci vediamo un film brutto. Se dopo scoperemo non è importante.
Ci diamo abbastanza piacere già a condividere le cose.

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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

Alla fermata del tram, un gruppo di adolescenti e testimoni di Cristo.

Gli adolescenti sembrano individui senz’anima, ingoiati dallo sforzo disumano di crearsi una propria identità all’interno di un mondo ostile. Iniziano il loro personale “viaggio dell’eroe” alla ricerca di sé: coraggiosi o vili, buoni o cattivi, intelligenti o stupidi? Come si riveleranno alla fine?
Per ora sono solo un insieme indistinto di modi di dire e di fare, di atteggiamenti.
Proteggono una personalità incerta con l’adesione ad un gruppo.

Il problema è che, l’adesione ad un “noi”, per superare l’impotenza di un “io”, è caratteristica anche di questi adulti predicatori del Signore.

Metto le cuffie, per rendere esplicito il mio non voler interagire.

Ah, i gruppi, rifugio delle identità fragili.
“Non sai come vivere la tua vita? Unisciti a noi!” “Ti piace usare la Forza per scopi personali ma non ti senti accettato dai Jedi? Diventa Sith!”.
I “noi qualcosa” dominano le nostre vite, da WA a Telegram esiste un gruppo per chiunque e per qualsiasi cosa. “Noi LGBTQIPlus”, “Noi vegan”, “Noi italiani”, “Noi della domenica in bici”…
Noi chi?!

Quando la discussione prevede un “noi” contro “voi” è guerra.
L’empatia rallenta il desiderio di fare del male al prossimo, ma se il prossimo è un gruppo beh allora non sto attaccando una persona, ma un concetto.

Arrivano altri personaggi cantando inni di calcio.

Ultras, diversi per età, professione, ceto sociale e culturale, ma uniti nell’adesione incondizionata e irrazionale ad una squadra di proprietà privata in cui giocano uomini, di diversi Paesi, per meri motivi economici. Non ho mai capito questa fedeltà e fede cieca in qualcosa di assolutamente astratto, che siano i romanisti, i cattolici o i fan di Star Wars. Per non parlare di quelli la cui vita è così vuota che solo la fedeltà ad un brand riesce a giustificarla: uso solo WA, ma che faccio, non mi compro l’intero set Apple? Altrimenti come dimostrerei la mia fedeltà?!

Perché il problema dei gruppi è che devi sempre dimostrare di esser degno di appartenervi.
Si pensi al maschio cis etero bianco: passa una ragazza e parte lo schema comportamentale atto a dimostrare che appartiene ad una casta privilegiata, riverita e forte.
Le regole del gruppo sono chiare: manifesta sempre la tua eterosessualità e mascolinità; considera le femmine oggetti; la femmina è debole, zoccola o madre amorevole. Non importa la reazione di lei alla molestia, quello che conta è l’aver dimostrato a se stessi, e al gruppo, di essere un vero maschio.

Mi alzo dalla panchina in un moto di ingiustificato ottimismo.

Per quanto dimostri fedeltà al gruppo ti verrà sempre richiesta una nuova prova perché chiunque è pronto ad accusarti di eresia o apatia.
Il “gruppo” non è reale.
Il gruppo è un’invenzione delle personalità fragili e ognuno ci riversa dentro quello di cui ha bisogno, ogni individuo è fragile in modo diverso.
Se due individualità emergono con una propria personalità, allora ci sono solo due possibilità: o sei Stalin o sei quello con la picconata in testa.
Se sei il primo, però, diventi il gruppo e passi dall’essere una persona all’essere un personaggio, costretto a portare avanti la recita fino alle estreme conseguenze, a volte fin oltre la morte.
“Gesù, salvati dalla croce”, “No raga, ormai la cosa c’è sfuggita di mano, me tocca farme ammzzà, ma ricordate: chi nun me segue è n’infame!”

Mi guardo intorno aspettando che arrivi il tram…o lo zio di Christian de Sica col piccone.


Ti sei perso le altre attese del Tram? Tranquillo, puoi riprendere ad aspettarlo qui
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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

In attesa del tram mi accorgo di una macchina parcheggiata davanti la rampa per disabili sul marciapiede difronte.

Le persone sono capaci di cose orribili e disgustose anche per i motivi più assurdi, ma c’è solo una tipologia umana che merita la pena di morte: quella degli stronzi.

Ci sono persone che hanno bisogno di rieducazione e riabilitazione, ci sono altre che ci permettono di sondare gli abissi della psiche umana e poi c’è chi posteggia sulle strisce o al posto per disabili o blocca il traffico per parlare con amici. Questa gente non è cattiva, psicotica, in gravi contingenze o priva di mezzi, ma è stronza.
Non puoi rieducare un soggetto che antepone, alle norme della vita civile, la propria pigrizia e arroganza.

Passa il tram per la direzione opposta alla mia mentre una “Karen” si mette nell’auto incriminata.

“Karen”: donna cis, cristiana, bianca, etero, di mezza età e di estrazione medio borghese che considera se stessa il metro di misura della normalità.
Il suo immaginario è fatto di stereotipi di genere, di valori conservatori e di libri per donne represse, disperate e semi-analfabete, come del resto è lei. Cagna da guardia del patriarcato sogna di fare la mantenuta e, finché non si scopre, le vanno bene i “puttan tour” del marito tra trans e mignotte.
Il suo atteggiamento verso i diversi da lei oscilla tra il paternalismo spinto, per i “poveri non civilizzati negri”, e il disprezzo esagerato, per i “puzzolenti zingari ruba-bambini”.

Avvia la machina e se ne va, mentre io aspetto.

Esistono cinquanta sfumature di Karen: dalle catechiste analfabete la cui idea di cattolicesimo è “no froci, no aborto”, alle casalinghe che “devono fare tutto le figlie femmine”, alle divorziate sempre a caccia di un uomo che le mantenga. Le Karen che fanno carriera politica nelle file della destra reazionaria, le Karen pseudoliberali del tipo: “io sono femminista, ma, cara, te la sei cercata”. E non dimentichiamo la gioia dei camerieri «possiamo avere il tavolo fuori? Ah, ma fuori fa freddo e piove, preparaci il tavolo dentro… ah, ma ha smesso di piovere, può apparecchiare fuori per favore?», e ovviamente mai una mancia.

Continuo a guardare la discesa per disabili libera.

Da piccolo chiesi a mio padre perché non sopprimevamo i portatori di handicap, mi facevano tanta tristezza, e lui mi rispose che non stava a me giudicare la vita degli altri decidendo lo standard della felicità altrui. Dopo qualche anno tornai perfezionando la mia domanda: «Papà, perché non abbattiamo tutti quei soggetti che non sono in grado di produrre alcunché?», e lui: «Perché una società si misura dalla sua capacità di prendersi cura dei soggetti più fragili, non dalla sua produzione». È questa non era solo una massima culturale, ma una legge biologica: la cura del prossimo, in particolare del più fragile, migliora la sopravvivenza della specie e la qualità della vita generale.

Quindi, non posso che convincermene: chi occupa la rampa per disabili, le strisce pedonali o parcheggia come se fosse l’unica persona sulla strada, è nemico della specie più che della civiltà.
Finalmente ho trovato una categoria da eliminare.

Un’altra macchina occupa il posto e il mio tram non arriva.

In un solo colpo, il macchinone, occupa marciapiede, rampa, strisce e strada.
Esce dall’auto un signore over sessanta con un sorriso da marpione e l’aria di chi ostenta l’auto nuova per nascondere la sua insicurezza sessuale.
Va al tabacchino, probabilmente a comprare un pacchetto di sigarette, causa dell’impotenza, e un gratta e vinci: hai visto mai?

Stai ancora aspettando il tram? Allora torna alla fermata precedente!

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di Davide Paciello
Illustrazione di Francesca Bosco

Il tram è in ritardo.
Mi chiedo che ripercussioni avrà sulla mia giornata, mi porterà fortuna o sfortuna?

“Fortuna” è come chiamiamo il punto d’incontro tra eventi favorevoli e la nostra capacità di coglierli.
Una persona ottimista e propositiva sarà più predisposta a matchare due eventi positivi, mentre il mio sistema cognitivo si fa passare sotto il naso il bello della vita per cogliere solo l’orrore.
Quindi, anche questa giornata, andrà sicuramente di merda.

Il ritardo del tram supera i dieci minuti e non so che fare.

Nella vita sono sempre stato abilissimo a non sfruttare le occasioni e quando proprio mi arrivavano addosso allora mi impegno a sabotarle.
Il mio cervello pensa alle diverse variabili e razionalizza la peggiore tra quelle probabili.
È una forma di difesa.

Certo, se pensassi alle infinite variabili diventerei folle come il protagonista di un racconto di Lovecraf, anche se in effetti sarebbe interessante vedere Cthulhu sorgere per bloccare il traffico e far apparire il tram, almeno potrei dare la colpa a qualcosa di diverso dall’amministrazione. Un bel capro espiatorio sopraggiunto dai silenzi siderali dell’universo per spiegare il ritardo di un mezzo pubblico.
Poi darei comunque la colpa all’amministrazione, ipotizzando una giunta dedita al culto dei Grandi Antichi.

Del resto, anche davanti all’assurdo, è importante trovare un colpevole responsabile degli eventi.
I complottisti, davanti a una pandemia, pur di non accettare che l’essere umano è piccolo, impotente e indifeso davanti agli scherzi aleatori della natura, hanno iniziato ad accusare malevoli poteri occulti.
Il complotto implica ordine e coerenza.
Meglio i “poteri forti” che muovono le file degli eventi piuttosto che affrontare l’idea di essere nudi nella tempesta.

Mia madre crede nella Provvidenza. Alcuni nel Destino, altri negli Oroscopi.
Ogni cosa che accade deve essere correlata ad un’altra, altrimenti è il caos.
Magari siamo solo troppo miopi o “asserviti al sistema”, per cogliere gli indizi. In questo momento la mia mente potrebbe cogliere bellezza, amore e armonia ovunque, ma nota solo quel signore sul marciapiede di fronte che non ha intenzione di raccogliere la merda del suo cane.

Alzo gli occhi al cielo come se cercassi un modo per far arrivare il mezzo.

La vita è piena di insulsi gesti che pensiamo correlati in modo misterioso, ma aprire una busta di patatine non farà comparire il tram, un gatto nero non porterà sfiga e il segno della croce non farà vincere le partite.
Di certo i flash mob per la pace non stanno funzionando e le firme su change.org per chiudere change.org non hanno chiuso change.org.
Eppure tutto vale quando si tratta di cercare un nesso logico per arginare il caos: se la mente lo trova è un bene, altrimenti si bara.

Il tram non arriva e non c’è niente che io possa farci.

Per passare il tempo apro un giornale di città: c’è l’oroscopo.
Magari lo posso usare per dare la colpa alle stelle oppure ci posso leggere cose positive e magari influenzare la mia mente a ricercarle nel mondo.

Magari la giornata migliorerà e questo ritardo avrà un importante significato nel movimento dell’universo…ma alla fine non importa cosa ci sia scritto davvero, io leggo sempre e solo: oggi sarà un’altra giornata di merda, stacce!