Voglio ritrovare la mia strada

di Michele Simonetta

Illustrazione di Adriana Brancaccio

«Se volete, posso darvi un passaggio, ma solo fino a un certo punto» dice mio padre a noi fratelli, mentre ci prepariamo a uscire di casa per andare al lavoro.

«Va bene» rispondiamo, ed entriamo in auto.

Arriviamo al punto stabilito, dove nostro padre ci lascia. «Ecco, da qui ognuno prenderà la propria strada» dice. In effetti, il passaggio ci ha fatto risparmiare parecchio tempo: ci ha evitato diverse corse con i mezzi pubblici fino a questo snodo, da dove anche lui proseguirà il suo viaggio. Ringraziamo e ognuno si avvia per conto suo.

So che lì vicino c’è una stazione della metropolitana che mi porterà a pochi passi dall’ufficio. Prendo il treno e, arrivato alla mia fermata, mi dirigo verso l’uscita. Salendo le scale, a metà della rampa, sul pianerottolo intermedio noto un ragazzo in evidente difficoltà: si tiene al corrimano, piegato in avanti, come per riprendere fiato.

«Posso darti una mano?» chiedo.

Lui annuisce. Lo invito ad appoggiarsi a me e lo aiuto a salire l’ultima rampa. Una volta fuori dalla stazione, mi ringrazia. Dice che abita proprio lì vicino e che ora, sentendosi meglio, può proseguire da solo. Poi mi chiede se anch’io abiti da quelle parti.

«No, abito fuori Milano e sto andando al lavoro» rispondo.

Lui indica la targa toponomastica in marmo bianco affissa all’angolo del palazzo di fronte, e aggiunge: «Io invece abito proprio in questa via, al civico 15.»

Guardo la targa e noto qualcosa di strano: non c’è inciso alcun nome. Ci sono solo le parole “VIA” e, sotto, “Dal civ.” con uno spazio vuoto, e poi “Al civ.”, come nei moduli prestampati. Nessun nome, nessun numero. Capisco subito che qualcosa non quadra. Per avere conferma dei miei sospetti, chiedo al ragazzo:

«Ma che via c’è scritta lì?»

Lui, con assoluta convinzione, mi dice un nome che ora non ricordo. A quel punto, replico con calma:

«Guarda che non c’è scritta nessuna via, su quella targa.»

Lui rimane in silenzio.

Ottenuta la conferma che cercavo, gli svelo ciò che ho capito:

«In realtà, io non sono reale qui, perché questo è un sogno. Il mio sogno. Esisto solo nella realtà, non qui. E forse anche tu non sei reale. Magari esisti nella realtà, o forse no, ma in questo momento, in questo sogno, nessuno dei due è reale.»

Il ragazzo, che fino a quel momento teneva il capo chino, alza un poco la testa e mi guarda con un’espressione di profonda malinconia. Poi, con voce bassa e rassegnata, ammette:

«Hai ragione.»

Nonostante la piena consapevolezza di sognare, decido comunque di proseguire verso il mio “posto di lavoro”. Ben presto, però, mi accorgo di essermi perso. Chiedo indicazioni ad alcune persone sedute ai tavolini di un bar; cerco un certo viale principale, consapevole che la via del mio ufficio è una sua traversa. Purtroppo, nessuno conosce quel viale.

Continuo a camminare e mi ritrovo in un vasto cortile, circondato da caseggiati ben tenuti. Noto un gruppo di persone che ha allestito un piccolo palco improvvisato. Mi spiegano di aver organizzato un evento per intrattenere gli abitanti del quartiere: chiunque voglia può salire sul palco e raccontare una storia, un’esperienza, un pensiero. Hanno montato una semplice amplificazione con microfono e c’è anche un ragazzo con una chitarra. È un modo per coinvolgere sia chi scende in cortile, sia chi preferisce assistere dalle finestre o dai balconi.

Potrei dire qualcosa anch’io? penso.

L’evento è in pausa per l’ora di cena, ma è ancora giorno. Mi avvicino alla ragazza che sembra l’organizzatrice e le chiedo se, alla ripresa, posso intervenire.

«Posso raccontare di un sogno? Cioè, una verità… su questo sogno…»

Lei mi guarda con un misto di curiosità, incertezza e smarrimento, del tutto incapace di cogliere il mio intento. «Ma… cosa intendi per verità su questo sogno?» mi domanda.

«Poi capirai» rispondo. Le chiedo se, prima del mio intervento, può presentarmi avvertendo il pubblico che potrei sembrare matto per quello che sto per dire, e di assicurarli che non sono pazzo, né ubriaco, né drogato. Lei accetta, incuriosita.

Proprio in quel momento, però, l’atmosfera nel cortile diventa ancora più piacevole e magica. Ha appena smesso di piovigginare; la pioggia ha fatto ritirare le poche persone rimaste all’aperto, ma ha lasciato un’aria fresca e pulita. Ora ci sono riflessi suggestivi sulle foglie delle piante e sul selciato umido, il tutto immerso nella luce soffusa del crepuscolo. Qualcuno è ancora affacciato ai balconi, ma la maggior parte delle persone è rientrata a cenare. Dall’interno delle case provengono i suoni della vita quotidiana: voci allegre, risate, il tintinnio delle posate sui piatti, il brusio ovattato dei televisori. Si respira un’aria di convivialità, serenità, tranquillità. Quasi di felicità.

Di fronte a questa scena così bella, a questa armonia incantata, mi chiedo: ha senso rovinare tutto? Perché dovrei salire su quel palco e fare il guastafeste per svelare la verità che ho appena scoperto? Una verità che suonerebbe così: In realtà voi tutti siete parte del mio sogno. Quindi non siete reali, non esistete qui. Forse esistete da qualche parte nella realtà, ma non qui, non ora.

Decido di non farlo. Non voglio spezzare quell’incantesimo.

Resto in silenzio e, piano piano, mi allontano. Voglio ritrovare la mia strada.

Piaciuto? Nelle altre fermate ti aspettano altri racconti.