di Luigia Brandimarte
Illustrazione di Redazione
Le sveglie salveranno il mondo.
O almeno salvano me.
Kate dice che sono una time optimist.
In ritardo alla mia laurea, in ritardo al funerale di mio padre, una volta in ritardo pure per pisciare, me la sono fatta addosso, mentre correvo verso il bagno della stazione (sì, ho perso anche il treno). Ho il cellulare pieno di sveglie e rispettivi titoli. Stavolta, per essere sicura, ne ho messe più di una:
14,39 mancano 36 minuti
14,48 mancano 27 minuti
15,06 mancano 9 minuti
15,09 passa in bagno
15,15 colloquio
(Non piace l’ora esatta, si capisce?)
Atterrata a Schiphol, salgo sul treno per Amsterdam centrale: teste basse su uno schermo.
Si sono mosse, tutte, solo quando dal mio cellulare Pavarotti ha intonato Miserere: mia mamma a cui mi sono dimenticata di “fare lo squillo” appena atterrata. Infastidite, le teste puntano alla sagoma col dito sulle labbra appiccicata su tutti i finestrini.
Esiste il vagone del silenzio in Olanda, e lo rispettano.
Scendo dal treno della quiete, e mi butto nel caos di Amsterdam alla ricerca del mio hotel.
Dieci minuti in cui ho rischiato la vita almeno dodici volte: la città è infestata dalle biciclette.
Non c’è niente di romantico, nessuna bicicletta della nonna col cestino, o le amene olandesine.
Sono degli assassini su due ruote, odiano i pedoni, li investirebbero senza rimorsi, se ciò non comportasse una diminuzione della velocità: un affronto. E ti urlano pure dietro.
Della roba incomprensibile, sembra stiano ruttando.
Fatto il check in, vado in camera per farmi una doccia, poi mi faccio spiegare alla reception come arrivare all’appuntamento: dieci minuti in tram, trenta minuti a piedi (per carità!). La receptionist suggerisce di passare dal mercato dei fiori, dice che non posso perdere i famosi tulipani olandesi. Mi faccio tentare, ma ecco che suona la prima sveglia: focus, time optimist!
Magari dopo, e tanto non saranno diversi dai tulipani olandesi che vendono alla Coop dietro casa.
Arrivo alla fermata, mancano 33 minuti e il tram arriva tra 5 minuti, perfetto.
L’unico altro passeggero in attesa è una signora con un cappello di paglia arricchito di fiori gialli, un vestito intero giallo, zoccoli gialli. Penso che sia un segno del destino, la mia presentazione sarà su “il giallo nella pittura di Gaugin”. La guardo e le sorrido, intanto ripeto a mente le prime slides della mia power point.
Poi, cade a terra.
Boom.
La donna in giallo si accascia, sbattendo la testa contro il palo della luce.
Il suo vestito giallo si macchia di rosso, del sangue esce dalla tempia destra e io sto per svenire. Non posso vedere il sangue, mi scende la pressione a zero. La tipa apre gli occhi, e io respiro.
Mi dice qualcosa in olandese, le dico che non capisco, e lei ripete a voce alta ambulance.
Controllo l’orologio, 14,44.
Controllo il tram, binari liberi.
Chiamo e resto in linea. L’operatore mi chiede una serie di informazioni, per fare prima, do alla signora in giallo il telefono. Lei si tocca la tempia e la pancia mentre parla. Arriva il tram.
In orario, ovviamente. Glielo indico, e faccio cenno alla signora di restituirmi il cellulare. Ma lei volta le spalle e mi fa cenno di aspettare. A mia volta faccio cenno all’autista di aspettare, ma quello senza pietà chiude la porta e se ne va. Suona la seconda sveglia, mancano 27 minuti. E il prossimo tram passa tra 13 minuti, bene! Adesso devo correre, senza sapere la strada, maledetta donna in giallo che ti accasci.
Mi restituisce il cellulare, bedankt.
Prendo lo zaino e inizio a correre con Google Maps in mano lungo i binari.
Quando suonerà la terza sveglia, dovrò già essere alla Oude Kerk o non ce la farò.
Ed è pieno di pedoni adesso. Mi butto sulla ciclabile, che urlassero pure.
Vedo il palazzo dell’università, suona la terza sveglia, accelero, boccheggio. Un ciclista mi spinge fuori dalla ciclabile e mi rutta qualcosa. Semaforo rosso, devo solo attraversare e ci sono. Entrata B, diceva l’email.
Semaforo ancora rosso, dove sarà l’entrata B? Suona la sveglia “passa in bagno”, mancano 5 minuti! Attraverso col rosso, non più rischioso della ciclabile. Chiedo a un netturbino l’ingresso B e quello mi dice che è sul retro, devo fare il giro.
Addio pipì, addio, lavata di ascelle, ma ce l’ho fatta!
«Hi, I am here to meet Prof. Van der Zaag».
(vorrei aggiungere: on time)
«Your name, please».
«Marta Zamboni».
«Samboi?»
«No, Zamboni, Z-A-M-B-O-N-I-».
«Well, you came a little early…your interview is tomorrow at 15,15».