di Antonia Carpinelli
Illustrazione di Paola Donnici
Prenderò la corriera.
Un viaggio con la furgon mi costerà 50 lek e sette ore di strada poco scorrevole, con la bambina in braccio e una piccola borsa per non appesantire questo spostamento che si rivela già duro.
Il viaggio è, e può essere gradevole, quando il motivo dello spostamento è spontaneo, voluto; quando sai che alla fine ti aspetta una spiaggia, una faccia amica, dei sorrisi.
Non è il mio caso. Io sto partendo.
Ho legato i miei lunghi capelli da gitana; sto partendo per portare conforto, per accarezzare un dolore, per toccare con mano la malattia che sta logorando mia madre. Non è un viaggio che promette sogni dolci, ma è pur sempre un cammino ricco di speranza, gravido di malinconica angoscia: un viaggio che promette sollievo al volto e all’anima di chi ci attende.
Sono preoccupata.
Non per mia figlia Anila, che come tutti i bambini accoglie il viaggio con sorpresa e senza lamenti, ma sono intimorita.
Il mio cuore lo sa bene: il paese che ospita mia madre, la Grecia che mi accingo a raggiungere, non mi ama.
Mi guardo allo specchio: in fondo a questi occhi, con i capelli raccolti, scorgo le tracce di una zingara, di una “maledetta razza inferiore”.
Io mi chiamo Eleni.
Sono nata a Skopje, sono una brava ragazza, amante dei bambini e della cucina.
Sono brava a preparare il burek; ogni mattina mi alzo alle sei per preparare la colazione a mio marito.
Mio marito si chiama Besmir, un uomo mite e dolce come un lokum.
Sono sull’autobus con mia figlia Anila.
Stiamo andando a Giannina per baciare le mani di mia madre, la nonna dolce che si svegliava sempre alle cinque di mattina per accendere il fuoco, riscaldare la stanza e svegliarci con l’allegro cinguettio della sua voce. Sto andando. Il bus corre, il paesaggio offre pannocchie e poi ulivi: sono i miei ulivi.
Ho paura.
Oltre a questa faccia e a questa lingua che mi ritrovo, c’è anche il virus sulla mia strada; il virus pronto a schivare i turisti italiani, tedeschi, inglesi, irlandesi, ma feroce con chi, come me, viene dalla “parte sbagliata”.
Incrocio le dita, mia figlia sorride: manca poco al confine.
Mi sveglio.
Il bus si ferma al posto di blocco di Kakavia. Scendo, mia figlia deve fare la pipì. Guardo la polizia di confine e chiedo dove sia il bagno. Non c’è bagno; mi indicano un cespuglio. Torno dopo la pipì e il poliziotto mi guarda con occhi sospettosi. La mia paura si riaffaccia con più forza. Tasto la borsa, poi la apro per controllare i documenti: ho tutto, compreso il tampone. Negativa.
Il poliziotto prende i miei documenti con due dita, come se potessero bruciare.
Guarda me, poi guarda la bambina, poi di nuovo quel foglio che dichiara la mia “purezza” dal virus.
Il silenzio è un muro di pietra fredda, alto quanto le montagne che separano questi due mondi.
Sento il peso del mio sangue, il peso di secoli di sguardi storti.
Poi, Anila fa una cosa inaspettata. Allunga la mano e porge al poliziotto una piccola caramella gommosa, appiccicosa di viaggio e di sonno. «Per te», bisbiglia nella nostra lingua, ma con il sorriso universale di chi non conosce ancora i confini.
L’uomo resta immobile per un istante che pare eterno.
Poi, con un cenno secco del capo, mi restituisce il passaporto.
Non sorride, ma il muro si è incrinato.
Risalgo i gradini dell’autobus col cuore che batte come un tamburo di festa e di guerra.
Mentre il motore riparte verso le strade della Grecia, guardo fuori dal finestrino.
Gli ulivi sono gli stessi da entrambe le parti. Il sole che scende è lo stesso. Stringo Anila a me e chiudo gli occhi: oltre il confine, oltre la paura, c’è l’odore del fuoco di mia madre che mi aspetta.
Sono solo una figlia che torna a casa e per questo, non esiste, una parte sbagliata del mondo.