11/03/2004

di Sara Giordano

Illustrazione di Dario Licata

Il posto vicino al finestrino era il suo preferito.
Oscar tutte le mattine affrontava una piccola lotta contro gli altri pendolari per conquistarselo.
Dieci minuti prima dell’arrivo del treno, lui era già in stazione.
Sulla banchina si metteva in posizione: le punte dei piedi sopra la linea gialla, lo sguardo puntato verso la direzione da cui arrivava il treno. E dondolava impaziente.

Quando vedeva dall’orizzonte spuntare la prima carrozza si guardava intorno, scrutando i suoi avversari. Poi provava a calcolare la velocità del veicolo, per capire con quanta probabilità una delle porte del treno sarebbe stata davanti a lui. C’erano mattine in cui era molto fortunato e non gli occorreva spostarsi neanche di un centimetro. Altre in cui la porta doveva rincorrerla. Come era successo quella mattina.

Aveva dovuto spintonare un po’. Per sbaglio aveva pestato il piede di una signora, era vecchia.
Gli era dispiaciuto, ma non aveva tempo per chiedere scusa. Il suo posto lo chiamava.
Nel corridoio stretto del treno superò un ragazzo. Era arabo forse.
Anche lui aveva una valigetta. La teneva stretta al petto, con entrambe le mani. Stonava con il resto dell’abbigliamento, pensò.
Un jeans.
Una maglietta.
Una felpa rossa, un po’ rovinata.
Il ragazzo si guardava intorno, come se cercasse qualcuno.

Era diretto verso il suo posto, ne era sicuro.
Lo superò e ne fu felice. Oscar riuscì a ottenere il suo sedile. La signora a cui aveva pestato il piede era salita per ultima sul treno. Non aveva trovato posto. Era in piedi.
L’arabo, che aveva trovato posto qualche fila davanti a Oscar, gli cedette il suo.
Era stato gentile, pensò Oscar sorridendo.
Poi appoggiò la testa al vetro.

Non pioveva. Non era una giornata che prometteva pioggia. Il sole non era ancora uscito del tutto, era troppo presto. Ma lo avrebbe fatto, era questione di minuti: l’aveva sentito al meteo, la sera prima. Fissava il cielo dal finestrino. Non avrebbe piovuto, ne era certo. Ma pensando al resto della giornata lui si immaginava la pioggia. Scendeva dal treno, tra dieci minuti, circa, e apriva l’ombrello. Percorreva la strada verso l’ufficio. Con le sue scarpe stringate di pelle finiva in una pozzanghera. Bestemmiava. I piedi erano umidi, le calze bagnate. L’orlo dei pantaloni sartoriali fracido. Era infastidito. Camminava un po’ scuotendo i piedi, cercando di far uscire l’acqua dalle scarpe. Non ci riusciva. Le gocce di pioggia dell’ombrello cadevano sulla ventiquattrore di cuoio regalata da Cristina, la moglie, vent’anni prima, per la sua laurea. Poi, una volta davanti allo studio legale, chiudeva l’ombrello. Lo scrollava e lo lasciava nel portaombrelli. Entrava. Salutava di fretta Paula, la segretaria:
«Buongiorno Paula».
«Buongiorno Oscar».

Si dirigeva davanti all’ufficio di Ignazio: il grande capo.
Tirava fuori dalla valigetta un plico di fogli.
Bussava. Non aspettava nessuna risposta. Entrava.

«Io mollo».
Lasciava le dimissioni sulla scrivania.
Chiudeva la porta senza guardarsi indietro. Salutava di fretta Paula:
«Arrivederci Paula».
«Arrivederci Oscar».

Usciva dall’edificio. Prendeva l’ombrello. Poi il cellulare. Cercava il contatto di Ines: «Amore, l’ho fatto. Parlo con Cristina. Poi è finita. Sono tuo. Ce ne andiamo amore».

La vecchietta stranutì.
Il giovane ragazzo arabo le disse “salute”. Poi sorrise, guardandosi in giro.
Scrutò tutti i passeggeri per un’ultima volta e annuì.

Oscar tornò a guardare fuori dal finestrino.
Il ragazzo urlò qualche parola nella sua lingua e, improvvisamente, l’aria divenne fuoco e vetro, il pavimento si sollevò. Tutto diventò bianco e assordante.
L’ultima cosa che Oscar vide fu il cielo limpido.

La testa sbatté contro il sedile davanti. Poi contro il finestrino.
Fu solo buio.
Fuori non pioveva.
E non l’avrebbe fatto.