di Lucia Tradii
Illustrazione di Elonora Loiodice
L’immenso orologio della stazione ti avverte che è pomeriggio inoltrato.
Superi alcune persone sdraiate su delle panchine, con bottiglie e sacchetti abbandonati ai loro piedi.
Ti infili in mezzo a una colonna di taxi ferma ed entri in stazione. Continui a camminare mentre controlli sul monitor. Quando trovi il tuo treno affretti il passo, potresti correre ma ti vergogni.
Lo vedi il treno, è fermo, ma ancora lontano.
Fai slalom tra la gente: lo zaino ti batte contro la schiena, senti il rumore delle tue scarpe che colpiscono il pavimento in modo disarticolato. Pensi che è una fortuna che non ti puoi osservare dall’esterno.
Arrivi davanti a una delle porte del treno, schiacci il pulsante rotondo che si illumina per alcuni secondi di rosso prima che le porte finalmente si aprano. Entri e riprendi fiato, ma cerchi di non fare troppi sospiri rumorosi, non vuoi che le persone attorno a te capiscano che hai il fiatone. I posti nei primi vagoni sono tutti presi, tu attraversi un vagone dopo l’altro in cerca, non vuoi arrenderti a un posto laterale.
Verso il fondo trovi uno scompartimento da quattro posti libero. Che presa!
Ti siedi vicino al finestrino, allunghi un po’ le gambe e appoggi la testa.
Anche quell’ultimo vagone si riempie in fretta e alcune persone si siedono nel tuo scompartimento.
Un po’ ci resti male perché tu non ci avresti provato, invece per loro sembra così facile.
Il treno lascia la stazione lentamente, poi prende sempre più velocità e corre veloce sui binari.
Tu guardi fuori dal finestrino, anche se non si vede niente, ogni tanto ti si incrociano gli occhi mentre guardi contemporaneamente l’oscurità che c’è fuori e il tuo riflesso illuminato dalle luci al neon.
Il treno a ogni fermata si svuota piano piano. Dai un’ultima occhiata alle tre persone che hanno fatto il viaggio insieme a te e che ora scendono e non le rivedrai mai più. Rimasta sola distendi le gambe, fai un bel respiro, appoggi la testa e chiudi gli occhi. Volti lentamente la testa verso il finestrino. Apri gli occhi e il tuo riflesso è sempre lì che ti guarda.
Altri occhi però sono lì a fissarti da prima che te ne accorgessi.
C’è un uomo seduto nello scompartimento accanto al tuo, solo, che ti fissa. Fai finta di niente e volti piano la testa per guardati intorno: il vagone è vuoto.
Deglutisci.
Torni a guardare il riflesso tuo e quello dell’uomo. Lo studi per avere almeno la sensazione di avere il controllo di qualcosa. È vestito normalmente, una camicia a righe, scarpe e pantaloni eleganti.
Lo immagini fino a poche ore fa mentre digitava sui tasti di un computer anonimo in un ufficio anonimo della città e il tempo e lo spazio lo hanno portato qui, a condividere il vagone proprio con te. L’uomo ha un principio di calvizie che cerca di nascondere pettinandosi i capelli di lato. Dalla camicia si intravede una pancia che ha l’aria di farsi più prominente col passare dell’età.
Ha gli occhi scuri.
Glieli vedi bene quegli occhi mentre li tiene fissi su di te.
Il treno si ferma, le porte del vostro vagone restano ferme, nessuno scende, nessuno sale.
La prossima fermata è la tua. Che fai? Scendi o non scendi? È meglio scendere o aspettare il capolinea? Il capolinea non è così lontano, ma come farai poi ad arrivare a casa? Non ci sono autobus. Se scendi darai un’indicazione su dove vivi all’uomo. Il treno continua la sua corsa inesorabile.
Pensi di alzarti e cambiare vagone. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Pensi di alzarti e sparire dentro il bagno. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Ti volti ancora: qui non c’è nessuno, ma è impossibile che il treno sia vuoto. Ma chi ti aiuterà? Mentre continui a pensare sei rimasta incollata al tuo posto, hai lasciato l’uomo libero di scrutare ogni curva del tuo corpo. Il treno entra nella galleria: la tua fermata è vicina. Non puoi fare altro.
Ti alzi. Afferri lo zaino e te lo metti sulla schiena. Tieni gli occhi chiusi, li stringi così forti da vedere delle macchie bianche. Inizi a camminare, un passo segue l’altro. Ti giri e ti ritrovi a fronteggiare l’uomo.
Non vorresti ma non riesci a evitarlo: lo guardi. I vostri sguardi si incontrano. Lui non distoglie lo sguardo. Ha l’aria tranquilla e neutra, ma non distoglie lo sguardo. Senti il cuore che ti martella impazzito nel petto. Continui a camminare. “Vai avanti, non ti voltare” dici a te stessa per farti forza. Ti fermi davanti alla porta più lontana dall’uomo. Avresti potuto continuare a camminare, ma hai troppa paura, hai paura che le gambe non ti reggano, hai paura di non riuscire a correre abbastanza veloce. Il treno esce dalla galleria, la piccola stazione di provincia ti si para davanti, per la prima volta da quando ti ricordi sei felice di essere qui. Non ti volti, anche se la tentazione è troppo forte. Ma non ti serve che ti sforzi, li senti bene quegli occhi puntati alla schiena.
Il treno rallenta.
Per un attimo hai paura che non si fermi, che resterai bloccata qui per sempre.
Più il treno rallenta e più il tuo cuore batte all’impazzata. Il treno si ferma.
Con una mano tremante schiacci il pulsante, ti tocca aspettare ancora qualche secondo prima che le porte si aprano e tu possa saltare oltre il gradino. Sei fuori, respiri l’aria fredda. Altre persone scendono e si affrettano a raggiungere la strada. È bello sentire il rumore che fa la gente che vive. Le porte dietro di te emettono un bip lungo e acuto, le senti chiudersi come una morsa. Alla stazione è tornata la calma, ormai sei rimasta soltanto tu. Senti il treno che si sta preparando per riprendere la marcia. Non sai perché, è come se qualcosa ti chiamasse, ti avvertisse, e ti volti.
Il viso dell’uomo è a pochi centimetri da te, separato soltanto dal vetro sporco e ingiallito delle porte. Cadi a terra senza emettere alcun suono.
Il treno riparte, porta via con sé il viso dell’uomo, inghiottiti entrambi dalla notte.