Obsession in blue

di Michele Canalini
Illustrazione di Redazione

Giulio era uscito alle sei e già il sole tardava a sorgere.
Un odore acre di sagre estive riempiva l’aria ma quella non era una mattina come le altre.
La sera prima, invece di godersi la festa, c’era stata una discussione con Michela.

Giulio si sedette vicino al binario, assieme ad altri pendolari.

Salì sulla prima carrozza e trovò da sedersi davanti a un ragazzo, con la testa calva e la fronte appoggiata sul vetro.
Il ragazzo stava dormendo.

Un tacito accordo tra i passeggeri insonnoliti aveva decretato un silenzio surreale nella carrozza. Il ritorno al lavoro dopo le ferie non invitava alla convivialità.

Giulio si guardò attorno, poi esaminò meglio il ragazzo.

S’era fatto crescere la barba, forse per compensare la calvizie.
Sembrava un volto rovesciato.
La barba era screziata ma tendente al blu, Giulio non capiva se fosse naturale o colorata.

Il ragazzo aveva i pantaloni corti, nonostante il primo fresco di anticipo autunnale. Su un polpaccio era tatuata la testa di un leone in mezzo alle felci.

Solo in quel momento, Giulio si accorse di una cosa.
Il ragazzo aveva aperto gli occhi e lo stava fissando, attraverso il finestrino.

Giulio volse allora lo sguardo da un’altra parte.
Quel ragazzo magari s’era accorto di essere a sua volta osservato e Giulio non voleva apparire indiscreto.

Ripensò invece alle argomentazioni di Michela della sera prima. Se aveva ragione a rinfacciargli la pigrizia, Giulio aveva potuto controbattere con l’eccessiva solerzia della donna nel voler pulire tutto a ogni costo. Ogni santo giorno, ogni superficie e ogni briciola caduta a terra….

… che esagerazione!

Fu proprio in quel momento che comparve il controllore. Un uomo alto, ben rasato e vestito con una camicia smanicata, come quella degli autisti degli autobus. Una leggera scia di profumo maschile ne aveva anticipato la comparsa.

«Biglietto…», disse l’uomo al ragazzo barbuto che, senza aprire gli occhi, gli porse lo smartphone.

«Biglietto…», fu la volta di Giulio che tirò fuori dalla tasca dei jeans il suo tagliandino.

«Grazie, signori, buon proseguimento…», si accomiatò l’uomo quando Giulio si accorse di una seconda cosa.
Aveva di nuovo ruotato la testa verso il ragazzo barbuto.

Quella cosa lo sconvolse.

Il ragazzo aveva serrato gli occhi per rimettersi a dormire. Ma gli occhi del viso riflesso nel vetro, invece, erano aperti e soprattutto lo stavano fissando. 

Com’era possibile??

Giulio sentì un brivido gelido lungo la schiena mentre dal finestrino scorrevano immagini di case solitarie e blocchi di pietra negli spiazzi di alcuni stabilimenti.

Giulio si guardò il palmo delle mani, quasi per appurare di non sognare. Poi cercò l’attenzione di qualche altro passeggero ma erano tutti chini sugli schermi, illuminati nei volti dai riverberi.

Si convinse allora che era stato soltanto un abbaglio.

Era mattina e i sensi erano ancora intorpiditi.

Lo stridio delle rotaie sui binari annunciò la prossima fermata.

Giulio decise di intendere quel rumore improvviso come un ritorno alla normalità, convincendosi di aver visto male sinora.

Si rassicurò.
Il ragazzo tatuato dormiva ma Giulio non si era più voltato in sua direzione. Nondimeno, restava convinto della tesi dell’abbaglio.

Il sibilo della chiusura dello sportello sancì la ripresa del viaggio.

Giulio si riguardò le mani e non sentì più il sudore scorrergli lungo le vertebre.

Una ragazza con gli auricolari passò nel corridoio.
Alle caviglie scoperte aveva due braccialetti di gomma.

Tra poco, sarà il mio turno di discesa…, si rassicurò Giulio.

Il volto di Michela gli riapparve nel vetro del suo finestrino, come un santino a cui appellarsi.
Michela non aveva più le labbra imbronciate ma sorrideva nella sua immaginazione.

Eppure, con la coda dell’occhio, Giulio non poté fare a meno di osservare ancora una volta l’altro finestrino.

Quello del ragazzo barbuto.

A sorpresa, Giulio provò una seconda ondata di terrore.

Perché lì, in quell’altro finestrino, sempre sullo sfondo delle campagne attraversate dal treno, quegli occhi erano di nuovo spalancati.

Gli occhi del barbuto lo fissavano, inchiodati a lui senza abbassare mai le palpebre.

Oh, mio Dio, dov’è il controllore?, indagò Giulio alzando il collo attorno a sé.

Questa volta la scia di sudore gli attraversò le scapole e una goccia strisciò sotto l’ascella destra per cavalcare poi in modo surrettizio tutto l’avambraccio.

Fu allora che Giulio cercò gli occhi, quelli veri e reali, del giovane dal volto rovesciato.
E gli occhi di quel ragazzo restavano chiusi, immersi nel sonno come li aveva trovati alla sua salita.

Giulio si sentì sopraffatto dal panico.

Quella maledetta carrozza… che cosa stava succedendo?

Infine Giulio, vincendo un’angoscia oramai incontrollabile, tornò a guardare quegli occhi sul finestrino… e quegli occhi erano ancora maledettamente aperti e imbullonati con lo sguardo su di lui…

Che diavolo voleva quel tipo…?

Che cazzo voleva da lui??

Il cervello di Giulio iniziò a piroettare come una scheggia impazzita.

Ce l’aveva con lui?

Giulio incominciò a tremare mentre quegli occhi del finestrino non si staccavano da lui. Senza ritegno né pudore.

Un pazzo??

Il treno rallentò fino a fermarsi a una stazione sconosciuta.

Giulio voleva quasi piangere ma si trattenne.

Riprese allora a fissarsi i palmi e se li percepì zuppi di una patina di perline liquide.

Lui non aveva mai avuto le mani sudate…

Poi, d’un tratto, il ragazzo barbuto si destò di soprassalto e si precipitò fuori dal treno.

Giulio si mise a osservarlo sul marciapiede fino al momento in cui il convoglio riprese a viaggiare.

A quel punto Giulio ricominciò a respirare.

Adesso il suo corpo stava rifiatando.

Si accarezzò, quasi in forma scaramantica, il proprio cranio glabro.

Si osservò nel riflesso del vetro del proprio finestrino.

Fu lì che scrutò la sua bella barba bluastra.

E, in mezzo a quella peluria colorata, poté riconoscere il ghigno di prima che ora lo stava fissando con la stessa intensità ferina di prima.

Il suo volto era tornato e continuava a fissarlo.