La scadenza

di Manuela Fucci

Illustrazione di Eleonora Loiodice

Dopo un anno, finalmente, vado in palestra.
Ho continuato a rimandare a causa del lavoro, di Alessia, dopo che ci siamo lasciati, e per accudire i miei genitori anziani.

Due fermate di metropolitana mi separano dalla palestra.
A piedi ci metterei sette minuti, ma da quant’è che non prendo la metropolitana?
Il tabellone degli annunci segna dodici minuti.
Dodici minuti di inaspettato ozio, dodici minuti per passeggiare su questa banchina semivuota.

Più in là c’è una donna seduta.
Mi invento un nome per quella donna: Claudia.
È il gioco che faccio per scacciare la noia.
Claudia ha le scapole appoggiate al tabellone delle fermate; due buste del supermercato rosse vicino ai piedi e un pacchetto di crackers tra le mani. Claudia ha i capelli corti e neri. Con occhi catatonici sfila dei pezzetti dalla confezione e li mastica con rapidità. Ecco che si piega su una delle buste. Fruga con le mani, prima nell’una e poi nell’altra busta. Mi avvicino allungando il collo il più possibile. Claudia ha tirato fuori un vasetto di vetro con un tappo azzurro, e attorno al vetro c’è un’etichetta gialla.
Lo gira, quel vasetto, lo fa roteare, lo rovescia. Sulla bocca ha un’espressione beffarda.
A un tratto mi guarda, guarda il tonno, e lo posa nella busta.

Pochi secondi e lo ripesca.
Mi fissa ancora.
«Mi scusi!» Fingo di guardare i binari «Può aiutarmi, per cortesia?».
Mi giro: «Dica pure».
«Le riesce di trovare la data di scadenza?». Mi mostra il barattolo di tonno.
Mi avvicino, spalle larghe e petto in fuori, come se fossi il sommo esperto in materia di scombridi: «Posso?».
«Faccia pure».
Prendo il vasetto.
Giusto il tempo di ruotarlo, che mi ritrovo a ripetere gli stessi movimenti di Claudia.
«Non c’è», dice lei.
«Non è possibile: per legge ogni prodotto deve riportare la data di scadenza.»

Claudia ha quell’aria beffarda di prima: «Questo no».
Riparto dal tappo, guardo il fondo del vetro, rileggo le scritte sull’etichetta, scruto il vetro in trasparenza.
«Ha visto?» dice Claudia.
«Le dico che non è possibile» e mi siedo vicino a lei.
«Si vede che a questo non l’hanno messa».
«Mi faccia guardare un’altra volta».
«Non c’è», dice, e di nuovo sorride a quel modo.
«Guardi è impossibile. Non si può mettere in commercio un prodotto alimentare privo della data di scadenza».
«Non c’è».

Giro velocemente il tonno. Lo passo da una mano all’altra, con una mi gratto la fronte.
«Non importa, ci abbiamo provato. Quattro minuti e passa il treno». La vedo che afferra i manici delle buste.
«Ho tutto il tempo», dico.
A costo di prendere il treno successivo, devo trovare la data di scadenza di questo stupido tonno.
Pochi secondi dopo restituisco il tonno nelle mani di Claudia, e nell’istante in cui glielo passo mi accorgo di un particolare.

Intorno al coperchio c’è una scritta in nero, molto piccola e sbiadita.
Leggo a voce alta: «Trentuno marzo, duemilatrenta».
Claudia avvicina il vetro agli occhi. Li apre e li chiude: «Potevano scriverlo più grande, però».
Inspira ed espira:« D-u-e-m-i-l-a-t-r-e-n-t-a».
«Mi sembra una buona scadenza», dico.
A malapena nascondo la soddisfazione che provo.

Il treno della metropolitana ci avverte del suo passaggio con una potente folata e una sirena.
Quando mi giro nella direzione del vento, vedo la luce bianca dei fari.
Sento la voce che avverte di allontanarsi dalla striscia gialla.

Guardo Claudia.
Ha infilato il vasetto nella busta e adesso mi sorride, il sorriso beffardo.
Prima di alzarsi mi dice: «Io lo spiccio molto prima. Potrei morire nel frattempo».

Il treno si ferma.
Vedo gruppi di passeggeri che escono mentre Claudia si confonde nella folla.
Sparisce all’interno del vagone.
Il treno riparte.

Seduto come una statua di cera mi tocco la testa.
Quelle parole hanno iniziato a solidificarsi nella mia testa, da subito. Ci metto qualche minuto prima di alzarmi dalla panchina, prima di salire sulla scala mobile e prima di uscire dal sottopassaggio. Inizio a camminare verso casa. Cammino sul marciapiede, attraverso i giardinetti. Gli occhi che guardano davanti come se fossi un cavallo.
Incontro un ragazzo in completo verde, vuole vendermi un’aspirapolvere.
Una coppia di anziani mi dice: «Salutaci mamma e papà».

Entro nell’ascensore e premo il numero due.
I tasti dei piani sono cerchietti argentati che diventano rosso brillante, se premuti.
Quando apro la porta di casa, i miei sono seduti a tavola.
«Che è successo? La palestra era chiusa?» Mia madre prende il bicchiere d’acqua che ha davanti.
«Ho incontrato Claudia».
Mio padre, dall’altra parte della tavola, scambia sguardi interrogativi con mia madre.
Senza rispondere mi avvio nel corridoio.

«Esci, più tardi?» riconosco la voce preoccupata di mia madre.
Apro la porta della mia stanza.
È una cappa; sui vetri si riflette il sole delle tre, ci sono gli aloni dello sgrassatore che utilizza mia madre. Mi giro per chiudere la porta, la mia stanza è l’ultima, ma riesco a sentire le parole di mio padre: «Chissà com’è che si era deciso a uscire e a distrarsi».
E i sospiri di mia madre.

Vorrei davvero farlo.
Vorrei spicciarmi, ma è già tardi.

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