di Mattia Azzini
Illustrazione di Adriana Brancaccio
Pensare che sarei dovuto arrivare per cena, se non fosse stato per quelle quattro ore di traffico. Fermo a 2 km dall’uscita di Modena nord – il casello che mi avrebbe permesso di abbandonare l’A1 – con i suoi lavori in corso e l’ineludibile ritmo di guida da ottuagenario.
Un camion ebbe un ripensamento a pochi metri dall’uscita, dalla tanto bramata, Modena nord centrando la fiancata di una Kia Rio. Il conducente morì, schiacciato nelle lamiere.
L’incidente creò una catena di collisioni e tamponamenti, causando altri feriti, da cui riuscii a salvarmi per pochi metri.
Le immagini mi balenavano ancora per la testa, mentre mi tastavo le tasche per controllare dove fossero le chiavi. Dimenticate. Scavalcai il cancellino per raggiungere il garage. Mi si spezzò la chiave nella serratura anni fa, quando ancora vivevo con loro. Fortunatamente, i miei non si sono mai preoccupati troppo dei furti.
In garage era tutto nel consueto ordine: l’odore di fumo e di legno lavorato impregnati nelle pareti; i trucioli di ferro sparsi sul pavimento; le chiavi inglesi appese alla parete disposte in diagonale e il quadretto con il vetro crepato contenente Early Morning, Sainte-Maxime di Hockney. Mentre spingevo la maniglia, però, mi accorsi che c’era qualcosa di alterato nel piccolo regno di mio padre. Diedi un’occhiata fugace: il copri auto della Punto Cabrio era stato tolto. La carrozzeria gialla splendeva sotto la pallida luce della lampadina che pende dal soffitto, contro cui un moscone sbatteva con insistenza cieca. Rimasi a esaminarla qualche secondo, immaginando mio padre con le sue mani ruvide aggrappate al volante. Poi andai al piano di sopra.
Prima che potessi varcare la soglia di (quella che era) camera mia, sentii un tintinnio.
«L’hai vista scoperta?» La sagoma di papà nella penombra si stagliava contro le pareti chiare.
«L’hai portata a spasso?» chiesi.
Fece tintinnare con più vigore il mazzo di chiavi, mentre avanzava. «Lo facciamo ora.»
«Dopo quattro ore di auto? Gambizzami piuttosto.»
Si avvicinò abbastanza da rendere visibile il suo volto: era di un pallore strano. Aveva un’insolita barba incolta e indossava una maglietta della salute troppo attillata.
«Muoviti», sussurrò, scandendo la parola con lentezza. Scese le scale; senza fornire altre spiegazioni. Lo seguii.
«Dove andiamo capobranco?» chiesi.
«Sali in auto.»
«Esci vestito così?»
«Sali in auto.»
«Un’altra domanda: la mamma? Allerterà forze dell’ordine, vicinato, la parrocchia e quei pervertiti dei tuoi amici.»
Prima di salire in auto papà si fermò, la sua attenzione venne assorbita dalla riproduzione dell’opera di Hockney. Si portò un pugno davanti alla bocca, ruttò ed esalò un soffio dall’angolo della bocca. Poi, dopo aver esaminato per qualche istante la Punto S Cabrio, salì in auto. «Quante domande, quante preoccupazioni inutili», disse in tono annoiato.
Non mi restò che salire. Mentre guidava papà assunse un’espressione meno dura rispetto a poco prima. Osservava la città, con curiosità e meraviglia.
«Era così urgente questo tour notturno?»
«Perbacco, urgentissimo!»
«Siamo anche un po’ fuori stagione per abbassare il tettuccio.»
Lui non rispose, si limitò a canticchiare e a tamburellare sul volante.
Ad un certo punto sterzò bruscamente (con tanto di fischio dei pneumatici per annunciare il suo arrivo) e accostò accanto a un gruppo di ragazze fuori da un locale. Abbassò il finestrino con la mano sinistra e alzò il volume con la destra. «Signore, buonasera!» Loro ricambiarono il saluto, accompagnato da qualche commento sarcastico. Scese dall’auto, senza spegnerla. «Vi va di ballare con un malato terminale?»
«A me lei sembra più terminale di te», dice una delle ragazze, mentre indica un’amica con la testa appoggiata ad un lampione.
Si lancia in un balletto anacronistico. «Scherzi? Colangiocarcinoma in metastasi.» Prende una delle quattro e la fa roteare con una naturalezza tale che, per un attimo, mi fece dubitare che quell’uomo fosse mio padre. Io mi fossilizzai in auto, per il freddo e per la stanchezza, mentre loro sembravano spassarsela.
«Continuiamo il giro d’onore», disse mio padre mentre montava in macchina, «che martedì ho la rottamazione prenotata.»
«Ahhh! ora si spiega tutto.»
«Cosa, pulcino?»
«Pulcino? Cristo, capobranco quella parola è bandita dal vocabolario da almeno un trentennio.»
Abbozzò un sorriso stanco, quasi indecifrabile, come se avesse preso in prestito l’espressione di qualcun altro. Arrivammo in una via sconosciuta e semibuia. A metà accostò, a fianco a di un furgone bianco che vendeva panini. Davanti aveva un paio di panche traballanti. Mi diede una pacca sul petto. «Salutiamo un vecchio amico e facciamo merenda. Scendi.»
Un tipo tozzo, con aria incredula, si avvicinò a papà e gli diede un pizzicotto. «Sei più brutto del solito con questa barbetta.» Entrambi sghignazzarono; l’uomo si pulì le mani unte nel grembiule e poi abbracciò mio padre.
«È l’ultimo giro di Fulmine. Dacci qualcosa da mangiare che poi dobbiamo proseguire per il giro d’onore.»
Mi sedetti sulla panca. Papà e il tipo chiacchieravano, ridevano e abbassavano il tono di voce per confessarsi segreti irrivelabili. Dopo qualche minuto papà mi porse un panino avvolto nell’alluminio. «Non penserai che ci fermeremo?»
Batté le mani per incitarmi a muovermi. «Dai, non abbiamo tempo da perdere.»
«Però», dissi, lasciandomi scappare una risatina isterica, «mi devi dire come ti è uscita la balla.»
Lui non rispose. Salutò con un cenno austero l’amico di vecchio data, che ricambiò mostrando un pugno chiuso. Poi, si fermò ancora qualche istante a contemplare la carrozzeria della sua compagna d’avventure. Salimmo entrambi in macchina.
«Sul serio, mi sei piaciuto capobranco», dissi compiaciuto.
Mise in moto, con gesti solenni. Stavolta non accese la radio. Guidava, tenendo lo sguardo fisso sulla carreggiata, in silenzio, con il solo sottofondo del motore asmatico della Punto. «Non era una balla», disse papà, in tono inespressivo, accennando un sorriso malinconico, senza distogliere lo sguardo di fronte a sé.
Sarà la decima volta che ripercorro il ricordo di quella sera, che ha il suo epilogo con quel sorriso. Vorrei anche abbassare il tettuccio per il freddo, ma non ci riesco.