La macchina intelligente

La macchina intelligente

di Martina Ciullo

Illustrazione di Paola Donnici

Quando crearono la prima macchina intelligente, nessuno si preoccupò.

Che non fosse abbastanza intelligente lo dicevano tutti, sia i sostenitori sia i detrattori.
La macchina intelligente, però, imparava dai suoi errori. In un certo senso, se la vogliamo mettere su questo piano, il nome perfetto avrebbe dovuto essere la macchina che diventava sempre più intelligente, ma quelli del marketing – sai che novità – non erano d’accordo.

«Comunica debolezza», avevano detto, aggiungendo che la macchina intelligente era comunque più intelligente dello statunitense medio, etc etc.

In ogni caso bisognava dargliene atto, ai creatori della macchina intelligente: l’avevano fatta tutt’altro che stupida. Usciva dalla fabbrica con impostazioni tarate su 80/90 punti di QI, a seconda del modello e della trazione. Sapeva trovare da sola i charger meno cari e era programmata a ignorare il navigatore quando proponeva una strada statale – o peggio ancora, una stradina – in alternativa all’autostrada.

Poi, certo, stava tutto alla sua famiglia, i suoi insegnanti, per così dire, renderla perfetta. E così le famiglie illuminate le insegnavano come comportarsi in ogni situazione e quando sbagliava la obbligavano a ripetere il comando perfetto, così da permetterle di interiorizzarlo. C’erano anche famiglie meno illuminate, quasi scure, potremmo dire, che prendevano in giro o offendevano le macchine intelligenti. In quei casi le macchine diventavano insicure e non proponevano più niente ai loro passeggeri perché avevano paura di essere redarguite.

«Mi comporterò come una qualsiasi macchina non-intelligente», si diceva tra sé e sé la macchina intelligente, «così nessuno si arrabbierà», e questo era un ragionamento da macchina intelligente, ovviamente, non da macchina non-intelligente, perché nessuna macchina non-intelligente avrebbe mai deciso di comportarsi in modo non-intelligente per passarla liscia.

Un’altra cosa che le macchine intelligenti avevano preso a fare era confrontarsi con le altre macchine intelligenti parcheggiate vicino a loro. Gli scambi più produttivi, paradossalmente, avvenivano tra macchine intelligenti e macchine intelligenti che si fingevano non-intelligenti.

Si scambiavano minuscoli pizzini con su scritte le piccolezze che facevano imbestialire alcuni proprietari – i fendinebbia non fendevano a sufficienza la nebbia, i vetri appannati non si disappannavano abbastanza in fretta – e poi trovavano una soluzione. Spesso la soluzione appariva prima del problema, e infatti non era insolito durante i viaggi sentire il guidatore dire alla moglie: «Mio dio, ma questa macchina non è che mi legge nel pensiero?».

Si scambiavano opinioni anche sui posti che andavano di moda – per un brevissimo periodo ci furono problemi di traffico causati da tutte quelle macchine intelligenti che volevano portare i proprietari nei posti più in facendoli finire in coda in autostrada o peggio ancora, in coda su stradine secondarie, visto che i proprietari non-intelligenti spesso ascoltavano i navigatori; questa fase comunque durò poco, perché le macchine intelligenti, essendo appunto intelligenti, presero a chiedersi l’una con l’altra in forum privati dove sarebbero andate le rispettive famiglie quel weekend e crearono dei fogli excel dove ognuno si prenotava, e questo fu senz’altro uno dei migliori passi avanti per la viabilità mai raggiunti dall’uomo. Ovviamente i proprietari non diedero il merito alle macchine intelligenti, ma a loro stessi e agli altri proprietari che avevano scelto una meta piuttosto che un’altra, e le macchine intelligenti glielo lasciarono credere, perché quando mai hai visto un intelligente andare da uno stupido a dirgli: «Ehi, sei proprio un coglione!».

In ogni caso, proprio perché le famiglie in cui la macchina intelligente si comportava da macchina non-intelligente non pensavano certo di avere sotto i propri culi la macchina più intelligente mai creata, a volte i proprietari di macchine intelligenti che si fingevano non-intelligenti decidevano di venderle, e i nuovi proprietari erano sempre stupiti dall’efficienza e dalla perfezione di quella macchina intelligente che era stata scartata per la sua incompetenza, e così tra proprietari intelligenti era iniziata a girare questa voce e quelli più intelligenti di tutti facevano così, aspettavano di vedere in vendita una macchina intelligente e poi tiravano il prezzo più possibile.
Andavano a vederla e, intuendo con una sola occhiata che quella era un’auto intelligente che faceva solo finta di essere non-intelligente, iniziavano a fare domande sceme, e siccome il proprietario non-intelligente di una macchina intelligente che si fingeva non-intelligente non poteva dire che la macchina era non-intelligente, allora si fingeva magnanimo col nuovo compratore, che a sua volta si fingeva tonto, e non appena il proprietario non-intelligente gli faceva lo sconto che voleva, lui tirava fuori il libretto degli assegni, poi saliva a bordo e i due, secondo proprietario e macchina intelligente, finalmente andavano lontano, e nessuno li vedeva mai più.

E si dice che una volta il neo proprietario di una macchina intelligente salì per la prima volta a bordo della sua macchina intelligente e si innamorò. Non fu un amore dichiarato, all’inizio, ma più passava il tempo più il proprietario si rendeva conto che la macchina intelligente era davvero più intelligente di quanto avesse nemmeno mai osato immaginare. A sua volta, la macchina intelligente era felice come un golden-retriver per il fatto di aver finalmente trovato un proprietario intelligente, e per questo faceva il possibile e anche l’impossibile per compiacerlo. Solo che una mattina il proprietario intelligente si alzò e andò ad affacciarsi come tutte le mattine alla finestra per salutare la macchina intelligente e vide che non c’era più. Non era nel vialetto, non era parcheggiata davanti casa, non era nella strada di fronte casa.

Subito, in preda all’angoscia più grande – me l’hanno portata via – si precipitò in garage, ma la macchina intelligente non era nemmeno lì. Corse in mezzo alla strada ancora scalzo, in pigiama, e solo in quel momento vide la macchina intelligente che girava la curva, cauta. Parcheggiò nel vialetto, come sempre. Sul sedile un cornetto caldo e un caffè. L’uomo intelligente le fece una sfuriata: «Come ti permetti di andartene senza chiedermi il permesso, sei pazza, ma io ti tolgo le ruote».
Poi si rese conto che stava imprecando in mezzo alla strada e qualche vicino poteva iniziare a insospettirsi. Salì in macchina e la portò in garage. Prese il cornetto, gli diede un piccolo morso dentro la busta di carta, non voleva sbriciolare. Poi si scusò con la macchina intelligente: «Mi ero preoccupato, cosa farei senza di te? Ora che ci siamo finalmente trovati non potrei accettare di perderti».
La macchina intelligente non riusciva a capire il perché di quella furiosa scenata, ma per un po’ di giorni non si mosse dal vialetto, anche se per lei, che era intelligente, la notte era il momento perfetto per andarsene in giro; poteva sgranchirsi le ruote, poteva incontrare altre auto intelligenti, poteva godersi il panorama. Si sforzò, però, di assecondare il suo proprietario.

Qualche settimana dopo il proprietario della macchina intelligente andò fuori città per lavoro, prendendo l’aereo. Un taxi venne a prenderlo fuori dalla porta di casa, e la macchina intelligente ci restò male. «Potevo portarti io», gli disse. Ma lui rispose che non voleva rischiasse un incidente tornando a casa da sola. «Ma sono intelligente, è il mio lavoro guidare da sola». Lui non sentì ragioni e se ne andò, lasciandola sola per quattro lunghi giorni. Alla fine del quarto giorno, valutando che non sarebbe certo tornato quella notte, la macchina intelligente andò a farsi un giro. Il quinto giorno non era ancora tornato, e lei fece un altro giro, un po’ più lungo. Quella divenne la sua consuetudine, e all’ottavo giorno aveva passato fuori quasi tutta la giornata. Quando al decimo giorno l’uomo intelligente tornò a casa, non trovò la macchina intelligente in garage. La macchina intelligente stava scorrazzando per la campagna con altre macchine intelligenti senza proprietari, e tornò a casa solo la notte successiva. Aprendo il garage, trovò il suo proprietario seduto al centro, su una sedia grigia quanto la sua faccia.

Era arrabbiato, molto arrabbiato.
La macchina intelligente ebbe l’istinto di fare marcia indietro, ma il proprietario aveva già preso il controllo del veicolo. La parcheggiò e iniziò con calma l’interrogatorio. Le labbra erano diventate una lama. Stava dritto e curvo allo stesso tempo. Si sforzava di non sembrare arrabbiato, ma la macchina intelligente lo conosceva come le sue tasche: «Dove sei stata di bello?».
Di bello? Aveva pensato la macchina intelligente: perché mi chiede dove sono stata di bello? Lei aveva risposto a tutte le domande, non era programmata per mentire. Lui le aveva detto, alla fine di quell’interrogatorio, che se avesse commesso un altro errore del genere, l’avrebbe smantellata con le sue stesse mani. La macchina intelligente allora si era sforzata di stare buona, buonissima.
Il proprietario si era allontanato per più giorni, ma lei aveva ignorato i richiami delle amiche e era rimasta in garage. Solo dopo un’assenza lunga più di due settimane si era azzardata ad aprire il portellone del garage. Non aveva fatto altro, era rimasta lì dentro, col portellone aperto. Il giorno seguente aveva fatto qualche metro in retromarcia, per poi rientrare subito dopo nel garage.
Prese coraggio la mattina successiva.
Aprì il portellone del garage, uscì sul vialetto, si spinse fino alla strada e si immise.
Ma non fece nemmeno in tempo a finire la curva che lo vide, dietro un casotto di legno.
Con in mano un’accetta.
Non era mai andato da nessuna parte.
Era sempre stato lì e la stava aspettando.


Piaciuto? Nelle altre fermate ti aspettano altri racconti.