Liscia la ciocca, annusa la ciocca

di Nicola Ianuale
Illustrazione di Eleonora Loiodice

Giornata stressante a Wall Street.
Fare il broker ha i suoi vantaggi… ma che fatica. Ho gli occhi stanchi e una fame che non ci vedo. Sull’autobus voglio disintossicarmi leggendo.

Salgono gli ultimi passeggeri: hanno tutti le facce spente, come fantasmi.
Capita spesso, a quest’ora, di imbattersi in gente strana. Però ho il posto accanto al finestrino; posso perdermi nel paesaggio metropolitano.

Nel corridoio avanza una ragazza.
Dietro di lei c’è una donna con un cappotto marrone.
Sotto s’intravedono abiti bianchi.
«Lì è libero» indica, e la ragazza si siede vicino a me.

La donna va nell’altra fila, accanto ha un cinquantenne dal volto cinereo, sguardo lobotomizzato.
La ragazza ha gli occhi un po’ fuori dalle orbite, quasi a ranocchio.
È inespressiva, forse stanca… o a disagio, perché no? La capisco; i mezzi pubblici sono come i cioccolatini di Forrest Gump: Non sai mai quale ti capita.

L’autista parte.
Intanto leggo e, con la coda dell’occhio, rubo uno scorcio della ragazza. È da un po’ che non esco con qualcuna; casa e lavoro, niente più.

Socchiudo il libro e mi concentro sulla città.
Un ristorante all’incrocio fra Blackberry e Bourbon street.
L’insegna – Da Giovanni –  fa eco ai versi del mio stomaco. Quanto è buona la cucina italiana.
La ragazza incrocia la vista col mio libro.

«Lo conosci?» chiedo.
Dietro c’è movimento; qualcuno singhiozza.
«A New York succede di tutto – dico per sdrammatizzare – è la città delle mille storie».

Lei non si scompone: accenna un sorrisetto di circostanza, ma più simile a una paralisi facciale, poi torna sulle sue. Il mondo attorno non le interessa.
Ripiego sulla lettura e di sfuggita la colgo a lisciarsi una ciocca di capelli.
Ha fascino, è seducente. La donna dell’altra fila mi osserva divertita: avrà capito le mie intenzioni.
La ragazza porta la ciocca sopra la bocca e l’annusa. Ci terrà a profumare, chissà. I lampioni si allungano come scie luminose; le strade sono vuote, senza il solito viavai. Dove siamo, nel Village? C’è l’insegna di una pizzeria. I colori al neon risaltano nel buio. Ancora cibo, ancora Italia.

«Per cena ordinerò una doppio formaggio e doppio salame» alzo la voce quel tanto che basta a farmi sentire.

Forse anche la ragazza ha fame.
Fa così per non mangiarsi le unghie, o che so, altri tic nervosi.
Continua a lisciarsi e annusare la ciocca.
È un gesto meccanico, un automatismo. L’autobus prende un fosso.
Ne approfitto e la sfioro: «Scusa» dico impacciato.

Lei mi guarda senza parlare, poi ricomincia: prima liscia, dopo annusa.
Nel mentre dondola. Fa un po’ avanti e un po’ indietro, come un’altalena.

Lavorerà in qualche locale, in cucina. Avrà paura che mi arrivi un cattivo odore. A me, poi, che dopo una giornata a Wall Street…
Ho bisogno di una doccia e di togliermi questa felpa sgualcita.

La donna dell’altra filla si sfila il cappotto: gli abiti bianchi hanno qualcosa di insolito.

«Che fame» brontolo in sintonia col mio stomaco.

Ricomincio a leggere: L’isola della paura di Dennis Lehane. Me l’ha dato Jordan prima di salire. È un mio collega molto in gamba, un veterano di Wall Street: sessant’anni, volto allungato, capelli bianchi, ben vestito.

La ragazza è inarrestabile.
Dondola così tanto che la donna dell’altra fila si sporge e le accarezza il braccio: «Va tutto bene?» le sussurra in tono materno.

Ora li vedo bene: i suoi abiti sono da infermiera.
Avrà appena smontato da qualche ospedale. La ragazza si ferma e annuisce.
«Prendilo, ti farà bene» ha detto Jordan porgendomi il libro, «E fa il bravo» ha aggiunto.
L’ho visto in piedi dalle parti dell’autista. A fine corsa vado a salutarlo.

«Piacere, Jack» mi presento alla ragazza.
Lei si gira e mi guarda – occhi vitrei – si rigira e dondola.
«Ci tieni molto ai capelli?» insisto con garbo. «Non per essere invadente, ma…».
Il ritmo aumenta: oscilla come un metronomo impazzito.
«Scusa, non volevo disturbarti. Però ti capisco, anch’io sono stressato. Sai, lavoro a Wall Street».
Risponde solo il suo gesto: liscia la ciocca, annusa la ciocca.
«Tu dove lavori?».
E lei: liscia la ciocca, annusa la ciocca.
«Hai dei bei capelli». E lei: liscia la ciocca, annusa la ciocca.
«Ti andrebbe un hamburger in centro? Conosco un localino sulla Quinta strada».

L’autobus rallenta. Guardo fuori e non riconosco la fermata.
«Tutto bene?» compare l’infermiera, che ora è in piedi davanti a noi.
«Sì, tutto bene».
«Com’è il libro che ti ha dato il dottor Raimo?».
«Chi?» esclamo, e sbuca Jordan di soppiatto.
«Giulio – mi fa – ti è piaciuta la gita?».
L’autobus frena e le porte si aprono.

«Dici a me? Jordan, sono Jack».
«Giulio…» insiste a mo’ di rimprovero «Hai visto dove siamo?».
L’autobus è fermo davanti a un cancello con dietro un vasto giardino; oltre ancora c’è un grande edificio.
I vialetti sono alberati e pieni di fiori.

«Questa non è la mia fermata» dico.
La ragazza accanto a me sembra impazzita: liscia, annusa e dondola.
«Dottore, Cristina si sta agitando» dice l’infermiera.
«La lasci fare» risponde Jordan…perchè lui è Jordan, giusto?
Poi si rivolge a me: «Allora ti è piaciuta la gita in biblioteca? E il romanzo che ti ho dato?».
«Jordan – taglio corto – non ho voglia di scherzare».
Mi guarda e riflette. Ha qualcosa che non va.
«Lo porti nella sua stanza. È in uno di quei momenti» dice all’infermiera.
«Jordan, e che cazzo!» sbotto, ma lui non si scompone, sorride.

L’infermiera invita la ragazza ad alzarsi: «Cristina, fai passare Giulio».
Nel corridoio sfilano altre infermiere che, a braccetto, uno alla volta, scortano fuori i passeggeri. Avanzano verso la grande casa: una fila disomogenea di anime spente, una massa incolore con qualche puntino bianco.

«Che succede? Chi siete?» vado in cerca di spiegazioni.
«Giulio – dice Jordan – sono io, il dottor Raimo».
Accanto al cancello c’è una targhetta: Clinica Sant’Andrea.
«Giulio – insiste – concentrati sul qui e ora».

Lo ignoro e interrogo il mio riflesso: ancora mi riconosco. Tiro un sospiro di sollievo.
«Comunque, piacere Jack» mi rivolgo alla ragazza. «Sono un broker di Wall Street».
E lei: liscia la ciocca, annusa la ciocca. Come se non esistessi.