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di Daniela Barone

Illustrazione di Viviana Fantuzzo

Fin da piccola ho amato i tram e poi gli autobus, forse perché il mio papà faceva l’autista dei mezzi pubblici.

Nel 1956, anno della mia nascita, lui era stato assunto come bigliettaio.
Ricordo ancora quando arrivava a casa con il borsone carico di blocchetti bianchi, gialli, verdi, arancione che designavano tariffe differenziate per i vari percorsi.
Come mi divertivo a giocare con le matrici multicolore che lui doveva conteggiare su appositi moduli…
Lui mi lasciava fare, divertito dal mio stupore.
Era così bello nella divisa blu corredata dal berretto con il logo dell’azienda, anche se, a dire il vero, si lamentava con la mamma del fastidio di doverlo portare sempre.
Diverse volte era stato addirittura multato dal controllore perché non lo indossava.

Dopo qualche anno di servizio papà si stancò di staccare biglietti dallo scomodo strapuntino su cui sedeva per ore e decise di studiare per conseguire la patente D Pubblica. Lo stipendio era decisamente più alto anche se il lavoro era molto più impegnativo. Guidare i primi filobus che spesso si guastavano e districarsi nelle vie tortuose delle alture di Genova su vetture ancora non provviste di servosterzo non era uno scherzo, per cui dopo qualche anno chiese ed ottenne di passare alla guida delle linee urbane. Io ero fiera di lui e pensavo che era bravissimo, il più bravo di tutti. 
Adoravo i tranvieri in generale perché mi sembravano tutti il mio papà ed ero affascinata dalle loro divise blu scuro.
Conoscevano tutte le vie, pensavo con ammirazione e a volte ne fermavo qualcuno per chiedergli informazioni non necessarie su strade di zone a me sconosciute. Mai restavo delusa dalle loro risposte: da Nervi a Voltri, da Sampierdarena a Pontedecimo, non c’erano percorsi che non conoscessero a menadito.

Ricordo ancora quando i binari del tram attraversavano la città: avevo solo quattro anni e mi divertivo un mondo a viaggiare su quei mezzi di un verde indefinibile dotati di scomodi sedili di legno. Quanto mi piaceva andare al capo opposto del tram, prendere posto sul sediolino e trafficare con i comandi simulando la guida dell’autista!
Anche la mamma si divertiva a vedermi così assorta in quei giochi di bambina “come un maschiaccio”, a suo dire. 

Il viaggio dal centro alle spiagge di Pra durava un’eternità ma io non me ne lagnavo, anzi.
Mi godevo il lungo percorso ammirando dai finestrini la gente sulle strade, osservavo i tanti negozi e talvolta m’incantavo a fissare i passeggeri più strambi ai miei occhi.
«Non è educazione fissare le persone, Daniela» mi ammoniva la mamma.   
Mi era sempre piaciuto osservare la gente: giovane o vecchia, alta o bassa, allegra o musona.
Di certo i rimbrotti materni non mi frenavano.
A volte qualcuno si divertiva della mia esuberanza e s’intratteneva a conversare con me.
Chiacchierona e socievole com’ero, non mi trattenevo dal partecipare ai discorsi più vari e, forse per il desiderio di essere al centro dell’attenzione altrui, talvolta improvvisavo balletti o scenette buffe che suscitavano l’ilarità di molti. 
Attirare le persone mi piaceva un sacco, essendo tristemente avvezza alla malinconia della mamma e alle emicranie che l’affliggevano per tante, troppe giornate.

Ci pensava papà a riportare l’allegria non appena varcava la porta di casa.
Le sue gaffes e gli aneddoti su passeggere goffe, cariche di borse della spesa che finivano a gambe all’aria alla prima frenata, facevano ridere pure la mamma, per non parlare delle liti scatenate da qualcuno per motivi futili, che continuavano anche quando chi le aveva accese era sceso dal mezzo.

Negli anni Sessanta molte linee di autobus furono sostituite dai cosiddetti “celeri”, autovetture rapide e più costose che effettuavano meno fermate ed erano contraddistinte da lettere alfabetiche rosse.
Le mie preferite erano la A che mi portava da casa al liceo e la S che io e la mamma prendevano per andare a trovare la zia Vincenzina di Bolzaneto. Mio nonno Vincenzo che lavorava in centro, si serviva sempre del 95: l’autobus che da Piazza della Nunziata s’inerpicava per le alture d’Oregina dove abitavamo.

Quando compii dieci anni papà si fece trasferire dallo stressante servizio urbano a quello periferico dei “leoncini”, vetture di piccole dimensioni che, contrariamente agli autobus normali, riuscivano a percorrere le vie più strette periferiche. 
Papà era naturalmente un ottimo leoncinista, dato che senza difficoltà guidava anche per le strade ripide a doppio senso.

Negli ultimi anni di servizio, afflitto da frequenti bronchiti, passò ai più remunerati turni di notte come operaio nell’autorimessa di Cornigliano. Suo compito era rabboccare il gasolio e occuparsi della manovra dei mezzi, lavoro che sapeva svolgere con destrezza.

Diventato nonno di Francesco, volle un giorno portarlo a vedere gli autobus posteggiati che anche lui, come me, amava tanto. Francesco volle sedere al posto di guida accanto a mio padre che gli fece girare l’enorme volante e suonare il clacson. Con che gioia il mio piccolino toccava i vari comandi imitando il suono del potente motore!
Per anni rimase così affascinato dagli autobus da voler percorrere su e giù per più volte i percorsi del mezzo che lo portava a casa dei nonni.
Come sua madre da piccola, anche lui si dilettava a guardare fuori dal finestrino, mai pago di osservare persone e strade.

Ancora oggi, alla soglia dei settant’anni, pur sentendomi ridicola, provo un moto di contentezza quando vedo passare l’autobus della mia zona, il numero 1.
Oggi i mezzi non sono più verdi come tanti decenni fa ma sono verniciati di grigio e di un brillante arancione. Mi piace vederli sfrecciare o arrancare nelle ore di punte per la strada, vuoti o carichi di un’umanità sempre più variegata. 
E il pensiero va inevitabilmente al mio adorato papà che li ha guidati per tanti anni: lo rivedo giovane, insofferente al berretto blu scuro d’ordinanza portato un po’ di sghimbescio e m’intenerisco al ricordo. 
Peccato che non possa vedere i suoi pronipotini, anche loro patiti degli autobus. A Luca, Leo e Cesare non mi resta che raccontare del  bisnonno, esperto autista che li avrebbe fatti sedere alla guida.

Adessi è notte ma fa ancora caldo.
In questo luglio infuocato, dalle finestre spalancate mi giunge in lontananza il rumore di un bus che passa. Immagino l’autista, seduto comodamente nel sedile molleggiato della sua cabina con aria condizionata, forse immerso nei suoi pensieri. Non porta più il berretto e al posto della  camicia azzurrina indossa da una comoda polo celeste. Fra poco finirà il turno e già non vede l’ora di dormire per qualche ora accanto a sua moglie. Domani finalmente sarà libero dopo i turni di notte per poi riprendere i viaggi diurni trafficati.
Ora deve solo preoccuparsi di portare in rimessa il mezzo.
Anche lui riposerà per un po’.



Piaciuto questo racconto? Qui ne trovi tanti altri!
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di Claudia Oldani
Illustrazione di Paola Donnici

L’infanzia è l’unico luogo della vita che non possiamo mai abbandonare perché è sempre nella nostra infanzia che fissiamo i fatti che segnano la nostra esistenza.”

Ennio Flaiano

Ricordi quando tutti insieme partivate al tramonto e il papà ti diceva di non chiedere in continuazione quando sareste arrivati, perché sarebbe stato un viaggio lungo? Ti indicava l’orologio, un orario preciso: la lancetta doveva toccare un certo numero e solo a quel punto sareste giunti.

«Adesso dormi, chiudi gli occhi e riposati, quando li aprirai saremo lì». Non era vero.

La nave spalancava la sua pancia dopo ore di indugio snervante, una stanchezza infinita, l’olezzo degli scarichi delle automobili in attesa come la vostra vecchia Fiat. Il sonno, quello oscuro e profondo, cadeva sui tuoi occhi non appena la mamma ti indicava le vostre poltrone dall’aria consumata da interminabili traversate. L’improvviso torpore non era che un riflesso dell’entusiasmo, ormai liso, dei giorni antecedenti al viaggio, quando avevi scelto i libri, i giochi e le nostalgie da mettere in valigia.

Dopo molto più tempo da quello indicato da tuo padre ecco finalmente l’isola tanto agognata, il profumo amaro di rosmarino, il saluto abbacinante del mare. Ogni anno ritrovavi le stesse consuetudini, nulla mutava mai. D’altronde erano gli anni ‘80.  
Tornavate sempre poiché era lì che si erano conosciuti i tuoi genitori.
Tu unica bambina in gruppo di adulti: eri la prima figlia non solo di coloro che ti avevano messo al mondo, ma anche di tutti gli affetti che li circondavano. Passavi di braccio in braccio, di racconto in racconto, divenivi figlia di tutti.
I discorsi dei grandi non ti annoiavano, anzi ascoltavi con curiosità cercando di cogliere segreti e parolacce, tutte cose proibite a casa.
Di cosa stessero parlando, in realtà, non lo sapevi.

La scoperta della spiaggia si ripeteva come se fosse la prima volta. Le conchiglie aguzze che spuntavano dalla sabbia pungendoti i piedi, l’acqua fredda e schiumosa che ti lambiva prima le caviglie e poi il corpo intero. Era bello lasciarsi andare in quel nuovo elemento, reimparare a nuotare, sentirsi improvvisamente leggeri. Braccia e gambe spalancate, galleggiavi in equilibrio precario. In quel preciso momento i giorni smettevano di contare qualcosa. C’eravate solo tu e il mare.

Alla sera, nella piazza del paese, trovavi sempre qualcuno disposto a offrirti un gelato.
Le uniche due settimane dell’anno in cui era permesso mangiare quanto gelato desiderassi: non ti facevi sfuggire l’occasione. I tuoi genitori – che erano così giovani – in mezzo ai loro amici per una volta sembravano giovani anche a te. Ci sono fotografie che raccontano di quei viaggi: tuo padre aveva ancora i capelli scuri, tua madre era addirittura più magra di oggi.

«E pensare che pensavo di essere grassa» esclama lei ogni volta che si rivede in quelle immagini.

Alla fine, ben prima del previsto, diventava noioso. Non avevi più voglia di bagnarti, ripensavi alla tua casa, ai maglioni di lana, a tutto quello che non era stato messo in valigia. Da una parte volevi tornare a casa, dall’altra ti chiedevi cosa sarebbe successo alle persone che sarebbero rimaste lì, cosa avrebbero fatto durante la tua assenza. Chissà se il mare esisteva anche d’inverno, se rimaneva tutto così fermo e immutabile anche con il freddo. Non lo avresti mai scoperto.

L’ultimo giorno facevi un tuffo per la zia, che te l’aveva fatto promettere, uno per la nonna che si era accodata alla richiesta della zia, e uno anche per il nonno che non aveva detto assolutamente nulla, ma lui era fatto così. Salutavi felice di tornare in città.

Sapevi che tuo padre, prima di risalire sulla Fiat, ti avrebbe dato le istruzioni per il viaggio a ritroso.
Non chiedere in continuazione quando arriveremo.
Ecco, guarda questa lancetta.
Quando sarà qui, saremo a casa.

Ancora oggi, prima di metterti in viaggio, guardi l’orologio e ti fissi in mente un numero preciso: quando la lancetta lo toccherà sarai già arrivata.
Come tuo padre, spesso sbagli, ti inganni, ma quel gesto ha la stessa impalpabile consistenza di una mano che si posa sulla tua testa.

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di Andrea Dalla Corte

Illustrazione di Burla

Simone guarda il display del bancomat.

La risposta, uguale a quella degli altri sportelli dopo l’inserimento della tessera oro che riporta in rilievo il suo nome e cognome.

Nessuna disponibilità

La scritta nera, sullo sfondo bianco, come un pugno sulla ferita che da circa un’ora si era procurato.

Risalì sulla sua Audi, dello stesso colore di quella maledetta scritta.

I soldi, questa volta erano davvero finiti. Non avrebbe mai trovato le parole per dirlo a Maddalena.

Ripensò a quando le aveva chiesto di sposarla, su quella spiaggia di Ibiza dove stavano festeggiando il loro quinto anno insieme.

Sempre cinque anni più tardi, in una mattina di sole che filtrava dalla finestra della camera da letto, Maddalena uscì dalla porta del bagno e sorridendo si buttò addosso all’uomo, coprendogli il viso con i suoi lunghi capelli corvini.

Fu la prima volta che aveva provato ad immaginare Ambra.

Ora, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata sul volante, Simone si pentì di aver voluto vedere le carte dell’Olandese. Ricky glielo aveva detto, lì si gioca forte, quel tavolo è pericoloso, non andarci perché non ne esci vivo da quel covo di serpi.

L’urlo di una sirena squarciò il silenzio, Simone riaprì gli occhi, fece ripartire la grossa auto e si imbucò nel vicolo che si trovava poco più avanti alla banca.

Spense il motore.

La mano gli doleva forte e la camicia era inzuppata di sangue.
Il suo, ma soprattutto sangue di Olandese.

Era scappato da quella villa, di corsa, colpendo in viso due del personale che stavano provando a bloccarlo. Aveva sceso le scale saltando i gradini, come uno che non ha più niente da perdere.

Ed è proprio così. Ora lo sa.

Le uniche perle della sua vita sono a casa e stanno dormendo. Troppo lontane da quello schifoso vicolo.

Si girò a guardare il seggiolino dove, ogni mattina, legava la sua piccola Ambra prima di portarla a scuola. Grandi occhi blu lo guardavano sempre curiosi, in tutti i movimenti che lui compiva meccanicamente.

L’olandese probabilmente era morto, colpito dai suoi fendenti, inferti con forza proprio al centro dell’addome. Pelle butterata, capelli bianchi e completi doppiopetto comprati nelle migliori sartorie, la descrizione di Ricky. Una volta entrato nel grande salone, proprio all’inizio di questa lunga notte, Simone capì subito a quale tavolo avrebbe dovuto sedersi,.

L’amico dell’olandese aveva estratto la pistola e sparato, mentre Simone si stava rialzando dal pavimento dove aveva appena steso il suo rivale di poker.

Per una qualche combinazione astrale il colpo, esploso da uno che non premeva il grilletto per la prima volta, lo aveva appena strisciato. Facendolo comunque sanguinare.

Non sapeva se le sirene che sentiva passare fossero tutte per lui.

Guidò fino al porto, percorrendo solo vie secondarie.
Era deserto a quell’ora, scese dall’auto e nonostante il dolore al fianco, riusciva a camminare veloce. In quell’angolo della sua città si era allenato due volte a settimana negli ultimi anni. Le sue gambe erano forti, adorava correre da solo, con il vento a scompigliargli i ricci capelli.

Oggi non c’era nemmeno una leggera brezza, superò il bar del molo, che a quell’ora era chiuso e avrebbe voluto aspettare l’alba, come tante altre volte al ritorno dalle notti passate al tavolo.

Solo, come quando correva al fianco del suo mare. Solo, come quando piangeva sulla poltrona in salotto, perché aveva perso molti soldi alle carte.

Si rannicchiò dietro ad un alto palo, che con la sua luce interrompeva appena l’oscura notte. Pianse, tenendo la testa fra le ginocchia. Avrebbe voluto scomparire, annientarsi, ma rimase lì per rispondere alla chiamata di Maddalena.

Lei gli urlò contro tutto il suo disprezzo, era stata svegliata dalla polizia.
Inizialmente non aveva creduto al loro racconto, ma gradualmente l’accettazione di quello che veniva spacciata per verità, stava sgretolando tutte le sicurezze della loro lunga relazione.

 Ora era anche un assassino, non solo un giocatore compulsivo.

Anche la piccola si era svegliata, non aveva pianto, ma guardando dal basso verso il viso della madre, le domandò chi fossero quegli uomini vestiti di blu e quando sarebbe tornato il babbo.

Simone rientrò in auto e percorse un tratto di porto a fari spenti. Si fermò di fianco al tendone bianco che ospita una grande libreria, una della più frequentate della città, specie durante la bella stagione.

3-4 minuti: è questo il tempo che ci mette un’automobile ad affondare completamente.
Lo aveva letto tempo addietro, chissà in quale rivista o sito internet.

Diede gas, la macchina rispose e l’urlo del motore gli fece ricordare perché avesse scelto proprio quell’Audi. Gli interni erano spartani e non piacquero molto a Maddalena, la prima volta che ci salirono insieme. Una volta provata su strada però Simone non cambiò più idea, i tedeschi con le auto sanno il fatto loro.

L’acqua stava cominciando ad invadere l’abitacolo, il forte impatto con l’Adriatico venne attutito dalla cintura di sicurezza. Pensò per un attimo a quanto fosse bizzarro suicidarsi in automobile con la cintura di sicurezza legata.

Il poggiatesta, sfiorando appena la sua nuca, gli ricordò il lungo braccio di Maddalena, quando lo tirava a sé per baciarlo e mordergli il labbro.

Tutto sarebbe finito di lì a poco. Era passato più di un minuto ed è proprio quello il tempo in cui ci sono le più alte probabilità di salvarsi, uscendo dal finestrino laterale, perché la pressione dell’acqua non ti permette di aprire le portiere.

Avrebbe dovuto abbassare i cristalli subito dopo il letale abbraccio del mare, con la speranza che il sistema elettrico fosse ancora funzionante, oppure fracassare il vetro a calci o con qualche oggetto appuntito.

Il cofano della macchina era completamente sotto al mare e il livello dell’acqua raggiungeva ormai metà dell’abitacolo. Guardò verso il largo, fece appena in tempo a scorgere la luce dell’alba che lanciava l’arancione più bello che avesse mai visto.

L’ultima speranza di rimanere vivo sarebbe stata raggiungere la parte posteriore della macchina, l’unica ancora non allagata, sfilare uno qualsiasi dei poggiatesta e provare a rompere il lunotto. Avrebbe usato come punta  i lunghi supporti di ferro che servono a regolare l’altezza del poggiatesta stesso.

Il gelido mare aveva invaso tutto l’abitacolo, i muscoli si irrigidirono, solo la testa rimaneva fuori dall’acqua, tenendo alto il mento, in una innaturale posizione che lo costringeva a guardare verso il tetto dell’auto.

Eccolo che arriva, l’istinto di sopravvivenza. Era riuscito a slacciare la cintura di sicurezza, ma non a sciogliere gli stretti nodi della corda con cui si era legato al sedile dopo la telefonata con Maddalena, poco prima di lanciare l’auto nella sua ultima corsa.

Non sottovalutare quell’istinto e rendere impossibile qualsiasi suo tentativo di reazione, si era dimostrata una scelta oculata.

Negli anni aveva provato a smettere di giocare a carte, ma i demoni della dipendenza non lo abbandonarono mai ed anche adesso erano lì al suo fianco. Sarebbe stato bello essere sul molo ed osservarli mentre affondano velocemente. Lui poi se ne sarebbe stato finalmente in pace, lontano da quel porto, insieme alla sua famiglia.

Che annegassero loro al posto suo.

L’acqua entrò nei polmoni, mentre Simone ricordava la settimana quasi finita, quei tre giorni a casa dal lavoro, trascorsi con Ambra.

Avevano giocato, letto tanti libri di Giulio Coniglio, comprati apposta per quella splendida occasione, guardato Lilo & Stitch e Mamma ho perso l’aereo.

In quegli ultimi giorni insieme hanno anche girato il loro primo film, con il cellulare, una storia scritta a quattro mani e con protagonisti tutti i pupazzi e le bambole di lei.

Alla fine dell’attesissima prima nazionale, con solo loro due presenti davanti alla Tv in sala, applaudirono, pensando a come sarebbe stato il secondo episodio e quando lo avrebbero realizzato.

Ambra pianse molto quell’anno.
Poi crebbe, diventò un avvocato come Simone, visse una vita felice, nonostante il ricordo di un padre che non avrebbe voluto assolutamente conservare.

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di Alessandro Taormina

Illustrazione di Maria Fontana

Qualche balordo ha scoperchiato il mio monopattino e si è portato via la batteria lasciando il due ruote adagiato sul marciapiede come la carcassa di un cane di metallo con la lingua contorta. In realtà non è il mio, però mi faceva comodo ritrovarlo la mattina sotto casa, dove lo lasciavo regolarmente la sera prima. Non è il primo e non sarà l’ultimo, e temo che di questo passo questi animali elettrici nemici dei muscoli si estingueranno presto.

Nemmeno ricordo l’ultima volta di esserci salito su, ma sono costretto a prendere l’autobus.
Finisco di attraversare la strada e già la prima goccia scorre sulla schiena a farmi pregustare la doccia di sudore che mi aspetta sotto i 42 gradi della fornace palermitana. Per fortuna alla fermata hanno costruito, chissà quando, una pensilina a sostituire il triste palo solitario, più ruggine che vernice, che ricordavo.
Mi affretto a rifugiarmi sotto l’ombra della tettoia accomodandomi sulla panchinetta, attento a evitare le verosimili macchie di gelato sciolto che ormai impregnano le assi di legno. Mi fanno compagnia il rumore e lo smog delle auto che si inseguono sulla carreggiata e un uomo seduto accanto a me.
Mi chiedo da quanto tempo è lì ad aspettare, così glielo chiedo: ‹‹Buongiorno. È tanto che aspetta?››.

Neanche gli avessi chiesto il processo della fissione nucleare, ma sarà l’età, sarà la domanda improvvisa, la risposta tarda ad arrivare.
Poi sospira e mi dice: ‹‹da una vita››.

Non so come interpretare quell’espressione figurativa, ma siccome provo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno deduco, stando così le cose, di non dovere attendere troppo per l’arrivo della linea 603 Mondello-Cimitero dei Rotoli, l’unica a passare da lì.
Ripenso ai miei viaggi all’estero, uno qualsiasi, e alle tabelle orarie onnipresenti ad ogni fermata di una città qualsiasi e stimo l’arrivo nella mia città di quella tecnologia extraterrestre troppo in là nel tempo per essere vissuta dal mio collega di attesa.

In ogni caso la mia preoccupazione è un’altra, e ben più minacciosa.
La linea parte da una località balneare molto gettonata, e se l’autobus dovesse caricarsi a tappo fin dalla partenza rischiamo di rimanere entrambi a terra.

Mi affaccio dal marciapiede e allungo il collo per scrutare il fondo del lungo rettilineo del lungomare Cristoforo Colombo, ma all’orizzonte si vedono solo sagome tremolanti di automobili, scooter e monopattini a noleggio coi giorni contati.

Torno al riparo dalle fauci del sole ed espongo all’anziano la mia disavventura fresca di giornata per ammazzare il tempo. L’interlocutore si dimostra aperto al dialogo, attenendosi alla natura funesta delle trame della conversazione, così, tra le altre cose, mi recita la lista delle patologie di cui è affetto in stile formazione dell’Italia campione del mondo ’82: “diabete, ipertensione, artrosi, trombosi, sindrome del colon irritabile…” E per ciascuna ricorda a memoria i nomi delle medicine per contrastarle e gli orari di quando deve prenderle, ma io li dimentico nel momento stesso in cui li elenca. Ricambio con uno sguardo di comprensione e prima di poter enunciare un “mi dispiace” di circostanza continua informandomi che anche a lui è successa una cosa brutta di recente. Io sono già fiaccato dalla raffica precedente, ma la sua intenzione di procedere col racconto è abbastanza chiara, così mi rassegno all’ascolto di un’altra storia triste mostrandomi incuriosito.

‹‹Un mio vecchio amico è morto pochi giorni fa.››

Ma porca puttana…

‹‹Io sono sempre stato innamorato di sua moglie››.

Questa informazione mi spiazza, non è comune esternare un sentimento così intimo al primo sconosciuto di passaggio.

‹‹Lui lo sapeva, ma questo non ha cambiato il nostro rapporto. Era proprio un gran signore.›› Adesso provo un senso di vicinanza per quell’anziano ben vestito nonostante la calura micidiale. Riesco a leggere la malinconia nei suoi occhi, ma non so se imputarla alla morte di un amico o ad una vita passata lontano dalla donna che hai sempre desiderato. Probabilmente per entrambe le cose. Sono interessato a saperne di più sulla donna, ma per evitare figuracce tasto il terreno in maniera indiretta. ‹‹E anche lei lo sapeva?››

L’anziano alza le spalle, poi sorride, come eccitato dal segreto dietro quell’interrogativo. ‹‹Adesso la vedo in giro più spesso.››

Sia ringraziato il cielo, almeno lei è ancora viva. ‹‹E come vanno le cose tra voi?››

‹‹In che senso?››

‹‹Non vi siete incontrati dopo la…›› Oddio, sto tirando troppo la corda.

‹‹Non ho il coraggio.››

Schietto e deciso. Incredibile come l’amore possa trasformare il più ruvido degli orsi in un timido bambino.

In fondo alla strada fa finalmente capolino l’arancione Amat. ‹‹Arriva l’autobus››, annuncio felice come avessi preso un terno. Aguzzo la vista per sondare l’interno. Molti passeggeri sono in piedi, ma fortunatamente non schiacciati l’uno con l’altro come sardine. Il conducente è una donna. Miopadre diceva sempre “donna al volante, pericolo costante”. Intanto lui era una schiappa alla guida, non mi basterebbero le dita delle mani per contare i danni causati alle nostre auto litigando con muri, marciapiedi e pali della luce. Questa qui guida persino un autobus, perciò sticazzi, papà.

Guardo il nonnino e mi pare di scorgere un respiro affannato. Forse quei discorsi l’hanno messo in agitazione, forse il caldo gli sta sottraendo ossigeno. Probabilmente entrambe. Finalmente l’agonia sta per finire. L’autobus è a pochi metri, così alzo la mano col dito indice ben puntato a indicare alla conducente l’intenzione di prendere il passaggio, lei rallenta, si ferma e apre la porta d’ingresso. Non appena salgo vengo investito dal fresco dell’aria condizionata, ma l’esultanza mi si blocca sul nascere perché la porta si chiude immediatamente alle mie spalle e l’autobus riparte.

‹‹Aspetti››, esclamo d’istinto. Lei pianta freno, quasi spaventata. I passeggeri in piedi quasi rovinano a terra e girano gli occhi su di me. Io li giro sul nonnino. Lui ha gli occhi sulle finestre dell’autobus. ‹‹Deve salire anche lui, è più di mezz’ora che aspetta.››

‹‹Quel cristiano non deve prendere l’autobus, a quest’ora è sempre lì seduto››, fa la conducente, mezza indispettita.

In quel momento mi sento un perfetto idiota ad averlo dato per scontato.
In effetti l’anziano è rimasto seduto, ma a questo punto voglio sincerarmi delle sue condizioni ed intenzioni, così la prego di aprire di nuovo la porta. Scendo dall’autobus e mi avvicino al nonnino. Sento gli sguardi dei passeggeri trafiggermi la polo pezzata di sudore.
‹‹Deve prendere l’autobus o no?››.
Lui non risponde. Sembra ipnotizzato.
Seguo il suo sguardo. Punta verso una finestra, oltre la quale vedo una signora alzarsi da una sedia.

Questa avanza qualche passo superando un paio di passeggeri in piedi e si sofferma sulla porta aperta: ‹‹Pietro, sei tu?››

Il nonnino si toglie la coppola e si alza con un’agilità su cui non avrei mai scommesso: ‹‹Sì, sono io.››

‹‹Sto andando al campo santo a trovare Totò. Ti va di accompagnarmi?››

Nonno Pietro muove qualche passo imbarazzato fino al gradino dell’autobus.
Sembrano Romeo e Giulietta.

‹‹Con molto piacere.››

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Redazione

Il mare non esiste solo quando ci sei dentro.

Tutto quello che non possiamo esplorare con il nostro corpo,

possiamo cercare di capirlo con l’immaginazione

 (La prima luce di Neruda., R., Cappuccio)

Ho sempre amato il mare.
Dopo l’aria, l’acqua è il mio secondo elemento.
Penso che potrei morire senza le sue onde, il suo grembo antico impregnato di alghe e i fondali rocciosi da esplorare a ogni immersione.
Sono le otto del mattino e da una buona mezz’ora fendo con le mani uno specchio d’acqua che ad ogni bracciata diviene un tutt’uno con l’azzurro immenso del cielo.

Anche oggi mi sono svegliato presto per andare a nuotare, fa parte della mia routine estiva e non posso farne a meno perché è più forte di me. Le estati a Macari hanno sempre segnato un labile confine tra il sogno e la realtà.
Ogni volta che ne varco la soglia, i ricordi assumono il colore violaceo delle buganvillee e risuonano come un insostituibile Super Santos arancione, che dalle tre del pomeriggio assieme ai ragazzi del villaggio, produceva sull’asfalto della piazzetta principale le sue note inconfondibili.
Una volta per raggiungere questo paradiso bastavano poche lire di benzina e una cassetta di Vecchioni, che dal traffico opprimente di Palermo, mi accompagnava in questo posto sperduto, dove le parole si tramutavano immediatamente in carrube e i pensieri in onde schiumose da solcare sotto un sole cocente.

Stavolta invece mi è bastata la sella di una Moto Guzzi nera del 2010, quella che papà, per un capriccio del tempo, non mi ha mai insegnato a guidare. Adesso, col suo corpo metallico, mi guarda placida dalla strada sterrata vicino l’ingresso della spiaggia, dove riposa dopo il lungo viaggio di ieri sotto il sole dorato di giugno, che anche in questo momento illumina tutte le meraviglie del fondale sopra il quale ho l’impressione volare.

La Baia Santa Margherita, così battezzata dal Comune di San Vito Lo Capo, è vuota. Non c’è anima viva. La mano dell’uomo a quest’ora del mattino non detta le sue futili leggi, soprattutto non inquina con le sue nevrosi quest’acqua cristallina.

La moto mi osserva e per un attimo sono costretto a fermarmi, perché sopra quell’ammasso d’acciaio mi sembra di scorgere la figura di papà: è appoggiato alla sella in pelle e al manubrio che gli fa da schienale e con le braccia conserte prova a decifrare l’inizio e la fine di un orizzonte che unisce mare e cielo in una linea infinita. Lo vedo sorridere mentre ingenuamente penso che se mi avvicino alla riva acquisirà la forma evanescente dei sogni.
Resto dunque dove sono e dandogli le spalle abbraccio con lo sguardo la punta della riserva naturale di Monte Cofano alla mia sinistra, mentre due barche con le vele spiegate volano in superficie continuando la propria regata verso il porto di San Vito.

Le contemplo e mi sento un equilibrista sul filo del tempo, dove l’assenza di gravità consegna tutto il mio corpo e ogni cellula nervosa a uno spazio dove non ci sono scadenze, bensì ricordi impregnati di salsedine da unire l’uno con l’altro fino a creare una barriera corallina oltre la quale continuare a vivere: bracciata dopo bracciata.

Le barche a vela sono sparite dietro la lingua di terra della costa, così inizio anch’io a tornare verso il mio porto. Una volta sulla sabbia i granelli mi si attaccano ai piedi.
Da piccolo provavo a contarli e non riuscendoci ne racchiudevo una gran quantità in secchielli di plastica sagomati dai quali fuoriuscivano prototipi di castelli, da distruggere subito dopo averli modellati con le mani e l’apposita paletta gialla.

Una volta asciugatomi con il telo mare color verde acqua e riposto nello zainetto le cuffie, assieme a un’edizione economica del Conte di Montecristo monto in sella alla mia Nevada Guzzi 750, dal rombo simile a una vera e propria ninna nanna: nonostante per me rappresenti da sempre un grido di ribellione.

Prima di tornare a casa però decido di guidare fin su al Belvedere, meta di tutti quei turisti e di quegli abitanti del posto che con sguardo rinnovato scelgono di sbarcare per altre prime volte su questa terra selvaggia e sconosciuta.

Scalo le marce senza accorgermene, perché lungo la statale il blu del mare e il marrone delle montagne ubriacano finanche l’ultima residuo di coscienza, che sotto il sole di giugno si mischia al sale marino di cui è cosparsa la mia fronte.

All’altezza dello svincolo per il Belvedere scorgo un venditore ambulante di frutta e verdura posteggiato nello spiazzale, con una Moto Lapa ricolma di tesori introvabili debitamente riparati da un telo di paglia.

Senza disturbarlo spengo la moto a qualche metro di distanza, vicino a un guardrail che assomiglia in tutto e per tutto a un trampolino dal quale spiccare il volo.

Da qui si vede tutto il Golfo di Màcari con le sue calette, alcune rocciose altre sabbiose, e il manto colorato di Monte Cofano.

Quello che però cattura per intero il mio essere è quello che sta proprio sotto di me.

La spiaggia del Bue Marino con i ciottoli levigati dal tempo e i suoi scogli in mezzo al mare rievocano le prime scene di quando imparai a nuotare assieme a mio padre.

Da piccolo quel fondale era simile a un precipizio infinito ora invece é il mio porto sicuro, dove tornare quando il richiamo di una mancanza si trasforma in nuove onde dalle quali lasciarmi bagnare.   

D’un tratto sento il venditore dalla pancia prominente e la pelle abbronzata avvicinarsi e consegnarmi con fare amichevole una vaschetta di fragole.

«Chiste solo ai cristiani cà talìanu trasognati stù mare cì runo e ù sai picchì?»

Faccio segno di no con la testa, divertito e incuriosito al contempo.

«Perché di fronte l’onda dei ricordi nn’aggiuva n’anticchia rì dolcezza» risponde con solennità.

Ricambio il sorriso mentre inizio a mangiare quel frutto che sa di infanzia, di compleanni, di casa e di terra antica.
E mentre il mare partorisce nuovi ricordi una lacrima sottile mi riga la guancia sino a raggiungere l’angolo delle labbra.

Sa di sale.
Sa di mare.
Sa di tutto quello che è stato e di quello che ancora deve arrivare.

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di Marta Grima
Illustrazione di Prisca Rinaldi

Si torna sempre dove si è stati infelici.
L’infelicità ci seduce come i neon infuocati attirano le falene.
Ecco perché sono montato in macchina, ho affrontato da solo un viaggio di sette ore, ho parcheggiato al solito posto e mi sono messo a guardare il balcone della casa che per cinque anni ho condiviso con la mia ex moglie Claudia.

La vedo fare il churrasco con braciole di maiale e pannocchie, scacciare il fumo con dei volantini pubblicitari, apparecchiare il tavolino quadrato di plastica bianca con arroz, farofa e molho vinagrete, mandare la foto alle sorelle che ancora vivono in Brasile.

Vedo me e lei mangiare di gusto, grigliare altra carne alle quattro di pomeriggio, fantasticare su un terrazzo più grande in cui invitare parenti e amici.
Mi vedo parlare al telefono dopo pranzo, stando attento che le finestre siano chiuse, così che Claudia non possa sentirmi. Ascolto la mia voce lagnarsi del matrimonio, ormai finito da tempo, tenuto insieme dal senso di colpa e dalla paura della solitudine. Sento il suono di quelle quattro parole: «Non la amo più».

Risalgo in auto e guido per le strade della città in cui sono stato sposato e triste, spento come i lampioni che attendono il buio per accendersi, stagnante come l’umidità nei muri.

Claudia è in ogni insegna luminosa, in ogni traliccio, in ogni striscia pedonale.
In quel negozio abbiamo comprato la stampante, in quel supermercato facevamo sempre la spesa, in quel bar ordinavamo un cornetto alla crema, uno al cioccolato e due cappuccini. Claudia diceva che lì lo servivano bollente, come piaceva a lei. A poche centinaia di metri c’era il nostro sushi di fiducia, dove Claudia trovava tante opzioni con il pesce cotto, perché il crudo la disgustava.

Ho modellato la mia esistenza sulle preferenze e le abitudini di Claudia, e lei deve aver fatto lo stesso. Claudia ha ceduto a me intere parti di sé e io mi sono svuotato per fare spazio a lei, per donarle qualcosa di me. Durante gli anni di matrimonio siamo stati due vasi comunicanti che si livellano fino a raggiungere un equilibrio stabile.

Mi fermo al centro commerciale in cui Claudia ha lavorato per tre anni come commessa.
Ora quel negozio di abbigliamento non c’è più, è stato sostituito da una gelateria. Quanti pomeriggi di sabato e domenica ho passato lì dentro. All’inizio Claudia non aveva la patente, la accompagnavo io, poi me ne andavo al cinema o al piano di sopra a leggere. Quando ha imparato a guidare, le ho regalato una macchina solo per non doverla scarrozzare qua e là, però spesso uscivo solo per farle visita al lavoro, le portavo uno snack o una bibita. Mi sentivo in difetto: lei lavorava nel week-end, io no.

Ricordare la vita con lei è come infilarsi in un letto comodo, familiare, ma in cui la mattina ti svegli con le ossa tutte rotte. Due caratteri opposti, due culture, due universi paralleli.
Finché non ho dato un nome al mio malessere: infelicità.
Mi veniva sbattuta in faccia ogni giorno: film romantici, storie su Instagram, innamorati per strada.

Nella relazione con Claudia mi obbligavo a scorgere una magia che non c’era.
Tranne quando mi chiedeva di farle cafuné.
«Me faça cafuné» mi diceva la sera, poco prima di addormentarsi.
Cafuné è una parola portoghese intraducibile in italiano, significa “accarezzare i capelli di qualcuno”. Connette le anime, costruisce intimità e tenerezza partendo dal contatto tra cute e polpastrelli. Mi fissava con occhi giganti, come un cane che non ha mai ricevuto affetto da nessuno. Io annuivo e senza mollare lo smartphone le solleticavo la nuca ricoperta di peluria nera.

Oggi voglio infliggermi dolore.
Dal centro commerciale mi sposto al distributore di benzina dove ci siamo detti addio.
Doveva mettere carburante prima di partire verso la sua nuova destinazione, la prima città in Italia in cui avrebbe vissuto per scelta sua e non mia.

Ho sentito dire spesso che sappiamo sempre quando stiamo facendo qualcosa per la prima volta, mentre non sappiamo mai quando è l’ultima. Eppure ci sono circostanze in cui siamo pienamente coscienti che quella è l’ultima chiacchierata, l’ultimo film, l’ultima spaghettata, l’ultima escursione. Al pari di un malato terminale che sa di essere prossimo alla morte o di un paziente affetto di depressione che richieda il suicidio assistito. Non riesco a immaginare nulla di più straziante.

«Já terminei» ha detto Claudia facendo sgocciolare l’erogatore e riappendendolo alla pompa. L’ho raggiunta, mi sono seduto in macchina con lei e mi sono preparato all’ultimo atto, il saluto finale.
Claudia aveva gli occhi lucidi.
«Me faça cafuné pela última vez» ha detto con un sorriso sconsolato.

In un secondo ho ripensato alla sua tazza rossa sbeccata, al maglione con sopra la bandiera del Brasile, alle lezioni di samba su internet, alla pasta con il sugo che mi chiedeva almeno due volte alla settimana, alla colazione con beiju de tapioca e caffè, a quando ci facevamo il solletico, alla quotidianità che avevo perso, al tetto sopra la mia testa che stava volando via.

Per la prima volta le ho fatto cafuné senza distrazioni, concentrato sulla sua pelle bruna, sui suoi capelli lisci e spessi. Non mi ero mai dedicato a lei con tanta presenza e intensità. Sono sceso, ci siamo rivolti un’ultima occhiata, abbiamo pianto. Sapevamo che non avremmo più dormito abbracciati, che il nostro percorso insieme era finito.

Mi sono guardato le mani, ho cercato di imprigionarci il cafuné che facevo a Claudia. Eccolo qui, tra le mie dita. Mi sembra di toccarle ancora il collo, morbido, caldo, avido d’amore.
Sì, ero infelice, ma riparto in lacrime e piango per sette ore di fila. 

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di Ilaria Pizzini
Illustrazione di Paola Donnici

La prima cosa che sento è l’odore e il naso mi si chiude in automatico, mentre quelle maledette molecole raggiungono il mio cervello e di lì i miasmi si riversano nello stomaco.
L’urto di vomito è immediato e, va bene che ci sono abituata, ma bello non è.
Mi guardo intorno, chissà se mi ha visto qualcuno.
Certo che no, a quest’ora alla fermata del pullman interurbano ci sono solo io. E la fonte della puzza.

Un uomo, o quel che ne resta sotto i vestiti a brandelli, la barba cespugliosa, un paio di improbabili sandali da donna di plastica dura neri a brillantini, con tacco e tutto. Mi chiedo come faccia a camminare con un tacco cinque, io che sopra i due centimetri beccheggio come una barca nella tempesta.

Faccio l’indifferente, mi allontano di un paio di passi, abbarbicata alla borsa come un naufrago alla ciambella. Lo so, mi vengono solo paragoni marittimi, sarà un riflesso condizionato.
Quando sono a disagio il mare è il mio pensiero felice, come Peter Pan.

Con uno sbuffo rumoroso il pullman per fortuna arriva e, santo autista, apre la porta proprio davanti a me. Un breve sorriso, adocchio il secondo sedile a destra (se è libero mi siedo sempre lì) e sospirando poso lo zaino prima di appoggiarmi allo schienale. Manca poco alla partenza, a quest’ultima tappa di un viaggio infinito. Coi mezzi sono otto ore per quattrocentocinquanta chilometri, una follia.

Oddio santo, non ci credo.
È salito anche lui, il senzatetto, il barbone, chiamatelo come volete. L’uomo che puzza. Tanto.
Che poi non so mai se davvero l’odore è così forte o è solo un mio problema. Da un po’ di tempo i cattivi odori mi assalgono all’improvviso, anche quelli che ho sempre tollerato. L’odore del coniglio per esempio, o del pollo crudo. Lo compro, lo porto a casa, apro la confezione e getto tutto nella spazzatura. Per non parlare del pesce e delle uova.
Simona, che sa tutto, dice che si chiama iperosmia, è proprio una malattia. Vabbè.
È che io due ore su sto pullman con il puzzone a un sedile di distanza non resisto. Gli lancio un’occhiata. Mi sta guardando anche lui, due occhi nocciola con un taglio strano, ovale come una mandorla. Da quanto tempo non ne vedo di questo colore. Anche il naso è strano. Non brutto, anzi abbastanza piccolo e ben fatto. Solo la punta è all’ingiù, sembra quello di Snoopy.

Sorrido per un attimo.
Francesco.
Uno dei miei amori di ragazzina. Quanti anni avevo? Quindici, sedici al massimo.
Abitava nella casa di fronte, dalla finestra della mia camera guardavo la sua.
Ci si vedeva in compagnia, una banda di adolescenti troppo perbene per fare disastri.
Lui però era diverso.
Non fuori, dentro.
Lo nascondeva bene, solo ogni tanto un lampo di inquietudine passava da lui a me come una corrente elettrica di cui ero consapevole senza saperle dare un nome. Ci siamo persi dopo il liceo, se n’è andato dalla cittadina di provincia in cui erano rinchiusi i nostri sogni.
Il suo saluto: «Il mondo è più grande di questo buco senza futuro» mi è risuonato ogniqualvolta mi sono trovata davanti a una scelta: accontentarmi o rischiare?
L’ho rivisto solo una volta, pochi anni dopo.
Camminando soprappensiero nel corso, un lampo nocciola ha colpito il mio occhio distratto.
Mi sono voltata, ci siamo guardati per un attimo di infinito, poi ognuno ha ripreso la propria strada.

Il pullman ha un sobbalzo, uno di quei maledetti dossi sparsi a piene mani per rallentare il traffico, io torno alla realtà. E alla puzza. Mi volto, mi sta ancora guardando. Un accenno di sorriso, di quel sorriso. Sbarro gli occhi, il mio volto dichiara tutta la mia sorpresa.

«Francesco?»
«Nessuno mi chiama più così da anni»
«E come ti chiamano?» Che domanda del cazzo. Solo io riesco a dire ste stronzate.
Ride di gusto, i denti ingialliti.
«Non sei cambiata per niente. Sempre imprevedibile e fuori dagli schemi. Mi piacevi per questo».
Ecco, se qualcuno vuole vedere una donna adulta arrossire lo accontento subito.
«Ero una brava ragazza, ligia al dovere».
«Certo, ma dentro avevi un fuoco come il mio. Solo che tu non ti sei fatta bruciare».
Lo dice senza emozione, mi colpisce la sua tranquillità.
«Cosa ti è successo?»
«Che importanza ha?».
In effetti, nessuna.

«Sei ancora bella».
«Non lo sono mai stata, lo sai».
«Per me lo eri, e lo sarai sempre».
D’istinto allungo la mano, vorrei toccarlo. Si ritrae.
«Puzzo».
Non posso rispondere e mentire. Ci stiamo avvicinando alla prima città, suona il campanello.

«Posso fare qualcosa?».
Mi guarda in silenzio. Prima di scendere, ondeggiando con maestria sui tacchi di plastica, volge la testa. «Ricordami».
Scende in un lampo, il pullman riparte.
La puzza mi fa compagnia fino all’arrivo.

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di Leonardo Castoro

Illustrazione di Gianmarco Martelli

Salì sul bus. Era strapieno.
Tutti i posti occupati. Si fece strada tra schiene, braccia, piedi.
Intanto, era già ripartito. Urtò contro un signore corpulento. Non si scambiarono uno sguardo amorevole. Si scusò a voce talmente bassa da non sentirsi neanche lui. Si attaccò ad un palo oleato dal sudore di mille mani. Ad ogni curva, ad ogni semaforo, ad ogni frenata, finiva sempre per sbattere contro gli altri.
Si respirava poco e male.
Fu allora che la vide.

In fondo, attaccata ad un altro palo, vicino all’uscita posteriore. La riconobbe subito. D’istinto, distolse lo sguardo. Si fece più stretto al palo. Abbassò la testa, persino un po’ le spalle. Si nascose dietro tutta quella massa di gente.

Erano passati…quanti anni erano passati?
La risposta arrivò dopo poco. Non gli piacque. Era tanto tempo. E gli sembrava ancor di più. Quanto. Quanto tempo. Ora la curiosità di guardarla era forte. Risollevò gli occhi, piano, appena oltre il groviglio di arti.

Era proprio lei.

Non si era sbagliato. Era cambiata. Non sapeva dire in che cosa, ma era cambiata.
Forse i capelli. Più corti? Una sfumatura diversa? Forse.
Non avrebbe saputo dirlo con certezza. Ma era cambiata. Qualcosa nello sguardo, ma forse era solo stanca. Chi non era stanco, a quell’ora, in quel bus? Forse anche lei lo avrebbe trovato cambiato. Anzi, di sicuro. Non le sfuggiva mai niente, una volta. La vide alzare lo sguardo. Lui non distolse il suo, ora. Si sentiva battere forte il cuore. Perché? I loro occhi non si incrociarono. Il cuore tornò a battere normalmente.
Delusione o sollievo? Non voleva saperlo, forse.
Anche gli occhi, i suoi occhi, avevano qualcosa di diverso.

Scoprì di non ricordarsi la sua voce. Non la ricordava più. Però ricordava ancora la sua risata.
Ricordava ancora il suo corpo. L’odore della sua pelle, del suo sudore. Era stato dentro quel corpo. Era stato quel corpo. E ora eccola lì, in fondo a quel pullman. Non voleva neanche salutarla. Ma non distolse più lo sguardo. Non ci riusciva. Era patetico. Patetico e triste. Non ricordava più la sua voce, ma ricordava i pomeriggi, le nottate. I litigi. Le lacrime. I sorrisi. L’elettricità sotto la pelle. Nelle vene. Nello stomaco. Il desiderio. La rabbia.
Basta.

Basta.
Forse anche lei lo aveva visto. Forse lo stava vedendo proprio in quel momento, con la coda dell’occhio. Ne era perfettamente capace. Allora anche lei non voleva salutarlo. Non voleva neanche degnarlo di uno sguardo. Ma poteva biasimarla? Non si erano lasciati in malo modo. Non troppo. Ma importava?
Erano mai stati veramente insieme? Loro, loro due? Potevano dire entrambi di essere stati quelle due persone, una volta? Con tutto ciò che era successo, da allora. I loro capelli, i loro occhi, i loro corpi, la loro pelle, forse anche il loro sorriso non erano più gli stessi. Come aveva fatto a riconoscerla?
Ora lo vedeva.

Lo vedeva bene. Ora poteva guardarla senza problemi. Era solo un’estranea, sì, una perfetta sconosciuta. In un pullman, di sera, come tutti gli altri perfetti sconosciuti, lì, ammassati, pronti a scontrarsi ad ogni frenata.

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di Lucia Tradii

Illustrazione di Elonora Loiodice

L’immenso orologio della stazione ti avverte che è pomeriggio inoltrato.
Superi alcune persone sdraiate su delle panchine, con bottiglie e sacchetti abbandonati ai loro piedi.
Ti infili in mezzo a una colonna di taxi ferma ed entri in stazione. Continui a camminare mentre controlli sul monitor. Quando trovi il tuo treno affretti il passo, potresti correre ma ti vergogni.
Lo vedi il treno, è fermo, ma ancora lontano.

Fai slalom tra la gente: lo zaino ti batte contro la schiena, senti il rumore delle tue scarpe che colpiscono il pavimento in modo disarticolato. Pensi che è una fortuna che non ti puoi osservare dall’esterno.
Arrivi davanti a una delle porte del treno, schiacci il pulsante rotondo che si illumina per alcuni secondi di rosso prima che le porte finalmente si aprano. Entri e riprendi fiato, ma cerchi di non fare troppi sospiri rumorosi, non vuoi che le persone attorno a te capiscano che hai il fiatone. I posti nei primi vagoni sono tutti presi, tu attraversi un vagone dopo l’altro in cerca, non vuoi arrenderti a un posto laterale.

Verso il fondo trovi uno scompartimento da quattro posti libero. Che presa!
Ti siedi vicino al finestrino, allunghi un po’ le gambe e appoggi la testa.
Anche quell’ultimo vagone si riempie in fretta e alcune persone si siedono nel tuo scompartimento.
Un po’ ci resti male perché tu non ci avresti provato, invece per loro sembra così facile.
Il treno lascia la stazione lentamente, poi prende sempre più velocità e corre veloce sui binari.

Tu guardi fuori dal finestrino, anche se non si vede niente, ogni tanto ti si incrociano gli occhi mentre guardi contemporaneamente l’oscurità che c’è fuori e il tuo riflesso illuminato dalle luci al neon.
Il treno a ogni fermata si svuota piano piano. Dai un’ultima occhiata alle tre persone che hanno fatto il viaggio insieme a te e che ora scendono e non le rivedrai mai più. Rimasta sola distendi le gambe, fai un bel respiro, appoggi la testa e chiudi gli occhi. Volti lentamente la testa verso il finestrino. Apri gli occhi e il tuo riflesso è sempre lì che ti guarda.

Altri occhi però sono lì a fissarti da prima che te ne accorgessi.
C’è un uomo seduto nello scompartimento accanto al tuo, solo, che ti fissa. Fai finta di niente e volti piano la testa per guardati intorno: il vagone è vuoto.
Deglutisci.
Torni a guardare il riflesso tuo e quello dell’uomo. Lo studi per avere almeno la sensazione di avere il controllo di qualcosa. È vestito normalmente, una camicia a righe, scarpe e pantaloni eleganti.
Lo immagini fino a poche ore fa mentre digitava sui tasti di un computer anonimo in un ufficio anonimo della città e il tempo e lo spazio lo hanno portato qui, a condividere il vagone proprio con te. L’uomo ha un principio di calvizie che cerca di nascondere pettinandosi i capelli di lato. Dalla camicia si intravede una pancia che ha l’aria di farsi più prominente col passare dell’età.
Ha gli occhi scuri.
Glieli vedi bene quegli occhi mentre li tiene fissi su di te.

Il treno si ferma, le porte del vostro vagone restano ferme, nessuno scende, nessuno sale.
La prossima fermata è la tua. Che fai? Scendi o non scendi? È meglio scendere o aspettare il capolinea? Il capolinea non è così lontano, ma come farai poi ad arrivare a casa? Non ci sono autobus. Se scendi darai un’indicazione su dove vivi all’uomo. Il treno continua la sua corsa inesorabile.
Pensi di alzarti e cambiare vagone. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Pensi di alzarti e sparire dentro il bagno. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Ti volti ancora: qui non c’è nessuno, ma è impossibile che il treno sia vuoto. Ma chi ti aiuterà? Mentre continui a pensare sei rimasta incollata al tuo posto, hai lasciato l’uomo libero di scrutare ogni curva del tuo corpo. Il treno entra nella galleria: la tua fermata è vicina. Non puoi fare altro.

Ti alzi. Afferri lo zaino e te lo metti sulla schiena. Tieni gli occhi chiusi, li stringi così forti da vedere delle macchie bianche. Inizi a camminare, un passo segue l’altro. Ti giri e ti ritrovi a fronteggiare l’uomo.
Non vorresti ma non riesci a evitarlo: lo guardi. I vostri sguardi si incontrano. Lui non distoglie lo sguardo. Ha l’aria tranquilla e neutra, ma non distoglie lo sguardo. Senti il cuore che ti martella impazzito nel petto. Continui a camminare. “Vai avanti, non ti voltare” dici a te stessa per farti forza. Ti fermi davanti alla porta più lontana dall’uomo. Avresti potuto continuare a camminare, ma hai troppa paura, hai paura che le gambe non ti reggano, hai paura di non riuscire a correre abbastanza veloce. Il treno esce dalla galleria, la piccola stazione di provincia ti si para davanti, per la prima volta da quando ti ricordi sei felice di essere qui. Non ti volti, anche se la tentazione è troppo forte. Ma non ti serve che ti sforzi, li senti bene quegli occhi puntati alla schiena.
Il treno rallenta.

Per un attimo hai paura che non si fermi, che resterai bloccata qui per sempre.
Più il treno rallenta e più il tuo cuore batte all’impazzata. Il treno si ferma.
Con una mano tremante schiacci il pulsante, ti tocca aspettare ancora qualche secondo prima che le porte si aprano e tu possa saltare oltre il gradino. Sei fuori, respiri l’aria fredda. Altre persone scendono e si affrettano a raggiungere la strada. È bello sentire il rumore che fa la gente che vive. Le porte dietro di te emettono un bip lungo e acuto, le senti chiudersi come una morsa. Alla stazione è tornata la calma, ormai sei rimasta soltanto tu. Senti il treno che si sta preparando per riprendere la marcia. Non sai perché, è come se qualcosa ti chiamasse, ti avvertisse, e ti volti.

Il viso dell’uomo è a pochi centimetri da te, separato soltanto dal vetro sporco e ingiallito delle porte. Cadi a terra senza emettere alcun suono.
Il treno riparte, porta via con sé il viso dell’uomo, inghiottiti entrambi dalla notte.

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di Michele Canalini
Illustrazione di Redazione

Giulio era uscito alle sei e già il sole tardava a sorgere.
Un odore acre di sagre estive riempiva l’aria ma quella non era una mattina come le altre.
La sera prima, invece di godersi la festa, c’era stata una discussione con Michela.

Giulio si sedette vicino al binario, assieme ad altri pendolari.

Salì sulla prima carrozza e trovò da sedersi davanti a un ragazzo, con la testa calva e la fronte appoggiata sul vetro.
Il ragazzo stava dormendo.

Un tacito accordo tra i passeggeri insonnoliti aveva decretato un silenzio surreale nella carrozza. Il ritorno al lavoro dopo le ferie non invitava alla convivialità.

Giulio si guardò attorno, poi esaminò meglio il ragazzo.

S’era fatto crescere la barba, forse per compensare la calvizie.
Sembrava un volto rovesciato.
La barba era screziata ma tendente al blu, Giulio non capiva se fosse naturale o colorata.

Il ragazzo aveva i pantaloni corti, nonostante il primo fresco di anticipo autunnale. Su un polpaccio era tatuata la testa di un leone in mezzo alle felci.

Solo in quel momento, Giulio si accorse di una cosa.
Il ragazzo aveva aperto gli occhi e lo stava fissando, attraverso il finestrino.

Giulio volse allora lo sguardo da un’altra parte.
Quel ragazzo magari s’era accorto di essere a sua volta osservato e Giulio non voleva apparire indiscreto.

Ripensò invece alle argomentazioni di Michela della sera prima. Se aveva ragione a rinfacciargli la pigrizia, Giulio aveva potuto controbattere con l’eccessiva solerzia della donna nel voler pulire tutto a ogni costo. Ogni santo giorno, ogni superficie e ogni briciola caduta a terra….

… che esagerazione!

Fu proprio in quel momento che comparve il controllore. Un uomo alto, ben rasato e vestito con una camicia smanicata, come quella degli autisti degli autobus. Una leggera scia di profumo maschile ne aveva anticipato la comparsa.

«Biglietto…», disse l’uomo al ragazzo barbuto che, senza aprire gli occhi, gli porse lo smartphone.

«Biglietto…», fu la volta di Giulio che tirò fuori dalla tasca dei jeans il suo tagliandino.

«Grazie, signori, buon proseguimento…», si accomiatò l’uomo quando Giulio si accorse di una seconda cosa.
Aveva di nuovo ruotato la testa verso il ragazzo barbuto.

Quella cosa lo sconvolse.

Il ragazzo aveva serrato gli occhi per rimettersi a dormire. Ma gli occhi del viso riflesso nel vetro, invece, erano aperti e soprattutto lo stavano fissando. 

Com’era possibile??

Giulio sentì un brivido gelido lungo la schiena mentre dal finestrino scorrevano immagini di case solitarie e blocchi di pietra negli spiazzi di alcuni stabilimenti.

Giulio si guardò il palmo delle mani, quasi per appurare di non sognare. Poi cercò l’attenzione di qualche altro passeggero ma erano tutti chini sugli schermi, illuminati nei volti dai riverberi.

Si convinse allora che era stato soltanto un abbaglio.

Era mattina e i sensi erano ancora intorpiditi.

Lo stridio delle rotaie sui binari annunciò la prossima fermata.

Giulio decise di intendere quel rumore improvviso come un ritorno alla normalità, convincendosi di aver visto male sinora.

Si rassicurò.
Il ragazzo tatuato dormiva ma Giulio non si era più voltato in sua direzione. Nondimeno, restava convinto della tesi dell’abbaglio.

Il sibilo della chiusura dello sportello sancì la ripresa del viaggio.

Giulio si riguardò le mani e non sentì più il sudore scorrergli lungo le vertebre.

Una ragazza con gli auricolari passò nel corridoio.
Alle caviglie scoperte aveva due braccialetti di gomma.

Tra poco, sarà il mio turno di discesa…, si rassicurò Giulio.

Il volto di Michela gli riapparve nel vetro del suo finestrino, come un santino a cui appellarsi.
Michela non aveva più le labbra imbronciate ma sorrideva nella sua immaginazione.

Eppure, con la coda dell’occhio, Giulio non poté fare a meno di osservare ancora una volta l’altro finestrino.

Quello del ragazzo barbuto.

A sorpresa, Giulio provò una seconda ondata di terrore.

Perché lì, in quell’altro finestrino, sempre sullo sfondo delle campagne attraversate dal treno, quegli occhi erano di nuovo spalancati.

Gli occhi del barbuto lo fissavano, inchiodati a lui senza abbassare mai le palpebre.

Oh, mio Dio, dov’è il controllore?, indagò Giulio alzando il collo attorno a sé.

Questa volta la scia di sudore gli attraversò le scapole e una goccia strisciò sotto l’ascella destra per cavalcare poi in modo surrettizio tutto l’avambraccio.

Fu allora che Giulio cercò gli occhi, quelli veri e reali, del giovane dal volto rovesciato.
E gli occhi di quel ragazzo restavano chiusi, immersi nel sonno come li aveva trovati alla sua salita.

Giulio si sentì sopraffatto dal panico.

Quella maledetta carrozza… che cosa stava succedendo?

Infine Giulio, vincendo un’angoscia oramai incontrollabile, tornò a guardare quegli occhi sul finestrino… e quegli occhi erano ancora maledettamente aperti e imbullonati con lo sguardo su di lui…

Che diavolo voleva quel tipo…?

Che cazzo voleva da lui??

Il cervello di Giulio iniziò a piroettare come una scheggia impazzita.

Ce l’aveva con lui?

Giulio incominciò a tremare mentre quegli occhi del finestrino non si staccavano da lui. Senza ritegno né pudore.

Un pazzo??

Il treno rallentò fino a fermarsi a una stazione sconosciuta.

Giulio voleva quasi piangere ma si trattenne.

Riprese allora a fissarsi i palmi e se li percepì zuppi di una patina di perline liquide.

Lui non aveva mai avuto le mani sudate…

Poi, d’un tratto, il ragazzo barbuto si destò di soprassalto e si precipitò fuori dal treno.

Giulio si mise a osservarlo sul marciapiede fino al momento in cui il convoglio riprese a viaggiare.

A quel punto Giulio ricominciò a respirare.

Adesso il suo corpo stava rifiatando.

Si accarezzò, quasi in forma scaramantica, il proprio cranio glabro.

Si osservò nel riflesso del vetro del proprio finestrino.

Fu lì che scrutò la sua bella barba bluastra.

E, in mezzo a quella peluria colorata, poté riconoscere il ghigno di prima che ora lo stava fissando con la stessa intensità ferina di prima.

Il suo volto era tornato e continuava a fissarlo.

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di Luigia Brandimarte

Illustrazione di Redazione

Le sveglie salveranno il mondo.
O almeno salvano me.
Kate dice che sono una time optimist.
In ritardo alla mia laurea, in ritardo al funerale di mio padre, una volta in ritardo pure per pisciare, me la sono fatta addosso, mentre correvo verso il bagno della stazione (sì, ho perso anche il treno). Ho il cellulare pieno di sveglie e rispettivi titoli. Stavolta, per essere sicura, ne ho messe più di una:

14,39 mancano 36 minuti

14,48 mancano 27 minuti

15,06 mancano 9 minuti

15,09 passa in bagno

15,15 colloquio

(Non piace l’ora esatta, si capisce?)

Atterrata a Schiphol, salgo sul treno per Amsterdam centrale: teste basse su uno schermo.
Si sono mosse, tutte, solo quando dal mio cellulare Pavarotti ha intonato Miserere: mia mamma a cui mi sono dimenticata di “fare lo squillo” appena atterrata. Infastidite, le teste puntano alla sagoma col dito sulle labbra appiccicata su tutti i finestrini.

Esiste il vagone del silenzio in Olanda, e lo rispettano.
Scendo dal treno della quiete, e mi butto nel caos di Amsterdam alla ricerca del mio hotel.
Dieci minuti in cui ho rischiato la vita almeno dodici volte: la città è infestata dalle biciclette.
Non c’è niente di romantico, nessuna bicicletta della nonna col cestino, o le amene olandesine.
Sono degli assassini su due ruote, odiano i pedoni, li investirebbero senza rimorsi, se ciò non comportasse una diminuzione della velocità: un affronto. E ti urlano pure dietro.
Della roba incomprensibile, sembra stiano ruttando.

Fatto il check in, vado in camera per farmi una doccia, poi mi faccio spiegare alla reception come arrivare all’appuntamento: dieci minuti in tram, trenta minuti a piedi (per carità!). La receptionist suggerisce di passare dal mercato dei fiori, dice che non posso perdere i famosi tulipani olandesi. Mi faccio tentare, ma ecco che suona la prima sveglia: focus, time optimist!
Magari dopo, e tanto non saranno diversi dai tulipani olandesi che vendono alla Coop dietro casa.

Arrivo alla fermata, mancano 33 minuti e il tram arriva tra 5 minuti, perfetto.
L’unico altro passeggero in attesa è una signora con un cappello di paglia arricchito di fiori gialli, un vestito intero giallo, zoccoli gialli. Penso che sia un segno del destino, la mia presentazione sarà su “il giallo nella pittura di Gaugin”. La guardo e le sorrido, intanto ripeto a mente le prime slides della mia power point.

Poi, cade a terra.
Boom.
La donna in giallo si accascia, sbattendo la testa contro il palo della luce.
Il suo vestito giallo si macchia di rosso, del sangue esce dalla tempia destra e io sto per svenire. Non posso vedere il sangue, mi scende la pressione a zero. La tipa apre gli occhi, e io respiro.
Mi dice qualcosa in olandese, le dico che non capisco, e lei ripete a voce alta ambulance.

Controllo l’orologio, 14,44.
Controllo il tram, binari liberi.
Chiamo e resto in linea. L’operatore mi chiede una serie di informazioni, per fare prima, do alla signora in giallo il telefono. Lei si tocca la tempia e la pancia mentre parla. Arriva il tram.
In orario, ovviamente. Glielo indico, e faccio cenno alla signora di restituirmi il cellulare. Ma lei volta le spalle e mi fa cenno di aspettare. A mia volta faccio cenno all’autista di aspettare, ma quello senza pietà chiude la porta e se ne va. Suona la seconda sveglia, mancano 27 minuti. E il prossimo tram passa tra 13 minuti, bene! Adesso devo correre, senza sapere la strada, maledetta donna in giallo che ti accasci.

Mi restituisce il cellulare, bedankt.
Prendo lo zaino e inizio a correre con Google Maps in mano lungo i binari.
Quando suonerà la terza sveglia, dovrò già essere alla Oude Kerk o non ce la farò.
Ed è pieno di pedoni adesso. Mi butto sulla ciclabile, che urlassero pure.
Vedo il palazzo dell’università, suona la terza sveglia, accelero, boccheggio. Un ciclista mi spinge fuori dalla ciclabile e mi rutta qualcosa. Semaforo rosso, devo solo attraversare e ci sono. Entrata B, diceva l’email.
Semaforo ancora rosso, dove sarà l’entrata B? Suona la sveglia “passa in bagno”, mancano 5 minuti! Attraverso col rosso, non più rischioso della ciclabile. Chiedo a un netturbino l’ingresso B e quello mi dice che è sul retro, devo fare il giro.
Addio pipì, addio, lavata di ascelle, ma ce l’ho fatta!

«Hi, I am here to meet Prof. Van der Zaag».

(vorrei aggiungere: on time)

«Your name, please».

«Marta Zamboni».

«Samboi?»

«No, Zamboni, Z-A-M-B-O-N-I-».

«Well, you came a little early…your interview is tomorrow at 15,15».

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di Thomas Lehn
Illustrazione di Thomas Lehn

Sembrerebbe un mondo alternativo, se avessi l’irrazionalità per crederci.
O una di quelle situazioni televisive, dove creano un set a tua insaputa, sono tutti attori e tu non lo sai, tutti ridono della tua reazione impreparata. Eccetto che non c’è nessuno, a parte lei.

È solo un’illusione, una speranza, col tempo ho dovuto accettarlo.
Il tempo: che fine ha fatto?
Sembra immutabilmente fluido. Bloccato per sempre, eppure il fatto stesso che i miei pensieri scorrano indica che il tempo non è fermo. Anche se non ricordo l’ultima volta che ho mangiato, e non ho fame; o l’ultima volta che ho fatto la pipì e non devo farla. Vorrei uscire, andare a scoprire la verità, ma non posso. Cioè, io posso uscire, ma lei no.
Ragioniamo.

Mi chiamo Guendalina, ho 32 anni. Insegnante di matematica, casa tutta mia, un gatto, Bruno.
Stavamo costruendo qualcosa. Era da lui che andavo, per passare qualche giorno insieme, quest’anno sono riuscita a liberarmi dell’incombenza degli esami di stato. Lui invece aveva pochi giorni, prima di tornare in banca, ma li avremmo passati tra passeggiate a braccetto e ristoranti gourmet e… e poi non so, al telefono aveva un’inflessione strana nella voce. Forse voleva parlarmi di un’amante. Voleva lasciarmi?

No, non Bruno: era troppo innamorato di me.
A volte gli chiedevo come facesse, perché: No, davvero, da cosa lo capisci?
Lui rideva, come se chiedessi una cosa stupida.
Sei di un tale rigore razionale che mi serve un buon portiere.
Faceva freddure del genere, in continuazione, e io ridevo per esasperazione. Mi distraeva dai numeri, Bruno. Tutti quei numeri, diceva alzando le mani a un altare immaginario. Forse voleva chiedermi di sposarlo. Aveva la fissa del matrimonio: facciamo un figlio insieme, diceva! Un figlio, ripetevo io, e scoppiavo a ridere. Una scena assurda, a immaginarla: io con una famiglia, io senza indipendenza. E ora una figlia ce l’ho. Non è mia, l’ho trovata qui, su questo autobus deserto e senza conducente, che corre senza sosta in un paesaggio deserto e senza gente.
C’è solo nebbia.

Siamo morte? L’assurdità di questo pensiero lo rende sempre più concreto.

Ero sull’autobus, stavo andando da Bruno.
Davanti a me sedeva un uomo, un bell’uomo, con questa bambina, sua figlia.
Porta una gonnellina rosa, da ballerina, e una felpa verde, il cappuccio è una testa di drago. Gli teneva la mano, guardava fuori dal finestrino, chiedeva cosa fosse quello e quell’altro. Lui le sorrideva, paziente. Le spiegava tutto: i nomi, le persone, gli alberi. Io non saprei distinguere un cipresso da una betulla. Lui sì, diceva: «Le foglie del castagno sono singole e seghettate, mentre quelle dell’ippocastano sono composte e palmate, Guendalina».
Anche lei si chiama così. Un nome non comune, mi sarei dovuta insospettire?

Quando, come in sogno, ci siamo risvegliate qui, eravamo sole io e lei.
Io ricordo tutto, prima di quell’istante, lei no. Ho dovuto dirle io che si chiama Guendalina.
Poi ho provato a spiegarle dove siamo, ma lei in breve dimenticava tutto. Ricominciavo a spiegarle, e Guendalina dimenticava. Parla poco. Ora dorme, con la testa sul mio grembo. Chiede spesso: dov’è papà?

All’inizio pensavo sentisse il bisogno del padre, di quell’uomo dall’aspetto gentile, intelligente, che le sedeva accanto. Ma quando glielo chiedevo lei non ricordava. Diceva solo: dov’è papà? Non so niente di psicologia, forse chiamava un archetipo. Io non sapevo cosa dirle. Ma lei non era spaesata, né impaurita. Poi ha cominciato a chiamarmi mamma.
È stato imbarazzante, sembrava una freddura di Bruno.

Ho provato a spiegarle che non sono sua madre, ma non capiva.
Mamma.
Continua a chiamarmi così. Ora quasi mi piace.
L’accarezzo, gioco con lei, la tengo in braccio come ora, la mia Guendalina. È una strana sensazione, sentirsi madre anche se questa creatura non è uscita da me. È un percorso che faremo insieme, quello dell’affetto, della fiducia. E quando si fiderà di me, sua madre, potremo scendere. Sì, perché anche se questo autobus cammina, è immobile. Una volta ho aperto le porte anteriori e sono saltata giù: non mi sono fatta niente, l’autobus era lì accanto a me, che camminava fisso. Ho detto a Guendalina di saltare anche lei, ma non voleva. All’inizio pensavo fosse paura, sono risalita e l’ho presa per mano: saltiamo insieme, le ho detto. Lei guardava impaurita. Ma saltando, appena oltrepassato lo sportello, ho sentito come una scossa alla mano, la mia mano, quella che stringeva la sua, e l’ho lasciata. Guendalina era rimasta sui gradini, immobile. Ho provato a tirarla fuori, allora, ma ne ho ricevuto la stessa scossa: è come se lei fosse incastrata nell’autobus. È un problema: io voglio andare fuori, girarmi intorno, vedere che posto è questo, capire. È troppo lungo per essere un sogno, e non accetto che sia la morte. Voglio uscirne. Ma non me la sento di lasciarla qui, sola, devo proteggerla. Se conquisto la sua fiducia, se capisce che può fidarsi di me, forse sarà lei a scendere spontaneamente, forse potrà farlo.
E allora andremo via, insieme, in cerca di un’uscita.
C’è.
Lo so, da qualche parte deve esserci.
È logico.
La matematica conosce processi inversi: siamo arrivate qui, torneremo indietro allo stesso modo.
Solo il tempo non conosce retrocessione.
O noi ancora non ne conosciamo i modi.

Pensa, Guendalina.
Com’è cominciato tutto questo? Un boato.
Un rumore di ferri annientati e rocce crollanti.
No, prima.
Dov’eri prima di questo deserto bianco di nebbia? Qui, ero già su questo autobus, con Guendalina e suo padre, seduti davanti a me, stavo andando da Bruno, per il fine settimana. Poi il boato.
No, prima c’è stato l’incidente, l’autobus ha colpito qualcosa, è virato verso il burrone, poi il boato.

Sì, ma tra un momento e l’altro, tra lo schianto e il boato, cosa è successo?
Come siamo arrivate qui?
Dov’è qui?

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di Simona Visciglia
Illustrazione di Paola Donnici

Ti osservo da un po’: sei seduto di fronte a me, nel salottino del Frecciarossa Roma-Milano.
Ci separano il tavolino, la custodia dei miei occhiali da vista, un libro dalla copertina stropicciata.

Di fianco a me un uomo di mezza età in giacca e cravatta, di fianco a te un ragazzo sulla trentina.
Tu quanti anni avrai? Non più di ventidue o ventitré, potresti essere mio figlio.
Ma io non ho figli, non ne ho mai voluti, mi è mancata l’occasione forse.
E adesso, a cinquant’anni – sì, proprio oggi ne compio cinquanta – non ha neanche più senso chiedersi come sia andata.

Urto le tue ginocchia: «Perdonami, è che questi posti sono davvero stretti».
Accenni un sorriso, non so neanche se tu abbia sentito quello che ti ho detto, forse stai ascoltando della musica. Che musica ti piacerà?

Ti togli gli auricolari solo quando arriva il capotreno per controllare i biglietti, le nostre gambe si toccano di nuovo e mi fai un cenno con la mano come per scusarti.

Hai le unghie tutte rosicchiate e non fai niente per nasconderle.
Esibisci la tua vulnerabilità con disinvoltura.
Sei un essere fragile, ti immagino così, uno che lotta con fatica per tenersi a galla, come tutti i ragazzi che hanno davanti l’incognita del futuro.
Ci pensi tu al futuro, vero?
O magari hai già raggiunto i tuoi obiettivi e quelle unghie sono una valvola di sfogo.

Hai l’aria di un ragazzo assennato e sei davvero molto carino, con i capelli spettinati ma pulitissimi, hanno anche un buon odore? Hai l’aspetto curato e allo stesso tempo trasandato, come molti tuoi coetanei, ossimori viventi: a metà strada tra fotomodelli strapagati e barboni che vivono sotto i ponti.
Come ci riuscite? Come ci riesci tu?

Per il mio compleanno voglio regalarmi un’avventura o almeno provarci.
Se c’è una cosa per cui vale la pena arrivare alla mia età è questa noncuranza delle proprie azioni.
Il non avere più paura delle conseguenze, lasciarsi scivolare addosso le ansie e trasformale in occasioni.

Azzardo la prima mossa: provo a premere con più insistenza le mie gambe contro le tue e ti guardo negli occhi.
Fai il vago, hai notato che il mio sguardo adesso è diverso, te lo senti addosso, i miei pensieri su di te.
Dai un colpetto di tosse, ti ho imbarazzato?

Allungo le mani sul tavolino, come per riporre i miei occhiali nella custodia e riesco a sfiorarti la mano, un tocco quasi impercettibile, velocissimo. Adesso sei tu che mi guardi, sei curioso, te lo leggo negli occhi. Che colore hanno? Un castano indeciso, che vorrebbe sconfinare nel verde.

Ti stai chiedendo cosa devi fare? Se puoi tirarti indietro, se devi tirarti indietro?
In fondo sei un ragazzino come se ne vedono tanti, eccetto che per quell’aria sprovveduta e un po’ sognante che mi è piaciuta dall’inizio.

Mi alzo, come per dirigermi alla toilette, tu mi segui dopo qualche secondo.
Ti sto aspettando tra la nostra carrozza e quella successiva.

Ci guardiamo, infili le mani in tasca, i tuoi vent’anni si vedono tutti in questo gesto quasi maldestro. «Vieni» ti dico, aprendo la porta del bagno.

Ci chiudiamo dentro furtivi, lo spazio tra noi si annulla.
Con una manovra impercettibile, ti spingo con le spalle alla parete e ci stiamo già baciando.

Da quanto tempo non baciavo così qualcuno?
Solo per il gusto di farlo, per sentire che sapore ha l’altro. Che sapore hai tu.
Sei incontenibile, dov’è finito il tuo imbarazzo? Le hai già dimenticate quelle unghie rosicchiate dall’insicurezza? Le tue dita senza spigoli scivolano morbide sulla mia pelle, sotto i miei vestiti, dentro di me.

Qualcuno da fuori batte un colpo alla porta.

Rispondo, prendendo fiato: «Un attimo, è occupato».

Mi tiro giù la camicetta, mi ricompongo, ti blocco le mani, respingo il tuo viso, le tue labbra.
Hai la pelle arrossata, gli occhi sgranati, il respiro pesante.
E anche io ho i capelli in disordine, il rossetto sbavato e le tempie che mi pulsano.

Sei la cosa più bella che mi sia capitata in questi ultimi anni.
Un regalo perfetto, ma non te lo dico.
«Usciamo, dai» ti dico invece.

Tu mi sistemi i capelli, con quelle mani dalle unghie mangiucchiate. Sembri il mio amante da tempo, anche se non abbiamo finito ciò che avevamo incominciato. Ci sei rimasto un po’ male, ma capisci che forse qui non possiamo, che magari poi…chissà.
Per te tutto ha un futuro.

Torniamo ai nostri posti, avendo cura di farlo separatamente.

Ci resta ancora mezz’ora di viaggio. Mi guardi in maniera insistente, non puoi più farne a meno e aspetti un mio cenno, un punto di incontro. Ti lascio credere, ti lascio aspettare, mentre chiacchieriamo con gli altri due viaggiatori.

Quando arriviamo a destinazione, scendiamo, dapprima incolonnati nello stretto corridoio. Sento che mi stai troppo vicino, cerco di distanziarmi da te.

Una volta fuori, salutiamo formalmente gli altri due viaggiatori.
Restiamo noi due, come sospesi in un non-luogo senza tempo.

 Mi afferri la mano, sapendo che sto per andare via e mi chiedi: «Dimmi almeno come ti chiami».

Non ti rispondo, ti guardo, accenno un sorriso.
Alzo la mano come Mastroianni nel finale de “La dolce vita”, ma forse è un film che tu non hai neanche mai visto.

Poi la città ci inghiotte, io sui miei tacchi veloci, tu con il mio profumo addosso.

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Appena tornato da Barcellona.

Il viaggio è andato bene, a parte qualche turbolenza iniziale.
Esco dall’ultimo treno che mi tremano le gambe. Sono distrutto.
Eccezionalmente, mi passano a prendere in macchina.

Mi accoccolo nel sedile davanti, quello del passeggero, ma c’è troppo poco tempo anche solo per pensare di appisolarsi: da qui a casa sono 20 minuti scarsi.
Non mi resta che fare il punto del viaggio appena concluso.

Tutto sommato bene, a parte qualche inconveniente, come nel viaggio aereo di ritorno.
Eppure, qualcosa continua a infastidirmi e a pungolarmi.
Sui miei ricordi freschi aleggia una certa subdola inconcludenza. Mi domando seccato cosa avrei potuto fare di diverso, come avrei potuto sfruttare al meglio, ancora di più, il tempo trascorso in vacanza.
Mi rispondo che queste domande non hanno senso e che, in ogni caso, quel che è stato è stato, e non potrebbe essere diversamente.
Un bel libro di cui ho scordato di leggere il finale, ma che comunque mi ha lasciato un buon ricordo.
A pensarci bene, c’è stato veramente un libro che mi ha fatto sentire così: si chiama Queer, e l’ha scritto William S. Burroughs.

In sostanza, questo breve romanzo pseudo-autobiografico racconta le vicende di un alter ego dell’autore, Lee. La trama sembra svolgersi attorno a una storia d’amore fra lui e un giovinetto sfuggevole, Allerton, ma questo non si avvicina nemmeno a una sinossi accurata dell’opera. In realtà, Lee è pungolato dal desiderio di Allerton almeno tanto quanto è inebriato dal desiderio di vivere, di fare esperienze. Niente piani, niente mappe morali o concettuali, solo considerazioni sparse di un uomo sbronzo, seduto al bancone di un fetido locale di Città Del Messico. Allerton piomba nei vaneggiamenti del tossicodipendente Lee con la forza di un fulmine. Non è tanto la sfuggevolezza del giovane a far impazzire Lee, quanto la sua inconsistenza, tanto quella fisica quanto quella sessuale. Allerton è maschera priva di identità, indeciso fra il concedersi e il ritrarsi, alla vita come alle attenzioni di quel perverso uomo di mezza età che è il protagonista. Di nuovo, questa inconcludenza è fastidiosa, e il finale non è finale, ma, piuttosto, appendice onirica di un viaggio solo vagheggiato: Lee va in Sud America alla ricerca dello yagé, cioè uno stupefacente naturale, capace, secondo lo stesso protagonista, di assoggettare la mente umana e controllarla. Di Allerton, dopo il viaggio, neanche l’ombra. O meglio, da presenza in bassorilievo, la giovane personificazione del desiderio si ricostituisce come miraggio lontano, dimenticato.

Non so bene perché la mia sensazione di incompiutezza colleghi il viaggio appena concluso e quello delirante, sacrilego, di Lee. Forse, a suggerire le associazioni è solamente il mio cervello di viaggiatore assonnato; o, forse, le strade calde e spaziose, piene di vita, di Barcellona, mi hanno ricordato il mondo di questo romanzo: afoso, appiccicoso e stravolto, giocato fra lo sbuffo del fumo di una sigaretta e la frustrazione di uno scopo mai raggiungibile, perché impalpabile.

Penso che il mio rapporto col tempo, soprattutto quello trascorso, sia dello stesso tipo: ansioso nell’approccio e inconcludente nell’esecuzione. La colpa è della presunzione, e del senso del dovere che mi hanno insegnato, quello che raccomanda di sfruttare ogni secondo, come se davvero dipendesse da noi quel tempo, che in realtà ci capita di vivere, finché non si esaurisce.

Guardo fuori dal finestrino: il semaforo è rosso, e la fila di macchine accanto ci sfiora, noncurante.
Come al solito, penso troppo e mi rattristo: la vacanza è andata davvero bene, molto aldilà delle mie capacità.  

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di Lucia Maddalena Tissi

Illustrazione di Elonora Loiodice

Siamo in piedi, in camera da letto, l’uno di fronte all’altra, come duellanti. In mezzo ci sono loro, annerite, le stringhe sfilacciate come capelli decolorati male, un odore di gomma bruciata che si infiltra nelle narici e si attacca ai polmoni.

«Le ho bruciate» dichiara, con tono strafottente.

«Che cazzo dici?»

«Le ho bruciate» ripete.

«Hai bruciato le mie scarpe da trekking?», lo trafiggo con gli occhi, i pugni serrati, le unghie che infilzano la pelle, «Perché?»

«Senti, è una storia lunga, ma è stato meglio così».

«Hai bruciato altre cose mie?»

«No, solo quelle. Tranquilla».

Tranquilla una sega.
Sta di merda.
È completamente di fuori.

Esco tirandomi dietro la porta e una valigia in cui ho stipato i vestiti sparpagliati nei cassetti e nell’armadio. Sulle spalle uno zaino, pesante. La schiena si curva. Sono un animale da soma. Nello zaino ho ficcato i miei libri, a casaccio. Lì dentro Omero incontra Kafka che parla con Anaïs Nin che si inebria dei fiori di Baudelaire mentre la Szymborska racconta la poesia delle piccole cose. Un guazzabuglio di secoli e sensibilità. Parole intrappolate nelle pagine e ora nel mio zaino che odora dell’erba del prato su cui abbiamo fatto il nostro ultimo picnic, «con le spighe tra i denti, persi a fissare le nuvole». Ho portato via tutto quello che ho trovato di mio, in fretta. Altrimenti bruciava ogni cosa.
Il “nostro” lo lascio a lui, se vuole farne un falò.

Entro nell’ascensore e ignoro la sua voce che urla qualcosa.
Un insulto, di certo, o una recriminazione.

Pigio su zero e raggiungo la mia auto parcheggiata storta accanto a un marciapiede sollevato dalle radici di un albero senza foglie. Scaglio zaino e valigia nel bagagliaio. La schiena si raddrizza. Metto in moto e sgommo. Dietro di me il solco di una storia di un anno. Non so dire se sia stato amore o paura della solitudine.
È stato. Punto e basta. E ora non è più.

Viale Piave è deserto. È l’una di notte di un lunedì. Lungo il viale molti semafori lampeggiano, sfumati dalla nebbia. Non funziona nulla a quest’ora, nemmeno nella città dell’efficienza. Il piede preme sull’acceleratore, la mente sul passato.

Le ha bruciate. Le scarpe da trekking. Quelle che abbiamo comprato insieme esattamente un anno fa, da Decathlon, per il nostro primo fine settimana in montagna. Per accompagnarlo sulle vette che a lui piacciono tanto e a me fanno paura.
Bruciate. Polvere tu sei e in polvere tornerai.
All’improvviso il grumo della rabbia per quella furia piromane si scioglie in dolore. Il motore sussulta e anche il mio respiro. Decelero e accosto.

I fari ondulano l’asfalto rigato dalle rotaie del tram. Spengo il motore e i fari, e accendo le lacrime, con le mani avvinghiate al volante. Le ha bruciate. Inizio a singhiozzare come una bambina.
Un pianto inconsulto e nessuna voce né carezza di madre a consolarmi.
Asciugo le lacrime con un fazzoletto abbandonato da chissà quanti giorni in una tasca del giubbotto.

Rimetto in moto. Il motore scoppietta, di nuovo.
Un odore di gomma bruciata si infiltra nelle narici, dal cofano un fumo bianco tremola la notte.
L’auto non riparte. Il pianto, invece, riparte, più forte. La rabbia esplode nelle mani che picchiano il volante e nella bocca che bestemmia.

Afferro il cellulare e compongo con dita tremanti il numero del carro attrezzi. Aspetto nell’abitacolo. Intorno, la città dorme.

«Testata del motore bruciata, signorina». La sentenza.

Pago e seguo con lo sguardo appannato il carro attrezzi che porta via la macchina, fino a che la nebbia degli occhi non si salda con la nebbia della città. Tiro la valigia per la maniglia e mi sistemo lo zaino sulle spalle. La schiena si curva. Sono di nuovo un animale da soma. Riprendo il fazzoletto per asciugare qualche lacrima di rabbia incagliata sulle labbra.
Sa di gomma, bruciata.