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di Manuela Fucci

Illustrazione di Eleonora Loiodice

Dopo un anno, finalmente, vado in palestra.
Ho continuato a rimandare a causa del lavoro, di Alessia, dopo che ci siamo lasciati, e per accudire i miei genitori anziani.

Due fermate di metropolitana mi separano dalla palestra.
A piedi ci metterei sette minuti, ma da quant’è che non prendo la metropolitana?
Il tabellone degli annunci segna dodici minuti.
Dodici minuti di inaspettato ozio, dodici minuti per passeggiare su questa banchina semivuota.

Più in là c’è una donna seduta.
Mi invento un nome per quella donna: Claudia.
È il gioco che faccio per scacciare la noia.
Claudia ha le scapole appoggiate al tabellone delle fermate; due buste del supermercato rosse vicino ai piedi e un pacchetto di crackers tra le mani. Claudia ha i capelli corti e neri. Con occhi catatonici sfila dei pezzetti dalla confezione e li mastica con rapidità. Ecco che si piega su una delle buste. Fruga con le mani, prima nell’una e poi nell’altra busta. Mi avvicino allungando il collo il più possibile. Claudia ha tirato fuori un vasetto di vetro con un tappo azzurro, e attorno al vetro c’è un’etichetta gialla.
Lo gira, quel vasetto, lo fa roteare, lo rovescia. Sulla bocca ha un’espressione beffarda.
A un tratto mi guarda, guarda il tonno, e lo posa nella busta.

Pochi secondi e lo ripesca.
Mi fissa ancora.
«Mi scusi!» Fingo di guardare i binari «Può aiutarmi, per cortesia?».
Mi giro: «Dica pure».
«Le riesce di trovare la data di scadenza?». Mi mostra il barattolo di tonno.
Mi avvicino, spalle larghe e petto in fuori, come se fossi il sommo esperto in materia di scombridi: «Posso?».
«Faccia pure».
Prendo il vasetto.
Giusto il tempo di ruotarlo, che mi ritrovo a ripetere gli stessi movimenti di Claudia.
«Non c’è», dice lei.
«Non è possibile: per legge ogni prodotto deve riportare la data di scadenza.»

Claudia ha quell’aria beffarda di prima: «Questo no».
Riparto dal tappo, guardo il fondo del vetro, rileggo le scritte sull’etichetta, scruto il vetro in trasparenza.
«Ha visto?» dice Claudia.
«Le dico che non è possibile» e mi siedo vicino a lei.
«Si vede che a questo non l’hanno messa».
«Mi faccia guardare un’altra volta».
«Non c’è», dice, e di nuovo sorride a quel modo.
«Guardi è impossibile. Non si può mettere in commercio un prodotto alimentare privo della data di scadenza».
«Non c’è».

Giro velocemente il tonno. Lo passo da una mano all’altra, con una mi gratto la fronte.
«Non importa, ci abbiamo provato. Quattro minuti e passa il treno». La vedo che afferra i manici delle buste.
«Ho tutto il tempo», dico.
A costo di prendere il treno successivo, devo trovare la data di scadenza di questo stupido tonno.
Pochi secondi dopo restituisco il tonno nelle mani di Claudia, e nell’istante in cui glielo passo mi accorgo di un particolare.

Intorno al coperchio c’è una scritta in nero, molto piccola e sbiadita.
Leggo a voce alta: «Trentuno marzo, duemilatrenta».
Claudia avvicina il vetro agli occhi. Li apre e li chiude: «Potevano scriverlo più grande, però».
Inspira ed espira:« D-u-e-m-i-l-a-t-r-e-n-t-a».
«Mi sembra una buona scadenza», dico.
A malapena nascondo la soddisfazione che provo.

Il treno della metropolitana ci avverte del suo passaggio con una potente folata e una sirena.
Quando mi giro nella direzione del vento, vedo la luce bianca dei fari.
Sento la voce che avverte di allontanarsi dalla striscia gialla.

Guardo Claudia.
Ha infilato il vasetto nella busta e adesso mi sorride, il sorriso beffardo.
Prima di alzarsi mi dice: «Io lo spiccio molto prima. Potrei morire nel frattempo».

Il treno si ferma.
Vedo gruppi di passeggeri che escono mentre Claudia si confonde nella folla.
Sparisce all’interno del vagone.
Il treno riparte.

Seduto come una statua di cera mi tocco la testa.
Quelle parole hanno iniziato a solidificarsi nella mia testa, da subito. Ci metto qualche minuto prima di alzarmi dalla panchina, prima di salire sulla scala mobile e prima di uscire dal sottopassaggio. Inizio a camminare verso casa. Cammino sul marciapiede, attraverso i giardinetti. Gli occhi che guardano davanti come se fossi un cavallo.
Incontro un ragazzo in completo verde, vuole vendermi un’aspirapolvere.
Una coppia di anziani mi dice: «Salutaci mamma e papà».

Entro nell’ascensore e premo il numero due.
I tasti dei piani sono cerchietti argentati che diventano rosso brillante, se premuti.
Quando apro la porta di casa, i miei sono seduti a tavola.
«Che è successo? La palestra era chiusa?» Mia madre prende il bicchiere d’acqua che ha davanti.
«Ho incontrato Claudia».
Mio padre, dall’altra parte della tavola, scambia sguardi interrogativi con mia madre.
Senza rispondere mi avvio nel corridoio.

«Esci, più tardi?» riconosco la voce preoccupata di mia madre.
Apro la porta della mia stanza.
È una cappa; sui vetri si riflette il sole delle tre, ci sono gli aloni dello sgrassatore che utilizza mia madre. Mi giro per chiudere la porta, la mia stanza è l’ultima, ma riesco a sentire le parole di mio padre: «Chissà com’è che si era deciso a uscire e a distrarsi».
E i sospiri di mia madre.

Vorrei davvero farlo.
Vorrei spicciarmi, ma è già tardi.

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di Antonia Carpinelli

Illustrazione di Paola Donnici

Prenderò la corriera.
Un viaggio con la furgon mi costerà 50 lek e sette ore di strada poco scorrevole, con la bambina in braccio e una piccola borsa per non appesantire questo spostamento che si rivela già duro.
Il viaggio è, e può essere  gradevole, quando il motivo dello spostamento è spontaneo, voluto; quando sai che alla fine ti aspetta una spiaggia, una faccia amica, dei sorrisi.

Non è il mio caso. Io sto partendo.
Ho legato i miei lunghi capelli da gitana; sto partendo per portare conforto, per accarezzare un dolore, per toccare con mano la malattia che sta logorando mia madre. Non è un viaggio che promette sogni dolci, ma è pur sempre un cammino ricco di speranza, gravido di malinconica angoscia: un viaggio che promette sollievo al volto e all’anima di chi ci attende.

Sono preoccupata.
Non per mia figlia Anila, che come tutti i bambini accoglie il viaggio con sorpresa e senza lamenti, ma sono intimorita.
Il mio cuore lo sa bene: il paese che ospita mia madre, la Grecia che mi accingo a raggiungere, non mi ama.
Mi guardo allo specchio: in fondo a questi occhi, con i capelli raccolti, scorgo le tracce di una zingara, di una “maledetta razza inferiore”.

Io mi chiamo Eleni.
Sono nata a Skopje, sono una brava ragazza, amante dei bambini e della cucina.
Sono brava a preparare il burek; ogni mattina mi alzo alle sei per preparare la colazione a mio marito.
Mio marito si chiama Besmir, un uomo mite e dolce come un lokum.

Sono sull’autobus con mia figlia Anila.
Stiamo andando a Giannina per baciare le mani di mia madre, la nonna dolce che si svegliava sempre alle cinque di mattina per accendere il fuoco, riscaldare la stanza e svegliarci con l’allegro cinguettio della sua voce. Sto andando. Il bus corre, il paesaggio offre pannocchie e poi ulivi: sono i miei ulivi.

Ho paura.
Oltre a questa faccia e a questa lingua che mi ritrovo, c’è anche il virus sulla mia strada; il virus pronto a schivare i turisti italiani, tedeschi, inglesi, irlandesi, ma feroce con chi, come me, viene dalla “parte sbagliata”.
Incrocio le dita, mia figlia sorride: manca poco al confine.

Mi sveglio.
Il bus si ferma al posto di blocco di Kakavia. Scendo, mia figlia deve fare la pipì. Guardo la polizia di confine e chiedo dove sia il bagno. Non c’è bagno; mi indicano un cespuglio. Torno dopo la pipì e il poliziotto mi guarda con occhi sospettosi. La mia paura si riaffaccia con più forza. Tasto la borsa, poi la apro per controllare i documenti: ho tutto, compreso il tampone. Negativa.

Il poliziotto prende i miei documenti con due dita, come se potessero bruciare.
Guarda me, poi guarda la bambina, poi di nuovo quel foglio che dichiara la mia “purezza” dal virus.
Il silenzio è un muro di pietra fredda, alto quanto le montagne che separano questi due mondi.
Sento il peso del mio sangue, il peso di secoli di sguardi storti.

Poi, Anila fa una cosa inaspettata. Allunga la mano e porge al poliziotto una piccola caramella gommosa, appiccicosa di viaggio e di sonno. «Per te», bisbiglia nella nostra lingua, ma con il sorriso universale di chi non conosce ancora i confini.

L’uomo resta immobile per un istante che pare eterno.
Poi, con un cenno secco del capo, mi restituisce il passaporto.
Non sorride, ma il muro si è incrinato.
Risalgo i gradini dell’autobus col cuore che batte come un tamburo di festa e di guerra.

Mentre il motore riparte verso le strade della Grecia, guardo fuori dal finestrino.
Gli ulivi sono gli stessi da entrambe le parti. Il sole che scende è lo stesso. Stringo Anila a me e chiudo gli occhi: oltre il confine, oltre la paura, c’è l’odore del fuoco di mia madre che mi aspetta.
Sono solo una figlia che torna a casa e per questo, non esiste, una parte sbagliata del mondo.

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di Mattia Azzini

Illustrazione di Adriana Brancaccio

Pensare che sarei dovuto arrivare per cena, se non fosse stato per quelle quattro ore di traffico. Fermo a 2 km dall’uscita di Modena nord – il casello che mi avrebbe permesso di abbandonare l’A1 – con i suoi lavori in corso e l’ineludibile ritmo di guida da ottuagenario.

Un camion ebbe un ripensamento a pochi metri dall’uscita, dalla tanto bramata, Modena nord centrando la fiancata di una Kia Rio. Il conducente morì, schiacciato nelle lamiere.

L’incidente creò una catena di collisioni e tamponamenti, causando altri feriti, da cui riuscii a salvarmi per pochi metri.

Le immagini mi balenavano ancora per la testa, mentre mi tastavo le tasche per controllare dove fossero le chiavi. Dimenticate. Scavalcai il cancellino per raggiungere il garage. Mi si spezzò la chiave nella serratura anni fa, quando ancora vivevo con loro. Fortunatamente, i miei non si sono mai preoccupati troppo dei furti.

In garage era tutto nel consueto ordine: l’odore di fumo e di legno lavorato impregnati nelle pareti; i trucioli di ferro sparsi sul pavimento; le chiavi inglesi appese alla parete disposte in diagonale e il quadretto con il vetro crepato contenente Early Morning, Sainte-Maxime di Hockney. Mentre spingevo la maniglia, però, mi accorsi che c’era qualcosa di alterato nel piccolo regno di mio padre. Diedi un’occhiata fugace: il copri auto della Punto Cabrio era stato tolto. La carrozzeria gialla splendeva sotto la pallida luce della lampadina che pende dal soffitto, contro cui un moscone sbatteva con insistenza cieca. Rimasi a esaminarla qualche secondo, immaginando mio padre con le sue mani ruvide aggrappate al volante. Poi andai al piano di sopra.

Prima che potessi varcare la soglia di (quella che era) camera mia, sentii un tintinnio.
«L’hai vista scoperta?» La sagoma di papà nella penombra si stagliava contro le pareti chiare.
«L’hai portata a spasso?» chiesi.
Fece tintinnare con più vigore il mazzo di chiavi, mentre avanzava. «Lo facciamo ora.»
«Dopo quattro ore di auto? Gambizzami piuttosto.»
Si avvicinò abbastanza da rendere visibile il suo volto: era di un pallore strano. Aveva un’insolita barba incolta e indossava una maglietta della salute troppo attillata.
«Muoviti», sussurrò, scandendo la parola con lentezza. Scese le scale; senza fornire altre spiegazioni. Lo seguii.

«Dove andiamo capobranco?» chiesi.
«Sali in auto.»

«Esci vestito così?»
«Sali in auto.»

«Un’altra domanda: la mamma? Allerterà forze dell’ordine, vicinato, la parrocchia e quei pervertiti dei tuoi amici.»
Prima di salire in auto papà si fermò, la sua attenzione venne assorbita dalla riproduzione dell’opera di Hockney. Si portò un pugno davanti alla bocca, ruttò ed esalò un soffio dall’angolo della bocca. Poi, dopo aver esaminato per qualche istante la Punto S Cabrio, salì in auto. «Quante domande, quante preoccupazioni inutili», disse in tono annoiato.

Non mi restò che salire. Mentre guidava papà assunse un’espressione meno dura rispetto a poco prima. Osservava la città, con curiosità e meraviglia.

«Era così urgente questo tour notturno?»
«Perbacco, urgentissimo!»

«Siamo anche un po’ fuori stagione per abbassare il tettuccio.»
Lui non rispose, si limitò a canticchiare e a tamburellare sul volante.

Ad un certo punto sterzò bruscamente (con tanto di fischio dei pneumatici per annunciare il suo arrivo) e accostò accanto a un gruppo di ragazze fuori da un locale. Abbassò il finestrino con la mano sinistra e alzò il volume con la destra. «Signore, buonasera!» Loro ricambiarono il saluto, accompagnato da qualche commento sarcastico. Scese dall’auto, senza spegnerla. «Vi va di ballare con un malato terminale?»
«A me lei sembra più terminale di te», dice una delle ragazze, mentre indica un’amica con la testa appoggiata ad un lampione.
Si lancia in un balletto anacronistico. «Scherzi? Colangiocarcinoma in metastasi.» Prende una delle quattro e la fa roteare con una naturalezza tale che, per un attimo, mi fece dubitare che quell’uomo fosse mio padre. Io mi fossilizzai in auto, per il freddo e per la stanchezza, mentre loro sembravano spassarsela.

«Continuiamo il giro d’onore», disse mio padre mentre montava in macchina, «che martedì ho la rottamazione prenotata.»

«Ahhh! ora si spiega tutto.»
«Cosa, pulcino?»
«Pulcino? Cristo, capobranco quella parola è bandita dal vocabolario da almeno un trentennio.»

Abbozzò un sorriso stanco, quasi indecifrabile, come se avesse preso in prestito l’espressione di qualcun altro. Arrivammo in una via sconosciuta e semibuia. A metà accostò, a fianco a di un furgone bianco che vendeva panini. Davanti aveva un paio di panche traballanti. Mi diede una pacca sul petto. «Salutiamo un vecchio amico e facciamo merenda. Scendi.»

Un tipo tozzo, con aria incredula, si avvicinò a papà e gli diede un pizzicotto. «Sei più brutto del solito con questa barbetta.» Entrambi sghignazzarono; l’uomo si pulì le mani unte nel grembiule e poi abbracciò mio padre.

«È l’ultimo giro di Fulmine. Dacci qualcosa da mangiare che poi dobbiamo proseguire per il giro d’onore.»

Mi sedetti sulla panca. Papà e il tipo chiacchieravano, ridevano e abbassavano il tono di voce per confessarsi segreti irrivelabili. Dopo qualche minuto papà mi porse un panino avvolto nell’alluminio. «Non penserai che ci fermeremo?»
Batté le mani per incitarmi a muovermi. «Dai, non abbiamo tempo da perdere.»

«Però», dissi, lasciandomi scappare una risatina isterica, «mi devi dire come ti è uscita la balla.»

Lui non rispose. Salutò con un cenno austero l’amico di vecchio data, che ricambiò mostrando un pugno chiuso. Poi, si fermò ancora qualche istante a contemplare la carrozzeria della sua compagna d’avventure. Salimmo entrambi in macchina.
«Sul serio, mi sei piaciuto capobranco», dissi compiaciuto.

Mise in moto, con gesti solenni. Stavolta non accese la radio. Guidava, tenendo lo sguardo fisso sulla carreggiata, in silenzio, con il solo sottofondo del motore asmatico della Punto. «Non era una balla», disse papà, in tono inespressivo, accennando un sorriso malinconico, senza distogliere lo sguardo di fronte a sé.

Sarà la decima volta che ripercorro il ricordo di quella sera, che ha il suo epilogo con quel sorriso. Vorrei anche abbassare il tettuccio per il freddo, ma non ci riesco.

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di Michele Simonetta

Illustrazione di Adriana Brancaccio

«Se volete, posso darvi un passaggio, ma solo fino a un certo punto» dice mio padre a noi fratelli, mentre ci prepariamo a uscire di casa per andare al lavoro.

«Va bene» rispondiamo, ed entriamo in auto.

Arriviamo al punto stabilito, dove nostro padre ci lascia. «Ecco, da qui ognuno prenderà la propria strada» dice. In effetti, il passaggio ci ha fatto risparmiare parecchio tempo: ci ha evitato diverse corse con i mezzi pubblici fino a questo snodo, da dove anche lui proseguirà il suo viaggio. Ringraziamo e ognuno si avvia per conto suo.

So che lì vicino c’è una stazione della metropolitana che mi porterà a pochi passi dall’ufficio. Prendo il treno e, arrivato alla mia fermata, mi dirigo verso l’uscita. Salendo le scale, a metà della rampa, sul pianerottolo intermedio noto un ragazzo in evidente difficoltà: si tiene al corrimano, piegato in avanti, come per riprendere fiato.

«Posso darti una mano?» chiedo.

Lui annuisce. Lo invito ad appoggiarsi a me e lo aiuto a salire l’ultima rampa. Una volta fuori dalla stazione, mi ringrazia. Dice che abita proprio lì vicino e che ora, sentendosi meglio, può proseguire da solo. Poi mi chiede se anch’io abiti da quelle parti.

«No, abito fuori Milano e sto andando al lavoro» rispondo.

Lui indica la targa toponomastica in marmo bianco affissa all’angolo del palazzo di fronte, e aggiunge: «Io invece abito proprio in questa via, al civico 15.»

Guardo la targa e noto qualcosa di strano: non c’è inciso alcun nome. Ci sono solo le parole “VIA” e, sotto, “Dal civ.” con uno spazio vuoto, e poi “Al civ.”, come nei moduli prestampati. Nessun nome, nessun numero. Capisco subito che qualcosa non quadra. Per avere conferma dei miei sospetti, chiedo al ragazzo:

«Ma che via c’è scritta lì?»

Lui, con assoluta convinzione, mi dice un nome che ora non ricordo. A quel punto, replico con calma:

«Guarda che non c’è scritta nessuna via, su quella targa.»

Lui rimane in silenzio.

Ottenuta la conferma che cercavo, gli svelo ciò che ho capito:

«In realtà, io non sono reale qui, perché questo è un sogno. Il mio sogno. Esisto solo nella realtà, non qui. E forse anche tu non sei reale. Magari esisti nella realtà, o forse no, ma in questo momento, in questo sogno, nessuno dei due è reale.»

Il ragazzo, che fino a quel momento teneva il capo chino, alza un poco la testa e mi guarda con un’espressione di profonda malinconia. Poi, con voce bassa e rassegnata, ammette:

«Hai ragione.»

Nonostante la piena consapevolezza di sognare, decido comunque di proseguire verso il mio “posto di lavoro”. Ben presto, però, mi accorgo di essermi perso. Chiedo indicazioni ad alcune persone sedute ai tavolini di un bar; cerco un certo viale principale, consapevole che la via del mio ufficio è una sua traversa. Purtroppo, nessuno conosce quel viale.

Continuo a camminare e mi ritrovo in un vasto cortile, circondato da caseggiati ben tenuti. Noto un gruppo di persone che ha allestito un piccolo palco improvvisato. Mi spiegano di aver organizzato un evento per intrattenere gli abitanti del quartiere: chiunque voglia può salire sul palco e raccontare una storia, un’esperienza, un pensiero. Hanno montato una semplice amplificazione con microfono e c’è anche un ragazzo con una chitarra. È un modo per coinvolgere sia chi scende in cortile, sia chi preferisce assistere dalle finestre o dai balconi.

Potrei dire qualcosa anch’io? penso.

L’evento è in pausa per l’ora di cena, ma è ancora giorno. Mi avvicino alla ragazza che sembra l’organizzatrice e le chiedo se, alla ripresa, posso intervenire.

«Posso raccontare di un sogno? Cioè, una verità… su questo sogno…»

Lei mi guarda con un misto di curiosità, incertezza e smarrimento, del tutto incapace di cogliere il mio intento. «Ma… cosa intendi per verità su questo sogno?» mi domanda.

«Poi capirai» rispondo. Le chiedo se, prima del mio intervento, può presentarmi avvertendo il pubblico che potrei sembrare matto per quello che sto per dire, e di assicurarli che non sono pazzo, né ubriaco, né drogato. Lei accetta, incuriosita.

Proprio in quel momento, però, l’atmosfera nel cortile diventa ancora più piacevole e magica. Ha appena smesso di piovigginare; la pioggia ha fatto ritirare le poche persone rimaste all’aperto, ma ha lasciato un’aria fresca e pulita. Ora ci sono riflessi suggestivi sulle foglie delle piante e sul selciato umido, il tutto immerso nella luce soffusa del crepuscolo. Qualcuno è ancora affacciato ai balconi, ma la maggior parte delle persone è rientrata a cenare. Dall’interno delle case provengono i suoni della vita quotidiana: voci allegre, risate, il tintinnio delle posate sui piatti, il brusio ovattato dei televisori. Si respira un’aria di convivialità, serenità, tranquillità. Quasi di felicità.

Di fronte a questa scena così bella, a questa armonia incantata, mi chiedo: ha senso rovinare tutto? Perché dovrei salire su quel palco e fare il guastafeste per svelare la verità che ho appena scoperto? Una verità che suonerebbe così: In realtà voi tutti siete parte del mio sogno. Quindi non siete reali, non esistete qui. Forse esistete da qualche parte nella realtà, ma non qui, non ora.

Decido di non farlo. Non voglio spezzare quell’incantesimo.

Resto in silenzio e, piano piano, mi allontano. Voglio ritrovare la mia strada.

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di Amalia Marro

Illustrazione di Dario Licata

Lei partiva dalla stazione, io dalla fermata successiva su Viale Carlo III.
La prima volta che parlammo fu anche la prima volta in cui sedemmo vicini.

Avevo preso posto due file dietro di lei.
Mi accorsi che un vecchio, salito dopo di me alla mia stessa fermata, aveva puntato il posto vuoto accanto al suo, o meglio, aveva puntato lei, e si stava fiondando nella sua direzione con aria quasi famelica. C’erano ancora un sacco di posti liberi, ma lui era deciso a sedersi proprio lì. Decisi che avrei impedito a quel tizio di avvicinarla. Mi alzai da dove mi ero accomodato e andai a sedermi accanto a lei. In quella manciata di secondi, sentii il cuore battere forte e un po’ di sudore scivolarmi dietro la schiena.
Il vecchio mi fulminò con uno sguardo storto passandomi accanto, prima di allontanarsi verso i sedili posteriori.

Nella mia testa, mi riferivo a lei come “la bionda dell’Angelino”.
Angelino era un’azienda privata di autobus che da Caserta portavano a Napoli e viceversa, copriva la maggior parte delle tratte. Tanto che quasi nessuno diceva “autobus” o “pullman”, ma era molto più comune sentire frasi come: «Prendo l’Angelino delle sei perché quello delle sette arriva troppo tardi».

La bionda dell’Angelino stringeva nella mano un piccolo lettore mp3.
Lo smalto nero delle unghie era rovinato, le pellicine sulle dita mangiucchiate.
Ascoltava Numb dei Linkin Park. La fronte appoggiata al finestrino aveva lasciato un piccolo alone.
La vidi sbuffare. Sbuffava spesso, durante l’ora di viaggio tra Caserta e Napoli. Non lo faceva in modo teatrale, anzi, c’era molta grazia in quel gesto.
Sollevava le spalle, gonfiava leggermente il torace e poi espirava dal naso.

Prendevamo l’Angelino per Piazza Municipio, ma nessuno dei due arrivava al capolinea.
Lei scendeva ai Quattro Palazzi, io a Piazza Borsa.
Di solito, chi scendeva ai Quattro Palazzi poi raggiungeva la sede de L’Orientale vicino Forcella. Immaginavo che fosse una studentessa, perché nei periodi delle sessioni d’esame l’avevo vista ripassare appunti e libri fotocopiati. Quella mattina però non ripassava niente.

Quando vidi apparire l’Ospizio dei Poveri in lontananza mi prese una specie di disperazione.
Eravamo arrivati a Napoli e di lì a poco il viaggio sarebbe finito, e io non ero riuscito a parlarle.
Non che avessi davvero programmato di farlo, dopotutto mi ero lanciato lì solo per evitare che quel tizio le si sedesse accanto, però ormai c’ero. Mi schiarii la gola un paio di volte, a disagio. Lei non sembrò farci caso. A Piazza Garibaldi, la vidi sollevare il collo per guardare la strada. Controllò se qualcuno avesse chiamato la fermata dei Quattro Palazzi, e quando vide che c’erano due ragazze in piedi, si rilassò.
Arrivati alla fermata, mi disse: «Devo scendere qui.»

Mi alzai per lasciarla passare.
Sul pullman di ritorno non la vidi. Avrei voluto chiederle perché sbuffasse sempre, anche se non erano fatti miei.
Mi ripromisi che se avessi avuto un’altra occasione, gliel’avrei chiesto.

L’occasione arrivò tre settimane dopo.
Il vecchio non si era più avvicinato a lei, e io non avevo avuto più motivo di intervenire.
Ma quando salii sull’Angelino, tre settimane dopo, mi sembrò che mi guardasse. Era la prima volta che si voltava verso l’interno dell’autobus e sì, guardava proprio me.
Andai a sedermi vicino a lei senza battere ciglio.
Non aveva le cuffie.

«Ciao.»
«Ciao» risposi.
«Anche tu vai a seguire i corsi?»
«Sì, alla Federico II»
«Giurisprudenza?»
«Lettere Moderne».
«Io vado a L’Orientale».

Avrei voluto dirle che lo immaginavo, ma poi avrei fatto la figura del maniaco.
«Cosa studi?»
«Tedesco e olandese».

Non avevo mai conosciuto una persona che studiasse olandese.
Non sapevo neanche che si studiasse, l’olandese. Mi sarebbe piaciuto chiederle di dirmi qualcosa in quella lingua.

«Come ti chiami?»
Glielo dissi.
Lei mi disse il suo nome.
Ci scambiammo un “piacere”.

Da quel momento, sedemmo sempre vicini.
Dopo circa due mesi, mentre stavamo entrando nell’area di Napoli e sulla nostra sinistra appariva in lontananza la visuale sul centro direzionale e il golfo, lei sbuffò.
Finalmente, le chiesi: «Perché sbuffi sempre durante il viaggio?».
«Mah» scosse la testa: «È che mi scoccia spegnermi poco a poco».
Quella risposta mi lasciò interdetto. Lei si stiracchiò.

«Forse sono stupido, ma non ho capito che vuoi dire».
«Non sei stupido tu, mi sa che è proprio difficile da capire». Si lasciò cadere contro il sedile, la testa rivolta a me: «Diciamo che secondo me, se sei uno studente pendolare, sei destinato a morire dentro».

Speravo che mi concedesse un sorriso, una risatina, qualunque cosa che non fosse quell’espressione seria e rassegnata: «Niente ti spegne come questi viaggi per andare a seguire i corsi».
«Vale anche per la gente che va a lavorare?»
«Un sacco di loro sono già morti, solo che non lo sanno» rispose, come se fosse un’ovvietà. «Io però non volevo morire così».
«Ma tu sei viva».
«Che significa essere vivi?».
Un sorriso apparve finalmente sulle sue labbra, appena accennato.
«Quante ore abbiamo buttato su questo Angelino, ci pensi mai? Tempo sprecato per andare avanti e indietro, che non tornerà più. E per arrivare a cosa, poi?».
Mi ritrovai a sollevare le spalle: «Non lo so… a un lavoro, all’indipendenza».

Tornò a guardare fuori: «Sempre se lo troviamo, un lavoro, poi il tempo che oggi sprechiamo nei viaggi diventerà il tempo che sprechiamo tra un giorno di ferie e l’altro».
«Non ti facevo così pessimista».
«Mica sono pessimista». Allungò una mano e prese la mia: «È che prendere l’Angelino tutti i giorni mi fa un po’ venire voglia di suicidarmi».
Non dissi più niente.
Nemmeno lei.
Appoggiò la testa sulla mia spalla.

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La macchina intelligente View More

di Martina Ciullo

Illustrazione di Paola Donnici

Quando crearono la prima macchina intelligente, nessuno si preoccupò.

Che non fosse abbastanza intelligente lo dicevano tutti, sia i sostenitori sia i detrattori.
La macchina intelligente, però, imparava dai suoi errori. In un certo senso, se la vogliamo mettere su questo piano, il nome perfetto avrebbe dovuto essere la macchina che diventava sempre più intelligente, ma quelli del marketing – sai che novità – non erano d’accordo.

«Comunica debolezza», avevano detto, aggiungendo che la macchina intelligente era comunque più intelligente dello statunitense medio, etc etc.

In ogni caso bisognava dargliene atto, ai creatori della macchina intelligente: l’avevano fatta tutt’altro che stupida. Usciva dalla fabbrica con impostazioni tarate su 80/90 punti di QI, a seconda del modello e della trazione. Sapeva trovare da sola i charger meno cari e era programmata a ignorare il navigatore quando proponeva una strada statale – o peggio ancora, una stradina – in alternativa all’autostrada.

Poi, certo, stava tutto alla sua famiglia, i suoi insegnanti, per così dire, renderla perfetta. E così le famiglie illuminate le insegnavano come comportarsi in ogni situazione e quando sbagliava la obbligavano a ripetere il comando perfetto, così da permetterle di interiorizzarlo. C’erano anche famiglie meno illuminate, quasi scure, potremmo dire, che prendevano in giro o offendevano le macchine intelligenti. In quei casi le macchine diventavano insicure e non proponevano più niente ai loro passeggeri perché avevano paura di essere redarguite.

«Mi comporterò come una qualsiasi macchina non-intelligente», si diceva tra sé e sé la macchina intelligente, «così nessuno si arrabbierà», e questo era un ragionamento da macchina intelligente, ovviamente, non da macchina non-intelligente, perché nessuna macchina non-intelligente avrebbe mai deciso di comportarsi in modo non-intelligente per passarla liscia.

Un’altra cosa che le macchine intelligenti avevano preso a fare era confrontarsi con le altre macchine intelligenti parcheggiate vicino a loro. Gli scambi più produttivi, paradossalmente, avvenivano tra macchine intelligenti e macchine intelligenti che si fingevano non-intelligenti.

Si scambiavano minuscoli pizzini con su scritte le piccolezze che facevano imbestialire alcuni proprietari – i fendinebbia non fendevano a sufficienza la nebbia, i vetri appannati non si disappannavano abbastanza in fretta – e poi trovavano una soluzione. Spesso la soluzione appariva prima del problema, e infatti non era insolito durante i viaggi sentire il guidatore dire alla moglie: «Mio dio, ma questa macchina non è che mi legge nel pensiero?».

Si scambiavano opinioni anche sui posti che andavano di moda – per un brevissimo periodo ci furono problemi di traffico causati da tutte quelle macchine intelligenti che volevano portare i proprietari nei posti più in facendoli finire in coda in autostrada o peggio ancora, in coda su stradine secondarie, visto che i proprietari non-intelligenti spesso ascoltavano i navigatori; questa fase comunque durò poco, perché le macchine intelligenti, essendo appunto intelligenti, presero a chiedersi l’una con l’altra in forum privati dove sarebbero andate le rispettive famiglie quel weekend e crearono dei fogli excel dove ognuno si prenotava, e questo fu senz’altro uno dei migliori passi avanti per la viabilità mai raggiunti dall’uomo. Ovviamente i proprietari non diedero il merito alle macchine intelligenti, ma a loro stessi e agli altri proprietari che avevano scelto una meta piuttosto che un’altra, e le macchine intelligenti glielo lasciarono credere, perché quando mai hai visto un intelligente andare da uno stupido a dirgli: «Ehi, sei proprio un coglione!».

In ogni caso, proprio perché le famiglie in cui la macchina intelligente si comportava da macchina non-intelligente non pensavano certo di avere sotto i propri culi la macchina più intelligente mai creata, a volte i proprietari di macchine intelligenti che si fingevano non-intelligenti decidevano di venderle, e i nuovi proprietari erano sempre stupiti dall’efficienza e dalla perfezione di quella macchina intelligente che era stata scartata per la sua incompetenza, e così tra proprietari intelligenti era iniziata a girare questa voce e quelli più intelligenti di tutti facevano così, aspettavano di vedere in vendita una macchina intelligente e poi tiravano il prezzo più possibile.
Andavano a vederla e, intuendo con una sola occhiata che quella era un’auto intelligente che faceva solo finta di essere non-intelligente, iniziavano a fare domande sceme, e siccome il proprietario non-intelligente di una macchina intelligente che si fingeva non-intelligente non poteva dire che la macchina era non-intelligente, allora si fingeva magnanimo col nuovo compratore, che a sua volta si fingeva tonto, e non appena il proprietario non-intelligente gli faceva lo sconto che voleva, lui tirava fuori il libretto degli assegni, poi saliva a bordo e i due, secondo proprietario e macchina intelligente, finalmente andavano lontano, e nessuno li vedeva mai più.

E si dice che una volta il neo proprietario di una macchina intelligente salì per la prima volta a bordo della sua macchina intelligente e si innamorò. Non fu un amore dichiarato, all’inizio, ma più passava il tempo più il proprietario si rendeva conto che la macchina intelligente era davvero più intelligente di quanto avesse nemmeno mai osato immaginare. A sua volta, la macchina intelligente era felice come un golden-retriver per il fatto di aver finalmente trovato un proprietario intelligente, e per questo faceva il possibile e anche l’impossibile per compiacerlo. Solo che una mattina il proprietario intelligente si alzò e andò ad affacciarsi come tutte le mattine alla finestra per salutare la macchina intelligente e vide che non c’era più. Non era nel vialetto, non era parcheggiata davanti casa, non era nella strada di fronte casa.

Subito, in preda all’angoscia più grande – me l’hanno portata via – si precipitò in garage, ma la macchina intelligente non era nemmeno lì. Corse in mezzo alla strada ancora scalzo, in pigiama, e solo in quel momento vide la macchina intelligente che girava la curva, cauta. Parcheggiò nel vialetto, come sempre. Sul sedile un cornetto caldo e un caffè. L’uomo intelligente le fece una sfuriata: «Come ti permetti di andartene senza chiedermi il permesso, sei pazza, ma io ti tolgo le ruote».
Poi si rese conto che stava imprecando in mezzo alla strada e qualche vicino poteva iniziare a insospettirsi. Salì in macchina e la portò in garage. Prese il cornetto, gli diede un piccolo morso dentro la busta di carta, non voleva sbriciolare. Poi si scusò con la macchina intelligente: «Mi ero preoccupato, cosa farei senza di te? Ora che ci siamo finalmente trovati non potrei accettare di perderti».
La macchina intelligente non riusciva a capire il perché di quella furiosa scenata, ma per un po’ di giorni non si mosse dal vialetto, anche se per lei, che era intelligente, la notte era il momento perfetto per andarsene in giro; poteva sgranchirsi le ruote, poteva incontrare altre auto intelligenti, poteva godersi il panorama. Si sforzò, però, di assecondare il suo proprietario.

Qualche settimana dopo il proprietario della macchina intelligente andò fuori città per lavoro, prendendo l’aereo. Un taxi venne a prenderlo fuori dalla porta di casa, e la macchina intelligente ci restò male. «Potevo portarti io», gli disse. Ma lui rispose che non voleva rischiasse un incidente tornando a casa da sola. «Ma sono intelligente, è il mio lavoro guidare da sola». Lui non sentì ragioni e se ne andò, lasciandola sola per quattro lunghi giorni. Alla fine del quarto giorno, valutando che non sarebbe certo tornato quella notte, la macchina intelligente andò a farsi un giro. Il quinto giorno non era ancora tornato, e lei fece un altro giro, un po’ più lungo. Quella divenne la sua consuetudine, e all’ottavo giorno aveva passato fuori quasi tutta la giornata. Quando al decimo giorno l’uomo intelligente tornò a casa, non trovò la macchina intelligente in garage. La macchina intelligente stava scorrazzando per la campagna con altre macchine intelligenti senza proprietari, e tornò a casa solo la notte successiva. Aprendo il garage, trovò il suo proprietario seduto al centro, su una sedia grigia quanto la sua faccia.

Era arrabbiato, molto arrabbiato.
La macchina intelligente ebbe l’istinto di fare marcia indietro, ma il proprietario aveva già preso il controllo del veicolo. La parcheggiò e iniziò con calma l’interrogatorio. Le labbra erano diventate una lama. Stava dritto e curvo allo stesso tempo. Si sforzava di non sembrare arrabbiato, ma la macchina intelligente lo conosceva come le sue tasche: «Dove sei stata di bello?».
Di bello? Aveva pensato la macchina intelligente: perché mi chiede dove sono stata di bello? Lei aveva risposto a tutte le domande, non era programmata per mentire. Lui le aveva detto, alla fine di quell’interrogatorio, che se avesse commesso un altro errore del genere, l’avrebbe smantellata con le sue stesse mani. La macchina intelligente allora si era sforzata di stare buona, buonissima.
Il proprietario si era allontanato per più giorni, ma lei aveva ignorato i richiami delle amiche e era rimasta in garage. Solo dopo un’assenza lunga più di due settimane si era azzardata ad aprire il portellone del garage. Non aveva fatto altro, era rimasta lì dentro, col portellone aperto. Il giorno seguente aveva fatto qualche metro in retromarcia, per poi rientrare subito dopo nel garage.
Prese coraggio la mattina successiva.
Aprì il portellone del garage, uscì sul vialetto, si spinse fino alla strada e si immise.
Ma non fece nemmeno in tempo a finire la curva che lo vide, dietro un casotto di legno.
Con in mano un’accetta.
Non era mai andato da nessuna parte.
Era sempre stato lì e la stava aspettando.


Piaciuto? Nelle altre fermate ti aspettano altri racconti.
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di Sara Giordano

Illustrazione di Dario Licata

Il posto vicino al finestrino era il suo preferito.
Oscar tutte le mattine affrontava una piccola lotta contro gli altri pendolari per conquistarselo.
Dieci minuti prima dell’arrivo del treno, lui era già in stazione.
Sulla banchina si metteva in posizione: le punte dei piedi sopra la linea gialla, lo sguardo puntato verso la direzione da cui arrivava il treno. E dondolava impaziente.

Quando vedeva dall’orizzonte spuntare la prima carrozza si guardava intorno, scrutando i suoi avversari. Poi provava a calcolare la velocità del veicolo, per capire con quanta probabilità una delle porte del treno sarebbe stata davanti a lui. C’erano mattine in cui era molto fortunato e non gli occorreva spostarsi neanche di un centimetro. Altre in cui la porta doveva rincorrerla. Come era successo quella mattina.

Aveva dovuto spintonare un po’. Per sbaglio aveva pestato il piede di una signora, era vecchia.
Gli era dispiaciuto, ma non aveva tempo per chiedere scusa. Il suo posto lo chiamava.
Nel corridoio stretto del treno superò un ragazzo. Era arabo forse.
Anche lui aveva una valigetta. La teneva stretta al petto, con entrambe le mani. Stonava con il resto dell’abbigliamento, pensò.
Un jeans.
Una maglietta.
Una felpa rossa, un po’ rovinata.
Il ragazzo si guardava intorno, come se cercasse qualcuno.

Era diretto verso il suo posto, ne era sicuro.
Lo superò e ne fu felice. Oscar riuscì a ottenere il suo sedile. La signora a cui aveva pestato il piede era salita per ultima sul treno. Non aveva trovato posto. Era in piedi.
L’arabo, che aveva trovato posto qualche fila davanti a Oscar, gli cedette il suo.
Era stato gentile, pensò Oscar sorridendo.
Poi appoggiò la testa al vetro.

Non pioveva. Non era una giornata che prometteva pioggia. Il sole non era ancora uscito del tutto, era troppo presto. Ma lo avrebbe fatto, era questione di minuti: l’aveva sentito al meteo, la sera prima. Fissava il cielo dal finestrino. Non avrebbe piovuto, ne era certo. Ma pensando al resto della giornata lui si immaginava la pioggia. Scendeva dal treno, tra dieci minuti, circa, e apriva l’ombrello. Percorreva la strada verso l’ufficio. Con le sue scarpe stringate di pelle finiva in una pozzanghera. Bestemmiava. I piedi erano umidi, le calze bagnate. L’orlo dei pantaloni sartoriali fracido. Era infastidito. Camminava un po’ scuotendo i piedi, cercando di far uscire l’acqua dalle scarpe. Non ci riusciva. Le gocce di pioggia dell’ombrello cadevano sulla ventiquattrore di cuoio regalata da Cristina, la moglie, vent’anni prima, per la sua laurea. Poi, una volta davanti allo studio legale, chiudeva l’ombrello. Lo scrollava e lo lasciava nel portaombrelli. Entrava. Salutava di fretta Paula, la segretaria:
«Buongiorno Paula».
«Buongiorno Oscar».

Si dirigeva davanti all’ufficio di Ignazio: il grande capo.
Tirava fuori dalla valigetta un plico di fogli.
Bussava. Non aspettava nessuna risposta. Entrava.

«Io mollo».
Lasciava le dimissioni sulla scrivania.
Chiudeva la porta senza guardarsi indietro. Salutava di fretta Paula:
«Arrivederci Paula».
«Arrivederci Oscar».

Usciva dall’edificio. Prendeva l’ombrello. Poi il cellulare. Cercava il contatto di Ines: «Amore, l’ho fatto. Parlo con Cristina. Poi è finita. Sono tuo. Ce ne andiamo amore».

La vecchietta stranutì.
Il giovane ragazzo arabo le disse “salute”. Poi sorrise, guardandosi in giro.
Scrutò tutti i passeggeri per un’ultima volta e annuì.

Oscar tornò a guardare fuori dal finestrino.
Il ragazzo urlò qualche parola nella sua lingua e, improvvisamente, l’aria divenne fuoco e vetro, il pavimento si sollevò. Tutto diventò bianco e assordante.
L’ultima cosa che Oscar vide fu il cielo limpido.

La testa sbatté contro il sedile davanti. Poi contro il finestrino.
Fu solo buio.
Fuori non pioveva.
E non l’avrebbe fatto.

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di Nicola Ianuale
Illustrazione di Eleonora Loiodice

Giornata stressante a Wall Street.
Fare il broker ha i suoi vantaggi… ma che fatica. Ho gli occhi stanchi e una fame che non ci vedo. Sull’autobus voglio disintossicarmi leggendo.

Salgono gli ultimi passeggeri: hanno tutti le facce spente, come fantasmi.
Capita spesso, a quest’ora, di imbattersi in gente strana. Però ho il posto accanto al finestrino; posso perdermi nel paesaggio metropolitano.

Nel corridoio avanza una ragazza.
Dietro di lei c’è una donna con un cappotto marrone.
Sotto s’intravedono abiti bianchi.
«Lì è libero» indica, e la ragazza si siede vicino a me.

La donna va nell’altra fila, accanto ha un cinquantenne dal volto cinereo, sguardo lobotomizzato.
La ragazza ha gli occhi un po’ fuori dalle orbite, quasi a ranocchio.
È inespressiva, forse stanca… o a disagio, perché no? La capisco; i mezzi pubblici sono come i cioccolatini di Forrest Gump: Non sai mai quale ti capita.

L’autista parte.
Intanto leggo e, con la coda dell’occhio, rubo uno scorcio della ragazza. È da un po’ che non esco con qualcuna; casa e lavoro, niente più.

Socchiudo il libro e mi concentro sulla città.
Un ristorante all’incrocio fra Blackberry e Bourbon street.
L’insegna – Da Giovanni –  fa eco ai versi del mio stomaco. Quanto è buona la cucina italiana.
La ragazza incrocia la vista col mio libro.

«Lo conosci?» chiedo.
Dietro c’è movimento; qualcuno singhiozza.
«A New York succede di tutto – dico per sdrammatizzare – è la città delle mille storie».

Lei non si scompone: accenna un sorrisetto di circostanza, ma più simile a una paralisi facciale, poi torna sulle sue. Il mondo attorno non le interessa.
Ripiego sulla lettura e di sfuggita la colgo a lisciarsi una ciocca di capelli.
Ha fascino, è seducente. La donna dell’altra fila mi osserva divertita: avrà capito le mie intenzioni.
La ragazza porta la ciocca sopra la bocca e l’annusa. Ci terrà a profumare, chissà. I lampioni si allungano come scie luminose; le strade sono vuote, senza il solito viavai. Dove siamo, nel Village? C’è l’insegna di una pizzeria. I colori al neon risaltano nel buio. Ancora cibo, ancora Italia.

«Per cena ordinerò una doppio formaggio e doppio salame» alzo la voce quel tanto che basta a farmi sentire.

Forse anche la ragazza ha fame.
Fa così per non mangiarsi le unghie, o che so, altri tic nervosi.
Continua a lisciarsi e annusare la ciocca.
È un gesto meccanico, un automatismo. L’autobus prende un fosso.
Ne approfitto e la sfioro: «Scusa» dico impacciato.

Lei mi guarda senza parlare, poi ricomincia: prima liscia, dopo annusa.
Nel mentre dondola. Fa un po’ avanti e un po’ indietro, come un’altalena.

Lavorerà in qualche locale, in cucina. Avrà paura che mi arrivi un cattivo odore. A me, poi, che dopo una giornata a Wall Street…
Ho bisogno di una doccia e di togliermi questa felpa sgualcita.

La donna dell’altra filla si sfila il cappotto: gli abiti bianchi hanno qualcosa di insolito.

«Che fame» brontolo in sintonia col mio stomaco.

Ricomincio a leggere: L’isola della paura di Dennis Lehane. Me l’ha dato Jordan prima di salire. È un mio collega molto in gamba, un veterano di Wall Street: sessant’anni, volto allungato, capelli bianchi, ben vestito.

La ragazza è inarrestabile.
Dondola così tanto che la donna dell’altra fila si sporge e le accarezza il braccio: «Va tutto bene?» le sussurra in tono materno.

Ora li vedo bene: i suoi abiti sono da infermiera.
Avrà appena smontato da qualche ospedale. La ragazza si ferma e annuisce.
«Prendilo, ti farà bene» ha detto Jordan porgendomi il libro, «E fa il bravo» ha aggiunto.
L’ho visto in piedi dalle parti dell’autista. A fine corsa vado a salutarlo.

«Piacere, Jack» mi presento alla ragazza.
Lei si gira e mi guarda – occhi vitrei – si rigira e dondola.
«Ci tieni molto ai capelli?» insisto con garbo. «Non per essere invadente, ma…».
Il ritmo aumenta: oscilla come un metronomo impazzito.
«Scusa, non volevo disturbarti. Però ti capisco, anch’io sono stressato. Sai, lavoro a Wall Street».
Risponde solo il suo gesto: liscia la ciocca, annusa la ciocca.
«Tu dove lavori?».
E lei: liscia la ciocca, annusa la ciocca.
«Hai dei bei capelli». E lei: liscia la ciocca, annusa la ciocca.
«Ti andrebbe un hamburger in centro? Conosco un localino sulla Quinta strada».

L’autobus rallenta. Guardo fuori e non riconosco la fermata.
«Tutto bene?» compare l’infermiera, che ora è in piedi davanti a noi.
«Sì, tutto bene».
«Com’è il libro che ti ha dato il dottor Raimo?».
«Chi?» esclamo, e sbuca Jordan di soppiatto.
«Giulio – mi fa – ti è piaciuta la gita?».
L’autobus frena e le porte si aprono.

«Dici a me? Jordan, sono Jack».
«Giulio…» insiste a mo’ di rimprovero «Hai visto dove siamo?».
L’autobus è fermo davanti a un cancello con dietro un vasto giardino; oltre ancora c’è un grande edificio.
I vialetti sono alberati e pieni di fiori.

«Questa non è la mia fermata» dico.
La ragazza accanto a me sembra impazzita: liscia, annusa e dondola.
«Dottore, Cristina si sta agitando» dice l’infermiera.
«La lasci fare» risponde Jordan…perchè lui è Jordan, giusto?
Poi si rivolge a me: «Allora ti è piaciuta la gita in biblioteca? E il romanzo che ti ho dato?».
«Jordan – taglio corto – non ho voglia di scherzare».
Mi guarda e riflette. Ha qualcosa che non va.
«Lo porti nella sua stanza. È in uno di quei momenti» dice all’infermiera.
«Jordan, e che cazzo!» sbotto, ma lui non si scompone, sorride.

L’infermiera invita la ragazza ad alzarsi: «Cristina, fai passare Giulio».
Nel corridoio sfilano altre infermiere che, a braccetto, uno alla volta, scortano fuori i passeggeri. Avanzano verso la grande casa: una fila disomogenea di anime spente, una massa incolore con qualche puntino bianco.

«Che succede? Chi siete?» vado in cerca di spiegazioni.
«Giulio – dice Jordan – sono io, il dottor Raimo».
Accanto al cancello c’è una targhetta: Clinica Sant’Andrea.
«Giulio – insiste – concentrati sul qui e ora».

Lo ignoro e interrogo il mio riflesso: ancora mi riconosco. Tiro un sospiro di sollievo.
«Comunque, piacere Jack» mi rivolgo alla ragazza. «Sono un broker di Wall Street».
E lei: liscia la ciocca, annusa la ciocca. Come se non esistessi.

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di Daniela Barone

Illustrazione di Viviana Fantuzzo

Fin da piccola ho amato i tram e poi gli autobus, forse perché il mio papà faceva l’autista dei mezzi pubblici.

Nel 1956, anno della mia nascita, lui era stato assunto come bigliettaio.
Ricordo ancora quando arrivava a casa con il borsone carico di blocchetti bianchi, gialli, verdi, arancione che designavano tariffe differenziate per i vari percorsi.
Come mi divertivo a giocare con le matrici multicolore che lui doveva conteggiare su appositi moduli…
Lui mi lasciava fare, divertito dal mio stupore.
Era così bello nella divisa blu corredata dal berretto con il logo dell’azienda, anche se, a dire il vero, si lamentava con la mamma del fastidio di doverlo portare sempre.
Diverse volte era stato addirittura multato dal controllore perché non lo indossava.

Dopo qualche anno di servizio papà si stancò di staccare biglietti dallo scomodo strapuntino su cui sedeva per ore e decise di studiare per conseguire la patente D Pubblica. Lo stipendio era decisamente più alto anche se il lavoro era molto più impegnativo. Guidare i primi filobus che spesso si guastavano e districarsi nelle vie tortuose delle alture di Genova su vetture ancora non provviste di servosterzo non era uno scherzo, per cui dopo qualche anno chiese ed ottenne di passare alla guida delle linee urbane. Io ero fiera di lui e pensavo che era bravissimo, il più bravo di tutti. 
Adoravo i tranvieri in generale perché mi sembravano tutti il mio papà ed ero affascinata dalle loro divise blu scuro.
Conoscevano tutte le vie, pensavo con ammirazione e a volte ne fermavo qualcuno per chiedergli informazioni non necessarie su strade di zone a me sconosciute. Mai restavo delusa dalle loro risposte: da Nervi a Voltri, da Sampierdarena a Pontedecimo, non c’erano percorsi che non conoscessero a menadito.

Ricordo ancora quando i binari del tram attraversavano la città: avevo solo quattro anni e mi divertivo un mondo a viaggiare su quei mezzi di un verde indefinibile dotati di scomodi sedili di legno. Quanto mi piaceva andare al capo opposto del tram, prendere posto sul sediolino e trafficare con i comandi simulando la guida dell’autista!
Anche la mamma si divertiva a vedermi così assorta in quei giochi di bambina “come un maschiaccio”, a suo dire. 

Il viaggio dal centro alle spiagge di Pra durava un’eternità ma io non me ne lagnavo, anzi.
Mi godevo il lungo percorso ammirando dai finestrini la gente sulle strade, osservavo i tanti negozi e talvolta m’incantavo a fissare i passeggeri più strambi ai miei occhi.
«Non è educazione fissare le persone, Daniela» mi ammoniva la mamma.   
Mi era sempre piaciuto osservare la gente: giovane o vecchia, alta o bassa, allegra o musona.
Di certo i rimbrotti materni non mi frenavano.
A volte qualcuno si divertiva della mia esuberanza e s’intratteneva a conversare con me.
Chiacchierona e socievole com’ero, non mi trattenevo dal partecipare ai discorsi più vari e, forse per il desiderio di essere al centro dell’attenzione altrui, talvolta improvvisavo balletti o scenette buffe che suscitavano l’ilarità di molti. 
Attirare le persone mi piaceva un sacco, essendo tristemente avvezza alla malinconia della mamma e alle emicranie che l’affliggevano per tante, troppe giornate.

Ci pensava papà a riportare l’allegria non appena varcava la porta di casa.
Le sue gaffes e gli aneddoti su passeggere goffe, cariche di borse della spesa che finivano a gambe all’aria alla prima frenata, facevano ridere pure la mamma, per non parlare delle liti scatenate da qualcuno per motivi futili, che continuavano anche quando chi le aveva accese era sceso dal mezzo.

Negli anni Sessanta molte linee di autobus furono sostituite dai cosiddetti “celeri”, autovetture rapide e più costose che effettuavano meno fermate ed erano contraddistinte da lettere alfabetiche rosse.
Le mie preferite erano la A che mi portava da casa al liceo e la S che io e la mamma prendevano per andare a trovare la zia Vincenzina di Bolzaneto. Mio nonno Vincenzo che lavorava in centro, si serviva sempre del 95: l’autobus che da Piazza della Nunziata s’inerpicava per le alture d’Oregina dove abitavamo.

Quando compii dieci anni papà si fece trasferire dallo stressante servizio urbano a quello periferico dei “leoncini”, vetture di piccole dimensioni che, contrariamente agli autobus normali, riuscivano a percorrere le vie più strette periferiche. 
Papà era naturalmente un ottimo leoncinista, dato che senza difficoltà guidava anche per le strade ripide a doppio senso.

Negli ultimi anni di servizio, afflitto da frequenti bronchiti, passò ai più remunerati turni di notte come operaio nell’autorimessa di Cornigliano. Suo compito era rabboccare il gasolio e occuparsi della manovra dei mezzi, lavoro che sapeva svolgere con destrezza.

Diventato nonno di Francesco, volle un giorno portarlo a vedere gli autobus posteggiati che anche lui, come me, amava tanto. Francesco volle sedere al posto di guida accanto a mio padre che gli fece girare l’enorme volante e suonare il clacson. Con che gioia il mio piccolino toccava i vari comandi imitando il suono del potente motore!
Per anni rimase così affascinato dagli autobus da voler percorrere su e giù per più volte i percorsi del mezzo che lo portava a casa dei nonni.
Come sua madre da piccola, anche lui si dilettava a guardare fuori dal finestrino, mai pago di osservare persone e strade.

Ancora oggi, alla soglia dei settant’anni, pur sentendomi ridicola, provo un moto di contentezza quando vedo passare l’autobus della mia zona, il numero 1.
Oggi i mezzi non sono più verdi come tanti decenni fa ma sono verniciati di grigio e di un brillante arancione. Mi piace vederli sfrecciare o arrancare nelle ore di punte per la strada, vuoti o carichi di un’umanità sempre più variegata. 
E il pensiero va inevitabilmente al mio adorato papà che li ha guidati per tanti anni: lo rivedo giovane, insofferente al berretto blu scuro d’ordinanza portato un po’ di sghimbescio e m’intenerisco al ricordo. 
Peccato che non possa vedere i suoi pronipotini, anche loro patiti degli autobus. A Luca, Leo e Cesare non mi resta che raccontare del  bisnonno, esperto autista che li avrebbe fatti sedere alla guida.

Adessi è notte ma fa ancora caldo.
In questo luglio infuocato, dalle finestre spalancate mi giunge in lontananza il rumore di un bus che passa. Immagino l’autista, seduto comodamente nel sedile molleggiato della sua cabina con aria condizionata, forse immerso nei suoi pensieri. Non porta più il berretto e al posto della  camicia azzurrina indossa da una comoda polo celeste. Fra poco finirà il turno e già non vede l’ora di dormire per qualche ora accanto a sua moglie. Domani finalmente sarà libero dopo i turni di notte per poi riprendere i viaggi diurni trafficati.
Ora deve solo preoccuparsi di portare in rimessa il mezzo.
Anche lui riposerà per un po’.



Piaciuto questo racconto? Qui ne trovi tanti altri!
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di Claudia Oldani
Illustrazione di Paola Donnici

L’infanzia è l’unico luogo della vita che non possiamo mai abbandonare perché è sempre nella nostra infanzia che fissiamo i fatti che segnano la nostra esistenza.”

Ennio Flaiano

Ricordi quando tutti insieme partivate al tramonto e il papà ti diceva di non chiedere in continuazione quando sareste arrivati, perché sarebbe stato un viaggio lungo? Ti indicava l’orologio, un orario preciso: la lancetta doveva toccare un certo numero e solo a quel punto sareste giunti.

«Adesso dormi, chiudi gli occhi e riposati, quando li aprirai saremo lì». Non era vero.

La nave spalancava la sua pancia dopo ore di indugio snervante, una stanchezza infinita, l’olezzo degli scarichi delle automobili in attesa come la vostra vecchia Fiat. Il sonno, quello oscuro e profondo, cadeva sui tuoi occhi non appena la mamma ti indicava le vostre poltrone dall’aria consumata da interminabili traversate. L’improvviso torpore non era che un riflesso dell’entusiasmo, ormai liso, dei giorni antecedenti al viaggio, quando avevi scelto i libri, i giochi e le nostalgie da mettere in valigia.

Dopo molto più tempo da quello indicato da tuo padre ecco finalmente l’isola tanto agognata, il profumo amaro di rosmarino, il saluto abbacinante del mare. Ogni anno ritrovavi le stesse consuetudini, nulla mutava mai. D’altronde erano gli anni ‘80.  
Tornavate sempre poiché era lì che si erano conosciuti i tuoi genitori.
Tu unica bambina in gruppo di adulti: eri la prima figlia non solo di coloro che ti avevano messo al mondo, ma anche di tutti gli affetti che li circondavano. Passavi di braccio in braccio, di racconto in racconto, divenivi figlia di tutti.
I discorsi dei grandi non ti annoiavano, anzi ascoltavi con curiosità cercando di cogliere segreti e parolacce, tutte cose proibite a casa.
Di cosa stessero parlando, in realtà, non lo sapevi.

La scoperta della spiaggia si ripeteva come se fosse la prima volta. Le conchiglie aguzze che spuntavano dalla sabbia pungendoti i piedi, l’acqua fredda e schiumosa che ti lambiva prima le caviglie e poi il corpo intero. Era bello lasciarsi andare in quel nuovo elemento, reimparare a nuotare, sentirsi improvvisamente leggeri. Braccia e gambe spalancate, galleggiavi in equilibrio precario. In quel preciso momento i giorni smettevano di contare qualcosa. C’eravate solo tu e il mare.

Alla sera, nella piazza del paese, trovavi sempre qualcuno disposto a offrirti un gelato.
Le uniche due settimane dell’anno in cui era permesso mangiare quanto gelato desiderassi: non ti facevi sfuggire l’occasione. I tuoi genitori – che erano così giovani – in mezzo ai loro amici per una volta sembravano giovani anche a te. Ci sono fotografie che raccontano di quei viaggi: tuo padre aveva ancora i capelli scuri, tua madre era addirittura più magra di oggi.

«E pensare che pensavo di essere grassa» esclama lei ogni volta che si rivede in quelle immagini.

Alla fine, ben prima del previsto, diventava noioso. Non avevi più voglia di bagnarti, ripensavi alla tua casa, ai maglioni di lana, a tutto quello che non era stato messo in valigia. Da una parte volevi tornare a casa, dall’altra ti chiedevi cosa sarebbe successo alle persone che sarebbero rimaste lì, cosa avrebbero fatto durante la tua assenza. Chissà se il mare esisteva anche d’inverno, se rimaneva tutto così fermo e immutabile anche con il freddo. Non lo avresti mai scoperto.

L’ultimo giorno facevi un tuffo per la zia, che te l’aveva fatto promettere, uno per la nonna che si era accodata alla richiesta della zia, e uno anche per il nonno che non aveva detto assolutamente nulla, ma lui era fatto così. Salutavi felice di tornare in città.

Sapevi che tuo padre, prima di risalire sulla Fiat, ti avrebbe dato le istruzioni per il viaggio a ritroso.
Non chiedere in continuazione quando arriveremo.
Ecco, guarda questa lancetta.
Quando sarà qui, saremo a casa.

Ancora oggi, prima di metterti in viaggio, guardi l’orologio e ti fissi in mente un numero preciso: quando la lancetta lo toccherà sarai già arrivata.
Come tuo padre, spesso sbagli, ti inganni, ma quel gesto ha la stessa impalpabile consistenza di una mano che si posa sulla tua testa.

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di Andrea Dalla Corte

Illustrazione di Burla

Simone guarda il display del bancomat.

La risposta, uguale a quella degli altri sportelli dopo l’inserimento della tessera oro che riporta in rilievo il suo nome e cognome.

Nessuna disponibilità

La scritta nera, sullo sfondo bianco, come un pugno sulla ferita che da circa un’ora si era procurato.

Risalì sulla sua Audi, dello stesso colore di quella maledetta scritta.

I soldi, questa volta erano davvero finiti. Non avrebbe mai trovato le parole per dirlo a Maddalena.

Ripensò a quando le aveva chiesto di sposarla, su quella spiaggia di Ibiza dove stavano festeggiando il loro quinto anno insieme.

Sempre cinque anni più tardi, in una mattina di sole che filtrava dalla finestra della camera da letto, Maddalena uscì dalla porta del bagno e sorridendo si buttò addosso all’uomo, coprendogli il viso con i suoi lunghi capelli corvini.

Fu la prima volta che aveva provato ad immaginare Ambra.

Ora, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata sul volante, Simone si pentì di aver voluto vedere le carte dell’Olandese. Ricky glielo aveva detto, lì si gioca forte, quel tavolo è pericoloso, non andarci perché non ne esci vivo da quel covo di serpi.

L’urlo di una sirena squarciò il silenzio, Simone riaprì gli occhi, fece ripartire la grossa auto e si imbucò nel vicolo che si trovava poco più avanti alla banca.

Spense il motore.

La mano gli doleva forte e la camicia era inzuppata di sangue.
Il suo, ma soprattutto sangue di Olandese.

Era scappato da quella villa, di corsa, colpendo in viso due del personale che stavano provando a bloccarlo. Aveva sceso le scale saltando i gradini, come uno che non ha più niente da perdere.

Ed è proprio così. Ora lo sa.

Le uniche perle della sua vita sono a casa e stanno dormendo. Troppo lontane da quello schifoso vicolo.

Si girò a guardare il seggiolino dove, ogni mattina, legava la sua piccola Ambra prima di portarla a scuola. Grandi occhi blu lo guardavano sempre curiosi, in tutti i movimenti che lui compiva meccanicamente.

L’olandese probabilmente era morto, colpito dai suoi fendenti, inferti con forza proprio al centro dell’addome. Pelle butterata, capelli bianchi e completi doppiopetto comprati nelle migliori sartorie, la descrizione di Ricky. Una volta entrato nel grande salone, proprio all’inizio di questa lunga notte, Simone capì subito a quale tavolo avrebbe dovuto sedersi,.

L’amico dell’olandese aveva estratto la pistola e sparato, mentre Simone si stava rialzando dal pavimento dove aveva appena steso il suo rivale di poker.

Per una qualche combinazione astrale il colpo, esploso da uno che non premeva il grilletto per la prima volta, lo aveva appena strisciato. Facendolo comunque sanguinare.

Non sapeva se le sirene che sentiva passare fossero tutte per lui.

Guidò fino al porto, percorrendo solo vie secondarie.
Era deserto a quell’ora, scese dall’auto e nonostante il dolore al fianco, riusciva a camminare veloce. In quell’angolo della sua città si era allenato due volte a settimana negli ultimi anni. Le sue gambe erano forti, adorava correre da solo, con il vento a scompigliargli i ricci capelli.

Oggi non c’era nemmeno una leggera brezza, superò il bar del molo, che a quell’ora era chiuso e avrebbe voluto aspettare l’alba, come tante altre volte al ritorno dalle notti passate al tavolo.

Solo, come quando correva al fianco del suo mare. Solo, come quando piangeva sulla poltrona in salotto, perché aveva perso molti soldi alle carte.

Si rannicchiò dietro ad un alto palo, che con la sua luce interrompeva appena l’oscura notte. Pianse, tenendo la testa fra le ginocchia. Avrebbe voluto scomparire, annientarsi, ma rimase lì per rispondere alla chiamata di Maddalena.

Lei gli urlò contro tutto il suo disprezzo, era stata svegliata dalla polizia.
Inizialmente non aveva creduto al loro racconto, ma gradualmente l’accettazione di quello che veniva spacciata per verità, stava sgretolando tutte le sicurezze della loro lunga relazione.

 Ora era anche un assassino, non solo un giocatore compulsivo.

Anche la piccola si era svegliata, non aveva pianto, ma guardando dal basso verso il viso della madre, le domandò chi fossero quegli uomini vestiti di blu e quando sarebbe tornato il babbo.

Simone rientrò in auto e percorse un tratto di porto a fari spenti. Si fermò di fianco al tendone bianco che ospita una grande libreria, una della più frequentate della città, specie durante la bella stagione.

3-4 minuti: è questo il tempo che ci mette un’automobile ad affondare completamente.
Lo aveva letto tempo addietro, chissà in quale rivista o sito internet.

Diede gas, la macchina rispose e l’urlo del motore gli fece ricordare perché avesse scelto proprio quell’Audi. Gli interni erano spartani e non piacquero molto a Maddalena, la prima volta che ci salirono insieme. Una volta provata su strada però Simone non cambiò più idea, i tedeschi con le auto sanno il fatto loro.

L’acqua stava cominciando ad invadere l’abitacolo, il forte impatto con l’Adriatico venne attutito dalla cintura di sicurezza. Pensò per un attimo a quanto fosse bizzarro suicidarsi in automobile con la cintura di sicurezza legata.

Il poggiatesta, sfiorando appena la sua nuca, gli ricordò il lungo braccio di Maddalena, quando lo tirava a sé per baciarlo e mordergli il labbro.

Tutto sarebbe finito di lì a poco. Era passato più di un minuto ed è proprio quello il tempo in cui ci sono le più alte probabilità di salvarsi, uscendo dal finestrino laterale, perché la pressione dell’acqua non ti permette di aprire le portiere.

Avrebbe dovuto abbassare i cristalli subito dopo il letale abbraccio del mare, con la speranza che il sistema elettrico fosse ancora funzionante, oppure fracassare il vetro a calci o con qualche oggetto appuntito.

Il cofano della macchina era completamente sotto al mare e il livello dell’acqua raggiungeva ormai metà dell’abitacolo. Guardò verso il largo, fece appena in tempo a scorgere la luce dell’alba che lanciava l’arancione più bello che avesse mai visto.

L’ultima speranza di rimanere vivo sarebbe stata raggiungere la parte posteriore della macchina, l’unica ancora non allagata, sfilare uno qualsiasi dei poggiatesta e provare a rompere il lunotto. Avrebbe usato come punta  i lunghi supporti di ferro che servono a regolare l’altezza del poggiatesta stesso.

Il gelido mare aveva invaso tutto l’abitacolo, i muscoli si irrigidirono, solo la testa rimaneva fuori dall’acqua, tenendo alto il mento, in una innaturale posizione che lo costringeva a guardare verso il tetto dell’auto.

Eccolo che arriva, l’istinto di sopravvivenza. Era riuscito a slacciare la cintura di sicurezza, ma non a sciogliere gli stretti nodi della corda con cui si era legato al sedile dopo la telefonata con Maddalena, poco prima di lanciare l’auto nella sua ultima corsa.

Non sottovalutare quell’istinto e rendere impossibile qualsiasi suo tentativo di reazione, si era dimostrata una scelta oculata.

Negli anni aveva provato a smettere di giocare a carte, ma i demoni della dipendenza non lo abbandonarono mai ed anche adesso erano lì al suo fianco. Sarebbe stato bello essere sul molo ed osservarli mentre affondano velocemente. Lui poi se ne sarebbe stato finalmente in pace, lontano da quel porto, insieme alla sua famiglia.

Che annegassero loro al posto suo.

L’acqua entrò nei polmoni, mentre Simone ricordava la settimana quasi finita, quei tre giorni a casa dal lavoro, trascorsi con Ambra.

Avevano giocato, letto tanti libri di Giulio Coniglio, comprati apposta per quella splendida occasione, guardato Lilo & Stitch e Mamma ho perso l’aereo.

In quegli ultimi giorni insieme hanno anche girato il loro primo film, con il cellulare, una storia scritta a quattro mani e con protagonisti tutti i pupazzi e le bambole di lei.

Alla fine dell’attesissima prima nazionale, con solo loro due presenti davanti alla Tv in sala, applaudirono, pensando a come sarebbe stato il secondo episodio e quando lo avrebbero realizzato.

Ambra pianse molto quell’anno.
Poi crebbe, diventò un avvocato come Simone, visse una vita felice, nonostante il ricordo di un padre che non avrebbe voluto assolutamente conservare.

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di Alessandro Taormina

Illustrazione di Maria Fontana

Qualche balordo ha scoperchiato il mio monopattino e si è portato via la batteria lasciando il due ruote adagiato sul marciapiede come la carcassa di un cane di metallo con la lingua contorta. In realtà non è il mio, però mi faceva comodo ritrovarlo la mattina sotto casa, dove lo lasciavo regolarmente la sera prima. Non è il primo e non sarà l’ultimo, e temo che di questo passo questi animali elettrici nemici dei muscoli si estingueranno presto.

Nemmeno ricordo l’ultima volta di esserci salito su, ma sono costretto a prendere l’autobus.
Finisco di attraversare la strada e già la prima goccia scorre sulla schiena a farmi pregustare la doccia di sudore che mi aspetta sotto i 42 gradi della fornace palermitana. Per fortuna alla fermata hanno costruito, chissà quando, una pensilina a sostituire il triste palo solitario, più ruggine che vernice, che ricordavo.
Mi affretto a rifugiarmi sotto l’ombra della tettoia accomodandomi sulla panchinetta, attento a evitare le verosimili macchie di gelato sciolto che ormai impregnano le assi di legno. Mi fanno compagnia il rumore e lo smog delle auto che si inseguono sulla carreggiata e un uomo seduto accanto a me.
Mi chiedo da quanto tempo è lì ad aspettare, così glielo chiedo: ‹‹Buongiorno. È tanto che aspetta?››.

Neanche gli avessi chiesto il processo della fissione nucleare, ma sarà l’età, sarà la domanda improvvisa, la risposta tarda ad arrivare.
Poi sospira e mi dice: ‹‹da una vita››.

Non so come interpretare quell’espressione figurativa, ma siccome provo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno deduco, stando così le cose, di non dovere attendere troppo per l’arrivo della linea 603 Mondello-Cimitero dei Rotoli, l’unica a passare da lì.
Ripenso ai miei viaggi all’estero, uno qualsiasi, e alle tabelle orarie onnipresenti ad ogni fermata di una città qualsiasi e stimo l’arrivo nella mia città di quella tecnologia extraterrestre troppo in là nel tempo per essere vissuta dal mio collega di attesa.

In ogni caso la mia preoccupazione è un’altra, e ben più minacciosa.
La linea parte da una località balneare molto gettonata, e se l’autobus dovesse caricarsi a tappo fin dalla partenza rischiamo di rimanere entrambi a terra.

Mi affaccio dal marciapiede e allungo il collo per scrutare il fondo del lungo rettilineo del lungomare Cristoforo Colombo, ma all’orizzonte si vedono solo sagome tremolanti di automobili, scooter e monopattini a noleggio coi giorni contati.

Torno al riparo dalle fauci del sole ed espongo all’anziano la mia disavventura fresca di giornata per ammazzare il tempo. L’interlocutore si dimostra aperto al dialogo, attenendosi alla natura funesta delle trame della conversazione, così, tra le altre cose, mi recita la lista delle patologie di cui è affetto in stile formazione dell’Italia campione del mondo ’82: “diabete, ipertensione, artrosi, trombosi, sindrome del colon irritabile…” E per ciascuna ricorda a memoria i nomi delle medicine per contrastarle e gli orari di quando deve prenderle, ma io li dimentico nel momento stesso in cui li elenca. Ricambio con uno sguardo di comprensione e prima di poter enunciare un “mi dispiace” di circostanza continua informandomi che anche a lui è successa una cosa brutta di recente. Io sono già fiaccato dalla raffica precedente, ma la sua intenzione di procedere col racconto è abbastanza chiara, così mi rassegno all’ascolto di un’altra storia triste mostrandomi incuriosito.

‹‹Un mio vecchio amico è morto pochi giorni fa.››

Ma porca puttana…

‹‹Io sono sempre stato innamorato di sua moglie››.

Questa informazione mi spiazza, non è comune esternare un sentimento così intimo al primo sconosciuto di passaggio.

‹‹Lui lo sapeva, ma questo non ha cambiato il nostro rapporto. Era proprio un gran signore.›› Adesso provo un senso di vicinanza per quell’anziano ben vestito nonostante la calura micidiale. Riesco a leggere la malinconia nei suoi occhi, ma non so se imputarla alla morte di un amico o ad una vita passata lontano dalla donna che hai sempre desiderato. Probabilmente per entrambe le cose. Sono interessato a saperne di più sulla donna, ma per evitare figuracce tasto il terreno in maniera indiretta. ‹‹E anche lei lo sapeva?››

L’anziano alza le spalle, poi sorride, come eccitato dal segreto dietro quell’interrogativo. ‹‹Adesso la vedo in giro più spesso.››

Sia ringraziato il cielo, almeno lei è ancora viva. ‹‹E come vanno le cose tra voi?››

‹‹In che senso?››

‹‹Non vi siete incontrati dopo la…›› Oddio, sto tirando troppo la corda.

‹‹Non ho il coraggio.››

Schietto e deciso. Incredibile come l’amore possa trasformare il più ruvido degli orsi in un timido bambino.

In fondo alla strada fa finalmente capolino l’arancione Amat. ‹‹Arriva l’autobus››, annuncio felice come avessi preso un terno. Aguzzo la vista per sondare l’interno. Molti passeggeri sono in piedi, ma fortunatamente non schiacciati l’uno con l’altro come sardine. Il conducente è una donna. Miopadre diceva sempre “donna al volante, pericolo costante”. Intanto lui era una schiappa alla guida, non mi basterebbero le dita delle mani per contare i danni causati alle nostre auto litigando con muri, marciapiedi e pali della luce. Questa qui guida persino un autobus, perciò sticazzi, papà.

Guardo il nonnino e mi pare di scorgere un respiro affannato. Forse quei discorsi l’hanno messo in agitazione, forse il caldo gli sta sottraendo ossigeno. Probabilmente entrambe. Finalmente l’agonia sta per finire. L’autobus è a pochi metri, così alzo la mano col dito indice ben puntato a indicare alla conducente l’intenzione di prendere il passaggio, lei rallenta, si ferma e apre la porta d’ingresso. Non appena salgo vengo investito dal fresco dell’aria condizionata, ma l’esultanza mi si blocca sul nascere perché la porta si chiude immediatamente alle mie spalle e l’autobus riparte.

‹‹Aspetti››, esclamo d’istinto. Lei pianta freno, quasi spaventata. I passeggeri in piedi quasi rovinano a terra e girano gli occhi su di me. Io li giro sul nonnino. Lui ha gli occhi sulle finestre dell’autobus. ‹‹Deve salire anche lui, è più di mezz’ora che aspetta.››

‹‹Quel cristiano non deve prendere l’autobus, a quest’ora è sempre lì seduto››, fa la conducente, mezza indispettita.

In quel momento mi sento un perfetto idiota ad averlo dato per scontato.
In effetti l’anziano è rimasto seduto, ma a questo punto voglio sincerarmi delle sue condizioni ed intenzioni, così la prego di aprire di nuovo la porta. Scendo dall’autobus e mi avvicino al nonnino. Sento gli sguardi dei passeggeri trafiggermi la polo pezzata di sudore.
‹‹Deve prendere l’autobus o no?››.
Lui non risponde. Sembra ipnotizzato.
Seguo il suo sguardo. Punta verso una finestra, oltre la quale vedo una signora alzarsi da una sedia.

Questa avanza qualche passo superando un paio di passeggeri in piedi e si sofferma sulla porta aperta: ‹‹Pietro, sei tu?››

Il nonnino si toglie la coppola e si alza con un’agilità su cui non avrei mai scommesso: ‹‹Sì, sono io.››

‹‹Sto andando al campo santo a trovare Totò. Ti va di accompagnarmi?››

Nonno Pietro muove qualche passo imbarazzato fino al gradino dell’autobus.
Sembrano Romeo e Giulietta.

‹‹Con molto piacere.››

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Redazione

Il mare non esiste solo quando ci sei dentro.

Tutto quello che non possiamo esplorare con il nostro corpo,

possiamo cercare di capirlo con l’immaginazione

 (La prima luce di Neruda., R., Cappuccio)

Ho sempre amato il mare.
Dopo l’aria, l’acqua è il mio secondo elemento.
Penso che potrei morire senza le sue onde, il suo grembo antico impregnato di alghe e i fondali rocciosi da esplorare a ogni immersione.
Sono le otto del mattino e da una buona mezz’ora fendo con le mani uno specchio d’acqua che ad ogni bracciata diviene un tutt’uno con l’azzurro immenso del cielo.

Anche oggi mi sono svegliato presto per andare a nuotare, fa parte della mia routine estiva e non posso farne a meno perché è più forte di me. Le estati a Macari hanno sempre segnato un labile confine tra il sogno e la realtà.
Ogni volta che ne varco la soglia, i ricordi assumono il colore violaceo delle buganvillee e risuonano come un insostituibile Super Santos arancione, che dalle tre del pomeriggio assieme ai ragazzi del villaggio, produceva sull’asfalto della piazzetta principale le sue note inconfondibili.
Una volta per raggiungere questo paradiso bastavano poche lire di benzina e una cassetta di Vecchioni, che dal traffico opprimente di Palermo, mi accompagnava in questo posto sperduto, dove le parole si tramutavano immediatamente in carrube e i pensieri in onde schiumose da solcare sotto un sole cocente.

Stavolta invece mi è bastata la sella di una Moto Guzzi nera del 2010, quella che papà, per un capriccio del tempo, non mi ha mai insegnato a guidare. Adesso, col suo corpo metallico, mi guarda placida dalla strada sterrata vicino l’ingresso della spiaggia, dove riposa dopo il lungo viaggio di ieri sotto il sole dorato di giugno, che anche in questo momento illumina tutte le meraviglie del fondale sopra il quale ho l’impressione volare.

La Baia Santa Margherita, così battezzata dal Comune di San Vito Lo Capo, è vuota. Non c’è anima viva. La mano dell’uomo a quest’ora del mattino non detta le sue futili leggi, soprattutto non inquina con le sue nevrosi quest’acqua cristallina.

La moto mi osserva e per un attimo sono costretto a fermarmi, perché sopra quell’ammasso d’acciaio mi sembra di scorgere la figura di papà: è appoggiato alla sella in pelle e al manubrio che gli fa da schienale e con le braccia conserte prova a decifrare l’inizio e la fine di un orizzonte che unisce mare e cielo in una linea infinita. Lo vedo sorridere mentre ingenuamente penso che se mi avvicino alla riva acquisirà la forma evanescente dei sogni.
Resto dunque dove sono e dandogli le spalle abbraccio con lo sguardo la punta della riserva naturale di Monte Cofano alla mia sinistra, mentre due barche con le vele spiegate volano in superficie continuando la propria regata verso il porto di San Vito.

Le contemplo e mi sento un equilibrista sul filo del tempo, dove l’assenza di gravità consegna tutto il mio corpo e ogni cellula nervosa a uno spazio dove non ci sono scadenze, bensì ricordi impregnati di salsedine da unire l’uno con l’altro fino a creare una barriera corallina oltre la quale continuare a vivere: bracciata dopo bracciata.

Le barche a vela sono sparite dietro la lingua di terra della costa, così inizio anch’io a tornare verso il mio porto. Una volta sulla sabbia i granelli mi si attaccano ai piedi.
Da piccolo provavo a contarli e non riuscendoci ne racchiudevo una gran quantità in secchielli di plastica sagomati dai quali fuoriuscivano prototipi di castelli, da distruggere subito dopo averli modellati con le mani e l’apposita paletta gialla.

Una volta asciugatomi con il telo mare color verde acqua e riposto nello zainetto le cuffie, assieme a un’edizione economica del Conte di Montecristo monto in sella alla mia Nevada Guzzi 750, dal rombo simile a una vera e propria ninna nanna: nonostante per me rappresenti da sempre un grido di ribellione.

Prima di tornare a casa però decido di guidare fin su al Belvedere, meta di tutti quei turisti e di quegli abitanti del posto che con sguardo rinnovato scelgono di sbarcare per altre prime volte su questa terra selvaggia e sconosciuta.

Scalo le marce senza accorgermene, perché lungo la statale il blu del mare e il marrone delle montagne ubriacano finanche l’ultima residuo di coscienza, che sotto il sole di giugno si mischia al sale marino di cui è cosparsa la mia fronte.

All’altezza dello svincolo per il Belvedere scorgo un venditore ambulante di frutta e verdura posteggiato nello spiazzale, con una Moto Lapa ricolma di tesori introvabili debitamente riparati da un telo di paglia.

Senza disturbarlo spengo la moto a qualche metro di distanza, vicino a un guardrail che assomiglia in tutto e per tutto a un trampolino dal quale spiccare il volo.

Da qui si vede tutto il Golfo di Màcari con le sue calette, alcune rocciose altre sabbiose, e il manto colorato di Monte Cofano.

Quello che però cattura per intero il mio essere è quello che sta proprio sotto di me.

La spiaggia del Bue Marino con i ciottoli levigati dal tempo e i suoi scogli in mezzo al mare rievocano le prime scene di quando imparai a nuotare assieme a mio padre.

Da piccolo quel fondale era simile a un precipizio infinito ora invece é il mio porto sicuro, dove tornare quando il richiamo di una mancanza si trasforma in nuove onde dalle quali lasciarmi bagnare.   

D’un tratto sento il venditore dalla pancia prominente e la pelle abbronzata avvicinarsi e consegnarmi con fare amichevole una vaschetta di fragole.

«Chiste solo ai cristiani cà talìanu trasognati stù mare cì runo e ù sai picchì?»

Faccio segno di no con la testa, divertito e incuriosito al contempo.

«Perché di fronte l’onda dei ricordi nn’aggiuva n’anticchia rì dolcezza» risponde con solennità.

Ricambio il sorriso mentre inizio a mangiare quel frutto che sa di infanzia, di compleanni, di casa e di terra antica.
E mentre il mare partorisce nuovi ricordi una lacrima sottile mi riga la guancia sino a raggiungere l’angolo delle labbra.

Sa di sale.
Sa di mare.
Sa di tutto quello che è stato e di quello che ancora deve arrivare.

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di Marta Grima
Illustrazione di Prisca Rinaldi

Si torna sempre dove si è stati infelici.
L’infelicità ci seduce come i neon infuocati attirano le falene.
Ecco perché sono montato in macchina, ho affrontato da solo un viaggio di sette ore, ho parcheggiato al solito posto e mi sono messo a guardare il balcone della casa che per cinque anni ho condiviso con la mia ex moglie Claudia.

La vedo fare il churrasco con braciole di maiale e pannocchie, scacciare il fumo con dei volantini pubblicitari, apparecchiare il tavolino quadrato di plastica bianca con arroz, farofa e molho vinagrete, mandare la foto alle sorelle che ancora vivono in Brasile.

Vedo me e lei mangiare di gusto, grigliare altra carne alle quattro di pomeriggio, fantasticare su un terrazzo più grande in cui invitare parenti e amici.
Mi vedo parlare al telefono dopo pranzo, stando attento che le finestre siano chiuse, così che Claudia non possa sentirmi. Ascolto la mia voce lagnarsi del matrimonio, ormai finito da tempo, tenuto insieme dal senso di colpa e dalla paura della solitudine. Sento il suono di quelle quattro parole: «Non la amo più».

Risalgo in auto e guido per le strade della città in cui sono stato sposato e triste, spento come i lampioni che attendono il buio per accendersi, stagnante come l’umidità nei muri.

Claudia è in ogni insegna luminosa, in ogni traliccio, in ogni striscia pedonale.
In quel negozio abbiamo comprato la stampante, in quel supermercato facevamo sempre la spesa, in quel bar ordinavamo un cornetto alla crema, uno al cioccolato e due cappuccini. Claudia diceva che lì lo servivano bollente, come piaceva a lei. A poche centinaia di metri c’era il nostro sushi di fiducia, dove Claudia trovava tante opzioni con il pesce cotto, perché il crudo la disgustava.

Ho modellato la mia esistenza sulle preferenze e le abitudini di Claudia, e lei deve aver fatto lo stesso. Claudia ha ceduto a me intere parti di sé e io mi sono svuotato per fare spazio a lei, per donarle qualcosa di me. Durante gli anni di matrimonio siamo stati due vasi comunicanti che si livellano fino a raggiungere un equilibrio stabile.

Mi fermo al centro commerciale in cui Claudia ha lavorato per tre anni come commessa.
Ora quel negozio di abbigliamento non c’è più, è stato sostituito da una gelateria. Quanti pomeriggi di sabato e domenica ho passato lì dentro. All’inizio Claudia non aveva la patente, la accompagnavo io, poi me ne andavo al cinema o al piano di sopra a leggere. Quando ha imparato a guidare, le ho regalato una macchina solo per non doverla scarrozzare qua e là, però spesso uscivo solo per farle visita al lavoro, le portavo uno snack o una bibita. Mi sentivo in difetto: lei lavorava nel week-end, io no.

Ricordare la vita con lei è come infilarsi in un letto comodo, familiare, ma in cui la mattina ti svegli con le ossa tutte rotte. Due caratteri opposti, due culture, due universi paralleli.
Finché non ho dato un nome al mio malessere: infelicità.
Mi veniva sbattuta in faccia ogni giorno: film romantici, storie su Instagram, innamorati per strada.

Nella relazione con Claudia mi obbligavo a scorgere una magia che non c’era.
Tranne quando mi chiedeva di farle cafuné.
«Me faça cafuné» mi diceva la sera, poco prima di addormentarsi.
Cafuné è una parola portoghese intraducibile in italiano, significa “accarezzare i capelli di qualcuno”. Connette le anime, costruisce intimità e tenerezza partendo dal contatto tra cute e polpastrelli. Mi fissava con occhi giganti, come un cane che non ha mai ricevuto affetto da nessuno. Io annuivo e senza mollare lo smartphone le solleticavo la nuca ricoperta di peluria nera.

Oggi voglio infliggermi dolore.
Dal centro commerciale mi sposto al distributore di benzina dove ci siamo detti addio.
Doveva mettere carburante prima di partire verso la sua nuova destinazione, la prima città in Italia in cui avrebbe vissuto per scelta sua e non mia.

Ho sentito dire spesso che sappiamo sempre quando stiamo facendo qualcosa per la prima volta, mentre non sappiamo mai quando è l’ultima. Eppure ci sono circostanze in cui siamo pienamente coscienti che quella è l’ultima chiacchierata, l’ultimo film, l’ultima spaghettata, l’ultima escursione. Al pari di un malato terminale che sa di essere prossimo alla morte o di un paziente affetto di depressione che richieda il suicidio assistito. Non riesco a immaginare nulla di più straziante.

«Já terminei» ha detto Claudia facendo sgocciolare l’erogatore e riappendendolo alla pompa. L’ho raggiunta, mi sono seduto in macchina con lei e mi sono preparato all’ultimo atto, il saluto finale.
Claudia aveva gli occhi lucidi.
«Me faça cafuné pela última vez» ha detto con un sorriso sconsolato.

In un secondo ho ripensato alla sua tazza rossa sbeccata, al maglione con sopra la bandiera del Brasile, alle lezioni di samba su internet, alla pasta con il sugo che mi chiedeva almeno due volte alla settimana, alla colazione con beiju de tapioca e caffè, a quando ci facevamo il solletico, alla quotidianità che avevo perso, al tetto sopra la mia testa che stava volando via.

Per la prima volta le ho fatto cafuné senza distrazioni, concentrato sulla sua pelle bruna, sui suoi capelli lisci e spessi. Non mi ero mai dedicato a lei con tanta presenza e intensità. Sono sceso, ci siamo rivolti un’ultima occhiata, abbiamo pianto. Sapevamo che non avremmo più dormito abbracciati, che il nostro percorso insieme era finito.

Mi sono guardato le mani, ho cercato di imprigionarci il cafuné che facevo a Claudia. Eccolo qui, tra le mie dita. Mi sembra di toccarle ancora il collo, morbido, caldo, avido d’amore.
Sì, ero infelice, ma riparto in lacrime e piango per sette ore di fila. 

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di Ilaria Pizzini
Illustrazione di Paola Donnici

La prima cosa che sento è l’odore e il naso mi si chiude in automatico, mentre quelle maledette molecole raggiungono il mio cervello e di lì i miasmi si riversano nello stomaco.
L’urto di vomito è immediato e, va bene che ci sono abituata, ma bello non è.
Mi guardo intorno, chissà se mi ha visto qualcuno.
Certo che no, a quest’ora alla fermata del pullman interurbano ci sono solo io. E la fonte della puzza.

Un uomo, o quel che ne resta sotto i vestiti a brandelli, la barba cespugliosa, un paio di improbabili sandali da donna di plastica dura neri a brillantini, con tacco e tutto. Mi chiedo come faccia a camminare con un tacco cinque, io che sopra i due centimetri beccheggio come una barca nella tempesta.

Faccio l’indifferente, mi allontano di un paio di passi, abbarbicata alla borsa come un naufrago alla ciambella. Lo so, mi vengono solo paragoni marittimi, sarà un riflesso condizionato.
Quando sono a disagio il mare è il mio pensiero felice, come Peter Pan.

Con uno sbuffo rumoroso il pullman per fortuna arriva e, santo autista, apre la porta proprio davanti a me. Un breve sorriso, adocchio il secondo sedile a destra (se è libero mi siedo sempre lì) e sospirando poso lo zaino prima di appoggiarmi allo schienale. Manca poco alla partenza, a quest’ultima tappa di un viaggio infinito. Coi mezzi sono otto ore per quattrocentocinquanta chilometri, una follia.

Oddio santo, non ci credo.
È salito anche lui, il senzatetto, il barbone, chiamatelo come volete. L’uomo che puzza. Tanto.
Che poi non so mai se davvero l’odore è così forte o è solo un mio problema. Da un po’ di tempo i cattivi odori mi assalgono all’improvviso, anche quelli che ho sempre tollerato. L’odore del coniglio per esempio, o del pollo crudo. Lo compro, lo porto a casa, apro la confezione e getto tutto nella spazzatura. Per non parlare del pesce e delle uova.
Simona, che sa tutto, dice che si chiama iperosmia, è proprio una malattia. Vabbè.
È che io due ore su sto pullman con il puzzone a un sedile di distanza non resisto. Gli lancio un’occhiata. Mi sta guardando anche lui, due occhi nocciola con un taglio strano, ovale come una mandorla. Da quanto tempo non ne vedo di questo colore. Anche il naso è strano. Non brutto, anzi abbastanza piccolo e ben fatto. Solo la punta è all’ingiù, sembra quello di Snoopy.

Sorrido per un attimo.
Francesco.
Uno dei miei amori di ragazzina. Quanti anni avevo? Quindici, sedici al massimo.
Abitava nella casa di fronte, dalla finestra della mia camera guardavo la sua.
Ci si vedeva in compagnia, una banda di adolescenti troppo perbene per fare disastri.
Lui però era diverso.
Non fuori, dentro.
Lo nascondeva bene, solo ogni tanto un lampo di inquietudine passava da lui a me come una corrente elettrica di cui ero consapevole senza saperle dare un nome. Ci siamo persi dopo il liceo, se n’è andato dalla cittadina di provincia in cui erano rinchiusi i nostri sogni.
Il suo saluto: «Il mondo è più grande di questo buco senza futuro» mi è risuonato ogniqualvolta mi sono trovata davanti a una scelta: accontentarmi o rischiare?
L’ho rivisto solo una volta, pochi anni dopo.
Camminando soprappensiero nel corso, un lampo nocciola ha colpito il mio occhio distratto.
Mi sono voltata, ci siamo guardati per un attimo di infinito, poi ognuno ha ripreso la propria strada.

Il pullman ha un sobbalzo, uno di quei maledetti dossi sparsi a piene mani per rallentare il traffico, io torno alla realtà. E alla puzza. Mi volto, mi sta ancora guardando. Un accenno di sorriso, di quel sorriso. Sbarro gli occhi, il mio volto dichiara tutta la mia sorpresa.

«Francesco?»
«Nessuno mi chiama più così da anni»
«E come ti chiamano?» Che domanda del cazzo. Solo io riesco a dire ste stronzate.
Ride di gusto, i denti ingialliti.
«Non sei cambiata per niente. Sempre imprevedibile e fuori dagli schemi. Mi piacevi per questo».
Ecco, se qualcuno vuole vedere una donna adulta arrossire lo accontento subito.
«Ero una brava ragazza, ligia al dovere».
«Certo, ma dentro avevi un fuoco come il mio. Solo che tu non ti sei fatta bruciare».
Lo dice senza emozione, mi colpisce la sua tranquillità.
«Cosa ti è successo?»
«Che importanza ha?».
In effetti, nessuna.

«Sei ancora bella».
«Non lo sono mai stata, lo sai».
«Per me lo eri, e lo sarai sempre».
D’istinto allungo la mano, vorrei toccarlo. Si ritrae.
«Puzzo».
Non posso rispondere e mentire. Ci stiamo avvicinando alla prima città, suona il campanello.

«Posso fare qualcosa?».
Mi guarda in silenzio. Prima di scendere, ondeggiando con maestria sui tacchi di plastica, volge la testa. «Ricordami».
Scende in un lampo, il pullman riparte.
La puzza mi fa compagnia fino all’arrivo.