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di Giulio Iovine

Illustrazione di Diaz

Mia madre, notoriamente di poche parole, nel congedare me e i miei fratellini tenne fede alle sue abitudini, e si limitò a raccomandarci di trovare una buona posizione.
Era l’unica cosa che importasse.
Fatto quello, il resto veniva da sé.

«Tanto nel giro di cinque o sei anni sarete tutti morti di vecchiaia», concluse, e volò via.

Volammo via pure noi dal nostro ramo, in cerca di fortuna. Non so in quanti riuscimmo a scampare i fatali cinque minuti dopo l’uscita dal nido, ne muoiono così tanti.
Io ebbi fortuna, perché atterrai quasi subito sulla schiena di Giggetto: da allora vivo lì.

Il nome “Giggetto” gliel’ho dato io, perché non ho idea di come si chiami e siccome non ci ho mai parlato, né mai lo farò, conveniva trovargli un nome da me, altrimenti mi sarei trovato in difficoltà a riferirmi a quello che è, di fatto, il centro della mia esistenza.
Non sono mai più sceso da Giggetto e non me ne allontano mai – in linea d’aria – per più di mezzo metro.

Giggetto è un dinosauro.
Nella fattispecie un sauropode: a occhio e croce, probabilmente un diplodoco.
Credo abbia passato la cinquantina ed è nel pieno della sua maturità. Dalla punta del naso, attraversando collo, dorso e coda, conta circa trentadue metri per ventuno tonnellate; in ogni caso è più grosso di me che misuro, se proprio stiro le mie alucce, una decina di centimetri e peso pochi grammi.
Non credo affatto di essere l’unico pterosauro – ce l’avete presente? Quelli con le ali e i peli? Ottimo – a vivere stabilmente sulla schiena di un sauropode gigante; ma pochi tra i miei conspecifici possono vantarsi di vivere in groppa a uno come Giggetto.
Chiamatemi scemo, ma secondo me Giggetto non è un diplodoco qualunque.

Anzitutto, Giggetto cammina un sacco.
Non sta mai fermo. A bordo della sua schiena ho fatto il giro del continente quattro volte.
Il fatto è che ha bisogno di mangiare, stellina, perché a dispetto della stazza ha il metabolismo alto ed è erbivoro, e sappiamo tutti che le piante, per farle fruttare, devi mangiarne a carrettate.
Giggetto cammina lento ma sicuro, senza esitare, attraverso le grandi pianure. Nella stagione secca si infila per le foreste, abbatte gli alberelli più incerti, ficca la testa nel sottobosco e aspira come se non ci fosse un domani felci, muschio, radici, tuberi e cicadee. Se ha caldo, sale in montagna e io prendo il fresco grazie a lui. Poi quando arrivano le piogge scende verso i fiumi, ingoiando podocarpi, fronde di ginkgo, araucarie, pigne. Quando ha finito, passa al bosco o alla radura accanto. Cammina, cammina fa il giro del continente con me in groppa.
Molti dei suoi compagni fanno branco: lui, che è un boss, viaggia da solo.

Siccome è un giramondo, prende su ogni sorta di parassita, insetto o invertebrato che si trovi nei paraggi, e che si posa sulla sua pelle sperando di deporci le uova o succhiare il sangue.
Ma qui intervengo io, anche perché devo pur mangiare.
Ogni giorno, mentre Giggetto avanza dondolando, delicato nel suo enorme peso, io perlustro il suo corpo, sorvolandolo con le mie ali corte ma rapidissime, e una dopo l’altra faccio strage di queste bestiacce. Quando viene la stagione degli amori e Giggetto gonfia le sue borse golari colorate per impressionare le femmine e rimorchia di brutto perché è pulitissimo, il merito è sostanzialmente mio. Senza nulla togliere, naturalmente, al fascino maschio di Giggetto, cui più di una diplodoca ha ceduto al primo sguardo. Quando arrivano all’atto vero e proprio può diventare un bel problema, perché Giggetto, per montare deve alzarsi sulle zampe posteriori facendo un treppiede con la coda, appoggiarsi sul dorso di lei, e operare di buona lena; sentiste i barriti di questi due “zozzoni”.
Il tutto dura non so quante ore e io devo appendermi alla sua schiena (ora verticale) per non cadere.
Poi la fregola finisce e si ricomincia a viaggiare.

Ogni tanto qualche carnivoro è abbastanza incosciente da cercare di mangiarsi Giggetto.
Mi ricordo la prima volta: mi presi uno spavento che non dimenticherò più.
Era l’inizio della stagione secca, verso sera, e Giggetto stava scendendo dalla cima di una collina al fiume, per la sua bevuta quotidiana. Io, come al solito, me ne stavo comodo comodo sulla sua schiena, da cui si vede sempre un bel panorama e – se non ci sono alberi di mezzo – anche molto in là. Mentre Giggetto aveva la testa tra le onde e le zampe a mollo, bevendo a larghe sorsate, mi sono accorto che da tre quarti posteriore gli stava venendo incontro, passin passino, nientemeno che un allosauro. A suo credito, grosso abbastanza da poter aspirare a Giggetto se si fosse davvero impegnato. Preso dal panico per quello che era evidentemente un agguato, ho cominciato a svolazzare e squittire attorno alla testa di Giggetto, in un patetico tentativo di avvisarlo: lui non ha dato segno di avermi notato.
Intanto l’allosauro si avvicinava al punto debole di Giggetto, la zona prossimale della coda, dove c’è il muscolo che lo fa camminare. Ha aperto la bocca, un orrore quasi verticale di denti, pronto alla sciabolata. Ma ecco che la testa di Giggetto, venti metri più in là, si volta delicatamente a guardarsi indietro, e io mi rendo conto che Giggetto sapeva, perché due secondi dopo tira un calcio all’allosauro con la gamba destra. Un bel calcio, che sbilancia il carnivoro e quasi lo fa inciampare. Cade addosso alla cosciona di Giggetto, il quale si divincola e lo fa scivolare a terra. Altro calcio mentre tenta di rialzarsi, ma stavolta Giggetto si becca un morso sul polpaccio, e una brutta ferita.
L’allosauro fa per allontanarsi a distanza di sicurezza, ma Giggetto, che non l’ha presa bene, scuote la coda a frusta all’impazzata e lo becca in piena faccia (pam!), slogandogli la mandibola.

E niente, l’allosauro se n’è andato con il muso storto e Giggetto, finito di bere, se n’è tornato in collina col polpaccio sanguinante.

Ma la ferita è guarita senza infettarsi.
Un po’ perché Giggetto ha un sistema immunitario niente male, un po’ perché il sottoscritto è rimasto attaccato alla sua gamba per una settimana, oscillando come su un’altalena, a mangiarsi tutte le mosche che si avvicinavano.

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di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Pubblicato nel 2019 da La nave di Teseo, Corriere di notte è il romanzo epistolare vincitore del Premio Internazionale per la Letteratura araba dello stesso anno.

Per chi ama il sapore delle lettere trovate per caso.

Insolito, alternativo e struggente, questo romanzo si nasconde abilmente dietro a cinque lettere anonime che non giungono mai al destinatario. Filo conduttore il comune destino di fragilità e depravazione che accomuna i mittenti. Anime perdute che cercano di confessarsi senza tuttavia dimostrare pentimento per le azioni commesse.

Per chi ha il coraggio di affrontare l’eco personale delle confessioni di uno sconosciuto.

I mittenti non si incontrano mai, se non in una involontaria staffetta che porta le singole confessioni ad un destinatario voluto dal fato. Tra quelle righe si fa strada un’eco personale che, sull’onda di un insperato conforto, suscita la necessità di scrivere una propria confessione. Il passato dei protagonisti è un pesante fardello che non arriva mai al pentimento anzi, diventa giustificazione per altri misfatti e nuove derive.

Per chi è disposto a superare immagini e luoghi comuni.

Chi si nasconde davvero dietro alle persone che incontriamo per strada? Che siano reietti, delinquenti o persone insospettabili, mai possiamo sapere cosa c’è nel passato degli altri.

Leggendo questo romanzo ci si aspetterebbe un riscatto che non arriva mai. C’è una fuga costante da luoghi mai menzionati ma facilmente intuibili; fuga che non trova soluzione perché i protagonisti rimangono imprigionati in luoghi di passaggio sperando nella vita in un altrove impossibile da raggiungere.

Per chi ha ceduto alla lusinga di un ricordo di gioventù e dicendosi “perché no” ha intrapreso un viaggio insensato.

Ci si può lusingare per essere stati contattati da una vecchia fiamma adolescenziale. Perché no, perché non prendere un aereo e rivivere quel brivido di gioventù. Ma il tempo è inclemente, la pioggia scroscia e le valigie talvolta si perdono. L’attesa diventa motivo di ipotesi ed elucubrazioni che portano a razionalizzare l’impeto di un viaggio senza senso. 
La curiosità letale di rivedere il passato si dimostra un fallimento e le bugie dei film che penetrano nel sangue come un veleno vengono di colpo smascherate. Come lo specchio non cela gli anni passati.

Anche laddove il dolce sapore delle nespole condivise durante una corsa in un taxi collettivo potrebbe essere un segno positivo, rimane l’immagine del bidone dove vengono gettati i resti dei dolci frutti.

Quel che rimane del miraggio.

I protagonisti sono aerei che non partono mai, smarriti come bagagli sul nastro trasportatore di un aeroporto. Il puzzo delle uova che rimane impregnato sulla pelle del lettore diventa simbolo di una mancata rinascita, comune denominatore delle vite che si intrecciano. Un postino che raccoglie lettere in una città assediata, impossibilitato a muoversi dal suo nascondiglio, diventa misura dell’incomunicabilità.

Corriere di notte parla della complessità del mondo arabo, del mito del viaggio alla ricerca della salvezza, della condanna di un mancato ritorno e della ricerca dell’amore come primordiale forma di attaccamento alla vita.

Un romanzo giocato sul filo sottile tra immaginario e reale, tra sonni che rendono inaccessibile lo spazio interiore alla luce del giorno, notti straniere e senza patria trascorse in hotel di bassifondi degradati, tirannie familiari e promesse d’amore che sembrano prigionie.

Enjoy Milano! View More

di Davide Ricchiuti

Illustrazione di Raquel in Dreams

Sblocco la serratura con il pin e salgo.
La Cinquencento Enjoy è parcheggiata in zona universitaria. L’accesso è limitato, ma quest’auto è speciale.
Avrei voluto scrivere che è speciale perché è rossa, perché costa venti centesimi al minuto invece di venticinque (solo per questo mese), perché può andare dappertutto – fango, stelle, sotterranei – e invece la verità è un’altra. È speciale perché sul sedile del conducente trovo un biglietto scritto a mano.
Però lo sollevo per sedermi. All’inizio penso che sia un appunto qualsiasi della spesa perso da chiunque abbia guidato prima di me. Lo sistemo sul cruscotto, mi disinfetto le mani, prendo le chiavi e accendo l’auto.

I minuti costano dal primo istante in cui lo sportello si apre. Il tempo è denaro.
Mai prima di guidare queste Cinquecento Enjoy avevo sentito sul collo il fiato del capitalismo.
Apro Google Maps e sistemo il telefono a vista.
Devo raggiungere un salotto letterario dove mi hanno invitato per presentare il primo numero della rivista che ho fondato da poco. Sono un uomo e in questa rivista pubblico solo donne, autrici esordienti, scrittrici affermate, giornaliste iscritte all’albo, tiktoker che hanno cose interessanti da dire sul femminismo. Si parla di aborto clandestino, identità di genere, body shaming, violenza domestica.
Roba seria, roba attuale, roba che vuole dare un segnale.
Io sono un tipo serio, sono un tipo attuale, sono un tipo che vuole dare un segnale.

Non faccio nemmeno in tempo a inserire la freccia per uscire dal parcheggio che un tizio suona il clacson nel mio cervello. S’intromette tra le cose che devo dire alla presentazione, le stavo ripassando a bocca chiusa, con le mani sul volante e il motore acceso.
Il tizio doveva essere alla ricerca di un posto da chissà quanto.
Deve avere intercettato le luci dell’auto.
Si accendono automaticamente se il conducente precedente non le ha spente.
Con una calma buddhista avanzo fuori dalle strisce del parcheggio. Il tizio suona ancora.
Io rallento di più, se possibile.
Lui scende dalla sua auto e si avvicina al mio finestrino.
Batte il pugno sul vetro. Grida qualcosa. Io accendo la radio e comincio a tenere il tempo con le mani sul volante.
Stanno passando Fulminacci, quel pezzo dove dice: gli sbagli che ho fatto, però non ho una tattica tattica tattica. Il tipo risale in auto e suona di nuovo, poi preme a vuoto sull’acceleratore. Io inserisco la prima è lascio Mr. Clacson nel mio retrovisore.
La gente fa schifo, canta Fulminacci. Certi uomini fanno schifo, in effetti.
Potrei usare questa frase alla presentazione. O è un po’ eccessiva?

Inserisco la seconda e la terza.
Rallento al primo semaforo, scalo marcia, freno e vado in folle.
Mi ricordo del biglietto.
Lo prendo dal cruscotto, ma appena provo a decifrare la calligrafia delle parole scatta il verde.
Intravedo un numero, forse di telefono.
Rimetto a posto il biglietto e parto.
Prima, seconda, terza, giro a destra, la strada si allarga, mi sistemo nella corsia centrale. Non c’è nessuno davanti a me, rallento un poco e provo a riprendere in mano il biglietto. Niente da fare, quando metto a fuoco la prima parola l’auto sbanda leggermente.
Appoggio il biglietto, riprendo il controllo, ma non vedo l’ora che appaia un altro semaforo rosso.
Eccolo, mi fermo. Mi rendo conto solo in quel momento che avrei dovuto essere sulla corsia alla mia sinistra adesso, non in centro. Ora come faccio a girare?
Controllo la strada voltando la testa all’indietro e vedo tre auto in arrivo.
Scatta il verde e cambio corsia, anche se non potrei.
Mi accodo all’ultima auto che passa a sinistra mentre almeno tre clacson dietro di me sparano lamenti inenarrabili. Hanno fretta di andare dritto. Uno poi ringhia qualcosa mentre abbassa il finestrino. Adesso Fulminacci canta: la gente è cattiva. Sorrido.

Guido fino ad arrivare nella zona del Masada.
Il salotto letterario a cui sto andando si chiama così. Ci metto un po’ a trovare parcheggio, ma alla fine mi fermo in una traversa di Viale Carlo Espinasse. Prendo la borsa, conto le riviste e apro l’app per terminare il noleggio. Controllo l’orologio. Sono in ritardo.
Esco dall’Enjoy e aspetto che si chiudano a chiave le portiere. Poi mi ricordo del biglietto e lo cerco sul cruscotto con gli occhi.
Mi avvicino e non credo a quello che leggo.

Accendo la torcia del telefono e la punto sul biglietto per rileggere, ma il parabrezza riflette la luce.
La spengo e riprovo. Scatto una foto al biglietto e zoomo sullo schermo del telefono. Incredibile.
E pensare che ho passato tutto quel tempo in auto senza leggerlo.
Telefono a Ugo, che mi aveva invitato al Masada, e gli spiego la situazione.
Gli riferisco cosa c’è scritto sul biglietto. Lui rimane in silenzio qualche secondo, poi dice che devo andare in questura.
E io sono d’accordo, ovvio. Dice che se io non facessi questa denuncia subito non avrei nemmeno fondato il tipo di rivista che hai fondato.
«Giusto?» mi chiede. Gli rispondo che però così la presentazione salta di sicuro, la burocrazia ha tempi dilatati: ero venuto a Milano per presentare la rivista, ho stampato più copie apposta, preparato un discorso. Ugo dice: «Cristo, ci sono delle priorità. E la vita della ragazza che ha lasciato quel biglietto, in questo momento, è più importante della nostra».
Ha ragione.
Avrebbe dovuto fondare lui la rivista femminista, non io.
Io, in fondo, sono solo gente.
Gente che fa schifo.

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Ultime Parole View More

di Carlo Marconi

Illustrazione di Ilaria Salvatori


Erano le 16:47 del 17 Settembre 1986 quando esplodeva uno dei due motori del Boeing 737-800 diretto a Madrid. Nello stesso istante in cui la coda dell’aereo prendeva fuoco, 250 persone si trovavano a dover prendere la difficile decisione di pensare alle ultime parole della loro vita.

Per 153 passeggeri fu naturale urlare al proprio compagno: «Ti ho sempre amato!».

Altri 34, per nulla d’accordo con i precedenti, gridarono a perdifiato: «Ti ho sempre odiato!».

Ma le urla di quelle 187 persone produssero soltanto un boato ancora più assordante dell’esplosione e nessuno seppe mai cosa l’altro gli avesse detto.

Quanto ai restanti 63 passeggeri, 61 non avevano nessuno a cui urlare: «Ti amo!» o «Ti odio!».

In realtà non avevano proprio nessuno a cui urlare.

Gli ultimi due si trovavano al bagno.
Per loro fu semplice gridare: «Merda!».

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Ilaria Salvatori - Fermata 23, Vitelleschi View More

di Claudio Ferrucci
Illustrazione di Ilaria Salvatori


Set: interno scuro con luce bassa che illumina a stento una poltroncina di pelle nera; tavolo tondo di mogano al centro; gigantografia della statuina dell’oscar; sfondo con foto in b/n di un giovane Alberto Sordi che, sigaretta in bocca, si rilassa ad un bar.

«Luce!», echeggia tutto intorno proprio mentre Aldo Aldini, critico cinematografico locale, prende posto: accavalla le gambe e fa un profondo respiro chiudendo gli occhi.

Camicia bianca di cotone leggero, foulard marrone che fa il paio con i pantaloni dello stesso colore.
Aldo aggiusta i radi capelli candidi sparsi sulla testa, categoricamente e obbligatoriamente spettinati («fanno più intellettuale Alduccio» gli ripete sempre Mario, il truccatore, prima di entrare in scena), si schiarisce la voce e quindi spegne l’ultima sigaretta.

«Aldo Aldini – Critica Questo! Panoramica su Fellini…Parti Aldooo!»: tutta la troupe di ReteCinema Oro2000 si ferma per ascoltare ancora una volta il Maestro.
Il regista e interprete della serie Chi l’ha visto…sto film?  sui B e C movie italiani e direttore del Festival Anteprima di Gattea a Mare è pronto per una nuova magia…

«Salve a tutti e buonasera. Oggi vi parlo di un film che ha scritto la istoria, la geografia, la letteratura e anche l’epica del cinema italiano: i Vitelleschi.
Partimo già dal presupposto che stiamo a parla’ di una perla del grande Fellini: e ho detto tutto.
Tra l’altro ho conosciuto pure di persona, pochi giorni prima che girasse le ultime scene di sta pellicola leggendaria che rappresenta uno dei perni della commedia all’italiana.
Candidata agli Oscar nel ’58, I Vitelleschi, pensate, è stato inserito tra i 100 film italiani da salva’, questo solo per favve capi’ la caratura dell’opera del grande Fellini.

E parlando di grandi – l’Aldini si alza dalla poltroncina, mentre il fascio di luce che lo segue inizia ad evidenziare piccole goccioline di sudore tra la fronte e gli occhiali – non possiamo non cita’ l’irreprensibile, il grande, l’indiscusso Alberto Sordi, protagonista del film. Albertone bello, quanto ce manchi». Nel mentre si sofferma a guardare malinconico la gigantografia dell’attore che prende forma sullo schermo dietro di lui. «Ma andiamo alla sinossi de I Vitelleschi. Prima prima è importante capi’ da dove deriva sto termine i Vitelleschi: insomma, perché proprio Vitelleschi?…»

«STOOOOP! Ardoo, ma checcazzo stai a di?? – urla il regista dal fondo del set – Perché i Vitelleschi?? I Vitelloni, ci sta scritto, I Vitelloni. Questo – mormora avvicinandosi all’assistente – s’è rincoglionito del tutto…portategli un bicchiere d’acqua e ripartimo». Poi, di nuovo verso «Aldo dai, rifacciamola e leggi il gobbo per cortesia: I Vitelloni. Il film è I Vitelloni. Alberto Sordi, Fellini, 1958, tutto giusto pe carità, ma non me puoi sbaglia il titolo, essù Aldo».

«Oddio, c’hai ragione Alfio, me…me dispiace…è che Vitelleschi è la fermata del 23 che prendo la mattina. Oh vabbè, me so sbagliato, che sarà mai: il primo errore in 40 anni de cariera no? Me lo concedi? Che poi quando parlo de Albertone me se confonde tutto…lo sai che io ci ho fatto anche una vacanza insieme a Capracotta…era il millenovecentosett…»

«Sì, vabbè – lo interrompe bruscamente Alfio – a’ conoscemo tutti quella storia. Mo però riprendiamo da capo. Qua alle 7 dovemo smonta’ che ce devono gira’ una serie su teenagers zombie che risolvono casi di polizia. Daje Aldo: Critica Questo, Ciack 2…Parti Aldooo».

«Salve, sono Aldo Aldini. Oggi vi parlerò di un film che ha scritto la storia…».

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MORALES MORTALES - RICO View More

di Giacomo Cavaliere

Illustrazione di Riccardo Corciolani

Questa storia è fin troppo vera.
La storia di un viaggio incredibile.
E inizia così: non saremmo mai dovuti partire.

Eravamo convinti di aver bisogno di qualcosa di maestoso per salvarci dal naufragio.
L’Amazzonia sembrava esserlo abbastanza.
Non credo volessimo davvero partire. Se anche lo volevamo, non volevamo farlo insieme.
Non ho mai saputo perché Flora avesse deciso di imbarcarsi in una relazione tanto intensa con qualcuno che non voleva intorno, come facesse ad amare o come potesse essere tanto brava a farmici sentire – se esisteva una differenza.
Anche nel migliore degli scenari, avremmo lavato tutto con la soda appena tornati a casa.

Scappammo da Lima con un aerotaxi per Pucallpa dopo aver depennato il combattimento tra tacchini dalla lista di cose da vedere almeno una volta nella vita.

Poi, arrivò la pioggia.
Un diluvio alieno, all’inizio di ottobre. L’esondazione dell’Ucayali ci tenne bloccati per una settimana a trenta chilometri dalla città. Restammo con l’acqua alle anche per quaranta giorni prima di tirare i remi in barca. Era il suo primo viaggio intercontinentale, ma sembrava reggere molto meglio di me. Se la godeva. Aveva sentito il morso delle sanguisughe sulla pelle e aveva imparato i trucchi per togliersele, gonfiandosi di un legittimo senso d’onnipotenza. Così lontana da casa, immersa nella putredine, aveva scoperto di poter contare su forze maggiore di quanto credesse.
La sua soddisfazione rese tutto più bello. Credo che la cosa, in fondo, mi irritasse, pungolandomi lì dove gli altri maschietti tenevano orgoglio.
Cercai il modo più avventuroso per tornare a Lima, non pioveva più e gli autobus avevano ripreso a circolare.

Mi risposero tutti la stessa cosa: Morales Mortales.

Andai in taxi alla stazione e cercai il gabbiotto della compagnia.
Non lo trovai e chiesi informazioni. Ridevano ogni volta che la nominavo.
Mi indicarono la biglietteria: Empresa Morales.
Comprai due biglietti a centosei sol de oro.
La Morales non garantiva la durata del viaggio, le soste duravano quel che duravano. Andai a mangiare da solo, l’ultima papa alla huancaìna della mia vita; riesco quasi a far girare in bocca il sapore, come potrei evocare quello di Flora. Più o meno.
Finito di mangiare, domandai al barista perché la chiamassero così.

«Perché si chiama Morales,» disse lui. «E perché gli autisti si ubriacano e finiscono nei burroni».

Io risi, ma lui no.

Gli autobus del giorno dopo erano pieni.
La ragazza non sapeva, ma potevano esserlo anche quelli del giorno dopo ancora.
E, in effetti, lo erano.
La notte mi svegliai per un attacco di tosse che non si riuscii a placare neanche dando fondo a tutta l’acqua della camera. Mi esplosero i capillari dell’occhio: credevo davvero che sarei morto di tosse.
Flora si accorse che avevo la febbre e m’imbottì di aspirina e chinino.

L’autobus scollinò il dosso ansimando. La carrozzeria crepitava ad ogni bozzo del terreno.
Gli occhioni di Flora si spalancarono come mai prima d’allora alla vista di quell’incubo su ruote.
Quando li rivolse contro di me, mi pugnalarono con un odio che non li avevo mai visti indossare. 

Era una carcassa recuperata da uno dei tanti cimiteri per ruderi che si diceva la General Motors avesse scavato in tutto il continente. Restammo impantanati tutto il pomeriggio prima che arrivasse un trattore con assi e corde per tirarci fuori. Ripartimmo, e, per un po’, andò bene. Iniziammo a salire.
Sentivamo i massi staccarsi dalla parete e fracassarsi al suolo al passaggio del mezzo.
La strada disegnava una spirale attorno alle montagne per assottigliarsi in un cornicione man mano che approcciava la cima. Flora teneva la testolina schiacciata tra le cosce, i quadricipiti scolpiti nel marmo del terrore e degli esercizi di teatro.

«Vorrei che avessi davvero qualcosa di cui vendicarti» disse lei senza guardarmi.

Un signore ubriaco di Tik-Tak tenne a raccontare ad alta voce le mirabili gesta della compagnia. Continuava a colpire Flora sulla spalla col culo della bottiglia, non sapeva capacitarsi che una persona nel suo stato non volesse bere. Aveva smaltito la sbornia precedente scarnificandosi i calli sul piede con un pezzetto di ferro strappato al sedile, riprese con l’altro non appena si ritrovò senza interlocutori.
Avevo la febbre troppo alta per intervenire. Anche fosse, non avrei saputo come.

Ci fermammo per la notte in un villaggio andino di quattro case e un distributore.
L’autista trafficò col telefono per raggiungere qualcuno della compagnia a Lima, forse per ricevere notizie sulle previsioni del tempo. Il riscaldamento del pullman consumò un pieno per tenerci in vita fino all’alba. Tenne le birre in fresco sul tettuccio prelevandole tre alla volta finché non riuscì a concedersi un po’ di riposo sul sedile in metallo. Dovemmo fermarci anche la notte dopo, a duemila e rotti metri, e dovemmo aspettare il mattino per scoprirne il motivo. Arrancammo a passo d’uomo per un chilometro e mezzo.
La curiosità fece precipitare lo sguardo giù dalla scarpata a lato della strada. Incastrato sul fondo un cartoccio di lamiere con gli stessi colori del nostro giurassico mezzo di trasporto.
«Morales Mortales» esultò il tizio accanto a Flora, sventolando una nuova, pienissima bottiglia di Tik-Tak. L’autista rallentò, scese e baciò la croce d’oro che aveva al collo.
Ingurgitò un’altra birra mentre parlottava con l’unico poliziotto presente.
Ripartimmo solo dopo che le signore finirono di pregare.

Impiegammo altre due notti per arrivare a Lima.
Ero quasi del tutto incosciente quando mi portarono in ospedale.
M’ero beccato una parassita che lì chiamavano vinchuca.
A Città del Messico sostennero che avevo una cosa chiamata chinche.
A Parigi, scoprii che entrambi avevano entrambi ragione, ma in due lingue diverse.
Immagino che Flora sia salita sul primo aereo.
Comunque, non la rividi più.

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Ilaria Salvatori - Fermata Leone IV View More

di Claudio Ferrucci

Illustrazione di Ilaria Salvatori

Leone IV doveva essere una commedia in versi del 840 d.C.
Scritta (ma mai terminata) dallo stesso Leone, terzo sequel dei precedenti Leone I, II e III (rimasti in versione manoscritta), vedeva come protagonista Leone stesso, futuro Papa.

L’idea nacque durante gli anni dell’escalation araba di stampo fondamentalista (i gruppi terroristi conosciuti come Saraceni). Erano anni di pressioni militari e finanziarie contro il mondo cattolico, perpetuate da quello che l’allora re d’Italia, Lotario, definì come Impero del Male.

Il testo ha come oggetto la rivalità tra Leone, prode italotedesco campione del mondo cattolico, e Imād al-Dīn Zengi, campione saraceno.
Il manoscritto regala nel finale un messaggio di pace.
Al termine della sfida, Leone si lancia in un accorato discorso in versi dove condanna l’odio tra cattolici e saraceni e addirittura punta il dito contro le antiche crociate.

Tra i passaggi memorabili che avrebbero dovuto rendere famoso questo episodio, si ricordano: gli ardui e faticosi allenamenti di Leone, messo di fronte non solo agli sforzi fisici ma anche a calamità naturali non indifferenti; la scena in cui l’eroe corre tra le macerie di un’ala del Colosseo staccatasi durante un forte terremoto; il momento in cui, a mani nude, aiuta i soccorritori durante l’incendio di Borgo (scena ritratta in un affresco diventato un vero e proprio cult per gli amanti del genere).

La serie doveva proseguire con Leone V, ma a causa della snervante pressione derivata dall’editore che pretendeva tutti e cinque gli episodi in così poco tempo, all’esiguo budget e al fatto che Leone in quello stesso periodo fu eletto, appunto, Papa, l’opera non conobbe mai epilogo nè pubblicazoine.

In ricordo di quello che avrebbe potuto essere e che non fu, venne eretta a Roma una fermata del 23.

Ah sì, secoli dopo il manoscritto originale di tutti e quattro gli episodi fu ritrovato da un tal Silvestro Stallone il quale lo donò a suo nipote, futuro attore e regista italo-statunitense che ne fu talmente ispirato da crearne un’opera minore, riadattata come serie cinematografica.

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Ottavia Marchiori_Il biglietto prego View More

di Savina Tamborini
Illustrazione di Ottavia Marchiori

Le porte del tornello si aprono e io mi infilo dentro, appiccicato dietro la vecchia col cane che tira.
Il tornello si richiude e mi schiaccia la gamba.
Mi struscio la mano sui jeans dove la vita ha colpito duro.
E va beh, anche questa volta è andata.

Ho il telefono in mano; squilla il pezzo di Frozen sulla libertà che ha scelto Irina. Sono loro.
Chiudo e riparte.
Bip bip bip, arrivano anche i messaggi. Accidenti! Mi sono alle calcagna.
Ficco il telefono in tasca.
E ora come faccio a ridargli tutti quei soldi? Mannaggia a me!
Perché ho puntato tutto sul rosso? Sul nero dovevo puntare, merda!

Il treno parte in uno stridio di ferraglia. Let it go, let it go. Il vagone puzza di birra.
Evito la pozza e mi siedo accanto a una donna col passeggino.
Lei si gira verso la bimba. «Giulia, senti, la canzone che ti piace tanto!».

Alla bimba non frega niente perché sta giocando con l’Ipad.
Ammicco: «L’ha scelta mia figlia».
Ma neppure a me frega un cazzo di Frozen, con la banda del Buco attaccata al culo.
E mò che faccio?

La donna mi sorride a denti bianchi e labbra rosse. Let it go.
Abbasso lo sguardo, infilo la mano nella tasca, prendo il telefono, ancora loro, me lo rimetto in tasca e lo stringo forte.
Let it go, let it go. Can’t hold it back anymore. Let it go, let it go. 

Il pelato coi baffi vicino alla vecchia scuote il capo: «Non c’è più rispetto».
La vecchia col cane si mette la mano sull’orecchio: «Almeno faccia la cortesia di togliere la suoneria. Pe’ carità, bella canzone, però…».

Let it go, let it go.

La donna sbatte le ciglia lunghe: «Ma non risponde?».

Chiudo.
Mi gratto la barba.
Niente, non mollano. Forse ha ragione lei, devo rispondere.

Il treno si ferma alla prima stazione.
Entrano i controllori, rimango seduto, le porte si chiudono e il treno riparte come una prigione.

«Biglietto prego».

Il cuore accelera: e ora?

Prossima fermata Colonna Galleria.

Uno, due, tre, conto i secondi.
Ce ne vogliono ancora tanti, troppi prima di arrivare.
Un ragazzo alto col berretto Trenitalia avanza, l’altro si piazza a guardia delle porte: è basso e tarchiato, forse con una spallata ce la faccio.
Cazzo, eccolo che arriva.

«Biglietto prego».

Let it go, let it go.

Rispondo così prendo tempo: «Pronto».

La voce del Buco è altissima.
Allontano la cornetta, ma la riavvicino quando il controllore si mette davanti a me, sbuffa.
«Ma mi ha sentito? Il biglietto prego».

Non ce l’ho il cazzo di biglietto.
Faccio finta di niente: «Sì, certo Buco, però…».
«Allora, quanto devo aspettare?».

Reggo il cellulare tra la spalla e la mandibola: «Ma non vede che sono occupato? No Buco, non dico a te, sì sì lo so, te li darò ’sti cazzo de sordi, ma so’ impicciato, Buco, scusa un attimo, rimani in linea».

La vecchia col cane alza gli occhi al cielo, il pelato tossicchia di disappunto.
Dalla tasca dietro al culo tiro fuori il portafoglio; lo apro, mi cade dalle mani.
Sessantacinque, sessantasei, sessantasette, secondi infiniti, ma quanto cazzo ci vuole?
Il controllore batte il libretto sul palmo della mano: «Allora?».

Cerco nel portafoglio: «Ma dove l’avrò messo? Qui non c’è…».

Il controllore fa un cenno al compare tozzo.
Lui avvicina la radiotrasmittente alla bocca, muove le labbra e mi fissa.
Il Buco mi urla all’orecchio: «Io t’ammazzo e ammazzo pure Irina se non mi ridai i sordi che t’ho prestato».
Li vuole oggi, adesso, subito.
Mi prendo la testa tra le mani.

«A pezzo de merda, metti la telecamera, guarda se nun ce credi!».
Il Buco sposta l’inquadratura, Irina entra in camera e singhiozza: «Papà, papà».
Mi alzo di scatto: «Amore, non ti preoccupare, papà viene subito. E tu, brutto Buco de…».

Indugio, metto una mano a coprire la bocca: «Non ti az-zar-da-re a toc-car-la».
Il controllore mi afferra per un braccio: «Ma questo biglietto ce l’ha o no?».
Lo strattono, mi riafferra.

Treno in arrivo a Colonna Galleria.

Il treno rallenta.
Tre, due, uno, le porte si aprono.
Con un colpo butto giù il controllore che cade in braccio al pelato.
Mi fiondo fuori dando una spallata al tarchiato. Strike.

Per bloccare la via di fuga si sono messi in mezzo altri quattro guardiani. Corro dalla parte opposta, devo scendere sui binari e attraversarli, scavalcare e raggiungere la banchina. Un gioco da ragazzi.
Irina, tesoro, papà sta arrivando e stasera andiamo a mangiarci una bella Margherita con la mozzarella di bufala, come piace a te.

Un fischio, un colpo e tutto diventa nero.

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Giulia Dargenio_Diaz_Potrei Morire View More

di Grazia Cassetta

Illustrazione di Diaz

Mi sono fatto un gran male alla testa e ho dovuto aspettare il treno delle 15:45 per tornare a casa.
Ho perso quello delle 15:00 perché sono caduto come un idiota sulle scale e per poco ci rimanevo secco. Il capostazione mi ha detto che il freddo aiuta col dolore.
Ha ragione, ma poi il treno ha preso a muoversi, i ragazzini hanno preso ad urlare e le colline hanno preso ad ondeggiare.

Ho vomitato tutto nella busta della spesa.

«Scusi, potrebbe sedersi da qualche altra parte?».

Mi guardo intorno, c’è un sedile vuoto dall’altro lato del vagone tra un signore e un bambino.
Guardo la signora, bassina e di mezza età, seduta di fronte a me.
La guardo come si guarda un dipinto di arte moderna.
Quella sbatte le palpebre e fa per ripetersi.
L’anticipo.

«Signora, se mi alzo vomito anche la cena di Santo Stefano».
«Beh, qualcuno dovrà pure alzarsi. Io sono con le stampelle e non posso».
«È caduta anche lei?».

Ora è lei a guardarmi come si guarda un murale di Bansky.
Con un po’ di pietà e un po’ di comprensione.

«Vomita perché è caduto? Guardi che se ha sbattuto la testa e vomita vuol dire che c’è qualcosa che non va. È molto pericoloso, sa?».
«Non è niente».
«Potrebbe essere un trauma cranico, potrebbe morire seduta stante».

Potrei morire seduta stante.
È una cosa strana da dire a qualcuno che nemmeno si conosce. Continua a guardarmi come se fossi appena uscito da un duello all’ultimo sangue, con quegli occhi da triglia sgranati sulla mia testa. Si è così agitata che ha le nocche bianche per quanto stringe la stampella.
Quello che vedo sulle sue labbra è disgusto o preoccupazione?

«Lei sembra star benone».
«Io non ho sbattuto la testa, però».

Se faccio finta di addormentarmi posso troncare questa conversazione ridicola.
Lo faccio. Ora lo faccio. Sì, magari mi lascia stare.

«Oddio! Aiuto! Oddio! È morto! Fermate subito il treno!»

Ridere con il mal di testa è difficile, chiunque soffra di emicrania può confermarlo.
Trattenere una risata in queste condizioni è da masochisti duri e puri.
Devo ridere, non ce la faccio.

«CAFONE!»

La signora scende, ancora indignata.
Il bambino seduto dall’altro lato del vagone se la ride di gusto e anche io vorrei farlo.
Ma il treno ha preso a muoversi, i ragazzini hanno preso ad urlare e le colline hanno preso ad ondeggiare.

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Pasqua di Passione View More

di Claudio Ferrucci

Alle 6:30 di mattina l’aria di Roma è frizzante e quasi elettrica: come se un soffio di vento vitale dovesse, passando di casa in casa, risvegliare tutti e riportarli all’ordine delle classiche tradizioni.
Dalla fermata del 62, proprio di fronte Castel Sant’Angelo, ancora poche sono le persone che si aggirano tra Via della Conciliazione e il maestoso monumento. Il sole, pallido e lievemente lattiginoso, stiracchiandosi, si riflette con uno sbadiglio nel vetro del bus che sto per prendere.

Ah la meraviglia dei giorni di festa: un 62 vuoto tanto che la scelta del posto diventa un privilegio solo per chi, già sveglio come me, lo può apprezzare. Solo un posto è occupato.
Addormentato profondamente, abbracciato al divisore del bus e con la guancia che gli aderisce precisamente, c’è un ragazzo vestito da Gesù.
Quello stesso raggio di sole che poco fa si rifletteva sul cofano del 62, ora illumina quella figura e regala i dettagli di una vita.

Come un Caravaggio, l’immagine di questo Gesù si staglia di fronte a me: i capelli ricci, spettinati e sudaticci, irrompono sulla finta corona di spine che, a fascia, gli comprime un po’ la testa; la tunica, sgualcita, un po’ annerita e tagliata su un fianco, si alza sulle caviglie e mette in mostra i sandali di una qualche sottomarca, comprati in fretta e furia ad un mercato; chiodi di gomma e sangue finto, corredano le mani che, per inerzia, si appoggiano al corrimano; sul viso i segni di una notte di passione.
Sì la Passione – penso – è sicuramente uno dei personaggi, anzi, il Personaggio principale della Passione che si è svolta ieri. Tra tutti, lui ha scelto o è stato scelto, chissà, per rappresentare quello che forse reputa il suo eroe ed è bello che, ad oggi, un giovane abbia ancora voglia di smettere i panni del “selfie made man” per tornare un po’ alle tradizioni e alle origini, in questa società poi, che, indistintamente, tende a scordarle e a metterle da parte.

Bravo! Penso, mentre scendo a Corso Vittorio Emanuele per quelle mie quotidiane faccende da neo pensionato: questo ragazzo mi ha dato un nuovo motivo per festeggiare questa Pasqua, lasciando alle spalle il bus che continua il suo viaggio.

«Capolinea! Stazione Tiburtina, capolinea daje, scendereeee. Aò ma te vuoi sveja a GesùCrì», esclama con voce roca e da accanito fumatore l’autista del 62, e con un gesto deciso strattona il soggetto caravaggesco ancora in coma.
«Ma n’do cazzo…» fa il Gesù svegliandosi e pulendosi la bava che viscosa ha imbrattato tutto il corrimano. Preso ancora dal sonno riesce giusto a sbiascicare: «è Monte Mario qua?», stropicciandosi gli occhi.
«Ma quale Monte Mario, a’ coso, stiamo a Tiburtina, la stazione: er capolinea. Pe Monte Mario dovevi prende il 69 questo è il 62…e me stai a fa pure perde troppo tempo».
«Nooo ma che cazzo! Lo sapevo che ieri non me dovevo ridurre così…cazzo de idea per i 33 anni…».
«Tacci tua…ma che hai fatto, tutto a posto sì? Te senti bene?».
«Sento…sì, sì…sento…madonna – accennando un rutto alcolico – sento ancora tutto er gin tonic…eccolo che resuscita nell’esofago, mamma mia che porcheria».
«Eh, o’ sento pur’io. Scendi va che devo scappa a casa…».
«Ma dimme…sto 62 mica riparte e me riporta indietro, vè?».
«No, mo questo va al deposito…devi prendi l’altro tra na mezz’oretta…anzi, pure di più: è Pasqua. Daje, alzate e cammina bello».

Tirandosi in basso la tunica, aggiustandosi la finta corona e la parrucca nera, perdendo un chiodo di gomma dalla mano e sudando un po’ di finto sangue che, come un rivolo, ora gli segna tutta la guancia nel solco esatto che il divisore del 62 gli ha regalato, un ubriaco Gesù, barcollando per i fumi di troppi scadenti gin tonic, trascina lentamente la sua “croce”.
Una croce fatta di after di una festa a tema per i suoi 33 anni che si farà sentire ancora a lungo per le fermate della Stazione Tiburtina.
E mentre si allontana porta con sè quello spirito, poco santo, di chi cerca di ricordare quella nottata di passione.

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Valentina Scalzo_illustrazione View More

di Luca Cassarini

Illustrazione di Valentina Scalzo

La donna indossava un tailleur alla moda.
Sedeva in prima fila sulla corriera di linea.
In realtà era la presidentessa di quell’azienda privata di trasporti: una compagine maschile di afrori e muscoli che la rendevano pesce fuor d’acqua, per certi versi, ma alla fine la capoccia era lei.
Aveva possibilità di scegliere se qualcheduno poteva continuare a starsene lì, privilegiato di poterci lavorare, oppure, beh…grazie, tanti saluti, arrivederci. Frasi di rito per licenziamenti prestampati.

Ogni tanto, seppur raramente, capitava; però capitava.
E questa era una di quelle volte.
Bastava solo trovare il momento migliore: il momento migliore!
Erano tempi difficili per chiunque, dubitava che potessero esserci momenti buoni e una lettera di licenziamento in periodi come questi equivaleva ad una notifica di sfratto il giorno di Natale: un bel regalino portato da un Babbo bastardo.
Lei non era Babbo Natale, aveva più le sembianze di una vecchia Befana e megera nell’inconscio collettivo dei suoi dipendenti, ma cosa poteva farci? Era il mercato, bellezza!
O mangiavi o venivi mangiato. Meglio liberarsi di qualche zavorra che affondare con tutta la nave, ma questo non lo avrebbero capito.

Come al solito, la strategia per dare cattive notizie era questa: avrebbe atteso di giungere al capolinea con l’autista.
I dipendenti, un’accozzaglia vasta, non la conoscevano né l’avevano mai vista, la riservatezza era il suo unico biglietto da visita. Avrebbe dunque aspettato che non vi fossero passeggeri sul mezzo.
Infine, si sarebbe qualificata e avrebbe dato la cattiva novella.
Le era capitato di assistere a reazioni eterogenee, ma comunque dignitose. I
n generale, gli uomini non si aspettavano che una donna avvenente desse loro una così brutta notizia. Vabbè, anche se non era una ninfa, non si aspettavano annunciazioni così sconvolgenti. Infine, data la missiva – ché ambasciator non porta pena – lei aspettava l’arrivo del nuovo autista (perché le linee metropolitane dovevano andare a tambur battente) quindi tornava a casa, o in ufficio, o scendeva alla prima fermata del centro e faceva quattro passi per smaltire il boccone indigesto dato in pasto agli altri.
Semplice, no?

Ovviamente le sorprese potevano celarsi dietro l’angolo, come il trovarsi l’autista ciarliero.
Lei era poco incline alle chiacchiere, ma l’etichetta prevedeva l’annuire accondiscendente ed il sorriso lievemente ebete, da persona fintamente interessata alle noie altrui. Tipo…
«Signò, lo sa qual è il problema di Milano?»
«No, qual è?»
«Il traffico. Onnipresente, endemico, ormai ha una vita propria, si autoalimenta, si propaga nello spazio e nel tempo, regge in qualunque situazione climatica, è difficile da scacciare, insomma…si metta nei miei panni.»
«Eh.»
«Pensi che passo il 40% della mia vita imbottigliato nel traffico. A respirarmi fumi tossici. È una malattia professionale, no?»
«Può darsi.»
«Eccome, eccome! Ascolti, signò, adesso che non è salito ancora nessuno, le faccio una confidenza: mia moglie è incinta». Touché.
Pausa ad effetto.
Perché non proseguiva nel suo discorsetto, anziché costringerla a metabolizzare la gravidanza di una sua simile?
Si sforzava di non essere troppo empatica, perché l’empatia è un’arma a doppio taglio, se ti permette di guadagnare punti Paradiso rischia di affossarti anche negli altrui Inferni personali.

«Noi abbiamo già un altro figlio che deve ancora iniziare le scuole medie, e poi…lo sa meglio di me…»
Cosa? Cosa sapeva meglio di lui?
«….la crisi sta colpendo tutti. L’altro giorno mia moglie mi fa: siamo sicuri di volerlo tenere? Saranno costi su costi.» Altra pausa, per far ghiacciare meglio il tutto, come certe ricette che consigliano di tenere il prodotto in frigorifero tutta la notte.

«Oggi, finito il turno, ne parlerò con i miei superiori. Vorrei chiedere un piccolo aumento di stipendio, promettendogli ovviamente di tutto: fare gli straordinari, le pulizie, il centralinista, se necessario…».
Parlava, parlava, il povero Calogero Pasquale, come recitava il badge dell’azienda.
Nella foto era più giovane, aveva più capelli, un’espressione gioviale.
Adesso appariva più avanti negli anni, era quasi calvo, il sorriso tirato. Parlava dei suoi problemi, delle sue necessità, delle sue incombenze, della realtà nuova in cui di punto in bianco era cascato.
Non poteva permettersi di perdere il lavoro: in tempi come questi ed alla sua età, chi lo avrebbe più voluto?
Sì, forse qualcosa si trovava, ma lui era affezionato a quell’azienda, era una realtà prospera, era ben lieto di svolgere le sue mansioni, ripetitive, sicuramente, ma non per questo noiose, anzi.
Tanto anche lui era ripetitivo: tutti i giorni sveglia alle 5, tutte le notti a letto alle 9, gli piaceva quel lavoro, sì, gli piaceva davvero tanto…

La tiritera proseguì senza sosta, se non quelle sporadiche del mezzo, fino al capolinea.
La donna, incerta sul da farsi, si guardò rapidamente nel portacipria per indossare un sorriso smagliante.
Quindi, disse: «Sa, Calogero, ho ascoltato con attenzione la sua storia. Posso dirle che mi ha colpito e toccato nell’intimo e dunque vedrò di fare il possibile per lei. Mi scusi se non mi sono presentata: sono Laura Cardarelli…il nuovo responsabile delle Risorse Umane della nostra azienda» bleffò.

L’ometto in divisa per poco non si buttò in ginocchio a baciarle la veste.
Era emozionato, incredulo.

«Signora, le sono immensamente grato, davvero».
«Si figuri, ora debbo scendere. Arrivederla».
«Arrivederci, Signora, e grazie ancora».
«Mi stia bene, auguroni alla famiglia».

Nel guardare l’autobus allontanarsi nella canicola del pomeriggio Laura Cardarelli si pentì di quella scelta fatta. Avrebbe dovuto sorbirsi ore e ora di riunioni con il team amministrativo, rivalutare bilanci e piani di spesa, forse.
O forse no, i dipendenti erano solo numeri ed un numero in più o in meno non se ne accorgeva nessuno.
Dalla lista nera cancellò il nome Calogero Pasquale.
Magnanima, l’aveva salvato.

Tuttavia, si disse, la prossima volta avrebbe preso un taxi.
Meglio evitare rogne.

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La signora nel furgone_cover libro View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Editato da Adelphi nel 2003, “La signora nel furgone” è un racconto grottesco ed esilarante, denso di quello humor inglese che lascia un retrogusto amaro e malinconico.

Un bizzarro “coinquilino”

Camden Town.
Uno scrittore ospita una settantenne barbona e il suo furgone fetido nel vialetto di casa. Inizia così una storia di inclusione e bizzarra coabitazione, senza sentimentalismi. Una storia che ha il colore della vernice gialla e odora di borotalco, caramelle al limone e miasmi corporei.

Sul vialetto della vita

Questo romanzo breve, basato su una storia vera, inizia come un racconto e continua a tappe di mesi ed anni.

È il 1974.
Lo scrittore Alan Bennett è continuamente distratto dall’ingombrante presenza di un furgone e dai gesti di intolleranza che l’anziana proprietaria attrae. Così, un giorno, decide di ospitare la settantenne Miss Shepherd e il suo furgone Bedford nel vialetto di casa. Un gesto lontano dall’atto caritatevole che tuttavia restituisce dignità all’anziana.
Il rodaggio del loro insolito rapporto si gioca a suon di piccole scaramucce, sempre vinte dall’anziana. Lei, miss Shepherd, non è di certo un personaggio nella norma: amante dei motori, ex autista di ambulanze in tempo di guerra ed ex promessa suora.

La loro è una convivenza fatta di reciproca accettazione. Nessuno dei due protagonisti fa un vero passo nella vita dell’altro. Nessuno fa richieste che l’altro non sarebbe disposto ad assecondare. Da un lato la vita sedentaria di uno scrittore in cerca di ispirazione, dall’altra quella fatta di fughe di una donna esuberante giunta al termine della sua vita.

Entrambi trovano beneficio in quella sorta di libertà “vigilata” tra il vialetto di casa e il furgone pieno di immondizia e abiti vecchi.

A chi ha trovato un posto dove stare ma continua a cercare delle risposte

Il linguaggio, semplice ed evocativo, mette il lettore nei panni di un dirimpettaio della strana coppia.
Glouchester Crescent e il furgone sono parimenti teatro della vicenda: nelle liti con i passanti chiassosi o in quella sagoma raccolta in preghiera che si intravede attraverso le tende lacere del furgone. 

Petulante e astiosa, Miss Shepherd solletica al contempo pietà e intolleranza, gli stessi sentimenti del suo benefattore. L’anziana donna incarna la complessità umana, suscitando emozioni contrastanti. Un animale ferito e guardingo, un’irriverente pazza squinternata, un’anziana fragile e una dispettosa barbona, paladina del buon senso e della verità, stravagante, determinata e insopportabilmente reticente. Dove sta il confine? Si rimane sospesi fino alle ultime pagine, quando solo trovando il coraggio di entrare nell’abitacolo nauseabondo si comincerà a sbucciare gli strati di cose ammassate sul pavimento per trovare la verità sull’identità di quella donna irriverente ed egoista.

Nel romanzo, insieme agli schizzi di vernice gialla, si mescolano la miseria, la sofferenza per una vita piena di imprevisti e una generosità modesta ma importante. Siamo davvero sicuri che ci sia solo un modo giusto di vivere? Ci ritroviamo tutti un po’ in Alan e un po’ in Miss Shepherd, incapaci di tracciare una linea netta tra quello che avremmo fatto o no, tra quello che siamo e potremmo comunque essere.

Il diner nel deserto_cover libro View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Pubblicato per NN Editore nel 2018, Il diner nel deserto è un avvincente noir on the road.

Avvertimento: l’itinerario di un camionista è presumibilmente noioso e ripetitivo.

Ma se non si è mai saliti a bordo di un autoarticolato, questa è l’occasione giusta per rivalutare la cosa.
A patto di essere disposti a tutto e di essere consapevoli che, forse, una stagione sulla Route 117, in pieno deserto, potrebbe non bastare…

Prendete una road map e se non trovate la strada non fermatevi, non fate domande e, soprattutto, non bussate a Walt.

Dallo svincolo della US- 191 a Rockmuse, la State Route 117 si allontana calda e inospitale nel mezzo del deserto dello Utah per svariati chilometri. Proprio lungo quella lingua di asfalto e polvere rossa Ben, camionista indebitato fino al collo, lavora ogni mattina per portare avanti la fallimentare Ben’s Desert Moon Delivery Service, facendo piccole consegne. Attratto da quella sensazione di sentirsi a casa e consapevole che laggiù tutto di disgrega, Ben è anche l’unica persona della quale i pochi abitanti del posto si fidino veramente. Un saluto veloce, un rapido cenno del capo. La conversazione è ridotta al minimo, come gocce d’acqua che valgono una vita: è il silenzio a raccontare storie impossibili da scordare.

Ogni personaggio è immerso in un’aura di solitudine: quella che spinge un ragazzino abbandonato alla nascita, dal sangue mezzo indiano e mezzo ebreo, a pedalare nel deserto per sentire riecheggiare tra le gole la sua cornamusa; quella di Walt, vecchio marine che aggiusta moto in un Quonset dietro al suo diner vintage chiuso ormai da trent’anni; quella di una ragazzina incinta tradita dalla madre ma fedele all’amicizia col suo ex; quella dei due fratelli che abitano nelle carrozze di un vecchio treno. 

Sono figure evanescenti e spettrali dal fascino seducente e mortale. Personaggi ruvidi, temprati dalla sabbia e da una vita che prima o poi chiede il conto, statue di fango arse dal sole nelle quali si agitano gli spiriti dei ricordi.

La dama di picche con gli stivali da cowboy

La svolta all’apparente monotonia delle consegne giornaliere giunge con l’arrivo di Claire. Lei è la carta che spariglia l’intero mazzo. Un’apparizione danzante in una casa apparentemente abbandonata: Ben la vede per caso, mentre suona una musica che pochi possono sentire. Sembra un sogno ma non è così: Ben e Walt si fanno impossessare da un sentimento che sembra dar loro una nuova vita, ma un presente è a malapena l’unica cosa in cui si può credere. 

Basta giusto una fessura del cuore ed ecco che il deserto libera i suoi peggiori spettri. 

Non tutto ha una spiegazione e non sempre è una buona cosa cercarne una, soprattutto in luoghi inospitali dove le persone si annidano per scelta o per necessità. 

Le condanne rimangono e sono quelle delle scelte fatte delle quali il tempo, presto o tardi, chiede il conto. Ognuno ricerca nell’isolamento la propria salvezza; sono però i canyon dell’animo umano quelli più insidiosi, e la natura aspra nella quale le vicende narrate si inseriscono ne è in parte specchio, in parte giudice al di sopra di ogni giustizia. 

Non era il paradiso e non era l’inferno, solo un rettilineo che ci passava in mezzo.

Il deserto, vero e proprio santuario delle anime perse, non si limita ad essere uno sfondo ma è un vero protagonista. Un’entità naturale silenziosa quanto potente governata da leggi inaccessibili: buoni o cattivi non fa nessuna differenza. 

La natura si allarga a dismisura, rivendica la sua purezza, mentre le questioni umane diventano sempre più piccole e insignificanti. Sperare nella forza rigenerativa della pioggia è un grosso errore di valutazione: quando si avverte l’odore acre nell’aria polverosa, è meglio mettersi al riparo e anche in fretta perché il deserto alla fine si prende sempre ciò che vuole.

Il tram di Natale cover libro View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Pubblicato per Sellerio nel 2018, quello di Calaciura è un piccolo racconto di Natale che delinea, in un viaggio su binari, il dipinto di un’umanità complessa e sempre in movimento.

Per chi sta perdendo il tram o vede la serranda della libreria abbassarsi inesorabilmente…

L’ultima corsa di un tram alla Vigilia di Natale; un piccolo gruppo di persone che si trascinano in periferia, ognuno con la propria disperazione; un’improvvisa epifania che potrebbe cambiare le loro vite e una banconota.

Per chi si arrende alla puntualità che fa difetto…

In una città senza nome il Tram numero 14 parte per il suo ultimo viaggio. È la notte della Vigilia di Natale. Un neonato viene abbandonato su un sedile, ha ancora le tracce umide del parto e profuma di arancia. Cullato dall’andare ritmico del mezzo il bambino non emette il minimo vagito e il conducente non si accorge di lui.

Il tram inizia la sua corsa, lo scintillio del pantografo sembra una stella cometa terrena che richiama, come una promessa di beatitudine, i passeggeri. Le porte si spalancano sonnolente per accogliere, come una grotta, quel presepe di diseredati.

All’interno dell’oscurità del tram, i lampioni creano ipnotici flash ed è seguendo quel bagliore di luce che si accorgono di quella natività solitaria, è tra la luce e il buio che conosciamo le storie dei personaggi.

Per un’umanità che fugge…

C’è il cuore nero dell’Africa con le crudeltà dei viaggi di fuga, ci sono la vecchiaia e la solitudine, ci sono la malattia e il lavoro precario, le famiglie sul bilico del fallimento e i giovani razzisti. E poi c’è la città che pure respingendo gli ultimi cova un mondo insonne alla ricerca di un segno.

Le voci arrivano illusorie confondendosi con i rumori metallici del tram e i passeggeri, una volta usciti dal quadretto del loro passato, diventano sagome nere ritagliate nei lampi improvvisi di luce. Pagina dopo pagina si restituisce verità a quell’epifania che si svela quando anche l’ultimo passeggero si affaccia sul sedile.

Un’umanità in costante fuga, sempre predata che il conducente, ostinatamente blindato nella cabina di guida e condannato a quel percorso dalla tratta obbligata, decide di portare con sé traghettando quelle anime in un altrove forse di dannazione o forse di redenzione.

Per chi cerca una seconda possibilità…

Calaciura ci narra di un viaggio dal centro alla periferia durante il quale arrivano, ad intermittenza, ingannevoli abbagli di redenzione. I personaggi elaborano un’illusione comune creando l’epifania per eccellenza, la nascita del Salvatore.

Questa illusione plasma la loro realtà di solitudine, degrado e malattia rendendola più rassicurante ed umana. Illudendosi di aver ritrovato un dono divino, i personaggi trovano una scia di speranza alla quale aggrapparsi, un qualcosa di tangibile che possa dar loro una seconda possibilità.

Si cullano nei ricordi del tempo in cui erano bambini, vedendo in quel fagotto il possibile ritorno ad una condizione di accudimento e di benessere.

Le menti però creano un beffardo inganno, immaginando un fatto che rimarrà irrealizzato contrariamente alla certezza del loro destino di infelicità.

Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate: ciò che è concesso sperare all’inizio si consuma nella via crucis delle fermate e si cristallizza nella banconota ritrovata.

Illustrazione di Ottavia Marchiori View More

di Elena Soprano

Illustrazione di Ottavia Marchiori

Sforzo di piede.
Stretta mandibolare sul lato sinistro, quello con meno otturazioni a rischio.
Passa un’anziana che sembra uscita da Arsenico e vecchi merletti, per lei Piazza Cordusio è la stessa di trent’ anni fa, nonostante Sturbucks e i riders che ti sfrecciano sotto al naso.

«Ma se fa tanta fatica» sibila la Kikka «perché non va a piedi?»

Neanche il tempo di risponderle che è già sparita, probabilmente nel film di qualcun altro.
La Kikka issa sul marciapiede la iperbici sbolognata dall’ultimo ciclista di piazza Gramsci, che quando non è per la quale abbassa la saracinesca con incorporata la scritta “chiuso per acciacco” e passa davanti a una vetrina che le fa un placcaggio all’occhio sinistro. Le sue pupille mettono a fuoco e cominciano a sparare scatti a grandangolo. Non su quello che c’è esposto, intimo femminile in saldo a prezzi da mezzo stipendio, ma da un annuncio compilato a mano, in calligrafia ottocentesca, attaccato sulla porta in vetro: “Cercasi donna maniaca delle pulizie – Rivolgersi all’interno.” Come a dire, “Cercasi professore di algebra, possibilmente pedofilo”. Pensieri da ora di punta, da smog che dà il pizzicore alle ciglia e ai polipi al naso.

La Kikka, che ha finito il suo turno al supermercato: riprende lo slalom tra vari lavori in corso, runners metropolitani, nugoli di ragazzini ognuno incistato nel proprio smarthphone. 
Poi intravede la sua oasi: allora curva, rallenta e frena.
Scende e con un colpo deciso di tacco abbassa il cavalletto, sempre restio agli approdi d’asfalto.
Eccolo: il fruttivendolo.
Grande, grandioso, con la frutta e la verdura impilata a piramide. Forse manca un po’ di vero odore di frutta e verdura, più che altro questa è una cella frigorifera coi vegetali in esposizione, un ortobitorio.
Però, pensa la Kikka, è bello da vedere.
Pieno di colore.

E lì, al solito Pino, chiede dei limoni in offerta, dei pomodori, di quelli a meno e un cespino di trevisana un po’ andata per la tartaruga. Pino efficiente e gentile, in piedi dalle quattro del mattino per scaricare il camion, le sorride una frazione di secondo per poi finire nel discorso di due turisti americani tutti Birkenstock, calzoncini e zainetti.

L’uomo, panciuto e di mezza età, capelli a spazzola, chiede: «Sicilia vicino Egitto?».
«No, no» risponde l’altro commesso, Vincenzo: «Egitto vicino Africa». Pino sta tenendo d’occhio la woman, di viso piacente, col naso all’insù e una trentina di chili di troppo, che ha preso in mano un sacchetto da un chilo di pinoli. Chiede al marito di tradurre, per sapere il prezzo.
Il Pino, che nel suo negozio-congelatore è rimasto un ragazzo della via Gluck, intuisce al volo ed esclama: «Pinoli? 115 euro, ma faccio 100, dato che son lì da Natale». L’uomo ripete alla moglie la cifra, il resto non l’ha capito. Lei sfila dallo zainetto un portafoglio di pelle rossa, grande come un tablet, e paga sull’unghia il sacco di pinoli al Pino con un’unica banconota lucida e inamidata: la centa, come la chiama lui, di un verde ramarro al sole di agosto.
Nell’emozione dello smercio dei pinoli dicembrini, dà alla Kikka una saccata di lattuga di scarto per tartarughe delle Galapagos: «Va che bella,» dice  «sembra appena tra’ su da l’ort».

«Veramente, avevo chiesto solo un po’ di radicchio rosso,» ribatte la Kikka «la mia tartaruga mangia solo quello…»
«Ah, mi scusi, avevo capito che aveva una tartaruga…» continua il Pino dandole poi un minuscolo cespo di fogliame rosso avvizzito e aggiungendo tre euro al suo conto.

«Serve altro?» chiede il Pino alla Kikka, che ha la testa girata già verso l’uscita per controllare lo stato di collasso del cavalletto.

L’americana estasiata rimira il suo chilo di pinoli sgusciati.
Sembra stia per contarli uno ad uno.

«What’s…radecchio?» domanda al marito uscendo.

La Kikka sradica di nuovo la bici dall’asfalto, in fuga come Bartali dai cervelli a spazzola. 



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