di Thomas Lehn
Illustrazione di Thomas Lehn
Sembrerebbe un mondo alternativo, se avessi l’irrazionalità per crederci.
O una di quelle situazioni televisive, dove creano un set a tua insaputa, sono tutti attori e tu non lo sai, tutti ridono della tua reazione impreparata. Eccetto che non c’è nessuno, a parte lei.
È solo un’illusione, una speranza, col tempo ho dovuto accettarlo.
Il tempo: che fine ha fatto?
Sembra immutabilmente fluido. Bloccato per sempre, eppure il fatto stesso che i miei pensieri scorrano indica che il tempo non è fermo. Anche se non ricordo l’ultima volta che ho mangiato, e non ho fame; o l’ultima volta che ho fatto la pipì e non devo farla. Vorrei uscire, andare a scoprire la verità, ma non posso. Cioè, io posso uscire, ma lei no.
Ragioniamo.
Mi chiamo Guendalina, ho 32 anni. Insegnante di matematica, casa tutta mia, un gatto, Bruno.
Stavamo costruendo qualcosa. Era da lui che andavo, per passare qualche giorno insieme, quest’anno sono riuscita a liberarmi dell’incombenza degli esami di stato. Lui invece aveva pochi giorni, prima di tornare in banca, ma li avremmo passati tra passeggiate a braccetto e ristoranti gourmet e… e poi non so, al telefono aveva un’inflessione strana nella voce. Forse voleva parlarmi di un’amante. Voleva lasciarmi?
No, non Bruno: era troppo innamorato di me.
A volte gli chiedevo come facesse, perché: No, davvero, da cosa lo capisci?
Lui rideva, come se chiedessi una cosa stupida.
Sei di un tale rigore razionale che mi serve un buon portiere.
Faceva freddure del genere, in continuazione, e io ridevo per esasperazione. Mi distraeva dai numeri, Bruno. Tutti quei numeri, diceva alzando le mani a un altare immaginario. Forse voleva chiedermi di sposarlo. Aveva la fissa del matrimonio: facciamo un figlio insieme, diceva! Un figlio, ripetevo io, e scoppiavo a ridere. Una scena assurda, a immaginarla: io con una famiglia, io senza indipendenza. E ora una figlia ce l’ho. Non è mia, l’ho trovata qui, su questo autobus deserto e senza conducente, che corre senza sosta in un paesaggio deserto e senza gente.
C’è solo nebbia.
Siamo morte? L’assurdità di questo pensiero lo rende sempre più concreto.
Ero sull’autobus, stavo andando da Bruno.
Davanti a me sedeva un uomo, un bell’uomo, con questa bambina, sua figlia.
Porta una gonnellina rosa, da ballerina, e una felpa verde, il cappuccio è una testa di drago. Gli teneva la mano, guardava fuori dal finestrino, chiedeva cosa fosse quello e quell’altro. Lui le sorrideva, paziente. Le spiegava tutto: i nomi, le persone, gli alberi. Io non saprei distinguere un cipresso da una betulla. Lui sì, diceva: «Le foglie del castagno sono singole e seghettate, mentre quelle dell’ippocastano sono composte e palmate, Guendalina».
Anche lei si chiama così. Un nome non comune, mi sarei dovuta insospettire?
Quando, come in sogno, ci siamo risvegliate qui, eravamo sole io e lei.
Io ricordo tutto, prima di quell’istante, lei no. Ho dovuto dirle io che si chiama Guendalina.
Poi ho provato a spiegarle dove siamo, ma lei in breve dimenticava tutto. Ricominciavo a spiegarle, e Guendalina dimenticava. Parla poco. Ora dorme, con la testa sul mio grembo. Chiede spesso: dov’è papà?
All’inizio pensavo sentisse il bisogno del padre, di quell’uomo dall’aspetto gentile, intelligente, che le sedeva accanto. Ma quando glielo chiedevo lei non ricordava. Diceva solo: dov’è papà? Non so niente di psicologia, forse chiamava un archetipo. Io non sapevo cosa dirle. Ma lei non era spaesata, né impaurita. Poi ha cominciato a chiamarmi mamma.
È stato imbarazzante, sembrava una freddura di Bruno.
Ho provato a spiegarle che non sono sua madre, ma non capiva.
Mamma.
Continua a chiamarmi così. Ora quasi mi piace.
L’accarezzo, gioco con lei, la tengo in braccio come ora, la mia Guendalina. È una strana sensazione, sentirsi madre anche se questa creatura non è uscita da me. È un percorso che faremo insieme, quello dell’affetto, della fiducia. E quando si fiderà di me, sua madre, potremo scendere. Sì, perché anche se questo autobus cammina, è immobile. Una volta ho aperto le porte anteriori e sono saltata giù: non mi sono fatta niente, l’autobus era lì accanto a me, che camminava fisso. Ho detto a Guendalina di saltare anche lei, ma non voleva. All’inizio pensavo fosse paura, sono risalita e l’ho presa per mano: saltiamo insieme, le ho detto. Lei guardava impaurita. Ma saltando, appena oltrepassato lo sportello, ho sentito come una scossa alla mano, la mia mano, quella che stringeva la sua, e l’ho lasciata. Guendalina era rimasta sui gradini, immobile. Ho provato a tirarla fuori, allora, ma ne ho ricevuto la stessa scossa: è come se lei fosse incastrata nell’autobus. È un problema: io voglio andare fuori, girarmi intorno, vedere che posto è questo, capire. È troppo lungo per essere un sogno, e non accetto che sia la morte. Voglio uscirne. Ma non me la sento di lasciarla qui, sola, devo proteggerla. Se conquisto la sua fiducia, se capisce che può fidarsi di me, forse sarà lei a scendere spontaneamente, forse potrà farlo.
E allora andremo via, insieme, in cerca di un’uscita.
C’è.
Lo so, da qualche parte deve esserci.
È logico.
La matematica conosce processi inversi: siamo arrivate qui, torneremo indietro allo stesso modo.
Solo il tempo non conosce retrocessione.
O noi ancora non ne conosciamo i modi.
Pensa, Guendalina.
Com’è cominciato tutto questo? Un boato.
Un rumore di ferri annientati e rocce crollanti.
No, prima.
Dov’eri prima di questo deserto bianco di nebbia? Qui, ero già su questo autobus, con Guendalina e suo padre, seduti davanti a me, stavo andando da Bruno, per il fine settimana. Poi il boato.
No, prima c’è stato l’incidente, l’autobus ha colpito qualcosa, è virato verso il burrone, poi il boato.
Sì, ma tra un momento e l’altro, tra lo schianto e il boato, cosa è successo?
Come siamo arrivate qui?
Dov’è qui?