di Claudia Oldani
Illustrazione di Paola Donnici
“L’infanzia è l’unico luogo della vita che non possiamo mai abbandonare perché è sempre nella nostra infanzia che fissiamo i fatti che segnano la nostra esistenza.”
Ennio Flaiano
Ricordi quando tutti insieme partivate al tramonto e il papà ti diceva di non chiedere in continuazione quando sareste arrivati, perché sarebbe stato un viaggio lungo? Ti indicava l’orologio, un orario preciso: la lancetta doveva toccare un certo numero e solo a quel punto sareste giunti.
«Adesso dormi, chiudi gli occhi e riposati, quando li aprirai saremo lì». Non era vero.
La nave spalancava la sua pancia dopo ore di indugio snervante, una stanchezza infinita, l’olezzo degli scarichi delle automobili in attesa come la vostra vecchia Fiat. Il sonno, quello oscuro e profondo, cadeva sui tuoi occhi non appena la mamma ti indicava le vostre poltrone dall’aria consumata da interminabili traversate. L’improvviso torpore non era che un riflesso dell’entusiasmo, ormai liso, dei giorni antecedenti al viaggio, quando avevi scelto i libri, i giochi e le nostalgie da mettere in valigia.
Dopo molto più tempo da quello indicato da tuo padre ecco finalmente l’isola tanto agognata, il profumo amaro di rosmarino, il saluto abbacinante del mare. Ogni anno ritrovavi le stesse consuetudini, nulla mutava mai. D’altronde erano gli anni ‘80.
Tornavate sempre poiché era lì che si erano conosciuti i tuoi genitori.
Tu unica bambina in gruppo di adulti: eri la prima figlia non solo di coloro che ti avevano messo al mondo, ma anche di tutti gli affetti che li circondavano. Passavi di braccio in braccio, di racconto in racconto, divenivi figlia di tutti.
I discorsi dei grandi non ti annoiavano, anzi ascoltavi con curiosità cercando di cogliere segreti e parolacce, tutte cose proibite a casa.
Di cosa stessero parlando, in realtà, non lo sapevi.
La scoperta della spiaggia si ripeteva come se fosse la prima volta. Le conchiglie aguzze che spuntavano dalla sabbia pungendoti i piedi, l’acqua fredda e schiumosa che ti lambiva prima le caviglie e poi il corpo intero. Era bello lasciarsi andare in quel nuovo elemento, reimparare a nuotare, sentirsi improvvisamente leggeri. Braccia e gambe spalancate, galleggiavi in equilibrio precario. In quel preciso momento i giorni smettevano di contare qualcosa. C’eravate solo tu e il mare.
Alla sera, nella piazza del paese, trovavi sempre qualcuno disposto a offrirti un gelato.
Le uniche due settimane dell’anno in cui era permesso mangiare quanto gelato desiderassi: non ti facevi sfuggire l’occasione. I tuoi genitori – che erano così giovani – in mezzo ai loro amici per una volta sembravano giovani anche a te. Ci sono fotografie che raccontano di quei viaggi: tuo padre aveva ancora i capelli scuri, tua madre era addirittura più magra di oggi.
«E pensare che pensavo di essere grassa» esclama lei ogni volta che si rivede in quelle immagini.
Alla fine, ben prima del previsto, diventava noioso. Non avevi più voglia di bagnarti, ripensavi alla tua casa, ai maglioni di lana, a tutto quello che non era stato messo in valigia. Da una parte volevi tornare a casa, dall’altra ti chiedevi cosa sarebbe successo alle persone che sarebbero rimaste lì, cosa avrebbero fatto durante la tua assenza. Chissà se il mare esisteva anche d’inverno, se rimaneva tutto così fermo e immutabile anche con il freddo. Non lo avresti mai scoperto.
L’ultimo giorno facevi un tuffo per la zia, che te l’aveva fatto promettere, uno per la nonna che si era accodata alla richiesta della zia, e uno anche per il nonno che non aveva detto assolutamente nulla, ma lui era fatto così. Salutavi felice di tornare in città.
Sapevi che tuo padre, prima di risalire sulla Fiat, ti avrebbe dato le istruzioni per il viaggio a ritroso.
Non chiedere in continuazione quando arriveremo.
Ecco, guarda questa lancetta.
Quando sarà qui, saremo a casa.
Ancora oggi, prima di metterti in viaggio, guardi l’orologio e ti fissi in mente un numero preciso: quando la lancetta lo toccherà sarai già arrivata.
Come tuo padre, spesso sbagli, ti inganni, ma quel gesto ha la stessa impalpabile consistenza di una mano che si posa sulla tua testa.