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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«Questo è uno dei segreti del Turco»,
mi disse guardando verso il famedio del PCI.

Andavo sempre a farmi una passeggiata al Verano quando mi sentivo inquieta senza un motivo apparente.
Prendevo il 71 a Via Nazionale perché mi piaceva passare per le vie con i nomi di tutti quelli che avevo studiato pensando che la politica italiana fosse una cosa seria, e parlarci mentalmente chiedendo a loro in cosa avessero sbagliato. Perché qualcosa, gli dicevo, dovete avere sbagliato se adesso ci ritroviamo in questo teatrino di pupari. O eravate marionette anche voi, anche allora?
Il tempo di farmi queste domande inutili e mi ritrovavo all’ entrata principale, guardavo verso la statua del Silenzio e, come obbedendole, smettevo di fare domande. Di solito mi sedevo in un posto a caso e aspettavo.
A volte uno di loro veniva a trovarmi.

«Come fate a sapere chi di noi saprà tenere il segreto?» gli avevo chiesto, e lui mi aveva risposto che quello, a sua volta, era un altro segreto.
Il segreto del Turco.
Fu così che conobbi la storia del Turco.

Il Turco era arrivato a Roma quando le cose si erano messe male per lui, a Istanbul. Roba di femmine, pare, ma i più sospettavano ci fossero di mezzo i servizi segreti e il loro coinvolgimento in Bulgaria negli anni ’50. Qualcuno diceva fosse un lontano discendente addirittura di Ataturk, qualcun altro che fosse solo un volgare spacciatore. Qualsiasi fosse la verità, tutti abbassavano la testa quando passava lui, e molti giravano al largo. Ma tutti, proprio tutti, ascoltavano le sue storie.

«Erano le storie migliori che avessimo mai sentite. Si sedeva al sole, si accendeva una sigaretta e cominciava con un “Mi ricordo quando ero a Istanbul…”. Piano piano arrivavamo da tutte le parti, nessuno voleva perdersi una storia del Turco».

«Come sarebbe, che si accendeva una sigaretta?» chiesi un po’ perplessa al mio interlocutore. Mi guardò come se avessi chiesto cosa volesse dire che c’era il sole.

«Fumava. E tanto. Sennò che turco sarebbe stato?»

«Ma…»provai ad obiettare, ma venni zittita da un perentorio «Non interrompermi con queste sciocche domande, la vuoi sapere la storia del Turco o no?»

Adesso che mi aveva detto che fumava la volevo sapere eccome.

Il Turco conosceva tutti quelli che contavano davvero a Istanbul.
Non quelli che tutti pensano contare, cioè, ma gli altri, quelli che nessuno conosce e che possono assicurarti la migliore delle vite possibili.

«E chi sono costoro?» chiesi davvero curiosa di sapere chi potesse assicurare loro la vita migliore.

«Macellai, pescivendoli, giornalai, portieri d’albergo, ricche signore sole, fiorai, farmacisti, proprietari di bar e ristoranti, ma anche di tintorie ed elettrodomestici. E pasticcieri. Il Turco conosceva tutti i migliori pasticcieri di Istanbul».

Non riuscivo proprio a capire cosa se ne potesse fare di farmacisti e proprietari di tintorie, ma venni liquidata con uno sguardo severo al solo provare ad aprire bocca.

Fu proprio un pasticciere che lo aiutò nella sfortunata storia di Afet, bellissima e amata dal Turco fin dal primo loro incontro in Piazza Sultanahmet, dove il Turco andava ogni giorno in cerca di notizie fresche, così diceva. Rimasta orfana in giovanissima età, Afet non si era mai legata a nessuno ed era sempre riuscita a sfuggire con astuzia ai tentativi dei suoi spasimanti di farla loro. Diffidente e altezzosa, rifiutò anche le lusinghe del Turco e rispondeva con piccoli sbuffi di impazienza ai suoi goffi tentativi di farla ridere.

«Eppure le barzellette del Turco erano le più spassose, aveva un modo di raccontarle che da solo bastava a farti ridere», ci tenne a precisare il mio nuovo amico.

La bella Afet sembrava proprio non avere alcun interesse per il Turco. Allora lui decise di seguirla, per capire dove andasse e cosa le piacesse.
Le avrebbe dato tutto ciò che lei desiderava, e anche quello che non sapeva di desiderare. Quando il Turco si metteva una cosa in testa, non si fermava finché non la otteneva.
Non esiste nulla che non si possa prendere, è solo questione di quanto veloce sai correre” era la sua massima preferita.

Scoprì che Afet andava pazza per l’aşure, che consumava con voluttà una volta a settimana, da sola, nei giardini del Topkapi.
La fortuna o gli dèi vollero che il proprietario della pasticceria in cui si riforniva Afet fosse uno dei migliori amici del Turco.
Le fece trovare ciotole piene di aşure al Topkapi tutti i mercoledì, sotto al suo albero preferito, con un biglietto recante una sola parola: salvami.

Da cosa lo dovesse salvare, Afet non lo seppe mai, ma alla fine capitolò più per la curiosità di sapere chi fosse il suo misterioso benefattore, che per il gesto in sé. Continuò sempre a dimostrare una certa noncuranza nei confronti del Turco, ma da quel giorno non si separò mai più da lui.
Il Turco, dal canto suo, non faceva altro che pensare a come sorprenderla, blandirla, deliziarla. Organizzava banchetti da mille e una notte per lei, e faceva arrivare le migliori stoffe da Parigi per la sua amata, che andava a prendere di persona al porto per poi correre  a potergliele di persona. Non di rado se le vide rifiutare con una sola, piccola ma inequivocabile arricciata di naso, e allora il Turco tornava al porto a sbraitare col mercante che “Quegli stracci se le mettessero le parigine, a Istanbul abbiamo gusti sopraffini, la mia Afet vuole solo roba di prima scelta!”

E poi un giorno non la trovò più.
Sparita, volatilizzata, Afet non era in nessuno dei posti che era solita frequentare e a casa non fece ritorno.
L’aspettò, il Turco, per un mese intero, sotto casa, rimase ad attendere che tornasse. Lo si vedeva sotto il sole cocente ad ansimare dal caldo e zuppo come un pulcino sotto la pioggia. Fermo, immobile, sotto la sua finestra. Afet non tornò mai più, qualcuno disse che era stata investita da un tram e poiché non aveva parenti era stata seppellita alla svelta senza tante storie.

Da allora il Turco cominciò a odiare Istanbul e a pensare di partire, andare in un luogo che non gli ricordasse la sua amata. Non Parigi, delle cui sete la ricopriva, né Londra, da cui faceva venire le rose più profumate per lei. Roma, sede di antiche divinità, gli sembrò una buona scelta.
Avrebbe chiesto loro di intercedere per fargliela rincontrare, se non in questa almeno nell’altra vita. Non si decideva mai a partire però, e fu soltanto quando incontrò il contrabbandiere di piume che infine si risolse.

«Il contrabbandiere di…piume?» chiesi asciugandomi una mezza lacrimuccia che la storia del Turco e Afet mi aveva fatto scendere.

«Che fai, piangi?» mi chiese lui.

«No, no, sono un po’ allergica» mentii, girando un po’ la faccia perché non vedesse che me ne stava scendendo un’altra. «Ma cos’è un contrabbandiere di piume?» chiesi di nuovo.

«Eh, quella è un’altra storia e io adesso devo proprio andare. Mi aspettano per la cena».

«Ma sono solo le cinque».

«Sta tramontando, e anche tu devi andare, fra poco il cimitero chiude. Mi ha fatto piacere conoscerti, se tornerai forse ti racconterò la storia del Turco e del contrabbandiere di piume, e di come il Turco stava per perderci un occhio. Ciao!»

Non feci in tempo e dire neanche ciao che già se n’era andato, veloce e silenzioso com’era venuto.
Sulla coscia, mi accorsi, aveva lasciato una piuma.
Bianca e nera, piccola piccola. Chissà dove l’aveva presa, non volevo saperlo, me la passai sotto al naso per farmi il solletico.
Mentre ridacchiavo, mi sentiti chiamare da una signora.

«Le ha lasciato una piuma?» mi chiese avvicinandosi.
«Credo di sì, non lo so, me la sono trovata addosso».
«Lo fa con tutti quelli che gli piacciono, per questo lo chiamiamo anche Piumino. Il Turco è un grande cacciatore, ahinoi, di uccellini».
«Come, il Turco? È lui il Turco?».
«Sì, lo abbiamo trovato a Piazzale Ankara da piccolo. Era stato investito e le mosche carnarie stavano già riempiendo la sua ferita all’occhio. Pensavamo lo avrebbe perso e invece si è salvato.
Per questo e per la sua passione per le sigarette, al gattile lo chiamiamo il Turco».
«Le fuma?» chiesi, ormai in piena confusione.

La donna scoppiò a ridere:
«Ahahah, no no! Ne abbiamo viste di tutti i colori, ma un gatto che fuma ancora non lo abbiamo visto. Gli piace giocarci, appena vede un pacchetto di sigarette, cerca di aprirlo e tirarne fuori una. Bisogna pure stare attenti, una volta se la stava quasi mangiando, e il tabacco è super tossico per loro».

Come no, mangiarla, pensai.
Quel furbacchione se la voleva fumare, altroché. Guardai la mia piumetta e me la passai delicatamente su una guancia, poi la riposi nel portamonete. Salutai la signora e le dissi di non dire al Turco che mi aveva vista.

«Certo che no, cerchiamo di lasciargli la loro vita segreta» mi disse lei, come se la nostra fosse la conversazione più normale del mondo e non una totale follia.

Il segreto del Turco, dunque, era che solo lui sapeva chi avrebbe saputo tenere il segreto del Turco. Chissà se avrebbe portato anche a me un regalo diverso per ogni volta che ci fossimo incontrati, come aveva fatto con Afet, mi dissi.

Mentre passavo sotto Silenzio, la guardai e mi avvicinai il dito indice alle labbra, e sorrisi come mai avevo fatto prima d’allora.
Presi il cellulare e digitai “pasticcerie arabe a Roma”.
Mi era venuta una gran voglia di aşure.

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di Leonardo Vigoni

Illustrazione di Simona Settembre

Piede sull’acceleratore.
La lancetta segna 90km/h fissi ormai.
Il buio della notte ti permette di vedere fino a dove arrivano i fari.

La strada è tortuosa e stretta, riesci a sterzare senza prendere il guardrail per un soffio. Conosci bene la strada.
Corri più veloce che puoi, ora è a 110km/h.
L’abitacolo è diventato un inferno: l’aria condizionata a palla per spannare il parabrezza soffia da fin troppo tempo.

Doppia curva stretta.
Perdi aderenza e l’auto scoda un po’.
Mani salde sul volante, riesci a tenere la traiettoria meglio che puoi.
Ora solo rettilineo ricordi, tiri un sospiro di sollievo con l’idea di accelerare ancora per fuggire più veloce.

Curva a gomito.
Il rettilineo era più avanti.
Non puoi evitare l’impatto con la lamiera bordo strada.
Viene divelta insieme a metà della parte anteriore della tua auto, un frammento sfonda il parabrezza.
Un salto di una ventina di metri, il silenzio infrange il frastuono dell’impatto. I fanali illuminano intermittenti il suolo che si avvicina istante dopo istante.


Un tonfo assordante segna la fine della caduta, il muso dell’auto si accartoccia a contatto con il suolo.
Un secondo tonfo, più morbido, l’auto è ora ribaltata.
Nella tua testa risuona l’intera orchestra angelica con le sue trombe.
Il suono è troppo forte, vorresti quasi colpire più forte che puoi la testa contro un muro, pur di fermare tutto questo.
Se solo non fosse, appunto, dovuto all’impatto con il volante quando hai sfondato il guardrail. Gli airbag e la cintura di sicurezza ti hanno salvato dalla caduta.
Senti le ossa del tuo corpo come se si fossero rotte tutte insieme in un istante.
Riesci a stento ad alzare il capo dal cuscino bianco in cui è avvolto.

Il sangue offusca parte della tua vista, da un occhio non vedi proprio.
La lamiera nel parabrezza si è conficcata tra la tua spalla destra e il collo, ma non in profondità. Nonostante il dolore infernale che senti muovendo il braccio, riesci a slacciare la cintura di sicurezza, con l’altra apri la portiera.
Rovini a terra su un fianco, per poco non svieni.

Riesci a vedere la strada illuminata dalla Luna, affacciata timidamente da dietro una nuvola come se avesse paura di vedere in che condizioni tu sia.
Lo vedi, lì, eretto proprio dove l’auto ha sfondato le barriere.
Ti sta fissando, lo sai. Lo senti.
Fai appello a tutte le tue forze, le ossa scricchiolano mentre tenti di alzarti, i muscoli gridano come anime dannate in pena, il sangue nelle tue orecchie tuona come tamburi da guerra. Un piede, poi un altro.
Ti aiuti con quel che resta della tua auto, sei finalmente in piedi.

Il solo pensiero di fare un passo in avanti è inconcepibile.
Guardi di nuovo su, non c’è più.
Il cuore salta un battito, sai che non puoi restare lì.
Le gambe si muovono da sole, ogni volta che poggi il piede a terra è una pugnalata al petto.
Zoppichi tra gli alberi, la fronte e la spalla perdono sangue gocciolando una scia scura dietro di te. Vaghi con i suoi fruscii attorno a te, senti i rami spezzarsi al suo passaggio e il tonfo dei suoi passi sempre più vicini.

Luce.
Un lampione stradale illumina un incrocio non troppo distante da te.
Vedi un auto ferma a rispettare lo stop.
Non importa il dolore, devi raggiungerla.
Si sta avvicinando sempre più.

Cadi a terra dopo aver scavalcato il guardrail, ti trascini fino all’auto, in moto ma ancora ferma. Ti tiri su in ginocchio, apri la portiera.
Non c’è nessuno dentro. Non importa.

Riesci ad issarti su con le ultime energie e sbatti violentemente lo sportello. È oltre la strada, in penombra, fuori dal cono di luce del lampione.
Il suo sguardo ti trafigge fino alle viscere.
Il silenzio tra voi due con in sottofondo il motore dell’auto in funzione sembra fermare il tempo. Qualche secondo, un paio di minuti, ore.
Non sai quanto tempo siate rimasti a fissarvi.
Muove un passo, ora è sul limitare della strada.
Tiri giù il freno a mano e parti.

Piede sull’acceleratore.
La lancetta segna 90km/h fissi. Conosci la strada.
L’abitacolo è caldo come l’inferno.
Una lacrima scende sul tuo viso.
Il volto di tuo figlio sul sedile di fianco a te, senza cintura e tra le braccia di Morfeo.
Impatti contro il guardrail alla curva a gomito.
Così come hai fatto,
così in eterno.

Liliana Brucato - Ombretta View More

di Eleonora Santamaria

Illustrazione di Liliana Brucato


Trentotto minuti ogni giorno da Anagnina a Battistini in metro A, nelle ore di punta, quando non si distinguono i propri piedi da quelli degli altri.

Ombretta vedeva dietro di sé una massa indistinta di cappotti, giornali e cellulari, un organismo pluricellulare che si spostava con diecimila scarpe, tutte in ritardo.
Fino a qualche anno fa, anche lei era costretta a stare al centro della folla; cartella di cuoio e occhi verdi, invisibile.

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura?
Per Ombretta, in metro, significava sapere cosa la folla avrebbe mangiato a pranzo, nelle loro valigette che fingevano di contenere documenti, invece trasportavano cotolette e insalate di riso.
Nei trentotto minuti Anagnina-Battistini, Ombretta diventava, nel migliore dei casi, un sostegno per i gomiti di chi non aveva fatto in tempo a lavarsi le ascelle; nel peggiore, non aveva scelta su dove andare, trota in un mare di pesce spada, si ritrovava sulla banchina sbagliata, scendeva dalla metro, agganciata a qualche ombrello, a qualche zainetto, a qualcuno con più odio in corpo del normale.
Ogni volta, lei si scrollava di dosso l’umiliazione e ripartiva verso il call center dove avrebbe dovuto cominciare il turno.

La sua voce non era bassa;
quando la ringraziavano a telefono senza dirle “adorabile”, “piccola” o “chicca”, sentiva in gola il sapore dell’emancipazione.
In trent’anni le avevano cucito addosso tutti i nomi più piccini, infiocchettati e offensivi che si potessero concepire.
Al liceo era “la tipa alta un metro e una ciabatta”;
all’università, con gli omini con cui usciva “non era un problema che fosse così bassa”, eppure lei non aveva mai detto loro che non fosse un problema che fossero così stupidi.
Al lavoro, per la nuova policy politicamente corretta dei call center, era quella dai pizzicotti sulle guance, la mascotte, il jolly, mai una carta vera, mai la regina di cuori.

Quella mattina in metro, poté concedersi il lusso di occupare lo spazio vitale che il suo metro e mezzo richiedeva; aveva il turno dalle sei a mezzogiorno, certo, si sarebbe presa le maledizioni delle persone svegliate dalle telefonate alle sei, ma in metro poteva prendersi la sua vendetta.
Era il conte di Montecristo sui binari.
Seduta con le gambe e le braccia a stella, allungava schiena e collo per i centimetri che meritava. A Re di Roma, una signora si era seduta accanto a lei, una sfida, forse; le occhiaie di chi stava tornando e non andando da qualche parte e la ricrescita grigia, le sorrise; Ombretta la perdonò.
La donna delle occhiaie abbassò lo sguardo sui piedi penzoloni di Ombretta, poi cercò i suoi occhi.
Sentiva chi era, l’aveva riconosciuta come essere umano, al di là della bassezza, al di là di tutto, forse.
“Certo che sei coraggiosa a uscire… così”

La compassione.
Ecco cos’era quello sguardo.
Ombretta aveva il cuore gelato.
Decise che basta così, non le bastava prendersi le rivincite graziose mentre nessuno guardava, all’alba, a stella.
Lei non era coraggiosa a uscire di casa; anzi, aveva deciso di punire il disagio e la compassione degli abitanti della metro che la incrociavano.
Li avrebbe sottoposti tutti i giorni alla sua presenza bassa, magari avrebbero ragionato su come si sentivano, su come la trattavano.
Dopo un po’ di tempo, si sarebbero vergognati del loro disagio, della pietà, dei pizzicotti sulla guancia, delle ascelle altezza fronte, non più della mia fronte altezza ascelle.
La madre l’aveva sempre chiamata “topina”, lei avrebbe combattuto nel sottosuolo: sarebbe diventata autista di metro.

Superò le perplessità dei parenti, il primo, il secondo, il terzo colloquio ed ecco il suo primo giorno di lavoro: metro A direzione Anagnina.
«Sarà ‘nturno difficile, subbito dopo la quarantena» le avevano detto, ma le sembrarono parole in replica.
Si posizionò al suo posto di guida, solo una vetrata grigiastra la separava dalla folla, Ombretta in vetrina.
Dopo le prime due fermate, il primo vagone aveva iniziato a sussurrare della fatina che guidava;
il secondo di Campanellino al comando;
il terzo di un pasticcino autista.
Tutti gli altri vagoni si spostarono dietro alla vetrata per assaggiare con gli occhi la delizia della bassa.

Ombretta neanche si accorse della gente, l’una sull’altra, con il naso attaccato allo sporco del vetro.
«Aò, è la prima cosa carina dopo tutto sto periodo de merda! Io me la pijo» si sentì a Termini e la folla spalancò la porta che la divideva da Ombretta.

La presero sotto le braccia e se la passarono tra loro, lanciandola da una testa all’altra del primo vagone.
Ombretta si agitò, protestò ma la sua voce aizzava la folla.
Uno di loro, dopo aver rubato la scarpa dell’autista, ne sentì il profumo e nella frenesia esclamò: «Me la magnerei».
La gente smise di passarsi Ombretta ed emise un unico enorme sospiro d’amore, tutte le pupille si riversarono sull’autista, affamate di gioie, di chicche, di fatine e pasticcini.
Ombretta si sentì gazzella nella savana, urlò e li maledisse tutti: sarebbero morti a breve, li avrebbe uccisi tutti.
La metro A direzione Anangnina, ormai senza autista, si schiantò a San Giovanni; non sappiamo se la folla riuscì, prima di morire, a mangiare Ombretta.

Anastasia Coppola - Consegne View More

di Stefano Tarquini

Illustrazione di Anastasia Coppola

Mi sono svegliato presto e ho visto l’alba davanti la pescheria Jolly.  
La luce fredda colorare i quattro scalini che la signora Marisa spazza tutte le mattine, riempiendo d’acqua di mare il marciapiede di fronte.
Una volta aveva preso pure una denuncia perché un signore anziano c’era scivolato, mandando all’aria il femore e al creatore…varie ed eventuali.
La cosa poi era finita lì, ma più che a tarallucci e vino, con una bella fornitura di orate, spigole e gamberi reali. Tutti felici.

Mi passo una mano tra i capelli lasciando cadere i sogni ed i segni della notte passata, non ho di certo un buon odore, nè tutta sta voglia di affrontare la giornata.
Coccia sale in macchina senza salutare, col volume altissimo delle cuffiette che però non mi infastidisce. Si limita a fare un cenno con le labbra, le socchiude un attimo in un strettissimo ciao.
Lo vado a prendere tutte le mattine perché l’ex moglie gli ha levato macchina e mutande. Sono di strada e mi fa compagnia. Ci fermiamo al bar per colazione e gratta e vinci. Pago sempre io e non vinco mai.

Entro, timbro, leggo in bacheca il numero delle consegne: «Non c’è nessuno di famoso oggi?»

Leggo alla svelta i cognomi: «Rossi, Campoli, Marini, Guglielmo, Ciacci, Marini,ma chi Valeria?». Bestemmio senza farci caso.
«Sse, dai non scherzare!» dice.
«Leggi tu stesso!».
Ma dai, sarà un’omonimia, penso.
Anche perché in vent’anni di consegne mi era capitato solo Pippo Franco. Ma in quel periodo ogni giorno si veniva a sapere di qualcuno che aveva beccato l’indirizzo di qualche vip.
Pratesi sapeva dove abitava la De Filippi.
Santini, l’avvocato Taormina.
Vergari, Bruno Vespa…«a me belle fregne mai è!» Autoironia.

Coccia prende la consegna stropicciandosi gli occhi: «Non ci posso credere, Valeria Marini…».

Fare il corriere a Roma.
Una enorme rottura di coglioni che girano sempre almeno come gira su se stesso il Grande Raccordo. In qualsiasi direzione, a qualsiasi ora, una processione lenta e costante che trasforma il giorno in notte, le uscite in finte vie di fuga, il sangue un turista che non fa fotografie.

«Chissà come sarà Valeria Marini dal vivo?» dice il Coccia «t’è mai capitato qualcuno famoso?».
«No» rispondo.
«Ah si una volta ho consegnato un pacco ad una pornostar, aspetta come si chiamava? Ah si, tua madre!».
E scoppia a ridere mollandomi un bel diretto spalla destra.

Siamo amici da quando eravamo veramente piccoli.
Mai scuole insieme ma stessa via, stessa vita e stessa capoccia.
Tempo fa si presentò con una foto della prima comunione.
Damerini dai capelli arruffati e papillon.

Una volta avevamo anche provato a mettere su un gruppo musicale.
Lui cantava, io alla chitarra elettrica. Avevamo pure sistemato la cantina di mio padre, raccolto innumerevoli cartoni delle uova per tappezzare le pareti ma non facevamo altro che rimediare cazziatoni da tutto il palazzo e allora lasciammo stare.

Intanto arriviamo sotto casa di Valeria…
«Andiamo insieme?»…
«e si eh!».
Di solito io guido e aspetto sotto. Lui scende, fa la consegna, fa firmare la bolla e via.
Si attacca al citofono. «Prego salite pure io sono la – cazzo – cameriera di Valeria». Sbruffona.
Una ragazza splendida, di un est indefinito, alta, occhi chiari da ipnosi.

«Ma Valeria Valeria?» le faccio.
«In che senso?» risponde.
«Lasci perde mi scusi, ecco il pacco, una firma qui!».
«Deve pesare molto se lo portate in due» fa lei ironica.
«Ehm si, in effetti pesa molto…no, non è vero è solo che volevamo vedere se c’era la signora».

Il ghiaccio orami è frantumato.
«Sa, ma una foto insieme alla signora secondo lei si potrebbe fare? Giusto per far rosicare un po’ i nostri colleghi».
Ma a lei della cosa non gliene frega niente. Comincia a prenderci in giro. «Sapete fare anche altre cose in due oltre a sollevare questo enorme pacco pesantissimo?» Risate.

Ma dove vuole arrivare? Penso.
Cioè non ci sta provando con noi? Mi chiedo.
Sto sicuramente capendo male.
E invece no stavo capendo benissimo.

«Accomodatevi, vi faccio il caffè!»
«No signora non possiamo, andiamo di fretta, non si preoccupi»
«Insisto!» e sparisce dietro una parete piena di foto di vip, targhe, uno specchio immenso che arriva fino al pavimento.

Coccia gironzola per la stanza, io mi lancio sul divano che quasi mi inghiotte.
Chiudo appena gli occhi lasciando il cervello leggero sulla schienale, fino a farlo quasi cadere all’indietro, per poi riaprirli all’altezza della porta da dove quella era sparita.

Ricompare al contrario.
A testa in giù. Si ferma un attimo per farsi vedere.
Attira l’attenzione con un colpo di tosse.  
Allora rialzo la testa, mi volto con tutto il corpo spalmato sul divano e la guardo.
E’ completamente nuda.
Gelo totale.
Silenzio.
Non c’ha fatto di certo il caffè. Vertigine.
Dio mio, dio mio questa è matta penso. Coccia se la guarda, poi guarda me. Non ci crede. Non ci credo.

«Comunque io sono Mika, piacere!». Mica cazzi, penso.
«Il piacere è solo nostro guardi».
In un minuto non avevamo più i pantaloni.
Mika quel giorno voleva fare sesso ed eravamo capitati noi.
Poteva andargli meglio tutto sommato, ma si accontentò.
Dopo che eravamo venuti tutti e tre ci raccontò della sua vita ma senza piangersi addosso. Viveva solo all’ombra di qualcuno altro.

Si stava facendo tardi e noi dovevamo assolutamente finire il giro. Mika ci lasciò il suo numero di cellulare, l’indirizzo lo sapevamo.
«Scrivetemi quando volete, sono sempre qui da sola, ah e grazie mi ci voleva proprio, mi avete rimessa al mondo!»
Noi a te? Tu a noi mi sa, pensai.

La lasciamo lì, coi suoi pensieri fatti cadere ad un ad uno mentre va a farsi la doccia in silenzio e filiamo via. Giù di corsa per il cortile del palazzo, tra le fontane e le siepi ben curate e i salici piangenti che fanno tanta ombra. Di quelli coi rami forti, dove puoi legare due corde ad un pezzo di tavola ed improvvisare un’altalena.
O semplicemente far sedere i bambini in cerchio per la merenda.

Ed eccola là proprio davanti a noi: una Valeria Marini in incognito, che scende goffamente da una BMW grigio metallizzata con autista, un cappotto da uomo lungo fino ai polpacci, ben nascosta dietro la montatura eccentrica dei suoi occhiali da sole, appare.

 «Buongiorno!».
E scompare velocemente nel portone del palazzo.

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di Fabrizio Sani

Illustrazione di Anita Zanetti

Tra Garbatella e Basilica San Paolo non si volta lo sguardo: si esce e si entra sempre a sinistra.

Le luci della metropolitana di Roma cambiano in base alla stagione.
I grugni della metropolitana anche, pur se in misura minore.
Le persone che fanno serpentine e il sapore amaro delle unghie sporche quando le mordicchi, non cambiano.

Remo non diventerà un sismologo, e probabilmente non lo ha mai voluto. Al capolinea passerà un’altra volta la tessera dei mezzi sopra il lettore per tornare indietro. La sua stazione è passata da tre fermate: ha deciso di percorrere l’intera tratta, vedere tutta la gente che sale e scende, con un fasullo e immobile sorriso, rimastogli sospeso sulla faccia soltanto perché non saprebbe più nemmeno da che parte buttarsi.
Perfino quello che gli è sempre piaciuto fare, lo intristisce: guardare la gente e immaginarsi quale sarebbe il loro rapporto se si conoscessero, in che modo gli parlerebbero e se magari, per Capodanno, gli manderebbero o meno un messaggio di auguri e una foto dei fuochi.

Il suo amico è da poco partito per Berlino, «lì sì che si trova lavoro».
Fra otto mesi sua moglie partorirà un bambino, suo figlio, e lui non ha nessuno a cui raccontarlo.

A Roma l’inverno si mostra in ruggine, sui campi e le piante, sui tetti, sui binari e sui deboli esseri che su queste cose passeggiano.
In questa stagione, sapere da che parte guardare è faticoso come sapere dove posare le mani su una donna.
Remo le posa sul grembo della sua fidanzata e la convince a fare le valigie. Le giunge per chiedere un favore alla padrona di casa, senza sfiorarla.
Le accosta alle guance di sua mamma per salutarla.
Cambierà appartamento, condominio, quartiere e città.
Remo prenderà un aereo per Berlino.

In un bar pieno di beige, il suo amico indosserà un maglione bianco facendo sembrare tutto sporco.
Ordinando due birre in inglese, spiegherà a Remo che il tedesco non è semplice, sta imparando.
Che fare il magazziniere qui è comunque meglio che farlo in Italia, ma si aspetta certamente di trovare di meglio.
Racconterà orgoglioso quell’avventura con una signora di una certa età, «perché con il freddo, si è più focose. Qua le donne si guardano intorno alla ricerca di un partner, esattamente come gli uomini».
Li divertirà per molti minuti.
Remo parlerà al suo amico del figlio che sta arrivando, dirà «a Berlino sì che un bambino può crescere bene».

Remo penserà che il suo amico sia meno esuberante di prima, ma non lo sarà di meno.
Penserà che sia la sua voce ad essere un po’ arrochita, ma non sarà diversa.
Penserà che sia sicuramente qualcosa nel suo aspetto, nei suoi capelli o nel contorno dei suoi occhi, a ispiragli, per la prima volta da quando lo conosce, una qualcosa che non sa affatto definire ma sa di subalternità, eppure né nei capelli, né attorno né negli occhi stessi, ci sarà una cosa diversa da prima.

Remo fisserà il vecchio stereo che disperde una nenia dolce e violenta di sottofondo, intanto che le spie del volume si arrampicheranno sul suo volto.

«Ti ricordi la tombola a casa di Valentina?»
«Certo. “La gatta”». Risponderà Remo.
«La gatta», ribatterà, allusivo, l’amico. «Non siamo più tornati da lei», e di nuovo si metteranno a ridere entrambi.
«Abbiamo vinto noi quella volta.»
«Che abbiamo fatto, poi, con quei soldi?» domanderà l’amico.
Remo gli guarderà il polso, l’amico s’imbarazzerà un attimo e chiuderà le spalle, ma dandogli di gomito Remo dirà: «ormai è tuo, non ci pensare», e si sentirà sollevato nel percepire il suo volto distendersi.

Chiederanno il conto in inglese, ma uscendo dal locale l’amico dirà: Hallo.
«Io prendo l’autobus qui, tu devi andare laggiù e attendere il 163.»
«Dov’è che ti sei sistemato?»
«Per il momento sono a Hohenschönhausen, ma è provvisorio, senz’altro. Appena tutto avrà preso la strada giusta mi avvicinerò al centro.»
Remo annuirà e farà un cenno di saluto con il mento.
«Ci sentiamo domani», dirà incamminandosi.

Il 163 sarà pieno e lui noterà quella creatura alla sua destra.
Con lo sguardo desolato come tutti quelli con cui spartisce la corsa. Minuta e bassa; caspita quanto è bassa, penserà.
Tanto da chiedersi se mai ce la farà.

Lei starà lì, con quegli stivali blu, la sua maglia blu, i suoi jeans blu chiari e i suoi occhi blu che guardano quello strano attrezzo a forma di goccia che pende dall’asta con aria di sfida.
Si renderà conto presto che non può farcela e senza prendersela metterà le cuffie nelle orecchie.
Poi alla fermata degli operai cambieranno i cartelli.
Remo penserà che qua rinnovino sempre tutto. L’autobus si arresterà un po’ prima e un motorino inopinato lo supererà a destra – nemmeno fossimo in Italia – mentre la donna bassa scende.
La corsa si interromperà per circa sei minuti, il tempo sufficiente per poter dire che non sei rimasto indifferente.
Un signore eletto a Dio notificherà che non c’è più niente da fare.
E l’autobus ripartirà.

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di Daniele Israelachvili

illustrazione di Anastasia Coppola

La rubrica di Daria Giacomelli

Ora basta! Dopo aver letto l’ennesimo articolo green contro le auto brutte e cattive, non ce l’ho più fatta. Sì, è vero che non si trova mai un parcheggio, che le auto inquinano e che si potrebbe risparmiare; sono tutte argomentazioni giuste e razionali, ma sono sempre le stesse ormai da decenni. È come dire che un bambino costa moltissimo, limita i rapporti sociali, e causa divorzi che neanche se aprissimo la porta di casa e trovassimo Jason Momoa a torso nudo sarebbero così lampo, eppure continuiamo a procreare.
Perché? Semplice, non siamo animali razionali.
Così ecco a voi 5 validi motivi per usare l’auto al posto dei mezzi pubblici:

UNO

Forse qualcuno vive ancora come Unabomber in mezzo ai boschi, e la notizia non gli è giunta, ma ehilà, c’è una pandemia là fuori. E come se non bastasse avete una vaga idea del quantitativo di germi che si trova abitualmente sui treni, autobus e metropolitane, soprattutto nei momenti di massimo affollamento? Solo con la tuta spaziale, e in assenza di gravità, potrebbero convincermi a salirci sopra. Anche se rimarrebbe comunque il problema della messa in piega sotto il casco.

DUE

Non so voi, ma a me piace ascoltare la radio alla mattina.
Ne ho bisogno.
Lo faccio da quando, con i miei primi risparmi, mi sono finalmente comprata l’auto. È vero che potrei farlo anche sui mezzi pubblici, ma dovrei sempre mettermi le cuffie. Un’ora ad andare e una a tornare, tutti i giorni lavorativi dell’anno. Non sono brava in matematica ma a spanne, visto quando hanno intenzione di mandarci in pensione, viene fuori un numero molto grande. Avete un’idea di quanto facciano male le cuffie? Io sì, perché mio marito è un otorinolaringoiatra e per lui le cuffie sono l’equivalente della Coca Cola per un dietologo.
Onde zuccherate sparate nelle orecchie.

TRE

Al lavoro sono circondata da persone.
A casa ho due figli e un marito che mi stanno sempre a chiedere qualcosa.
E anche il momento del bagno caldo con candele profumate è stato sostituito negli ultimi anni da una doccia tiepida, tra quando i bimbi fanno colazione, ancora assonnati, e le prime grida di lotta dopo aver ingerito qualcosa. Così il viaggio in auto è l’unico momento solo mio in cui, dopo averli portati a scuola, posso truccarmi al semaforo, spettegolare con un’amica e se voglio, al ritorno, persino urlare ai miei figli in santa pace, per sgridarli o anche solo per sfogare su di loro le mie frustrazioni al lavoro. Senza sentirmi addosso gli sguardi accusatori di gente estranea.

QUATTRO

Voglio anche tentare di affrontare uno degli aspetti più smaccatamente a favore dei mezzi pubblici, quello dell’inquinamento.
Non c’è ombra di dubbio che un’auto inquini. Però quanti progressi sono stati fatti negli ultimi anni, grazie all’avanzamento tecnologico, permettendoci di produrre auto che consumano (e inquinano) molto meno? Immaginiamo per un momento che sempre più persone decidano di non acquistarla e di usare esclusivamente i mezzi pubblici. Il mercato diventerebbe meno appetibile e le case automobilistiche si troverebbero costrette, come minimo, a dimezzare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Invece più auto girano, maggiori soldi entrano nelle casse delle case automobilistiche e maggiori investimenti saranno costretti a fare per produrre auto che abbiano un sempre minore impatto ambientale, mitigando così i sensi di colpa dei potenziali clienti. Forse, un giorno, è proprio grazie a gente come me, se le auto andranno ad acqua piovana. Adesso immagino che molte di voi stiano storcendo il naso ritenendolo un ragionamento un po’ azzardato e anche fuori dalla portata di una che di solito scrive frivolezze. Ma basta cambiare i termini ed eccovi accontentate. Facciamo il caso che improvvisamente le donne comincino a partorire 1 bambino ogni 499 bambine e che questo rapporto si protragga nel tempo. Secondo voi tra cinquant’anni qualcuno inviterà ancora una ragazza a cena fuori, passandola a prendere, dopo essersi fatto una doccia per l’occasione, o se ne starà invece bello comodo, in mutande, a finire di vedere la partita, mentre alla suddetta ragazza toccherà starsene in fila fuori dalla porta, in attesa che il suo numero compaia sul pannello luminoso?

PUNTO BONUS

Non è proprio un valido motivo, essendo molto personale, ed è per questo che non ho voluto inserirlo nell’elenco. Me ne vergogno anche un po’. Devo confessarvi che vado matta per l’odore della benzina. A volte, anche se non sono neanche lontanamente in riserva, faccio 10 euro e mi rannicchio a terra con la pompa in mano e gli occhi chiusi. In un attimo sono di nuovo bambina, accanto a me le mie sorelle ridono e giocano, sfiorando con le loro esili dita il palloncino appena fatto, mentre io sniffo avidamente un tubetto di Crystal ball. Il profumo del tempo perduto, la mia madeleine.

CINQUE

Ho lasciato per ultimo un motivo sicuramente non probabile, ma comunque possibile viste le cose strane che si vedono al giorno d’oggi (chi di voi, alzi la mano, avrebbe mai detto che le Birkenstock sarebbero diventate un articolo di moda?!).
Mettiamo il caso che un giorno, mentre sono in auto che porto i bambini a scuola, interrompano la mia trasmissione preferita per un’edizione straordinaria: a causa di un errore informatico entro mezz’ora una bomba verrà sganciata sulla città. In auto potrei fare subito inversione di marcia, dirigermi verso l’autostrada e, prima che la gente sugli autobus abbia il tempo di capire quale uscita usare, la mia famiglia sarebbe in salvo. A parte mio marito che, avendo lo studio in pieno centro, non farei in tempo a raggiungere e sarebbe costretto ad arrangiarsi, scappando via con il suo monopattino elettrico da fighetto, mentre si maledice per non avermi dato retta comprando la seconda auto.

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di Giulio Iovine

Illustrazioni di Ponzzz e Anastasia Coppola

Era uno di quegli autobus vecchi, vecchissimi, che non capisci come abbiano fatto a rimanere in servizio fino ad oggi, che abbiamo quelle astronavi a fisarmonica attaccate ai fili elettrici come balenotti alle loro mamme.
Era in ghisa, con la vernice gialla sbreccata, i cerchioni delle ruote coperti di polvere grigia, l’odore di nafta e di pelle umana, il vibrato possente dell’intelaiatura. Il gradino per arrivare dal marciapiede alle poltrone avrebbe stroncato più di un anziano.
Io me la cavai con lo stacco di gamba di cui, a quindici anni, cominciavo ad essere abbastanza disperato da potermi vantare.

Eppure Annachiara aveva detto che sì, potevo andare a studiare a casa sua! Annachiara portava sempre la salopette di jeans e questi maglioni amorfi, pieni del suo seno. Volevo dormirci in mezzo.
M’immaginavo il profumo.
Mentre l’autobus sputava, ringhiava e partiva, io continuavo a pensare a dormire abbracciato a lei nuda, ma in adorazione, senza offenderla con goffe richieste fisiche.

Per arrivare a casa sua ci sarebbe voluta almeno una mezz’ora.
Fissavo i giardini attorno alle case, la strada che si alzava, il cemento rotto dalle radici e dalle erbe. Era primo pomeriggio e non eravamo tantissimi a bordo. Nessuno che conoscessi, una mamma con due bambini, quattro o cinque vecchietti di sesso incerto, forse qualche coetaneo, uno zaino abbandonato su una sedia di pelle.
Lì per lì non capii perché appena prendevamo un rettilineo, l’autista accelerasse come se avesse il diavolo alle spalle.
Distratto come sempre, solo troppo tardi mi accorsi che eravamo usciti prima dalla città, poi dalla strada, poi dal sentiero, e insomma arrancavamo su una collina piantata a olivi. Cominciavano a venir fuori i primi sussulti di panico:

«Ma dove stiamo andando».
«Autista, scusi».
«Ehi».
«Si fermi, che cazzo fa».

Battevano coi pugni sul gabbiotto.
Ma era chiuso.
L’autista brandiva il volante con destrezza. Non rispondeva alle urla.

«Non prende il cellulare».
«Dove siamo?».
«Un sequestro?».
«Ma perché noi?».
«Ho paura».
«Cos’è questa luce?».

In effetti cominciavamo a non riconoscere più gli oggetti al di fuori dei finestrini. Gli alberi, i solchi della terra, le colline in lontananza, si fondevano con la luce e il cielo e si sformavano e riformavano e si scioglievano, i boschi montagne, le montagne mari, i mari deserti, i deserti paludi; il sole e la luna giravano in tondo nel cielo in preda a un furore quasi copulatorio, su e giù su e giù su e giù.
Tutta l’intelaiatura di ghisa tremava e il motore mandava un rombo sbrindellato. Mi acquattai tra sedile e sedile e mi strinsi allo zaino. Cominciai ad avere gli occhi lucidi. Avevo detto ad Annachiara le quattro, quattro e mezza.
E ora?

Ci fermammo: il conducente gridò CAPOLINEA SI SCENDE.
Io non mi alzai, rimasi immobile nel mio buco.
Perché, direte voi.
Ma perché avevo più o meno capito che non eravamo alla fermata Don Sturzo del 55 collinare. E poi perché non si poteva veramente scendere, il conducente era ironico. Nessuno stava scendendo, erano tutti terrorizzati e incollati ai loro sedili mentre dalle portiere salivano uno, due, dieci…
cosi.

di Anastasia Coppola

I cosi non erano molto alti, avevano la pelle liscia e azzurra, non un pelo né un capello, nessun naso visibile e nessuna palpebra, e credo nessuna bocca.
Avevano solo gli occhi, che coprivano ciascuno mezza testa.
Non ero sicurissimo sul numero delle braccia, frenetiche come zampe di una scolopendra.

Il conducente parlava, evidentemente con loro.
Loro lo guardavano senza rispondere.
O forse rispondevano senza parlare.

«…almeno trenta – finiva di dire il conducente – di tutte le età. Ci sono alcuni anziani, ma pochi. Il viaggio nessun problema, quattrocento milioni di anni in due minuti e mezzo. No, prima di così è impossibile. Non ci sarebbe abbastanza ossigeno nell’atmosfera. Non ci sono abbastanza piante sulla terraferma, prima di questo periodo. Ma certo che potete portarli fuori. Da qui in avanti di aria ce n’è. È prima che…ok, ve lo spiego di nuovo».

O non erano sveglissimi, o avevano qualche problema con la lingua che parlava lui.

«Bè, perfettamente sani non lo so, valuterete poi voi. Lasciate perdere gli anziani, fatene concime subito e chissenefrega. Piuttosto, quando verrò pagato?»

Uno dei cosi fece un gesto spazientito.
Al conducente esplose la testa, col suono di quando stappi un cartone di vino. La testa atterrò in mezzo alle due file dei sedili, proprio davanti a dove mi ero nascosto.
Mio malgrado, ci scambiammo uno sguardo complice. Il conducente rimase in piedi, decapitato, a muovere le braccia. Poi cadde con un tonfo.

I cosi cominciarono ad agguantare i passeggeri urlanti, e a buttarli fuori dall’autobus a calci e pugni. Le madri gridavano, i bambini piangevano. Un anziano fu trascinato di peso. Io rimasi immobile per un’eternità.
Infine ci fu silenzio abbastanza perché uscissi dal mio pertugio, e mi sedessi sul sedile dell’autobus abbandonato.

Quello che vidi fuori dai finestrini mi parve contemporaneamente una cosa mai vista prima, e – per via di qualche dettaglio – orribilmente familiare. Tirai fuori dallo zaino il libro di scienze, lo aprii sulle ere geologiche.
A pagina 326 c’era una figura che riproduceva un ipotetico paesaggio del Siluriano.
Cominciai ad andare con gli occhi dalla figura al paesaggio fuori dai finestrini, e in effetti tornava tutto. Lì c’era un fiume e intorno una specie di acquitrino. Come nel libro.
Tutto il terreno era cosparso da queste piante vascolari, alte meno di un metro, briofite, tracheofite, felci primitive, colorate in duecento tonalità diverse di verde vomito. Quello che camminava sotto la felce a occhio e croce era un millepiedi primitivo. A dieci metri dall’acquitrino le piante sparivano e una distesa di roccia nuda andava fino all’orizzonte: montagne bianche come panna, una bella giornata senza nuvole.
Ero in un autobus fermo non so dove, quattrocento milioni di anni prima di quando ero partito.

Mi alzai.
Il sole radente, di primo mattino, attraversava l’autobus da parte a parte.
Mi sedetti al volante.
So guidare un pochino, m’insegna nonno tutte le estati sul trattore.
Allora, i pedali ci sono, il cambio è questo, il volante c’è…c’era anche un mazzo di chiavi ancora inserite.
Pigiai la frizione e le girai.
Lo scassone si accese traballando e mugghiando.
Mollai delicatamente la frizione, toccando appena l’acceleratore, e via, in giro per l’acquitrino, spiaccicando non so quanti miriapodi.
Aprii il finestrino: sentivo caldo.
Mi arrivò l’odore della terra umida e il marcio del muschio.

Fu lì che cominciai ad urlare.

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di Stefania Coco Scalisi

illustrazione di Egle Pellegrini

Uscito dalla stazione dei treni mai si sarebbe immaginato di ritrovarsi in mezzo a quella bufera di neve.
Eppure, i meteorologi l’avevano detto: in arrivo quest’autunno una perturbazione polare di grandi proporzioni, una cosa mai vista, insomma. Non avevano proprio detto così ma l’avevano lasciato intendere.
Tutti l’avevano presa come un altro strano fenomeno di quello stranissimo anno, e sulla preoccupazione per quello che avrebbe potuto comportare per la vita quotidiana, prevalse la curiosità di vedere quanto ancora sarebbero riusciti a sopportare.

Persi tra meme e battute sulla sfiga che si era abbattuta da quel 1° gennaio 2020, nessuno, insomma, aveva davvero capito la portata di quell’evento. Così, complice la temperatura anestetizzante dei vagoni e lo spettacolo desolante delle gallerie, fu davvero una sorpresa inaspettata quella coltre bianca sopra la città. Muta e infreddolita, la gente attorno lui correva qua e là, come impazzita, presa dalla frenesia di raggiungere un riparo.
Lui che di solito percorreva quei 2 chilometri scarsi fino a casa a piedi, si ritrovò pervaso dalla stessa ansia di mettersi al coperto, per cui, invece di imboccare la solita strada, si precipitò verso un autobus che lo avrebbe condotto proprio sotto il suo portone senza dover temere di morire di freddo.

Una volta sul bus, l’aria tiepida dei riscaldamenti mischiata al tepore della gente a bordo, fu la conferma che aveva fatto la scelta giusta.
Si accomodò accanto a un finestrino libero e si mise a contemplare lo spettacolo delle auto incolonnate sotto la neve che continuava a fioccare davanti ai vetri.
Le auto sembravano quasi un presepe, rosse, gialle e luminose.
Ma soprattutto immobili.
Come le statuette dei pastori fermi a contemplare la natività, anche loro restarono fissi ad ammirare quello strano spettacolo della natura. Dopo qualche insistenza, l’autista esperto riuscì a divincolarsi dall’ingorgo e partì.

«Speriamo di farcela ad arrivare a casa in tempo», disse all’improvviso un passeggero seduto proprio dietro di lui.
«In che senso?», chiese voltandosi.
«Beh, non lo sa che oggi è entrato in vigore il coprifuoco? Dalle 22 niente più mobilità, tutti fermi a casa».
«Vabbè ma mica possiamo restare così, in mezzo alla strada. Il bus finirà il suo giro!».
«Ma no guardi che questo è l’ultima corsa del giorno. Anche i mezzi pubblici devono adeguarsi, hanno cambiato tutti gli orari. L’hanno pure detto al telegiornale, sa?»

Perplesso, si girò.
Certo che quel tizio era proprio scemo, credere che tutto il paese si bloccasse come stessimo giocando ad un’enorme partita di un due tre stella. Rassicurato da quel pensiero, tornò a guardare la strada.
L’autobus, seppure lentamente, procedeva.
Non si fermò quasi mai, solo una volta per far salire un ciccione che con fatica si schiantò a sedere, sudando come fosse piena estate.

Mancavano solo due fermate da casa, che di nuovo ci si bloccò.
Un motociclista stava ferocemente litigando con il conducente di una macchina che aveva sfiorato nel tentativo di superarlo. L’autista, infastidito dall’intralcio, iniziò a suonare selvaggiamente per far spostare quei due. Tra le urla dei litiganti e il clacson del bus, passarono i minuti, ma nessuno sembrava voler fare qualcosa.
Senza rendersene conto, gli occhi si posarono sull’enorme orologio a led appeso sopra la testa del conducente: le 21.54.
In teoria se fosse stato vero quello quanto detto dall’altro passeggero, aveva circa 6 minuti per riuscire a rientrare.
Senza capire perché, inizio ad agitarsi.
Prese a fare gestacci ai due per la strada picchiando selvaggiamente sul polso, li dove c’era l’orologio. Quelli, quasi alle mani, sembrarono capire immediatamente, e, come spinti da una forza esterna, salirono sui propri mezzi e filarono via.
La loro fretta gli mise addosso ancora più inquietudine.
L’autobus riprese la corsa: 21.56. Se tutto filava liscio, ce l’avrebbe fatta. Ma perché credeva a quell’assurdità? Continuava a ripeterselo, mentre le lancette scorrevano.
Alle 21.58, l’autobus imboccò il viale dove si trovava il suo appartamento. 21.59: vedeva quasi casa, era a giusto due isolati da li.

22.00: l’autobus si fermò.

«Mi dispiace signori, ma ci fermiamo qui!»
Poco male, pensò, era praticamente arrivato.
Si alzò, prese le sue cose e si diresse verso le porte d’uscita.
«Dove va, mi scusi?».
«Sono arrivato, se apre faccio gli ultimi metri a piedi, grazie».
«No, mi dispiace. C’è il coprifuoco, non posso aprirle».
«Sta scherzando, vero? Mi faccia scendere immediatamente! Altrimenti chiamo la polizia, è sequestro di persona».
«Chiami chi vuole! Io ho disposizioni chiare: alle 22 fermo tutto. Se la faccio scendere, lei viola il coprifuoco e la colpa sarà anche mia».

Si girò di scatto verso gli altri passeggeri: tutti erano d’accordo con l’autista. «Ha ragione lui!» o ancora, «Colpa nostra che abbiamo fatto tardi!», furono le cose che sentì ritornando a sedere.

Gli sembrava tutto così surreale, che non riuscì più a dire nulla.
Vide l’autista prendere una copertina dal cruscotto e reclinare il sedile. La gente attorno a lui iniziava a chiamare casa per avvisare che non sarebbero tornati prima delle 6 del mattino. A un certo punto un passeggero disse:

«Se vi va possiamo metterci a coppie così da scaldarci, giuro che non ho cattive intenzioni!», ma mentre lo diceva guardò l’unica ragazza a bordo che, schifata, distolse subito lo sguardo.

Lui invece guardò il ciccione: era sudato sì, ma con tutto quel grasso lo poteva davvero tenere al caldo. Stava per andare a fargli quella proposta indecente, quando l’autista tuonò:

«Siete pazzi! E il distanziamento sociale? Ritornate subito ai vostri posti, nessuno si tocchi!».
Nessuno lo fece, aveva ragione l’autista.
Tutti tornarono a sedere.

Guardò l’orologio: le 22.07.
Di sicuro a quel punto sarebbe già stato a casa, vicino ai termosifoni caldi, con le pantofole ai piedi.
Con quell’ultima immagine in mente, si voltò di nuovo verso il finestrino.

La neve continuava a cadere, rendendo tutto perfettamente immobile.

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di Mariangela Romanisio

illustrazione di Anastasia Coppola

Sono il sessantatré, faccio sempre lo stesso percorso, guidato dal solito autista che non mi strapazza troppo e mi dà quello che mi serve per andare avanti. Però mi annoierei, se non fosse per la varia umanità che mi usa e mi calpesta quotidianamente, o mi verga i sedili con scritte ironiche, tipo: “Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?…” o con altre non dirette a me.

Sì, sono guidato, ma il lavoro più pesante lo svolgo io, a piano carico.

Non sono mai stato un autobus con la spocchia, io ricevo tutti quelli che vogliono salire, agevolando (sono predisposto) anche gli invalidi e i portatori di handicap, ma certi personaggi mi stanno sulle sospensioni più di altri.

Come quel giovinastro, oggi, che mi guardava in lungo e in largo col labbro schifato e il naso arricciato, di certo pensando di stare su un mezzo inadeguato a trasportare la sua persona. Mentre era lui ad umiliare me, un autobus militante dalla gran carriera, dal motore rodato, che ha trasportato centinaia, ma che dico centinaia, migliaia di persone in salvo da un capo all’altra della città, e spesso a sbafo. Non sono io a puzzare di mio, è gente come lui che mi fa puzzare!

Lui, col suo collo da giraffa bonsai, un cappello con un residuo filamentoso di nastro argentato da uovo di Pasqua, l’aria da borioso tracotante, il tipo di passeggero che non si fa da parte quando chiunque altro si accorgerebbe di dover lasciare un corridoio sulla piattaforma per l’altrui discesa.
Lui, il tipo di passeggero che si fionda sull’unico posto libero, senza fare circolare lo sguardo in cerca di un anziano, una donna incinta, cui il sedile spetterebbe per consuetudine civile.

Sono stato contento per lo strattone datogli da quell’altro nell’occasione di una fermata affollata, proprio mentre l’autista (che combinazione efficace) mi frenava di colpo, così all’arrogante gli si è staccato anche un bottone del soprabito. Ben gli stava!
Come il mio gas di scappamento addosso, quando è sceso, mentre mi girava dietro per attraversare la strada.

Mi piace percorrere il Viale dei tigli, con le fronde che mi accarezzano le fiancate, è una gradevole sensazione.

Lì l’ho rivisto, stasera, nei pressi di un bar, quel collo da giraffa bonsai col gozzo in evidenza, mentre stava con un altro che lo fissava con uno sguardo obliquo, lui e il suo soprabito stazzonato e strattonato, blaterando di sicuro per recriminazioni del suo quotidiano rapportarsi al prossimo.

È capitato a proposito centrare in velocità con una gomma la pozzanghera che gli ha schizzato una scarpa: quello ha emesso un verso sguaiato e mi ha gridato dietro, anche se non mi ha riconosciuto.

So di essere meglio di lui:  c’è più vento di boria in lui che aria nelle mie gomme, di sicuro, che non sono a terra.
Io sono un mezzo di trasporto al servizio altrui, lui è un mezzo uomo che serve solo al trasporto della sua vana tracotanza fra l’altrui deprecazione.

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di Marco Di Travertino

Illustrazione di Stefania Brandini

Quella specie di tartaruga è un uomo: intabarrato nel pastrano stinto in un alba che potrebbe esser livida, ma è il mondo reale e, quindi, un’alba di merda.
Esita nell’atrio del casermone scrostato, fatto apposta coi piedi per farti sentire inferiore. Il chiarore fuori è un riverbero grigio tra le pozze fangose increspate da pioviggine e vento, spasmi terminali di una notte squassata dalla tempesta.

Le sette meno un quarto: l’ora del raccapriccio.
Strattona il cancello e si lascia investire dalla tramontata.
Quel po’ di stufelettrica-moka-carezzalgatto, disperso in un attimo.
La tartaruga incassa le gocce, rabbrividisce e allunga il passo.
Va a lavoro coi mezzi, che non passano o sono in sciopero, zeppi di carne o prendono fuoco. Ci sarebbe da ridere ma è lunedì.
La sera ha bevuto e mancano otto mesi alle ferie.
La tartaruga si sente truffata e stanca.
Un inizio giornata tragico. Anche eroico, però: il lavoratore che soffre a testa alta… Un eroe proletario!
Bell’eroe del cazzo, pensa la tartaruga, che tra mutuo, alimenti e spese varie non può mandare tutto a puttane.

Da quando ha lasciato la patente in mano a un appuntato – guida in stato di ebbrezza – ha bisogno ogni giorno di una metro e due bus.
L’attesa del primo è febbrile, non ci si abitua mai. Al momento giusto guadagna un buco senza troppi complimenti nel marasma umido: cappotti impregnati di fritto, ombrelli, zainetti cenciosi, adipe, membra, respiro.
La tartaruga non riesce a timbrare il biglietto e se ne cruccia.
La forza dell’abitudine.
Se ne guarda bene il controllore dal mischiarsi a cotanta canaglia…
È al bar, mastica una bomba alla crema. Lo zucchero gli atterra sul golfino alla faccia di quel quarantotto di monossido di carbonio, cipolla-sudore e alitosi impiegatizie al cappuccino-cornetto.

Il traffico? Un patimento.
Si striscia lungo la dolorosa arteria di periferia, un tempo industriale. Fracasso persistente di clacson punteggiato di cordiali vaffanculo.
Un fiaterello di operai, alcol stantio, si incunea nell’aria già di per sé vivace. Sciami di motorini zigzagano tra le vetture ferme, il medio dal finestrino è quasi un “baci ai pupi”. L’orologio non fa sconti.
La tartaruga reprime una loffa.
«Se avessi il teletrasporto – pensa – sarei ancora a letto. Farei la doccia solo qualche minuto prima di arrivare a lavoro fresco e pulito, in orario. Ma se avessi il teletrasporto, avrei bisogno di lavorare?».

Il metrò: l’ingresso è una bocca sdentata in cima alla salita.
Mandrie intere, armenti ferrigni giù per le scale sdrucciolevoli per la fanghiglia. Si lotta per guadagnare terreno.
Un ragazzotto in pettorina spinge in mano alla gente un “notiziario” gratuito: monnezza, propaganda, merda. La tartaruga ha fretta, lo maledice gettando l’almanacco com’è verso un bidone.
Manca il bersaglio, le pagine tutte per terra e neanche un minuto per raccoglierle. Un colpo al suo senso civico.
Tre raccapriccianti fermate: porte che frollano arti, asfissia generale, gomiti in testa, per aria, nel culo. Due ragazzine commentano il fatto del giorno: un tizio ha sparato alla moglie davanti alla figlia, ha sparato alla figlia davanti al cane, poi s’è sparato.
Non bisogna far male agli animali, pensa la tartaruga.

«SAN GIOVANNI», gracchia l’altoparlante.
Una marea solo vagamente umana, partecipe della stessa convulsione si riversa all’allungo finale: il bus delle sette e trequarti, ultimo possibile per l’altra parte del mondo.
La tartaruga corre e ridacchia: assurdo che esistano corse delle otto meno un quarto da “prendere o lasciare”, ritardi, contestazioni disciplinari e lavori da sciacquatazzine.
Ride come un cretino e corre: mica è semplice farlo assieme.
Il ragazzo ha talento ma viene bloccato da un semaforo.
Il “ragazzo”, non il talento: quello è pietrificato da tante cose.
Depressione, pigrizia, un discreto alcolismo, autostima zero fin dalla culla e quasi quarant’anni di sfiducia nel prossimo. Flusso infernale di macchine e il rosso più lungo dell’universo. Tre minuti più preziosi dell’acqua persi per sempre, la lancetta lunga in fuga sull’orologio del Laterano e le gambe a friggere. Le automobili continuano a sfrecciare…
Il 714, Dio Cristo, l’autobus!
Miseria impotente.
Quel serpentone verde, quella cazzo di fiera dell’est che ci mette venti minuti per fare tre metri, stamani inforca la curva sciolto come una ballerina russa! La tartaruga realizza, s’arrende, lo dice ad alta voce perché trova giusto assaporarne il peso esistenziale: Sono In Ritardo.
Il transito è ancora impedito. Un leggero tamponamento ha l’effetto d’ingigantire l’ingorgo.

Fuoristrada manovrano per rubacchiare mezzo metro di strisce pedonali.
Il frastuono è ovunque. Assoluto filosofico: clacson come urla di strazio. Ominidi in piena escandescenza a rantolare tricchetracche di madonne dietro a finestrini appannati, capacissimi di ammazzarsi a vicenda.
Ma ecco il pezzo forte: un vigile urbano tutto marziale, maschio latore del nerbo quirite, farsi largo come un centurione tra SUV e berline per fischiare contro tutti e nessuno, gesticolando come il Direttore Maligno dell’Orchestra dell’Indistricabile.
Fa casino anche peggio!
La mischia appiedata ondeggia su e giù dal marciapiede decisa a saltargli alla gola, a quel pezzo di merda frapposto tra la luce verde e l’altra sponda selvaggia…
Scatta l’arancione, è troppo!
Esonda, lo lascia ecce homo al pizzardone: culo a terra e ben gli sta! Il nostro è nel mucchio, ma il mezzo è già oltre.
Inutile pure affacciarsi alla traversa: perso quello persi tutti.

 Il taxi lo scarica a qualche metro dal bar.
Venti euro per incassarne quaranta e un quarto d’ora di ritardo.
«Alla buonora!», sibila la cassiera dall’alto del suo sgabello. Quel paio di metri.
Insulti soffocati dalla porta della cucina.
Il capo è già all’opera. La tartaruga afferra il caffè che un qualche collega gli lancia sul banco e lo butta giù incendiandosi lingua, esofago e budella: sofferenza sorda che è innesco a curvare la schiena e sgobbare anche oggi.

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di Alessandro Mambelli

Illustrazioni di Simona Settembre e Anastasia Coppola

“Ci aspettiamo tutti più di quel che c’è.”
Charles Bukowski, “Il grande

“Non ricordo più, ma sono sicuro di avere amato una donna indimenticabile.”
Stefano Benni, “Pantera

La nebbia avvolge la stazione come un asciugamano il viso di un uomo seduto su una vecchia poltrona scheggiata nel salone di un triste barbiere di paese e le luci sui binari assomigliano alle lampade fredde al neon sopra lo specchio che tolgono ogni gentilezza al negozio.

La gente cammina su e giù per l’enorme atrio, attraverso le porte a vetri delle biglietterie. Le teste abbassate tracciano i pensieri nelle fughe delle mattonelle e nei rilievi gialli e blu per i non vedenti e per i carrellini degli addetti. Qualcuno ogni tanto alza la testa per leggere le scritte arancioni delle partenze e per accertarsi che il suo treno arrivi ancora al solito binario.

Nell’angolo buio fra l’atrio e l’edicola, una vecchia chiede qualche spicciolo per comprarsi un caffè; poco lontano una donna coi capelli corti ammicca ai passanti promettendo voluttà che non può mantenere.
Sul binario 1, uomini in cappotti lunghissimi e senza pieghe camminano spediti per prendere l’Intercity della notte, maledicendo le riunioni di lavoro in altre città.
Uno di questi è probabilmente un medico, perché sta spiegando al suo smartphone che quando siamo gastrule si forma prima l’ano e poi la bocca:
– No, no, gastrule… sì… no, non siamo montati al contrario.

Al binario 2 il treno arriva in ritardo di venti minuti; alcuni bambini sbuffano perché sono stanchi e hanno freddo; il capotreno scende come un eroe di guerra, sudato e afflitto; un uomo tutto sporco e sciancato si
avvicina brandendo l’indice e chiede:

– Va a Venezia questo?
– Sì.
e poi sale senza biglietto.

Seduti su una panchina, posizionata senza motivo fra un negozio di intimo e uno di vestiti, due amici discutono animatamente di qualche storia d’amore finita:

L’amore è effervescente, sai?
– Cosa?
– Hai mai provato a scioglierlo in un bicchiere d’acqua?
– …
– Fidati di me, ascolta Renato Zero.

Mentre parlano una ragazza bionda e bellissima passa loro davanti dondolando come una di quelle bamboline hawaiane sui cruscotti delle auto, ma nessuno dei due amici riesce a stabilire chi si è innamorato
prima e così la guardano sfilare via per sempre dalle loro vite ancorate alla panchina.

La stazione continua a vorticare intorno ai rappresentati, agli studenti pendolari, agli spazzini, alle commesse dei negozi, all’uomo col caffè americano appoggiato contro la parete del bar, alle amiche che vanno a fare shopping, ai vecchi barboni che ciondolano senza meta al binario 3, agli occhi di Vanessa che aspetta il regionale per Piacenza, ai gelati spiaccicati e sciolti sulla banchina del 4, al binario 5 che non è mai esistito,
ai treni ad alta velocità che transitano al 7, portando con loro cartacce volanti e teste di centinaia di persone mentre il tempo scorre scandito dalle partenze e dagli arrivi.

Un elettricista cambia un led nel corridoio sotterraneo davanti all’ingresso per gli ultimi binari; un inserviente svuota i cestini dentro un enorme sacco nero; un agente della sicurezza dà indicazioni a due turisti.
Al binario 8 una ragazza seduta sul suo zaino ripassa una qualche materia fitta di appunti mentre poco più in là, anche lei assorta, un’altra ragazza legge qualche libro di cui nasconde la copertina con una mano.

Il binario 6 è gremito di persone: alcuni, troppo impazienti, si affacciano oltre la linea gialla sperando di veder arrivare il treno; altri si distraggono col telefonino, giocando o messaggiando con chissà chi e ridendo di nascosto per non sembrare stupidi; gli ultimi, i più soli, si guardano i piedi tenendo le mani in tasca, avvolte in pesanti guanti di cotone termico.

illustrazione di Anastasia Coppola
Illustrazione di Anastasia Coppola

Il treno arriva e i viaggiatori tornano a casa dopo una giornata di lavoro, di studio o di svago; la gente sulla banchina all’improvviso comincia a spingere e a strattonare quelli davanti, tutti speranzosi di riuscire a trovare un posto a sedere: non vicino a quelli che puzzano, però, per favore, non vicino a loro e neanche a quelli che stendono le gambe o allargano i gomiti, per favore, loro no, e neanche in piedi o in mezzo al corridoio…

Fra la gente che scende e che sale c’è chi va, chi torna e chi rimane sospeso fra l’atrio e i binari senza decidersi mai.
Ogni persona che riempie lo spazio-tempo della stazione ha la sua storia, e quelle più interessanti hanno quasi sempre due protagonisti: due amici, un genitore con il figlio che parte, due amanti che si baciano.
Le più storie più brutte, invece, sono quelle in cui lei lo lascia salendo sul treno e sparisce oltre le porte scorrevoli, immergendosi nell’appiccicume dei regionali veloci mentre lui rimane fermo in piedi sul binario come una statua o come quei vecchi barboni che non possono permettersi un biglietto, e la guarda sparire insieme al treno finché il treno non viene mangiato dalla notte e chi li vede pensa a cosa farà lui quella sera ora che è solo, se guarderà un film o un varietà alla televisione o se magari andrà a letto presto, e poi si chiede cosa facciano in generale gli amanti abbandonati per ingannare il tempo.

Il binario 6
illustrazione di Anastasia Coppola

Quando arrivo al binario 6 il treno è ormai partito e io l’ho perso per poco.
Sulla banchina non c’è già più nessuno e così mi siedo su una di quelle freddissime sedie di metallo finalmente libere per aspettare il treno successivo pensando alla vecchia, ai tabelloni, alla bionda, agli elettricisti, ai caffè, agli occhi di Vanessa, alla polvere, alle mani di una donna passata velocemente e agli amanti non amati che forse sono già tornati a casa.

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di Luca G. Manenti

Illustrazione di Liliana Brucato

«Tipo costruttivo dotato di estese funzionalità sonore, motorizzazione con massa volanica e cerchiature di aderenza. Deflettori negli ingressi all’estremità della vettura. Colorazione in blu oceano con righe zigzaganti d’oro puntinate d’argento. Due fanali di coda rossi commutati in modo digitale. Illuminazione garantita da diodi esenti da manutenzione a luce bianca calda. Pantografo monobraccio e carrello anteriore con vomeri scaccia sassi. Telaio del rodiggio finemente dettagliato. Respingenti in esecuzione incurvata e piatta».

Leggere nel catalogo da collezione “Materiale rotabile” la descrizione minuziosa del treno perfettamente riprodotto su cui era seduto, gli dava un piacere al cubo, impossibile da comprendere per i profani del ferromodellismo.
Il mezzo che lo stava trasportando era stato concepito a partire da una miniatura dedotta, a sua volta, dal veicolo originario, di cui erano andati perduti esemplari e progetti ingegneristici.
I complementi d’arredo ben definiti, le poltrone rivestite di pelle in tinta caffellatte con schienale reclinabile, i divisori in cristallo, le cappelliere, i portabagagli, l’insieme armonioso e opportunamente disposto, insomma, della carrozza, gli provocava, man mano che si rendeva conto del grado di fedeltà esibito (da intendere, dunque, così: fedeltà a un formato in scala ridotta fedele a un archetipo reale che, se davvero tali le fedeltà, era identico al convoglio in movimento calcato sulla maquette, e così via), una sensazione di goduria quasi sessuale.

Dal finestrino scorrevano immagini che avrebbero potuto essere di un diorama.
Nulla mancava: l’erba verde brillante, i passeggeri in attesa sotto la pensilina, il ponte ad archi in mattoni, la galleria che forava il monte, la casa cantoniera, la torre dell’acqua, il villaggio con la locanda e la chiesa, l’edificio del casellante.
Trascorsi due minuti, ancora: l’erba verde brillante, i passeggeri in attesa sotto la pensilina, il ponte ad archi in mattoni, la galleria che forava il monte, la casa cantoniera, la torre dell’acqua, il villaggio con la locanda e la chiesa, l’edificio del casellante. Dopo centoventi secondi, da capo: la medesima erba, i medesimi passeggeri, e poi il ponte, la galleria, la casa, la torre, il villaggio, la locanda, la chiesa, l’edificio: tutto era uguale a prima.

Il «tipo costruttivo dotato di estese funzionalità sonore, motorizzazione con massa volanica e cerchiature di aderenza» proseguiva con ritmo monotono, indefettibile, accompagnato da un lungo e sottile ronzio, senza mai fermarsi alla stazione, scivolando dinnanzi alle figure immobili degli aspiranti viaggiatori che pazientavano invano, muti, con i piedi saldamente incollati alla banchina.

Si guardò attorno, accorgendosi d’essere l’unica presenza nel vagone. Sebbene ordinato, pulito, razionale, l’ambiente appariva, a uno sguardo più attento, stranamente artefatto, come di plastica. Toccò il sedile, i braccioli, le paratie: plastica. Il tavolino, l’appendiabiti, il poggiatesta: plastica.
Deluso, si chiese se perlomeno la scocca fosse in metallo.

Posò gli occhi sulla pagina della rivista, scorgendo nella foto, al di là del vetro della locomotiva artisticamente ritoccata per renderla più simile al prototipo, la cui impeccabile imitazione, ricavata da una copia di piccole dimensioni, stava ripassando, in quell’esatto momento, sul ponte ad archi in mattoni, un viso conosciuto. Il suo.

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di Matteuccia Francisci

Dobbiamo cambiare, lo so.
Ancora un’altra volta. Non so più da quanto tempo non faccio altro che cambiare nome. Solo così possiamo continuare ad esistere, hanno detto.
Lo so, lo sappiamo tutti ormai, inutile ripetercelo ogni volta.

Vorrei riuscire ad avere paura, ma non posso fare neppure quello.
Vado avanti e indietro in questo vagone della metropolitana, sapendo che la mia ora sta per arrivare. E che però non morirò.

Sono così stanco, vorrei quasi morire se sapessi cosa voglia dire.
Mi domando cosa ne sarà di me quando, di nuovo, cambierò nome.
Ce lo domandiamo in tanti. Ce lo siamo domandati prima e ce lo domanderemo ancora e ancora, lo so.

Una signora ha abbassato la mascherina e dice «Mamma mia, mi sento soffocare». Ha i capelli rossi, ma non sono naturali, si vede che sono tinti e neppure troppo bene.
Si alza per scendere e la seguo, devo farlo, è quello che dobbiamo fare. Alcuni ci chiamano assassini, ed è buffo che lo facciano con quel disprezzo. Siamo tutti assassini di qualcun altro, è così che funziona, ma loro sembra lo abbiano proprio dimenticato. È il Sistema, io uccido te che uccide lui che ha ucciso l’altro. Ne parlano come se fosse un crimine e non, semplicemente, ciò che deve essere

La signora con i capelli rossi parla al telefono, ora.
Alza la voce, parla sincopato, poi taglia corto dicendo «Senti, io non ce la faccio a parlare ora, questa mascherina mi sta soffocando».
Sono proprio dietro di lei, mi basta farmi un po’ avanti e…no, ha attaccato. Si rimette la mascherina sul naso e se ne va a passo svelto per la scala mobile.

Fanno tenerezza con queste mascherine, hanno dimenticato chi sono.
Noi, invece, non dimentichiamo e non ricordiamo.
Se non trovo subito del cibo, ho paura che morirò.
Non voglio morire, non voglio neanche vivere, che questa non è vita.
Forse non so neppure cosa sia la volontà.

In banchina sono in molti. Tesi, arrabbiati, sporchi. Sono sempre sporchi. Credono di essere puliti, ma sono sporchi. Popolati da ogni genere di cosa che se la vedessero rabbrividirebbero. Ricoperti dalla testa ai piedi di polvere, batteri, acari. Cumuli di immondizia in cui tuffarsi e nuotare fino a trovare l’entrata.
Sono molto stanco, sento che mi sto indebolendo ogni giorno di più.

Ogni volta è lo stesso, provo la stessa paura, e poi accade qualcosa e ricomincio da capo. Da millenni, forse milioni di anni.
Ricordo ancora la prima volta che ci hanno scoperto, pensavamo fosse finita per tutti e invece si trattava solo di cambiare aspetto.
Cambiare tutto per non cambiare niente.

Con gli umani riesce sempre il trucco.
Anche con gli altri, ma è più divertente con gli umani, perché si affannano così tanto, perché si credono così tanto.
E soprattutto perché si spaventano così tanto.
Oh, gli umani hanno così tanta paura che ci si potrebbe riempire una galassia.
Gli altri no, si abbandonano senza paura, quasi affidandosi.
Sono meno divertenti, ma più…giusti.

Eccone un altro con la mascherina abbassata, che buffi che sono con la loro tecnologia e la loro stupida inconsapevolezza. Del resto sono così giovani, che ne sanno di come si sta al mondo?
Ha toccato il sedile, si sta toccando il naso.
Ecco, si è reso conto, sento che ha paura.
Lo sa, lui lo sa. Beh, comunque lo saprà.
Una ragazza con le gambe lunghissime sta venendo verso di me.
Se rimango fermo non dovrò fare assolutamente nulla, lei è già predisposta, lo vedo chiaramente.
Direi che posso annusare il suo essere mia, se potessi sentire gli odori. Vorrei dire che ho un fremito nel vederla venire verso di me, che provo una qualche emozione fortissima, che…ma noi non parliamo.
Nessuno parla. Solo loro. Parlano, parlano, fanno rumori di ogni tipo.

Quante cose fanno, questi maledetti. Dicono di avere paura quando tutti hanno paura di loro. Tranne noi, non abbiamo paura di loro.
Né di alcun’altra cosa, in ogni caso. Noi, semplicemente, esistiamo.
Da sempre e per sempre.
La ragazza bionda è arrabbiata, sai che novità.
Sei mia, umana.
Staremo insieme per un po’. Per te forse per sempre, per me solo il tempo di una corsa.
So che poi dovrò scappare ancora per un po’ e poi abbandonare questo nome, questo luogo, questo tempo, e aspettare di poter tornare.

Dai, avvicinati ancora un po’, bella mia eccoti qua, ora faremo conoscenza piano piano e poi sarò dentro di te e farò con te quello che mi pare per il tempo che mi pare. Ehi, bella biondina, come ti…oh! No! Che fai! Maledetta bastarda, no, ero così vicino alla tua bocca…no, ahia, cazzo se fa male, devo scappare via immediatamente.
Stronza.
Gli assassini siete voi, maledetti schifosi, feccia dell’Universo.


Il ragazzino, oh, eccolo finalmente, voilà.
Facile facile.
Ciao ciao bel cucciolo, sai che una volta ho conosciuto un cucciolo come te, ma era moolto più carino, aveva ali e un udito molto sviluppato e non mi ha mai odiato e non mi ha mai chiamato nemico, mi ha ospitato e poi è semplicemente morto.
Come deve essere.
Si vive, poi si muore, poi si vive di nuovo.
Come so queste cose?
Perché io sono l’eterno, l’immortale, il mai vivo e mai morto.
Gli altri neppure mi hanno dato un nome, ma tu sì, piccola sottospecie di mammifero.
Mi hai chiamato Virus e mi hai dichiarato guerra, ma io sono un pacifista. Io esisto.

Oggi mi hai dato un nome, perché tu hai sempre bisogno di un nemico da chiamare. Dirai che mi hai sconfitto, ma io avrò cambiato nome e aspetto. Giusto un po’, un’aggiustata ai baffi, uno spostamento della riga dei capelli, una lente colorata. Ahahahah!
Dai si scherza scemo, io non ho corpo e non ho anima.
E non ho paura.
Tu mi troverai e mi eliminerai e io, beh, qualche cosa farò.
Cambierò, ecco cosa farò e tu non mi troverai più e poi….peekaboo!

A te piacciono gli scherzi, vero, coso?
Dolcetto o scherzetto? Scherzetto, Uomo.

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di Giuseppe Fiore

Illustrazione di Liliana Brucato

Ero solo nella mia macchina e potevo guardare dal finestrino: succedeva tutto senza un vero motivo.
Succedeva tutto e basta.

Già da qualche giorno, sui social e in tv, iniziavano tutti a parlare di questa fine del mondo, di una specie di esplosione. Forse una profezia scritta con il sangue.
Avrebbe dovuto ucciderci tutti, ma c’è qualcuno che ci crede davvero a queste notizie? Gente che si gioca tutto quello che ha, immaginando che il giorno dopo sarà ben che morta? Non credo proprio.

Comunque, quel pomeriggio, mi ero messo in macchina per andare a comprare un panino o un pezzo di pizza. Non avevo troppa fame, giusto un buchetto scomodo da riempire.

Ero nel traffico, con la freccia che ticchettava, una canzone merdosa che scorreva fuori dalla radio, quando vidi, dallo specchietto, il fuoco.
Una specie di bomba, uno scoppio assurdo.
Prima fuoco, poi rumore.

Per qualche attimo non riuscii a sentire nulla, pensavo di essere diventato sordo. Ogni oggetto, per me, aveva perso i suoi confini e il mondo mi sembrava una massa unica. Quasi un flusso uniforme. Solo colori diversi. Come quando, a scuola, da bambino, creavo delle enormi palle con plastiline di diversi colori. Il risultato finale era piacevole, ma confusionario.

Per qualche minuto rimasi immobile.  Non riuscivo a costruire un pensiero, a passare da un nodo ad un altro. Una bomba, un pazzo esaltato, la fine del mondo: non potevo saperlo. Avevo solo visto uno scoppio dallo specchietto. Avevo quasi perso l’udito per l’esplosione.

La gente urlava, usciva dalle macchine e scappava.

Mi rimisi in marcia. Ero inutile e avevo, comunque, pur sempre fame. Esplosione o non esplosione, pizza o panino.

Sciami di camion dei vigili del fuoco, di macchine della polizia, di ambulanze, sfrecciavano nella corsia opposta alla mia, vuota.
C’ero solo io, con la mia vecchia macchina e la voglia di mangiare qualcosa. Non troppo, un boccone.
Giusto lo sfizio pomeridiano.

Un pazzo si era fatto saltare in aria. Ormai non era più una novità così cruda. Si sa che esistono, l’hanno già fatto e lo rifaranno.
Che senso ha perderci la testa dietro?

Poi la gente a cui piace guardare le catastrofi: ecco, quelli non li capisco proprio. C’è qualcuno che ancora sostiene che l’uomo nasce buono, che cattivi si diventa, che Dio ci vuole bene, però poi scoppiano le bombe alle sei del pomeriggio.
In un giorno sceneggiato come tutti gli altri, mentre uno vuole solo mangiare un boccone.

Misi la freccia a destra, ormai arrivato al piccolo negozio.

Fuoco, dallo specchietto. Ancora.
Forse, se possibile, anche più forte del primo scoppio. Frenai di botto a causa del rumore.
Sentivo la testa scoppiare.

Un’altra bomba? Non ci capivo più nulla con quel dolore assurdo alle orecchie.

C’erano urla ovunque.
Il locale “della felicità”, della mia felicità almeno, era chiuso o comunque abbandonato: la gente pensava a scappare, non a sfornare pizze o panini. Allora uno che ha fame cosa diavolo deve fare?
Può essere anche la merdosa fine del mondo, ma uno deve pur riempire i buchi allo stomaco o no? Almeno moriamo sazi.

La strada era vuota. Da brividi.

Cercavo di capire la situazione, ma c’era solo confusione e di tornare indietro, verso casa mia, non se ne parlava proprio.
In quel momento realizzai che casa mia, probabilmente, non era più in piedi. Che quel fuoco doveva aver avuto effetto anche su di lei.
Bombe di merda.
Almeno la macchina era salva.

Non ricordo bene cosa mi passasse per la testa in quel momento. Avevo solo una strada dritta davanti a me e una città infuocata dietro.
Non c’era troppa scelta.

Iniziai a tirare con l’acceleratore.
Non che fossi un grande conoscitore di strade, ma se si va dritti si arriverà sempre da qualche parte. Magari ad una città vicina dove trovare una pizza veloce o un panino, al massimo un tramezzino.

Vidi una donna sulla strada.
D’altronde, c’eravamo solo io e lei.
Era sul ciglio che chiedeva un passaggio, con il pollice in su: vecchia scuola.
Misi la freccia per accostare, sempre ligio alle regole.

Terzo scoppio.
Fuoco, poi il solito rumore, forte, da orecchie bucate.
Non riuscii a frenare per bene.
Quella salì al volo, mentre la macchina ancora camminava e subito ripresi a massacrare l’acceleratore.

«Indiani del cazzo» mi disse la vecchia.
«Crede che siano bombe?»
«Cosa cazzo dovrebbero essere?»
«La fine del mondo, dicevano al tg».

Era abbastanza incazzata con il mondo ma almeno non puzzava.
Era sempre quello il mio problema con gli autostoppisti: la puzza.
Di solito non si lavano e sono sudati da morire. Se c’è una cosa che non sopporto è proprio dover guidare con una puzza costante di sottofondo, non so mai come uscirne.
Quella non puzzava come un autostoppista, perchè non lo era.

Era solo una vecchia che si faceva una passeggiata su una strada a scorrimento veloce.
Non  sapeva nulla della fine del mondo. Era convinta fossero indiani del cazzo, anche se non capivo il maledetto collegamento.

«Indiani del cazzo, sono troppi, ci vogliono mangiare».

Alla fine era vecchia abbastanza per poter dire quello che voleva. Erano solo parole di pura follia.
Forse aveva perso il cervello, forse il tempo l’aveva rosicchiato, poco alla volta. Giorno per giorno.

La nuova città faceva abbastanza schifo.
Sembrava tutta uguale. Le luci erano spente e non c’era nessuno in giro.
Solo io e la vecchia, nel mio carro a motore.
Diceva che la figlia abitava in quella zona. Voleva trovarla.
Doveva avere anche una bambina, ma non un marito.
Mi faceva fermare, si guardava intorno e mi faceva ripartire.

«Più avanti, è più avanti quella merda di palazzo».

Diceva sempre così. Io non avevo idea di dove stessimo andando. Avevo la sensazione che quella fosse totalmente fuori, ma non volevo contraddirla.

«Gira a destra ora».

Tirai su la freccia.
Dallo specchietto vedemmo il fuoco, poi, collegato da un filo invisibile, arrivò il rumore “spacca orecchie”.

 La vecchia continuava ad urlare questa frase.
Come un’isterica.
«Indiani maledetti del cazzo».
Mi faceva paura, quasi più della fine del mondo.
Sbatteva i pugni contro il finestrino, lasciava scorrere le unghie, come la strega di qualche fiaba.

A destra non potevo più girare. Saremmo finiti dritti nel fuoco.
Ripresi a massacrare l’acceleratore e continuai dritto.
La vecchia fissava il fuoco, in velocità. Fissava sua figlia, forse vera o forse no, ma comunque morta. Fissava la sua nipotina bruciata.
Vittime della fine del mondo, come tutti.

Mi sembrava quasi di essere al sicuro nella macchina. Sentivo che se fossimo usciti, respirare quell’aria ci avrebbe uccisi.

La vecchia non sembrava pensarla come me.
Tirò il freno a mano, con una forza impressionante per quelle braccia solo ossa. La macchina sbandò e si fermò, girando per un poco su sé stessa. Le urlai qualcosa contro, ma non mi stava proprio a sentire.
La vecchia scese.
Non morì, non eravamo sulla Luna.

Si mise in ginocchio e guardò il fuoco dietro di noi.
A quel punto scesi anche io, mi accesi una sigaretta e guardai lo spettacolo.

La fine del mondo.
Mi sembrava di essere in spiaggia o ad un cinema all’aperto.
La puzza di bruciato, però, era fastidiosa. Il fuoco sembrava aver voglia di bruciare tutto. Sembrava avere una fame pazza.
Non lo sfizio pomeridiano, ma un pranzo di Pasqua fatto bene.
La vecchia stava zitta, fissava solo.
Forse pensava agli indiani o alla figlia.

Dopo la sigaretta rientrammo in macchina e tornai a massacrare l’acceleratore.

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di Carlo Rossi

Illustrazione di Valentina Scalzo

Non ho mai sentito nessuno urlare in quel modo.

Avvinghiata al cancello, singhiozzava, a tratti usava una lingua incomprensibile, dopo piagnucolava fino ad andare in apnea. E poi ricominciava la supplica: «Aiutatemi! Fatemi uscire!».
Una litania disperata, ripetuta tanto da aver saziato il mio udito, tanto da aver perso ogni significato.

Domenica sera, 2 dicembre, ho fatto quel che dovevo.

Il sabato, la notte aveva calato il suo manto freddo sulle spalle della collina adagiandolo tra cipressi e marmi. Mi stavo occupando del registro.
Lo redigo dopo la chiusura, quando resto solo, così posso concentrarmi meglio e scrivere con grafia chiara, io che ci impiego tempo a vergare le pagine. Annotavo i dettagli e l’orario di tumulazione del povero notaio Nagel nel mentre avvertivo il rumore.
Proveniva dalla camera mortuaria attigua alla segreteria. Il pendolo segnava le ventitré quando mi sono alzato per andare di là.

Nella sala tutto era come doveva essere.
La bara sulla sinistra dell’ingresso era sorvegliata da due lumini che aprivano piccole finestre di luce nell’oscurità. Un solo mazzo di fiori era adagiato sulla destra della camera e il coperchio della cassa poggiava sul muro opposto all’ingresso. Ho avvicinato la lanterna al feretro.
Non la conoscevo.
Era giovane, dai lineamenti gentili. Il suo biancore era equivoco.
La sua pelle non recava il pallore della morte ma lo stesso candore della luna.
Sembrava come sospesa in una dimensione a metà tra questo e l’altro mondo. I suoi capelli erano ondulati come dolci pieghe di mare, ma scuri come gli abissi. Indossava scarpe logore e un abito di modesta fattura, come quelli di cui posso dotare mia moglie.

Sulla bara, in legno di abete, era fissata una targhetta d’ottone:
Elena Caruso, 15 V 903 – 1 XII 928. 

Non ho trovato spiegazione al rumore capace di attirare la mia attenzione. Dopotutto, in questo luogo deputato al silenzio, di notte, anche una foglia secca schiacciata dal passo felpato di un gatto può detonare come una piccola esplosione. Così sono tornato in ufficio per completare l’aggiornamento delle inumazioni. La solita complicata operazione che occupava buona parte del mio servizio notturno di guardiania.

Finito o no, tuttavia, il fischio del treno che sfrecciava veloce lungo i binari della ferrovia che sfiora il lato est del muro di cinta del camposanto, segnava il passo. Ho chiuso il registro e ho proceduto con la solita perlustrazione. L’umido vinceva la fiammella di parecchi lumini e corrodeva le viti che fissano le cornici ai marmi.
C’era sempre qualche riparazione da effettuare.

Soccombevo al freddo che abbracciava le mie ossa mentre in lontananza ancora avvertivo il fischio del treno ad intervalli regolari: invidio i passeggeri al caldo delle cuccette che si abbandonavano dolcemente al dondolio del vagone che li portava in grembo.

Ripristinavo una cornice nel lotto “C” quando, verso le ore due, ho sentito dei passi provenire dalla camera mortuaria.
Il panico mi ha paralizzato.
Ho serrato il martello con una mano e con l’altra ho alzato la lanterna nell’oscurità.
Pochi passi fino all’obitorio e, la bara vuota.

Ho pensato alla stanchezza dei miei cinquantatré anni, ho pensato che quel giorno avevo messo in corpo solo un tozzo di pane, ho pensato che non dormivo bene da qualche tempo.
Ho cercato una spiegazione plausibile, ma non ne ho trovata una.

Guardingo, per tutta – tutta – la notte ho girato tra le lapidi, ho guardato nelle fosse già scavate e pronte ad accogliere nuovi ospiti, ma di lei nessuna traccia.
Iniziavo a credere di non averla mai vista.

Alle sei di domenica mattina ho faticato poco per convincere Ruggero a non darmi il cambio. Gli ho promesso un litro di latte fresco e gli ho chiesto di inventarsi una scusa da porgere a mia moglie.
Nell’orario di apertura mi sono piantato all’ingresso del cimitero per analizzare le pochissime entrate e, soprattutto, le uscite.
Ho studiato i lineamenti di coloro che lasciavano il camposanto perché ho anche pensato che lei potesse celarsi sotto mentite spoglie, per ingannarmi e fuggire.
Ma non ho ritrovato il suo viso in nessun viso.
Nulla è accaduto finché il sole non è calato. Ero stanco, angosciato e avevo la mente ottenebrata.

Alle diciassette ho sbarrato il pesante cancello di ferro dell’ingresso. Sono tornato ad indagare ogni centimetro del mio territorio in cerca di un indizio, ma non ho trovato neanche un’impronta nella terra umida. Poi, dopo la chiusura pomeridiana, quelle urla laceranti hanno squarciato il silenzio. Sbucata dal nulla, correva come il vento.
Il suo biancore autentico era mutato in pallore, i suoi capelli, ora, erano increspati come un mare in tempesta e i suoi occhi, spalancati, erano iniettati di sangue.
Urlava con il viso tra le sbarre del cancello, percuotendolo fino a farsi strappare le carni dai palmi delle mani.

Era arrivata al cimitero senza respiro, non poteva uscirne risuscitata.
Non è concesso, me l’ha detto Don Orazio: «c’è stato un solo Lazzaro: chi entra da morto nel camposanto non può uscirne vivo, se non è il diavolo». Mi sono fatto coraggio e l’ho raggiunta. Poi l’ho afferrata per il collo e ho stretto più forte che potevo mentre pregavo: «L’eterno riposo dona a lei, o Signore».
Il passaggio di un altro treno, il suo clangore sulle rotaie, il suo insistente fischiare hanno coperto le sue urla al resto del paese.

Poi, il silenzio, rassicurante, è tornato a regnare tutt’attorno.
Quando l’ho riposta nella sua bara aveva riacquisito il suo originario candore. Le ho messo in ordine gli abiti, ho scrostato il fango dalle scarpe logore e ho pettinato i suoi capelli con le mie lacrime.

Era bella.
Bianca come la luna che rischiarava cipressi e marmi,
domenica 2 dicembre 1928.