di Cristi Marcì
Illustrazione di Redazione
Il mare non esiste solo quando ci sei dentro.
Tutto quello che non possiamo esplorare con il nostro corpo,
possiamo cercare di capirlo con l’immaginazione
(La prima luce di Neruda., R., Cappuccio)
Ho sempre amato il mare.
Dopo l’aria, l’acqua è il mio secondo elemento.
Penso che potrei morire senza le sue onde, il suo grembo antico impregnato di alghe e i fondali rocciosi da esplorare a ogni immersione.
Sono le otto del mattino e da una buona mezz’ora fendo con le mani uno specchio d’acqua che ad ogni bracciata diviene un tutt’uno con l’azzurro immenso del cielo.
Anche oggi mi sono svegliato presto per andare a nuotare, fa parte della mia routine estiva e non posso farne a meno perché è più forte di me. Le estati a Macari hanno sempre segnato un labile confine tra il sogno e la realtà.
Ogni volta che ne varco la soglia, i ricordi assumono il colore violaceo delle buganvillee e risuonano come un insostituibile Super Santos arancione, che dalle tre del pomeriggio assieme ai ragazzi del villaggio, produceva sull’asfalto della piazzetta principale le sue note inconfondibili.
Una volta per raggiungere questo paradiso bastavano poche lire di benzina e una cassetta di Vecchioni, che dal traffico opprimente di Palermo, mi accompagnava in questo posto sperduto, dove le parole si tramutavano immediatamente in carrube e i pensieri in onde schiumose da solcare sotto un sole cocente.
Stavolta invece mi è bastata la sella di una Moto Guzzi nera del 2010, quella che papà, per un capriccio del tempo, non mi ha mai insegnato a guidare. Adesso, col suo corpo metallico, mi guarda placida dalla strada sterrata vicino l’ingresso della spiaggia, dove riposa dopo il lungo viaggio di ieri sotto il sole dorato di giugno, che anche in questo momento illumina tutte le meraviglie del fondale sopra il quale ho l’impressione volare.
La Baia Santa Margherita, così battezzata dal Comune di San Vito Lo Capo, è vuota. Non c’è anima viva. La mano dell’uomo a quest’ora del mattino non detta le sue futili leggi, soprattutto non inquina con le sue nevrosi quest’acqua cristallina.
La moto mi osserva e per un attimo sono costretto a fermarmi, perché sopra quell’ammasso d’acciaio mi sembra di scorgere la figura di papà: è appoggiato alla sella in pelle e al manubrio che gli fa da schienale e con le braccia conserte prova a decifrare l’inizio e la fine di un orizzonte che unisce mare e cielo in una linea infinita. Lo vedo sorridere mentre ingenuamente penso che se mi avvicino alla riva acquisirà la forma evanescente dei sogni.
Resto dunque dove sono e dandogli le spalle abbraccio con lo sguardo la punta della riserva naturale di Monte Cofano alla mia sinistra, mentre due barche con le vele spiegate volano in superficie continuando la propria regata verso il porto di San Vito.
Le contemplo e mi sento un equilibrista sul filo del tempo, dove l’assenza di gravità consegna tutto il mio corpo e ogni cellula nervosa a uno spazio dove non ci sono scadenze, bensì ricordi impregnati di salsedine da unire l’uno con l’altro fino a creare una barriera corallina oltre la quale continuare a vivere: bracciata dopo bracciata.
Le barche a vela sono sparite dietro la lingua di terra della costa, così inizio anch’io a tornare verso il mio porto. Una volta sulla sabbia i granelli mi si attaccano ai piedi.
Da piccolo provavo a contarli e non riuscendoci ne racchiudevo una gran quantità in secchielli di plastica sagomati dai quali fuoriuscivano prototipi di castelli, da distruggere subito dopo averli modellati con le mani e l’apposita paletta gialla.
Una volta asciugatomi con il telo mare color verde acqua e riposto nello zainetto le cuffie, assieme a un’edizione economica del Conte di Montecristo monto in sella alla mia Nevada Guzzi 750, dal rombo simile a una vera e propria ninna nanna: nonostante per me rappresenti da sempre un grido di ribellione.
Prima di tornare a casa però decido di guidare fin su al Belvedere, meta di tutti quei turisti e di quegli abitanti del posto che con sguardo rinnovato scelgono di sbarcare per altre prime volte su questa terra selvaggia e sconosciuta.
Scalo le marce senza accorgermene, perché lungo la statale il blu del mare e il marrone delle montagne ubriacano finanche l’ultima residuo di coscienza, che sotto il sole di giugno si mischia al sale marino di cui è cosparsa la mia fronte.
All’altezza dello svincolo per il Belvedere scorgo un venditore ambulante di frutta e verdura posteggiato nello spiazzale, con una Moto Lapa ricolma di tesori introvabili debitamente riparati da un telo di paglia.
Senza disturbarlo spengo la moto a qualche metro di distanza, vicino a un guardrail che assomiglia in tutto e per tutto a un trampolino dal quale spiccare il volo.
Da qui si vede tutto il Golfo di Màcari con le sue calette, alcune rocciose altre sabbiose, e il manto colorato di Monte Cofano.
Quello che però cattura per intero il mio essere è quello che sta proprio sotto di me.
La spiaggia del Bue Marino con i ciottoli levigati dal tempo e i suoi scogli in mezzo al mare rievocano le prime scene di quando imparai a nuotare assieme a mio padre.
Da piccolo quel fondale era simile a un precipizio infinito ora invece é il mio porto sicuro, dove tornare quando il richiamo di una mancanza si trasforma in nuove onde dalle quali lasciarmi bagnare.
D’un tratto sento il venditore dalla pancia prominente e la pelle abbronzata avvicinarsi e consegnarmi con fare amichevole una vaschetta di fragole.
«Chiste solo ai cristiani cà talìanu trasognati stù mare cì runo e ù sai picchì?»
Faccio segno di no con la testa, divertito e incuriosito al contempo.
«Perché di fronte l’onda dei ricordi nn’aggiuva n’anticchia rì dolcezza» risponde con solennità.
Ricambio il sorriso mentre inizio a mangiare quel frutto che sa di infanzia, di compleanni, di casa e di terra antica.
E mentre il mare partorisce nuovi ricordi una lacrima sottile mi riga la guancia sino a raggiungere l’angolo delle labbra.
Sa di sale.
Sa di mare.
Sa di tutto quello che è stato e di quello che ancora deve arrivare.