di Ilaria Pizzini
Illustrazione di Paola Donnici
La prima cosa che sento è l’odore e il naso mi si chiude in automatico, mentre quelle maledette molecole raggiungono il mio cervello e di lì i miasmi si riversano nello stomaco.
L’urto di vomito è immediato e, va bene che ci sono abituata, ma bello non è.
Mi guardo intorno, chissà se mi ha visto qualcuno.
Certo che no, a quest’ora alla fermata del pullman interurbano ci sono solo io. E la fonte della puzza.
Un uomo, o quel che ne resta sotto i vestiti a brandelli, la barba cespugliosa, un paio di improbabili sandali da donna di plastica dura neri a brillantini, con tacco e tutto. Mi chiedo come faccia a camminare con un tacco cinque, io che sopra i due centimetri beccheggio come una barca nella tempesta.
Faccio l’indifferente, mi allontano di un paio di passi, abbarbicata alla borsa come un naufrago alla ciambella. Lo so, mi vengono solo paragoni marittimi, sarà un riflesso condizionato.
Quando sono a disagio il mare è il mio pensiero felice, come Peter Pan.
Con uno sbuffo rumoroso il pullman per fortuna arriva e, santo autista, apre la porta proprio davanti a me. Un breve sorriso, adocchio il secondo sedile a destra (se è libero mi siedo sempre lì) e sospirando poso lo zaino prima di appoggiarmi allo schienale. Manca poco alla partenza, a quest’ultima tappa di un viaggio infinito. Coi mezzi sono otto ore per quattrocentocinquanta chilometri, una follia.
Oddio santo, non ci credo.
È salito anche lui, il senzatetto, il barbone, chiamatelo come volete. L’uomo che puzza. Tanto.
Che poi non so mai se davvero l’odore è così forte o è solo un mio problema. Da un po’ di tempo i cattivi odori mi assalgono all’improvviso, anche quelli che ho sempre tollerato. L’odore del coniglio per esempio, o del pollo crudo. Lo compro, lo porto a casa, apro la confezione e getto tutto nella spazzatura. Per non parlare del pesce e delle uova.
Simona, che sa tutto, dice che si chiama iperosmia, è proprio una malattia. Vabbè.
È che io due ore su sto pullman con il puzzone a un sedile di distanza non resisto. Gli lancio un’occhiata. Mi sta guardando anche lui, due occhi nocciola con un taglio strano, ovale come una mandorla. Da quanto tempo non ne vedo di questo colore. Anche il naso è strano. Non brutto, anzi abbastanza piccolo e ben fatto. Solo la punta è all’ingiù, sembra quello di Snoopy.
Sorrido per un attimo.
Francesco.
Uno dei miei amori di ragazzina. Quanti anni avevo? Quindici, sedici al massimo.
Abitava nella casa di fronte, dalla finestra della mia camera guardavo la sua.
Ci si vedeva in compagnia, una banda di adolescenti troppo perbene per fare disastri.
Lui però era diverso.
Non fuori, dentro.
Lo nascondeva bene, solo ogni tanto un lampo di inquietudine passava da lui a me come una corrente elettrica di cui ero consapevole senza saperle dare un nome. Ci siamo persi dopo il liceo, se n’è andato dalla cittadina di provincia in cui erano rinchiusi i nostri sogni.
Il suo saluto: «Il mondo è più grande di questo buco senza futuro» mi è risuonato ogniqualvolta mi sono trovata davanti a una scelta: accontentarmi o rischiare?
L’ho rivisto solo una volta, pochi anni dopo.
Camminando soprappensiero nel corso, un lampo nocciola ha colpito il mio occhio distratto.
Mi sono voltata, ci siamo guardati per un attimo di infinito, poi ognuno ha ripreso la propria strada.
Il pullman ha un sobbalzo, uno di quei maledetti dossi sparsi a piene mani per rallentare il traffico, io torno alla realtà. E alla puzza. Mi volto, mi sta ancora guardando. Un accenno di sorriso, di quel sorriso. Sbarro gli occhi, il mio volto dichiara tutta la mia sorpresa.
«Francesco?»
«Nessuno mi chiama più così da anni»
«E come ti chiamano?» Che domanda del cazzo. Solo io riesco a dire ste stronzate.
Ride di gusto, i denti ingialliti.
«Non sei cambiata per niente. Sempre imprevedibile e fuori dagli schemi. Mi piacevi per questo».
Ecco, se qualcuno vuole vedere una donna adulta arrossire lo accontento subito.
«Ero una brava ragazza, ligia al dovere».
«Certo, ma dentro avevi un fuoco come il mio. Solo che tu non ti sei fatta bruciare».
Lo dice senza emozione, mi colpisce la sua tranquillità.
«Cosa ti è successo?»
«Che importanza ha?».
In effetti, nessuna.
«Sei ancora bella».
«Non lo sono mai stata, lo sai».
«Per me lo eri, e lo sarai sempre».
D’istinto allungo la mano, vorrei toccarlo. Si ritrae.
«Puzzo».
Non posso rispondere e mentire. Ci stiamo avvicinando alla prima città, suona il campanello.
«Posso fare qualcosa?».
Mi guarda in silenzio. Prima di scendere, ondeggiando con maestria sui tacchi di plastica, volge la testa. «Ricordami».
Scende in un lampo, il pullman riparte.
La puzza mi fa compagnia fino all’arrivo.