di Andrea Dalla Corte
Illustrazione di Burla
Simone guarda il display del bancomat.
La risposta, uguale a quella degli altri sportelli dopo l’inserimento della tessera oro che riporta in rilievo il suo nome e cognome.
Nessuna disponibilità
La scritta nera, sullo sfondo bianco, come un pugno sulla ferita che da circa un’ora si era procurato.
Risalì sulla sua Audi, dello stesso colore di quella maledetta scritta.
I soldi, questa volta erano davvero finiti. Non avrebbe mai trovato le parole per dirlo a Maddalena.
Ripensò a quando le aveva chiesto di sposarla, su quella spiaggia di Ibiza dove stavano festeggiando il loro quinto anno insieme.
Sempre cinque anni più tardi, in una mattina di sole che filtrava dalla finestra della camera da letto, Maddalena uscì dalla porta del bagno e sorridendo si buttò addosso all’uomo, coprendogli il viso con i suoi lunghi capelli corvini.
Fu la prima volta che aveva provato ad immaginare Ambra.
Ora, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata sul volante, Simone si pentì di aver voluto vedere le carte dell’Olandese. Ricky glielo aveva detto, lì si gioca forte, quel tavolo è pericoloso, non andarci perché non ne esci vivo da quel covo di serpi.
L’urlo di una sirena squarciò il silenzio, Simone riaprì gli occhi, fece ripartire la grossa auto e si imbucò nel vicolo che si trovava poco più avanti alla banca.
Spense il motore.
La mano gli doleva forte e la camicia era inzuppata di sangue.
Il suo, ma soprattutto sangue di Olandese.
Era scappato da quella villa, di corsa, colpendo in viso due del personale che stavano provando a bloccarlo. Aveva sceso le scale saltando i gradini, come uno che non ha più niente da perdere.
Ed è proprio così. Ora lo sa.
Le uniche perle della sua vita sono a casa e stanno dormendo. Troppo lontane da quello schifoso vicolo.
Si girò a guardare il seggiolino dove, ogni mattina, legava la sua piccola Ambra prima di portarla a scuola. Grandi occhi blu lo guardavano sempre curiosi, in tutti i movimenti che lui compiva meccanicamente.
L’olandese probabilmente era morto, colpito dai suoi fendenti, inferti con forza proprio al centro dell’addome. Pelle butterata, capelli bianchi e completi doppiopetto comprati nelle migliori sartorie, la descrizione di Ricky. Una volta entrato nel grande salone, proprio all’inizio di questa lunga notte, Simone capì subito a quale tavolo avrebbe dovuto sedersi,.
L’amico dell’olandese aveva estratto la pistola e sparato, mentre Simone si stava rialzando dal pavimento dove aveva appena steso il suo rivale di poker.
Per una qualche combinazione astrale il colpo, esploso da uno che non premeva il grilletto per la prima volta, lo aveva appena strisciato. Facendolo comunque sanguinare.
Non sapeva se le sirene che sentiva passare fossero tutte per lui.
Guidò fino al porto, percorrendo solo vie secondarie.
Era deserto a quell’ora, scese dall’auto e nonostante il dolore al fianco, riusciva a camminare veloce. In quell’angolo della sua città si era allenato due volte a settimana negli ultimi anni. Le sue gambe erano forti, adorava correre da solo, con il vento a scompigliargli i ricci capelli.
Oggi non c’era nemmeno una leggera brezza, superò il bar del molo, che a quell’ora era chiuso e avrebbe voluto aspettare l’alba, come tante altre volte al ritorno dalle notti passate al tavolo.
Solo, come quando correva al fianco del suo mare. Solo, come quando piangeva sulla poltrona in salotto, perché aveva perso molti soldi alle carte.
Si rannicchiò dietro ad un alto palo, che con la sua luce interrompeva appena l’oscura notte. Pianse, tenendo la testa fra le ginocchia. Avrebbe voluto scomparire, annientarsi, ma rimase lì per rispondere alla chiamata di Maddalena.
Lei gli urlò contro tutto il suo disprezzo, era stata svegliata dalla polizia.
Inizialmente non aveva creduto al loro racconto, ma gradualmente l’accettazione di quello che veniva spacciata per verità, stava sgretolando tutte le sicurezze della loro lunga relazione.
Ora era anche un assassino, non solo un giocatore compulsivo.
Anche la piccola si era svegliata, non aveva pianto, ma guardando dal basso verso il viso della madre, le domandò chi fossero quegli uomini vestiti di blu e quando sarebbe tornato il babbo.
Simone rientrò in auto e percorse un tratto di porto a fari spenti. Si fermò di fianco al tendone bianco che ospita una grande libreria, una della più frequentate della città, specie durante la bella stagione.
3-4 minuti: è questo il tempo che ci mette un’automobile ad affondare completamente.
Lo aveva letto tempo addietro, chissà in quale rivista o sito internet.
Diede gas, la macchina rispose e l’urlo del motore gli fece ricordare perché avesse scelto proprio quell’Audi. Gli interni erano spartani e non piacquero molto a Maddalena, la prima volta che ci salirono insieme. Una volta provata su strada però Simone non cambiò più idea, i tedeschi con le auto sanno il fatto loro.
L’acqua stava cominciando ad invadere l’abitacolo, il forte impatto con l’Adriatico venne attutito dalla cintura di sicurezza. Pensò per un attimo a quanto fosse bizzarro suicidarsi in automobile con la cintura di sicurezza legata.
Il poggiatesta, sfiorando appena la sua nuca, gli ricordò il lungo braccio di Maddalena, quando lo tirava a sé per baciarlo e mordergli il labbro.
Tutto sarebbe finito di lì a poco. Era passato più di un minuto ed è proprio quello il tempo in cui ci sono le più alte probabilità di salvarsi, uscendo dal finestrino laterale, perché la pressione dell’acqua non ti permette di aprire le portiere.
Avrebbe dovuto abbassare i cristalli subito dopo il letale abbraccio del mare, con la speranza che il sistema elettrico fosse ancora funzionante, oppure fracassare il vetro a calci o con qualche oggetto appuntito.
Il cofano della macchina era completamente sotto al mare e il livello dell’acqua raggiungeva ormai metà dell’abitacolo. Guardò verso il largo, fece appena in tempo a scorgere la luce dell’alba che lanciava l’arancione più bello che avesse mai visto.
L’ultima speranza di rimanere vivo sarebbe stata raggiungere la parte posteriore della macchina, l’unica ancora non allagata, sfilare uno qualsiasi dei poggiatesta e provare a rompere il lunotto. Avrebbe usato come punta i lunghi supporti di ferro che servono a regolare l’altezza del poggiatesta stesso.
Il gelido mare aveva invaso tutto l’abitacolo, i muscoli si irrigidirono, solo la testa rimaneva fuori dall’acqua, tenendo alto il mento, in una innaturale posizione che lo costringeva a guardare verso il tetto dell’auto.
Eccolo che arriva, l’istinto di sopravvivenza. Era riuscito a slacciare la cintura di sicurezza, ma non a sciogliere gli stretti nodi della corda con cui si era legato al sedile dopo la telefonata con Maddalena, poco prima di lanciare l’auto nella sua ultima corsa.
Non sottovalutare quell’istinto e rendere impossibile qualsiasi suo tentativo di reazione, si era dimostrata una scelta oculata.
Negli anni aveva provato a smettere di giocare a carte, ma i demoni della dipendenza non lo abbandonarono mai ed anche adesso erano lì al suo fianco. Sarebbe stato bello essere sul molo ed osservarli mentre affondano velocemente. Lui poi se ne sarebbe stato finalmente in pace, lontano da quel porto, insieme alla sua famiglia.
Che annegassero loro al posto suo.
L’acqua entrò nei polmoni, mentre Simone ricordava la settimana quasi finita, quei tre giorni a casa dal lavoro, trascorsi con Ambra.
Avevano giocato, letto tanti libri di Giulio Coniglio, comprati apposta per quella splendida occasione, guardato Lilo & Stitch e Mamma ho perso l’aereo.
In quegli ultimi giorni insieme hanno anche girato il loro primo film, con il cellulare, una storia scritta a quattro mani e con protagonisti tutti i pupazzi e le bambole di lei.
Alla fine dell’attesissima prima nazionale, con solo loro due presenti davanti alla Tv in sala, applaudirono, pensando a come sarebbe stato il secondo episodio e quando lo avrebbero realizzato.
Ambra pianse molto quell’anno.
Poi crebbe, diventò un avvocato come Simone, visse una vita felice, nonostante il ricordo di un padre che non avrebbe voluto assolutamente conservare.