di Marta Grima
Illustrazione di Prisca Rinaldi
Si torna sempre dove si è stati infelici.
L’infelicità ci seduce come i neon infuocati attirano le falene.
Ecco perché sono montato in macchina, ho affrontato da solo un viaggio di sette ore, ho parcheggiato al solito posto e mi sono messo a guardare il balcone della casa che per cinque anni ho condiviso con la mia ex moglie Claudia.
La vedo fare il churrasco con braciole di maiale e pannocchie, scacciare il fumo con dei volantini pubblicitari, apparecchiare il tavolino quadrato di plastica bianca con arroz, farofa e molho vinagrete, mandare la foto alle sorelle che ancora vivono in Brasile.
Vedo me e lei mangiare di gusto, grigliare altra carne alle quattro di pomeriggio, fantasticare su un terrazzo più grande in cui invitare parenti e amici.
Mi vedo parlare al telefono dopo pranzo, stando attento che le finestre siano chiuse, così che Claudia non possa sentirmi. Ascolto la mia voce lagnarsi del matrimonio, ormai finito da tempo, tenuto insieme dal senso di colpa e dalla paura della solitudine. Sento il suono di quelle quattro parole: «Non la amo più».
Risalgo in auto e guido per le strade della città in cui sono stato sposato e triste, spento come i lampioni che attendono il buio per accendersi, stagnante come l’umidità nei muri.
Claudia è in ogni insegna luminosa, in ogni traliccio, in ogni striscia pedonale.
In quel negozio abbiamo comprato la stampante, in quel supermercato facevamo sempre la spesa, in quel bar ordinavamo un cornetto alla crema, uno al cioccolato e due cappuccini. Claudia diceva che lì lo servivano bollente, come piaceva a lei. A poche centinaia di metri c’era il nostro sushi di fiducia, dove Claudia trovava tante opzioni con il pesce cotto, perché il crudo la disgustava.
Ho modellato la mia esistenza sulle preferenze e le abitudini di Claudia, e lei deve aver fatto lo stesso. Claudia ha ceduto a me intere parti di sé e io mi sono svuotato per fare spazio a lei, per donarle qualcosa di me. Durante gli anni di matrimonio siamo stati due vasi comunicanti che si livellano fino a raggiungere un equilibrio stabile.
Mi fermo al centro commerciale in cui Claudia ha lavorato per tre anni come commessa.
Ora quel negozio di abbigliamento non c’è più, è stato sostituito da una gelateria. Quanti pomeriggi di sabato e domenica ho passato lì dentro. All’inizio Claudia non aveva la patente, la accompagnavo io, poi me ne andavo al cinema o al piano di sopra a leggere. Quando ha imparato a guidare, le ho regalato una macchina solo per non doverla scarrozzare qua e là, però spesso uscivo solo per farle visita al lavoro, le portavo uno snack o una bibita. Mi sentivo in difetto: lei lavorava nel week-end, io no.
Ricordare la vita con lei è come infilarsi in un letto comodo, familiare, ma in cui la mattina ti svegli con le ossa tutte rotte. Due caratteri opposti, due culture, due universi paralleli.
Finché non ho dato un nome al mio malessere: infelicità.
Mi veniva sbattuta in faccia ogni giorno: film romantici, storie su Instagram, innamorati per strada.
Nella relazione con Claudia mi obbligavo a scorgere una magia che non c’era.
Tranne quando mi chiedeva di farle cafuné.
«Me faça cafuné» mi diceva la sera, poco prima di addormentarsi.
Cafuné è una parola portoghese intraducibile in italiano, significa “accarezzare i capelli di qualcuno”. Connette le anime, costruisce intimità e tenerezza partendo dal contatto tra cute e polpastrelli. Mi fissava con occhi giganti, come un cane che non ha mai ricevuto affetto da nessuno. Io annuivo e senza mollare lo smartphone le solleticavo la nuca ricoperta di peluria nera.
Oggi voglio infliggermi dolore.
Dal centro commerciale mi sposto al distributore di benzina dove ci siamo detti addio.
Doveva mettere carburante prima di partire verso la sua nuova destinazione, la prima città in Italia in cui avrebbe vissuto per scelta sua e non mia.
Ho sentito dire spesso che sappiamo sempre quando stiamo facendo qualcosa per la prima volta, mentre non sappiamo mai quando è l’ultima. Eppure ci sono circostanze in cui siamo pienamente coscienti che quella è l’ultima chiacchierata, l’ultimo film, l’ultima spaghettata, l’ultima escursione. Al pari di un malato terminale che sa di essere prossimo alla morte o di un paziente affetto di depressione che richieda il suicidio assistito. Non riesco a immaginare nulla di più straziante.
«Já terminei» ha detto Claudia facendo sgocciolare l’erogatore e riappendendolo alla pompa. L’ho raggiunta, mi sono seduto in macchina con lei e mi sono preparato all’ultimo atto, il saluto finale.
Claudia aveva gli occhi lucidi.
«Me faça cafuné pela última vez» ha detto con un sorriso sconsolato.
In un secondo ho ripensato alla sua tazza rossa sbeccata, al maglione con sopra la bandiera del Brasile, alle lezioni di samba su internet, alla pasta con il sugo che mi chiedeva almeno due volte alla settimana, alla colazione con beiju de tapioca e caffè, a quando ci facevamo il solletico, alla quotidianità che avevo perso, al tetto sopra la mia testa che stava volando via.
Per la prima volta le ho fatto cafuné senza distrazioni, concentrato sulla sua pelle bruna, sui suoi capelli lisci e spessi. Non mi ero mai dedicato a lei con tanta presenza e intensità. Sono sceso, ci siamo rivolti un’ultima occhiata, abbiamo pianto. Sapevamo che non avremmo più dormito abbracciati, che il nostro percorso insieme era finito.
Mi sono guardato le mani, ho cercato di imprigionarci il cafuné che facevo a Claudia. Eccolo qui, tra le mie dita. Mi sembra di toccarle ancora il collo, morbido, caldo, avido d’amore.
Sì, ero infelice, ma riparto in lacrime e piango per sette ore di fila.