L’attesa di una vita

di Alessandro Taormina

Illustrazione di Maria Fontana

Qualche balordo ha scoperchiato il mio monopattino e si è portato via la batteria lasciando il due ruote adagiato sul marciapiede come la carcassa di un cane di metallo con la lingua contorta. In realtà non è il mio, però mi faceva comodo ritrovarlo la mattina sotto casa, dove lo lasciavo regolarmente la sera prima. Non è il primo e non sarà l’ultimo, e temo che di questo passo questi animali elettrici nemici dei muscoli si estingueranno presto.

Nemmeno ricordo l’ultima volta di esserci salito su, ma sono costretto a prendere l’autobus.
Finisco di attraversare la strada e già la prima goccia scorre sulla schiena a farmi pregustare la doccia di sudore che mi aspetta sotto i 42 gradi della fornace palermitana. Per fortuna alla fermata hanno costruito, chissà quando, una pensilina a sostituire il triste palo solitario, più ruggine che vernice, che ricordavo.
Mi affretto a rifugiarmi sotto l’ombra della tettoia accomodandomi sulla panchinetta, attento a evitare le verosimili macchie di gelato sciolto che ormai impregnano le assi di legno. Mi fanno compagnia il rumore e lo smog delle auto che si inseguono sulla carreggiata e un uomo seduto accanto a me.
Mi chiedo da quanto tempo è lì ad aspettare, così glielo chiedo: ‹‹Buongiorno. È tanto che aspetta?››.

Neanche gli avessi chiesto il processo della fissione nucleare, ma sarà l’età, sarà la domanda improvvisa, la risposta tarda ad arrivare.
Poi sospira e mi dice: ‹‹da una vita››.

Non so come interpretare quell’espressione figurativa, ma siccome provo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno deduco, stando così le cose, di non dovere attendere troppo per l’arrivo della linea 603 Mondello-Cimitero dei Rotoli, l’unica a passare da lì.
Ripenso ai miei viaggi all’estero, uno qualsiasi, e alle tabelle orarie onnipresenti ad ogni fermata di una città qualsiasi e stimo l’arrivo nella mia città di quella tecnologia extraterrestre troppo in là nel tempo per essere vissuta dal mio collega di attesa.

In ogni caso la mia preoccupazione è un’altra, e ben più minacciosa.
La linea parte da una località balneare molto gettonata, e se l’autobus dovesse caricarsi a tappo fin dalla partenza rischiamo di rimanere entrambi a terra.

Mi affaccio dal marciapiede e allungo il collo per scrutare il fondo del lungo rettilineo del lungomare Cristoforo Colombo, ma all’orizzonte si vedono solo sagome tremolanti di automobili, scooter e monopattini a noleggio coi giorni contati.

Torno al riparo dalle fauci del sole ed espongo all’anziano la mia disavventura fresca di giornata per ammazzare il tempo. L’interlocutore si dimostra aperto al dialogo, attenendosi alla natura funesta delle trame della conversazione, così, tra le altre cose, mi recita la lista delle patologie di cui è affetto in stile formazione dell’Italia campione del mondo ’82: “diabete, ipertensione, artrosi, trombosi, sindrome del colon irritabile…” E per ciascuna ricorda a memoria i nomi delle medicine per contrastarle e gli orari di quando deve prenderle, ma io li dimentico nel momento stesso in cui li elenca. Ricambio con uno sguardo di comprensione e prima di poter enunciare un “mi dispiace” di circostanza continua informandomi che anche a lui è successa una cosa brutta di recente. Io sono già fiaccato dalla raffica precedente, ma la sua intenzione di procedere col racconto è abbastanza chiara, così mi rassegno all’ascolto di un’altra storia triste mostrandomi incuriosito.

‹‹Un mio vecchio amico è morto pochi giorni fa.››

Ma porca puttana…

‹‹Io sono sempre stato innamorato di sua moglie››.

Questa informazione mi spiazza, non è comune esternare un sentimento così intimo al primo sconosciuto di passaggio.

‹‹Lui lo sapeva, ma questo non ha cambiato il nostro rapporto. Era proprio un gran signore.›› Adesso provo un senso di vicinanza per quell’anziano ben vestito nonostante la calura micidiale. Riesco a leggere la malinconia nei suoi occhi, ma non so se imputarla alla morte di un amico o ad una vita passata lontano dalla donna che hai sempre desiderato. Probabilmente per entrambe le cose. Sono interessato a saperne di più sulla donna, ma per evitare figuracce tasto il terreno in maniera indiretta. ‹‹E anche lei lo sapeva?››

L’anziano alza le spalle, poi sorride, come eccitato dal segreto dietro quell’interrogativo. ‹‹Adesso la vedo in giro più spesso.››

Sia ringraziato il cielo, almeno lei è ancora viva. ‹‹E come vanno le cose tra voi?››

‹‹In che senso?››

‹‹Non vi siete incontrati dopo la…›› Oddio, sto tirando troppo la corda.

‹‹Non ho il coraggio.››

Schietto e deciso. Incredibile come l’amore possa trasformare il più ruvido degli orsi in un timido bambino.

In fondo alla strada fa finalmente capolino l’arancione Amat. ‹‹Arriva l’autobus››, annuncio felice come avessi preso un terno. Aguzzo la vista per sondare l’interno. Molti passeggeri sono in piedi, ma fortunatamente non schiacciati l’uno con l’altro come sardine. Il conducente è una donna. Miopadre diceva sempre “donna al volante, pericolo costante”. Intanto lui era una schiappa alla guida, non mi basterebbero le dita delle mani per contare i danni causati alle nostre auto litigando con muri, marciapiedi e pali della luce. Questa qui guida persino un autobus, perciò sticazzi, papà.

Guardo il nonnino e mi pare di scorgere un respiro affannato. Forse quei discorsi l’hanno messo in agitazione, forse il caldo gli sta sottraendo ossigeno. Probabilmente entrambe. Finalmente l’agonia sta per finire. L’autobus è a pochi metri, così alzo la mano col dito indice ben puntato a indicare alla conducente l’intenzione di prendere il passaggio, lei rallenta, si ferma e apre la porta d’ingresso. Non appena salgo vengo investito dal fresco dell’aria condizionata, ma l’esultanza mi si blocca sul nascere perché la porta si chiude immediatamente alle mie spalle e l’autobus riparte.

‹‹Aspetti››, esclamo d’istinto. Lei pianta freno, quasi spaventata. I passeggeri in piedi quasi rovinano a terra e girano gli occhi su di me. Io li giro sul nonnino. Lui ha gli occhi sulle finestre dell’autobus. ‹‹Deve salire anche lui, è più di mezz’ora che aspetta.››

‹‹Quel cristiano non deve prendere l’autobus, a quest’ora è sempre lì seduto››, fa la conducente, mezza indispettita.

In quel momento mi sento un perfetto idiota ad averlo dato per scontato.
In effetti l’anziano è rimasto seduto, ma a questo punto voglio sincerarmi delle sue condizioni ed intenzioni, così la prego di aprire di nuovo la porta. Scendo dall’autobus e mi avvicino al nonnino. Sento gli sguardi dei passeggeri trafiggermi la polo pezzata di sudore.
‹‹Deve prendere l’autobus o no?››.
Lui non risponde. Sembra ipnotizzato.
Seguo il suo sguardo. Punta verso una finestra, oltre la quale vedo una signora alzarsi da una sedia.

Questa avanza qualche passo superando un paio di passeggeri in piedi e si sofferma sulla porta aperta: ‹‹Pietro, sei tu?››

Il nonnino si toglie la coppola e si alza con un’agilità su cui non avrei mai scommesso: ‹‹Sì, sono io.››

‹‹Sto andando al campo santo a trovare Totò. Ti va di accompagnarmi?››

Nonno Pietro muove qualche passo imbarazzato fino al gradino dell’autobus.
Sembrano Romeo e Giulietta.

‹‹Con molto piacere.››