di Daniela Barone
Illustrazione di Viviana Fantuzzo
Fin da piccola ho amato i tram e poi gli autobus, forse perché il mio papà faceva l’autista dei mezzi pubblici.
Nel 1956, anno della mia nascita, lui era stato assunto come bigliettaio.
Ricordo ancora quando arrivava a casa con il borsone carico di blocchetti bianchi, gialli, verdi, arancione che designavano tariffe differenziate per i vari percorsi.
Come mi divertivo a giocare con le matrici multicolore che lui doveva conteggiare su appositi moduli…
Lui mi lasciava fare, divertito dal mio stupore.
Era così bello nella divisa blu corredata dal berretto con il logo dell’azienda, anche se, a dire il vero, si lamentava con la mamma del fastidio di doverlo portare sempre.
Diverse volte era stato addirittura multato dal controllore perché non lo indossava.
Dopo qualche anno di servizio papà si stancò di staccare biglietti dallo scomodo strapuntino su cui sedeva per ore e decise di studiare per conseguire la patente D Pubblica. Lo stipendio era decisamente più alto anche se il lavoro era molto più impegnativo. Guidare i primi filobus che spesso si guastavano e districarsi nelle vie tortuose delle alture di Genova su vetture ancora non provviste di servosterzo non era uno scherzo, per cui dopo qualche anno chiese ed ottenne di passare alla guida delle linee urbane. Io ero fiera di lui e pensavo che era bravissimo, il più bravo di tutti.
Adoravo i tranvieri in generale perché mi sembravano tutti il mio papà ed ero affascinata dalle loro divise blu scuro.
Conoscevano tutte le vie, pensavo con ammirazione e a volte ne fermavo qualcuno per chiedergli informazioni non necessarie su strade di zone a me sconosciute. Mai restavo delusa dalle loro risposte: da Nervi a Voltri, da Sampierdarena a Pontedecimo, non c’erano percorsi che non conoscessero a menadito.
Ricordo ancora quando i binari del tram attraversavano la città: avevo solo quattro anni e mi divertivo un mondo a viaggiare su quei mezzi di un verde indefinibile dotati di scomodi sedili di legno. Quanto mi piaceva andare al capo opposto del tram, prendere posto sul sediolino e trafficare con i comandi simulando la guida dell’autista!
Anche la mamma si divertiva a vedermi così assorta in quei giochi di bambina “come un maschiaccio”, a suo dire.
Il viaggio dal centro alle spiagge di Pra durava un’eternità ma io non me ne lagnavo, anzi.
Mi godevo il lungo percorso ammirando dai finestrini la gente sulle strade, osservavo i tanti negozi e talvolta m’incantavo a fissare i passeggeri più strambi ai miei occhi.
«Non è educazione fissare le persone, Daniela» mi ammoniva la mamma.
Mi era sempre piaciuto osservare la gente: giovane o vecchia, alta o bassa, allegra o musona.
Di certo i rimbrotti materni non mi frenavano.
A volte qualcuno si divertiva della mia esuberanza e s’intratteneva a conversare con me.
Chiacchierona e socievole com’ero, non mi trattenevo dal partecipare ai discorsi più vari e, forse per il desiderio di essere al centro dell’attenzione altrui, talvolta improvvisavo balletti o scenette buffe che suscitavano l’ilarità di molti.
Attirare le persone mi piaceva un sacco, essendo tristemente avvezza alla malinconia della mamma e alle emicranie che l’affliggevano per tante, troppe giornate.
Ci pensava papà a riportare l’allegria non appena varcava la porta di casa.
Le sue gaffes e gli aneddoti su passeggere goffe, cariche di borse della spesa che finivano a gambe all’aria alla prima frenata, facevano ridere pure la mamma, per non parlare delle liti scatenate da qualcuno per motivi futili, che continuavano anche quando chi le aveva accese era sceso dal mezzo.
Negli anni Sessanta molte linee di autobus furono sostituite dai cosiddetti “celeri”, autovetture rapide e più costose che effettuavano meno fermate ed erano contraddistinte da lettere alfabetiche rosse.
Le mie preferite erano la A che mi portava da casa al liceo e la S che io e la mamma prendevano per andare a trovare la zia Vincenzina di Bolzaneto. Mio nonno Vincenzo che lavorava in centro, si serviva sempre del 95: l’autobus che da Piazza della Nunziata s’inerpicava per le alture d’Oregina dove abitavamo.
Quando compii dieci anni papà si fece trasferire dallo stressante servizio urbano a quello periferico dei “leoncini”, vetture di piccole dimensioni che, contrariamente agli autobus normali, riuscivano a percorrere le vie più strette periferiche.
Papà era naturalmente un ottimo leoncinista, dato che senza difficoltà guidava anche per le strade ripide a doppio senso.
Negli ultimi anni di servizio, afflitto da frequenti bronchiti, passò ai più remunerati turni di notte come operaio nell’autorimessa di Cornigliano. Suo compito era rabboccare il gasolio e occuparsi della manovra dei mezzi, lavoro che sapeva svolgere con destrezza.
Diventato nonno di Francesco, volle un giorno portarlo a vedere gli autobus posteggiati che anche lui, come me, amava tanto. Francesco volle sedere al posto di guida accanto a mio padre che gli fece girare l’enorme volante e suonare il clacson. Con che gioia il mio piccolino toccava i vari comandi imitando il suono del potente motore!
Per anni rimase così affascinato dagli autobus da voler percorrere su e giù per più volte i percorsi del mezzo che lo portava a casa dei nonni.
Come sua madre da piccola, anche lui si dilettava a guardare fuori dal finestrino, mai pago di osservare persone e strade.
Ancora oggi, alla soglia dei settant’anni, pur sentendomi ridicola, provo un moto di contentezza quando vedo passare l’autobus della mia zona, il numero 1.
Oggi i mezzi non sono più verdi come tanti decenni fa ma sono verniciati di grigio e di un brillante arancione. Mi piace vederli sfrecciare o arrancare nelle ore di punte per la strada, vuoti o carichi di un’umanità sempre più variegata.
E il pensiero va inevitabilmente al mio adorato papà che li ha guidati per tanti anni: lo rivedo giovane, insofferente al berretto blu scuro d’ordinanza portato un po’ di sghimbescio e m’intenerisco al ricordo.
Peccato che non possa vedere i suoi pronipotini, anche loro patiti degli autobus. A Luca, Leo e Cesare non mi resta che raccontare del bisnonno, esperto autista che li avrebbe fatti sedere alla guida.
Adessi è notte ma fa ancora caldo.
In questo luglio infuocato, dalle finestre spalancate mi giunge in lontananza il rumore di un bus che passa. Immagino l’autista, seduto comodamente nel sedile molleggiato della sua cabina con aria condizionata, forse immerso nei suoi pensieri. Non porta più il berretto e al posto della camicia azzurrina indossa da una comoda polo celeste. Fra poco finirà il turno e già non vede l’ora di dormire per qualche ora accanto a sua moglie. Domani finalmente sarà libero dopo i turni di notte per poi riprendere i viaggi diurni trafficati.
Ora deve solo preoccuparsi di portare in rimessa il mezzo.
Anche lui riposerà per un po’.