di Amalia Marro
Illustrazione di Dario Licata
Lei partiva dalla stazione, io dalla fermata successiva su Viale Carlo III.
La prima volta che parlammo fu anche la prima volta in cui sedemmo vicini.
Avevo preso posto due file dietro di lei.
Mi accorsi che un vecchio, salito dopo di me alla mia stessa fermata, aveva puntato il posto vuoto accanto al suo, o meglio, aveva puntato lei, e si stava fiondando nella sua direzione con aria quasi famelica. C’erano ancora un sacco di posti liberi, ma lui era deciso a sedersi proprio lì. Decisi che avrei impedito a quel tizio di avvicinarla. Mi alzai da dove mi ero accomodato e andai a sedermi accanto a lei. In quella manciata di secondi, sentii il cuore battere forte e un po’ di sudore scivolarmi dietro la schiena.
Il vecchio mi fulminò con uno sguardo storto passandomi accanto, prima di allontanarsi verso i sedili posteriori.
Nella mia testa, mi riferivo a lei come “la bionda dell’Angelino”.
Angelino era un’azienda privata di autobus che da Caserta portavano a Napoli e viceversa, copriva la maggior parte delle tratte. Tanto che quasi nessuno diceva “autobus” o “pullman”, ma era molto più comune sentire frasi come: «Prendo l’Angelino delle sei perché quello delle sette arriva troppo tardi».
La bionda dell’Angelino stringeva nella mano un piccolo lettore mp3.
Lo smalto nero delle unghie era rovinato, le pellicine sulle dita mangiucchiate.
Ascoltava Numb dei Linkin Park. La fronte appoggiata al finestrino aveva lasciato un piccolo alone.
La vidi sbuffare. Sbuffava spesso, durante l’ora di viaggio tra Caserta e Napoli. Non lo faceva in modo teatrale, anzi, c’era molta grazia in quel gesto.
Sollevava le spalle, gonfiava leggermente il torace e poi espirava dal naso.
Prendevamo l’Angelino per Piazza Municipio, ma nessuno dei due arrivava al capolinea.
Lei scendeva ai Quattro Palazzi, io a Piazza Borsa.
Di solito, chi scendeva ai Quattro Palazzi poi raggiungeva la sede de L’Orientale vicino Forcella. Immaginavo che fosse una studentessa, perché nei periodi delle sessioni d’esame l’avevo vista ripassare appunti e libri fotocopiati. Quella mattina però non ripassava niente.
Quando vidi apparire l’Ospizio dei Poveri in lontananza mi prese una specie di disperazione.
Eravamo arrivati a Napoli e di lì a poco il viaggio sarebbe finito, e io non ero riuscito a parlarle.
Non che avessi davvero programmato di farlo, dopotutto mi ero lanciato lì solo per evitare che quel tizio le si sedesse accanto, però ormai c’ero. Mi schiarii la gola un paio di volte, a disagio. Lei non sembrò farci caso. A Piazza Garibaldi, la vidi sollevare il collo per guardare la strada. Controllò se qualcuno avesse chiamato la fermata dei Quattro Palazzi, e quando vide che c’erano due ragazze in piedi, si rilassò.
Arrivati alla fermata, mi disse: «Devo scendere qui.»
Mi alzai per lasciarla passare.
Sul pullman di ritorno non la vidi. Avrei voluto chiederle perché sbuffasse sempre, anche se non erano fatti miei.
Mi ripromisi che se avessi avuto un’altra occasione, gliel’avrei chiesto.
L’occasione arrivò tre settimane dopo.
Il vecchio non si era più avvicinato a lei, e io non avevo avuto più motivo di intervenire.
Ma quando salii sull’Angelino, tre settimane dopo, mi sembrò che mi guardasse. Era la prima volta che si voltava verso l’interno dell’autobus e sì, guardava proprio me.
Andai a sedermi vicino a lei senza battere ciglio.
Non aveva le cuffie.
«Ciao.»
«Ciao» risposi.
«Anche tu vai a seguire i corsi?»
«Sì, alla Federico II»
«Giurisprudenza?»
«Lettere Moderne».
«Io vado a L’Orientale».
Avrei voluto dirle che lo immaginavo, ma poi avrei fatto la figura del maniaco.
«Cosa studi?»
«Tedesco e olandese».
Non avevo mai conosciuto una persona che studiasse olandese.
Non sapevo neanche che si studiasse, l’olandese. Mi sarebbe piaciuto chiederle di dirmi qualcosa in quella lingua.
«Come ti chiami?»
Glielo dissi.
Lei mi disse il suo nome.
Ci scambiammo un “piacere”.
Da quel momento, sedemmo sempre vicini.
Dopo circa due mesi, mentre stavamo entrando nell’area di Napoli e sulla nostra sinistra appariva in lontananza la visuale sul centro direzionale e il golfo, lei sbuffò.
Finalmente, le chiesi: «Perché sbuffi sempre durante il viaggio?».
«Mah» scosse la testa: «È che mi scoccia spegnermi poco a poco».
Quella risposta mi lasciò interdetto. Lei si stiracchiò.
«Forse sono stupido, ma non ho capito che vuoi dire».
«Non sei stupido tu, mi sa che è proprio difficile da capire». Si lasciò cadere contro il sedile, la testa rivolta a me: «Diciamo che secondo me, se sei uno studente pendolare, sei destinato a morire dentro».
Speravo che mi concedesse un sorriso, una risatina, qualunque cosa che non fosse quell’espressione seria e rassegnata: «Niente ti spegne come questi viaggi per andare a seguire i corsi».
«Vale anche per la gente che va a lavorare?»
«Un sacco di loro sono già morti, solo che non lo sanno» rispose, come se fosse un’ovvietà. «Io però non volevo morire così».
«Ma tu sei viva».
«Che significa essere vivi?».
Un sorriso apparve finalmente sulle sue labbra, appena accennato.
«Quante ore abbiamo buttato su questo Angelino, ci pensi mai? Tempo sprecato per andare avanti e indietro, che non tornerà più. E per arrivare a cosa, poi?».
Mi ritrovai a sollevare le spalle: «Non lo so… a un lavoro, all’indipendenza».
Tornò a guardare fuori: «Sempre se lo troviamo, un lavoro, poi il tempo che oggi sprechiamo nei viaggi diventerà il tempo che sprechiamo tra un giorno di ferie e l’altro».
«Non ti facevo così pessimista».
«Mica sono pessimista». Allungò una mano e prese la mia: «È che prendere l’Angelino tutti i giorni mi fa un po’ venire voglia di suicidarmi».
Non dissi più niente.
Nemmeno lei.
Appoggiò la testa sulla mia spalla.