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di Luca Cassarini

illustrazione di Anastasia Coppola

“Per quanto il mondo possa sembrarti assurdo, non dimenticare mai che offri un bel contributo a questa assurdità                                con il tuo agire o con il tuo astenerti.”

(Arthur Schnitzler, “Libro dei motti e degli aforismi”)

«Biglietto, prego».

Il controllore Antonio Prevosti era sempre lo stesso, da anni.
Decano dell’azienda municipale di trasporti in quella piccola cittadina di frontiera, assieme a cappellino e divisa d’ordinanza indossava sempre un leggero profumo a buon prezzo.
In quel momento attendeva che uno dei pochi passeggeri della corsa delle 10 e 23 esibisse il proprio titolo di viaggio. Teneva chino lo sguardo sotto una montatura di occhiali alla moda, dando ogni tanto leggeri colpi di tosse.
Abile nel suo mestiere, riconosceva a prima vista biglietti scaduti o tarocchi, ed aveva fiuto per quelli usati più del dovuto.
Non sembrava questo il caso, fortunatamente.

«Ecco a lei», annunciò il passeggero dopo una ricerca parsa infinita.
«…Grazie».
«A lei».
«Buon proseguimento di viaggio».
«Hmm-hmm».

Il viaggiatore, uomo sulla cinquantina, barba rada a coprirgli il viso, tornò a sprofondare nel seggiolino della corriera. Sapeva che il viaggio non sarebbe stato troppo breve, ma erano passati anni, se non decenni, dall’ultima volta che si era prestato ad un’esperienza del genere. Solitamente andava in macchina, tuttavia per un malaugurato incastro del destino la vettura era dal meccanico e lui aveva un appuntamento inevitabile, sicché aveva scrutato con rassegnazione l’orario dei mezzi pubblici che collegavano le sua città con la destinazione voluta.
Bestemmiando leggermente, aveva visto che ne passava uno ogni ora e mezza, per cui si era ulteriormente rassegnato a prendere il primo disponibile per poi aspettare, una volta giunto nella città di K., il tempo dovuto.
Un bar o una panchina della piazza non avrebbero fatto troppa differenza.
In fondo, era un tipo paziente.
Lo dicevano tutti quanti, ed era vero.
Con la sua stoica pazienza si sistemò dunque sul sedile, ed iniziò presto a sonnecchiare.

«Biglietto, prego».

Il controllore, che di nome faceva sempre Antonio Prevosti, lo destò dal suo torpore.
Erano già arrivati? L’uomo sulla cinquantina, ma potevano essere anche poco più di quarantacinque, in quelle fasce d’età indefinite dove sfumano le differenze nette, guardò dapprima fuori, quindi verso il proprietario di quella voce. Per un attimo pensò di aver cambiato linea alla fermata immaginaria dei suoi sogni. Notò con sospetto che era lo stesso di prima, e si chiese come mai tornasse a chiedergli la medesima cosa. Forse se n’era dimenticato, oppure era la prassi dell’azienda. Per certi aspetti avrebbe voluto protestare, ma la richiesta era tutto sommato legittima e garbata, e contro la legge sempre meglio non avere grane.
Mai, e di nessun tipo.
Sbuffando leggermente, tirò fuori il suo biglietto.

«Ecco a lei».
«…Grazie».
«A lei».
«Buon proseguimento di viaggio».
«Hmm-hmm».

Cercò di cogliere punti di riferimento per capire quanto potesse mancare  all’arrivo, ma la strada era abbastanza omogenea nel suo imperterrito scorrere, i cartelli sfrecciavano troppo in fretta perché potesse leggerli bene, forse si sarebbero fermati da qualche parte e avrebbe potuto fare mente locale.
Era certo che sarebbero arrivati a breve, questioni di decine di minuti, al più.
Iniziò a guardare fuori dal finestrino cercando di cogliere qualcosa di interessante al suo sguardo, e che lo aiutasse a passare il tempo.
Tanto valeva arrangiarsi con quel che offriva il convento.
Ovvero, un paesaggio che scorreva sempre uguale a se stesso.
Rimase presto ipnotizzato dal viaggio.

«Biglietto, prego».

Il controllore, che si chiamava ancora Antonio Prevosti, d’altronde c’era solo lui a compiere quella noiosa incombenza sulla tratta, stavolta lo prese veramente alla sprovvista. In effetti, si era incantato nel loop del viaggio.
Il rollio delle ruote sull’asfalto era sottofondo costante e, per certi aspetti, soporifero.
L’uomo, che poteva anche avere un’età quasi prossima alla pensione, stemperò la tensione in corpo con una dose d’ironia, canticchiandosi in testa: “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più…?”.
Quanto tempo era trascorso? Mezz’ora, un’ora? A breve sarebbero pur dovuti giungere a destinazione, no?

Si azzardò a dire: «Scusi, ma…».
«Biglietto. Prego», ripetè il controllore, con la pazienza di chi ne aveva viste tante. Abbastanza nervoso, l’uomo glielo porse mezzo sgualcito e spiegazzato.
«A lei».
Il controllore impiegò un tempo infinito nello scrutarlo adeguatamente, su ambo i lati, onde evitare brutte sorprese. I cosiddetti portoghesi erano una costante nel tempo e nello spazio, leggende tramandate da generazioni di controllori.
«Grazie», disse infine allo stralunato passeggero, con un reiterato cenno professionale.
«…»
«Buon proseguimento di viaggio».
«…»

Non ci stava capendo più nulla.
Presto sarebbero arrivati a destinazione, ne era certo.
Gli pareva che il sole fosse stabile lassù in cielo, ma le giornate sembravano avere una durata immensa, d’estate.
E la strada somigliava ad una striscia di asfalto senza fine, dilatata dallo spazio e dal tempo.
Ad un certo punto sentì distintamente uno strambo rumore.
Si guardò veloce attorno, sulla corriera era rimasto solo lui.
Ignorava dove potessero esser scesi tutti gli altri, era sicuro non fosse stato l’unico passeggero a salire su quel mezzo, chissà quanto tempo prima, chissà dove.
Stava perdendo ogni riferimento spazio-temporale, in quell’andirivieni costante ed assurdo.

Antonio Prevosti, il medesimo controllore di poc’anzi, e prima, e prima ancora, sgusciò tutt’un tratto in mezzo al corridoio dell’autobus.
La sua faccia era ermetica come quelle dei tutori dell’ordine.

«Biglietto, prego» chiese puntiglioso, scandendo bene le parole.
Il passeggero, di un’età indefinita e abbastanza stravolto, per poco non si mise a piangere, o gridare.

Simona Settembre Una foto un peso View More

di Denise Ciampi

Illustrazione di Simona Settembre

L’odore di mais riempie la camera della posada, perfino il cuscino e gli asciugamani puliti ne restituiscono la fragranza.

Ho l’impressione di lasciare sulla biancheria un’impronta estranea, una traccia discordante con questi luoghi. Asciugandomi il viso, insieme all’acqua, cerco di depositare sul cotone anche il sogno di stanotte: l’immagine ancora nitida di un uomo che cammina su una strada polverosa barcollando verso di me e che, quando mi raggiunge, focalizza lo sguardo rivolgendomi una sola parola: «Gringa», dice.

L’uomo del sogno non aveva l’aspetto di un indigeno: il sole superava la protezione del cappello a falde larghe colpendo i suoi occhi azzurri, innervati di sangue dall’eccesso di alcol e di polvere. Incrociando il suo sguardo ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a uno specchio, uno shock violento mi ha scossa dal sonno.

Scendo nel patio, trovo Luis immerso nella lettura di un quotidiano.
Senza avvisarlo della mia presenza, vado a sedermi anch’io sul divanetto che sta occupando.
Lo vedo recuperare rapidamente il suo ruolo di guida.
Ci siamo conosciuti a Firenze un anno fa, a un convegno organizzato dall’ONG per la quale lavora. Forse, quando mi ha proposto di collaborare a una ricerca sullo sfruttamento delle risorse idriche, neanche lui si aspettava che sarei venuta fin qui.

Abbiamo programmato interviste ad esponenti locali per raccogliere informazioni sulla rete idrica e sulla penuria d’acqua. Oggi però non si lavora, Luis dice che c’è un posto che devo assolutamente vedere.
Ripiega il giornale e mi trascina al mercato della frutta.
Compriamo frutta fresca da consumare in strada, l’uomo dal quale la acquistiamo riempie i bicchieri direttamente da un contenitore pieno di frutti già tagliati. Prima della partenza mi hanno avvertita di non mangiare cose di questo genere se voglio evitare la dissenteria, ma quando Luis mi offre il bicchiere mi trovo ad accettarlo con piacere. 

Cerchiamo un colectivo, ne rimediamo uno in pochi minuti.
In questi giorni ho visto girare per il centro di San Cristóbal dei furgoncini piuttosto moderni, questo è un modello più vecchio e la cosa non mi dispiace affatto. Aspettiamo all’interno del veicolo che il mezzo sia al completo.
Osservo i viaggiatori, mentre, finalmente, Luis mi svela dove siamo diretti.
San Juan Chamula: cerco il pueblo, così si chiamano i centri abitati indigeni, sulla Routard.
Colpisce la mia attenzione la foto di una chiesa bianca con la facciata profilata di verde.
“Riti pre-ispanici e sincretismo religioso”: scorro le informazioni sommariamente, mentre il mio interesse si concentra sulle persone intorno a me.
La festa dei colori, gli odori, le voci e, tra le altre, quella ormai familiare di Luis che mi parla di una montagna. Adesso il suo indice mi mostra il Monte Huitepec cercando di darmi dei punti di riferimento: «La chiamano “la montagna d’acqua”, è un monte sacro ai Maya. Ai piedi del Monte Huitepec c’è lo stabilimento della Coca-Cola, proprio sopra una falda che è la principale risorsa d’acqua della città. Lo stabilimento consuma tantissime risorse idriche e gli abitanti hanno acqua un giorno sì e uno no, per di più non potabile. La multinazionale paga pochi centesimi per ogni metro cubo e la gente rimane a secco».

Il colectivo comincia la sua corsa, gli ammortizzatori scassati fanno oscillare i cappelli degli uomini e le grandi sporte delle donne.
Una passeggera si piega a raccogliere un mango che le è caduto dalla borsa, il movimento mette in risalto il ricamo vivace della sua camicetta.

Lungo la strada scendono passeggeri e ne salgono altri.
Dal finestrino vedo una donna con lunghe trecce nere legate insieme da un nastro.
Quando sale sul mezzo mi accorgo che, nonostante il furgoncino in quel momento sia fermo, la borsa di tela che tiene tra le mani si muove.

Prende posto abbastanza vicino a me, ho modo di continuare a osservarla.
Mi attraggono i suoi lineamenti indigeni, che comunicano una quieta fierezza.
La sue mani sono segnate dal lavoro della terra.
Sento un richiamo provenire dalla borsa, la donna vi infila una mano svelando la presenza di una piccola gallina insofferente della sua prigionia.
Insieme al collo della gallina, il gesto della donna ha scoperto anche quello di una bottiglia di Coca-Cola.
L’etichetta della bottiglia di plastica mi ricorda il racconto di Luis, mi viene in mente che lungo la strada mi è capitato più volte di vedere piccoli spacci che espongono lo stesso marchio.

Anche Luis è stato attratto dal verso dell’animale: «La gallina viene con noi a San Juan Chamula», afferma. Resto in silenzio, aspettando che prosegua. «Nella chiesa che visiteremo si compiono sacrifici di piccoli animali. Si tratta di riti indigeni molto antichi, utilizzati per liberare dal male gli ammalati. Hai visto la bottiglia della Coca-Cola?».

«Sì, ma cosa c’entra adesso la Coca-Cola?».
«Anche quella è utilizzata per espellere il maligno. Una volta gli indigeni usavano una specie di grappa, adesso è stata sostituita dalla Coca-Cola: il gas fuoriesce dalla bocca e la persona si purifica. Ma adesso siamo quasi arrivati, ti renderai conto con i tuoi occhi. Un’unica raccomandazione: non fotografare le persone, secondo le credenze indigene quando si fotografa qualcuno gli si ruba l’anima».

Entrando nel pueblo noto un uomo di passaggio: indossa un cappello a falde larghe simile a quello del sogno.
Non riesco a incrociare il suo sguardo, devo limitarmi a seguire da dietro il finestrino la sua figura che si allontana nella strada polverosa.

Scendiamo dal colectivo che già siamo circondati da un gruppo di bambini.
Mi individuano facilmente come “gringa”: «Una foto un peso, una foto un peso…», una ragazzina mi offre una cintura colorata, mentre un bimbo ripete la sua triste cantilena.

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di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Sono a Trieste per lavoro. Hai tempo per una cavalcata? Ho appena avuto una promozione, ti pago bene. 

Sarebbe stata l’ultima notte.
Quante volte lo aveva giurato a sé stessa. Poi arrivavano le suppliche di un incontro ancora, le banconote e la bicicletta che desiderava tanto per sua figlia.
Così la speranza si allontanava, a braccetto con quella convinzione così labile da finire in un incontro ancora. 

Kadijah guardava il grembiule puntinato di schizzi di patina nera, preoccupata che non sarebbe riuscita a farlo venire pulito. Aveva passato l’intera giornata a lucidare scarpe, a passare la cera in tutte le stanze a cambiare armadi non suoi e ora desiderava solo stendere le gambe accanto alla sua bambina, dopo un bagno pieno di schiuma.
Stava finendo di riporre i detersivi nell’armadietto della lavanderia quando vibrò il cellulare.
Lo ignorò, gettandolo nella borsa. 

«Signora io vado»
«Ricordati di comprare gli stracci».

Kadijah lasciò cadere le parole dietro di sé sulla tromba delle scale, controbilanciando il peso dei  sacchi neri gonfi e maleodoranti. Affrettò il passo verso casa di Serena, una volontaria che ogni tanto le dava una mano con la piccola.
Il cellulare vibrò ancora una volta e quando guardò i messaggi si pentì subito di averlo fatto.  

Hanno trovato Irina in una pozza di sangue sulla Aurelia, l’hanno picchiata. Era incinta nessuna di noi lo sapeva. 

Lo stomaco di Kadijah si contorse in una smorfia gastrica di nausea e dispiacere.
I tempi dei fuochi del mercato della carne, delle cassette bruciate per scaldarsi, delle arterie di periferia erano lontani. La capitale era lontana, ma il marchio di quel lavoro non spariva mai e quel messaggio aveva un tempismo orribile.
Imboccata la strada di casa, una vocinala richiamò dai ricordi:
«Mamma… mamma ciaooo!».
Alzò lo sguardo e vide la piccola Zohra che la seguiva oltre le sbarre dal poggiolo.
«Mamma coiiii».
E lei corse, corse per strizzarla, corse perché era in ritardo.  

Serena sapeva.
I suoi occhi pieni di disappunto si piantarono nella notte di quelli di Kadijah e vi lessero un’inquietudine.
«Tutto bene?» le chiese
«Tutto come sempre. Doccia e poi scappo altrimenti perdo il tram».
«Non mangi con noi?»
«No».
«Mamma racconti tu ‘toria?» le chiese la piccola tirandola per la camicetta. 
«Mamma fa presto, olufẹmi» rispose, sapendo che si sarebbe addormentata sulle gambe di Serena.

Sarebbe stato bello, pensò di nuovo, chiudere quella sera. 
Uscì di casa alla svelta, in lontananza il cigolio del tram che scendeva.
Era una serata ferma ed inquieta, e l’afa toglieva il respiro.

***

Sveva stava rincasando.
La testa pulsava e il tram sembrava non arrivare mai.
L’ennesima seduta dallo psicologo e non era ancora giunta a capire se fosse incapace di trovare persone che non fossero tossiche o se fosse lei ad esserlo per sé stessa. 

«Lei cosa vorrebbe fare?».

Ogni volta quella domanda, come se lei dovesse conoscerne la risposta.
Continuava a rimbombarle nella mente come in una caverna senza via d’uscita.
Ecco. Forse era quello di cui aveva bisogno.
Scappare. Scappare, certo.
Cambiare città, cambiare lavoro, cambiare compagno.

Il tram arrivò puntuale.
Quando salì la vettura era quasi vuota: due adolescenti che scendevano per il venerdì nei locali, il solito vecchio Stella di ritorno dalla pedalata sul Carso e una ragazza africana che aveva l’impressione di aver incrociato altre volte. Profumava di buono ma questo ora le dava solo una grande nausea. 

Sveva continuava a carezzarsi il grembo, come se qualcuno potesse portarle via qualcosa di prezioso.
Lo sguardo, puntato oltre al finestrino, si condensò nel ricordo della sera prima, quando si era chiusa a riccio per proteggersi.
«Ti ho vista mentre uscivi con quelli, puttana…» nemmeno il tempo di rientrare e già la accusava.
«Uscire dall’ufficio per tornare a casa non è un appuntamento Cosimo» disse cercando di stare calma.
«Taci!».

Poi quella furia che ogni tanto gli scattava, le percosse, gli antidolorifici e il trucco per il giorno dopo.
Portò la mano alla guancia come fosse appena successo senza allontanare l’altro braccio.
Il figlio che portava in grembo era suo, non aveva dubbi.
Lui ancora non sapeva nulla ed era certa che lui avrebbe accettato di essere messo da parte.
Gliel’avrebbe portato via. 
Vedeva i suoi occhi ovunque, telecamere costantemente puntate sulla sua libertà.

Il tram iniziò a scollinare, avvinghiato alle vecchie rotaie.
Sveva alzò lo sguardo oltre alla cabina; l’unica consolazione dopo una giornata come quella era il bello di quel ritorno, era l’impressione di tuffarsi nel mare.
La sensazione che prima o poi il tram avrebbe perso aderenza e sarebbe planato oltre al molo anziché darle i brividi la faceva sentire libera. 

Ma anche quella sera il tram venne inghiottito dai palazzi della città, e il senso di oppressione si fece sempre più forte.

***

Kadijah e Sveva.
Discesa al capolinea: nessuna fantasia di strade alternative. 
Sveva aveva sperato fino all’ultimo che quel volo cominciasse, invano.
Kadijah aveva cercato dentro di sé il coraggio di rinunciare al guadagno facile di quella sera, per raccontare a sé stessa la storia della buona notte, invano.
La porta di legno si aprì, cigolando come se avesse le ossa rotte, spalancandosi in un moto improvviso privo di grazia. Laggiù l’aria era ancora più stagnante.
Il mare quieto sembrava covare qualche malanno.
Le due donne si scambiarono uno sguardo, dalle parti opposte del tram, arricciando il naso: c’era puzza di alghe marce.

Kadijah affrettò il passo; prima di ricevere lo squillo doveva darsi una sistemata, passare la crema sul viso e domare i ricci nell’acconciatura che piaceva al suo amante. 
Sveva tuffò il capo dentro alla borsa alla ricerca delle chiavi di casa, quelle che non trovava mai come fosse un messaggio inascoltato. Camminava a testa bassa, con le vene che pulsavano nelle tempie e una nausea sempre più forte.
Camminava, mettendo insieme a fatica i passi, su tacchi troppo alti per la sua stanchezza.
Fu questione di un istante.
Il tram riprese la sua salita faticosa in collina e lei, uscita dalla sua scia, inciampò sulle rotaie.
Poi furono due coincidenze uguali e contrarie: il tacco incastrato e la fretta di una consegna.
Il rider distratto dalla musica e intento a bruciare le tappe nella sua mappa mentale delle consegne, prese velocità appena prima del rosso. Guardava oltre, guardava lontano così che il tempo di reazione si annullò nello scontro.  
Le grida di Sveva frantumarono l’immobilità della sera torbida e malata.
Kadijah, non ancora lontana, si girò e vedendo quel fagotto incastrato sotto alla bici, riconobbe la donna del tram e corse indietro per aiutarla.

Non tutti gli appuntamenti sono destinati ad un incontro“, pensò. 

Sveva urlava di dolore ma non il dolore.
Temeva che Cosimo avrebbe scoperto il suo segreto.
Il rider alzatosi senza grandi fatiche chiamò subito, in un italiano stentato, un’ambulanza.
Sveva invece continuava a stringersi il ventre.
Cercava di sentire i suoi due cuori, li cercava con le mani, tentando di proteggere quella vita che poco prima, sulla poltrona dello psicologo, si sforzava di accettare.
Malediceva Cosimo e sé stessa e mentre malediceva aumentavano le pulsazioni ovunque, come se da un momento all’altro potesse esplodere in infiniti brandelli di infelicità. 

«Il bambino, il mio bambino» sussurrò all’orecchio di Kadijah, accolta dai suoi seni morbidi, mentre tra le gambe avvertiva un liquido caldo.
«Non andartene».
Quando arrivò l’ambulanza i lampioni della città finalmente si accesero e dal mare cominciò ad alzarsi il vento.
Kadijah rifiutò la chiamata in arrivo, poi compose il numero di Serena:
«Non so se rientro per tempo. Per favore, pensa tu a Zohra»

***

Nei mesi seguenti, e quelli dopo ancora non ci furono chiamate di amanti pieni di pretese o occhi immaginari dai quali trovare rifugio.
Non tutti gli incontri sono frutto di un appuntamento e alcuni, inattesi e improvvisi, hanno la forza del vento che porta nuovi semi e nuove consapevolezze.

Kadijah e Sveva non si incontrarono più anche se alle volte a tutte e due scappava un sorriso pensando alla forza di quell’ingranaggio rotto che quel giorno aveva cambiato le loro vite. 

Il tram continua ad inerpicarsi dal mare all’aspra collina che lo domina.
Prima o poi prenderà il volo sopra il mare.  

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di Giulio Iovine

Illustrazione di P.Black

Si conobbero sulla Stellidaura, la linea della metropolitana che va da un capo all’altro dell’Universo.
Si partiva da Livonia, un pianeta colonizzato di fresco nella galassia MACS0647-JD, e si percorreva l’asse maggiore della grande ellisse fino alla stazione di ricerca Panuozzo sul pianeta Torre Annunziata nella galassia GN-z11, per un totale di una settantina di miliardi di anni luce.
Siccome era un diretto faceva solo quattro fermate (Amphiparnaso, Y, Wren e Curculione), grosso modo in un’ora di tempo, il che era perfetto per Irma, che abitava nell’unica città di Livonia (gli appartamenti in periferia costano meno) ma lavorava da qualche mese come amministrativa nell’ufficio centrale della stazione Panuozzo.

Irma fu teletrasportata a bordo della metro ancora imbacuccata nel suo cappotto con sciarpa a quadretti e guanti, perché in quell’emisfero di Livonia era inverno; era sola.
Si sedette, la testa appoggiata al cuscino del sedile, cercando di sdormicchiare per almeno una mezz’oretta.
Fece appena in tempo, prima di chiudere gli occhi, a vedere dal finestrino le stelle che si allungavano e si fondevano mentre il treno entrava in curvatura, e la sua galassia che rimpiccioliva rapidamente alle loro spalle.

Fu svegliata ad Amphiparnaso dal rumore del teletrasporto.
Altri dieci o quindici passeggeri.
Uno, un ragazzo più o meno della sua età, si sedette davanti a lei e senza volerlo si scambiarono uno sguardo.

Prossima fermata: Y.

Irma provò a leggere sul suo tablet.
Anche il ragazzo sconosciuto provò a fissare le stelle fuori dal finestrino che, ipnotiche, tornavano ad allungarsi.
Ma bastarono pochi minuti per tornare a guardarsi avidamente.
Volevano copulare.

Provarono a resistere cinque minuti.
Ma si sa che più l’umanità procede nei secoli, più si libera delle sue pastoie morali, e più è disinibita.
Scattarono in piedi, si avvinghiarono l’uno all’altra, si dissero i reciproci nomi (Irma, Clemente) e cominciarono a spogliarsi e strusciarsi.
Gli altri passeggeri, sospirando un po’ per invidia un po’ per tenerezza, si misero chi le cuffie e chi il visore per vedersi un telefilm; ci fu chi provò ad attaccare bottone per parlare dell’ultima crisi di governo.
L’argomento riuscì ad assorbire i partecipanti alla conversazione a tal punto da non sentire, ripartiti alla volta di Wren, le urla d’amore e i sospiri sudati di questi due.

La carrozza cominciò leggermente a oscillare, poi a sbandare proprio.
Gli abiti di Irma e Clemente, buttati in giro per il pavimento, scivolarono da un capo all’altro.
Si sentì la voce del conducente all’altoparlante:

Attenzione. Il motore a curvatura in servizio su questo treno è parzialmente empatico.
I passeggeri Irma Michelini e Clemente Ricci sono pregati di interrompere o moderare l’attività sessuale in corso, in modo da non causare disagio ai meccanismi di propulsione.

(Per raggiungere velocità come quelle che ti servono per andare da un capo all’altro dell’Universo in tempo utile, devi fare certi pasticci con lo spazio-tempo. Nulla di pericoloso, ma c’è il problema che il motore sente il livello di ormoni nei paraggi, dopamina ossitocina endorfine eccetera, quello che altri scrittori hanno chiamato l’orgone, quando scopiamo tutti all’ammucchiata e per un secondo ci scordiamo dell’assenza di significato del Tutto.
Se lo fai in una carrozza di pochi metri quadrati questo può incidere sulla tenuta di strada.)

A Wren alcuni scesero, altri salirono.
Clemente cambiò posizione, montando da dietro Irma, la quale si teneva ad uno dei piloni di sicurezza mordendosi l’avambraccio per non gridare “chiamami puttana”. Lui, non cogliendo, badava a dire – con mozziconi di frasi – che era tanto che non praticava e che lei era fantastica eccetera.
La carrozza ripartì da Wren, le stelle si allungarono nuovamente, e il livello di ormoni cominciò a fare cose con la realtà.
Quando si fermarono a Curculione, Clemente si ritrovava un membro di un metro, percorso da nervi e canali; Irma una vagina larga come la bocca di una megattera, e due seni e due chiappe gonfi di amore come due melograni immersi nell’olio. Liquori e sudori schizzavano un po’ ovunque sul pavimento. I due corpi cominciarono a diventare incandescenti e a fondere il metallo intorno, sparando scariche elettriche a caso nel vagone.
Arrivarono a Torre Annunziata che la carrozza non rispondeva più ai comandi.
Dalla stazione teletrasportarono via tutti i viaggiatori e il conducente, ma non Clemente e Irma, parzialmente fusi con la struttura atomica della carrozza che schizzò in avanti, si incendiò, penetrò nei cieli di Torre Annunziata.

Era estate in quell’emisfero, una mattinata fresca.
Clemente stava per concludere, ma siccome Irma ancora no, si trattenne.
Il treno senza guida, i suoi atomi percorsi dal fremito di quell’amore in corso, sbandò, puntò dritto su un’isola verde in mezzo ad un mare azzurro chiaro, sorvolò la sua foresta.
Irma ordinò a Clemente di venire anche lui (“ORA, TE LO ORDINO” “SIIII”).
La carrozza andò a sbattere contro una montagna, e se Dio vuole i due vennero.

Il treno si aprì in due.
Tutt’intorno al luogo dell’impatto la materia coagulò, si fece energia e tornò materia;
fu il terremoto, il maremoto, la luce accecante, e dalla cima della montagna si aprì un buco e ne uscirono mischiati come un fiotto di acque vulcaniche metallo, carne, capelli, sperma e sangue.

Poco dopo si ritrovarono tra i rottami del treno, nudi e illesi sul fianco della montagna, mano nella mano, rincoglioniti dalla sazietà. La foresta intorno a loro fioriva.
Nascevano foglie sui tronchi, gli alberi morti tornavano in vita, gli animali ringiovanivano, le piume e il pelo ricrescevano, le acque stagnanti si agitavano e tornavano a scorrere.
Sui loro corpi traslucidi e trasparenti correva un reticolo di arterie, vene e nervi – si vedeva ogni globulo, ogni enzima, ogni ovulo, ogni spermatozoo.

«Buon controllo dei tempi», mormorò lei.
«Mi ha insegnato la mia prima ragazza», rispose lui: «Ha insistito molto».
«Ha fatto bene», approvò lei.

Fiammeggiava sul mare sotto di loro e su tutto il bosco intorno un sole generoso.
Si addormentarono abbracciati.

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di Heiko H. Caimi

Illustrazione di Anastasia Coppola

Berlino.
Postdamerstrasse.
Fermata dell’autobus.

Persone salgono, persone scendono.
L’autista, impaziente, le fissa attraverso lo schermo. Le telecamere gli rimandano immagini dall’alto di gente comune che si affretta a salire.
Teste calve, teste appena uscite dal parrucchiere, teste unte, teste tonde, teste quadre.
Le detesta, le detesta tutte.

Attende con impazienza che una vecchietta riesca a fare l’ultimo passo per entrare. Con il desiderio di partire sgommando e di farla cadere.
Improvviso gli ritorna in mente il sogno dell’altra notte: lui alla guida dell’autobus che corre su una strada di campagna a tutto gas, al massimo della velocità consentita dal mezzo. E poi inchioda, all’improvviso. Tutti morti.
Quanti? Quaranta, cinquanta.
Cinquanta teste, cinquanta anonime mediocrità che sono salite sul suo autobus.
Gli piacerebbe, eccome se gli piacerebbe!
Gli piacerebbe che non fosse solo un sogno.

Riesce finalmente a richiudere le porte.
Parte piano, mentre la vecchietta si siede. Quella si lamenta che lui non abbia aspettato: «Così poteva anche farmi cadere!».
Vorrebbe inchiodare, uscire dal posto di guida, prendere la vecchia per le spalle e scaraventarla giù dal finestrino.
Ma non può, deve guidare.
Anche lentamente, perché il traffico procede a passo d’uomo.

Guarda nello specchietto retrovisore.
Cinquanta teste, sedute o in piedi, proprio come nel sogno.
Cinquanta teste in attesa che lui arrivi a destinazione.
No, non gliela darà questa soddisfazione.

Ferma di colpo e tra qualche scossone, tante urla e qualche urto ben assestato, il bus fa fischiare le gomme sull’asfalto per poi bloccarsi, di traverso, in mezzo alle corsie grigie ora strisciate di nero.
Quindi, schiaccia il pulsante che fa aprire le porte anteriori e, quasi fischiettando, esce e scende.
Si incammina in mezzo alla strada immaginando le facce dei passeggeri: il loro smarrimento, la loro paura di non arrivare in tempo, il disorientamento e l’odio.

Poi ci pensa su un attimo.
Torna indietro, quasi con l’aria di chi ha capito l’errore commesso: ma è in errore chi pensa questo.
Infatti, sempre con fare normale, ignorando le espressioni interdette dei passeggeri e le loro iniziali, timide richieste di spiegazioni, aziona dall’esterno i comandi manuali. Le due porte si chiudono contemporaneamente in un sonoro sbuffo d’aria, e le blocca da fuori con il chiavistello che, per sicurezza, porta sempre in tasca, creando una sorta di acquario, mobile ma immobile, fermo di traverso in mezzo al grande viale.
Sorride mentre attraversa la strada col rosso e senza voltare le spalle, senza ascoltare neanche i clacson delle automobili costrette a fermarsi per non prenderlo in pieno.

Di fronte alla fiancata del mezzo, si siede al tavolino di un bar che ha il vantaggio di avere una vista spettacolare: le vetrate del bus.
Popolato adesso da cinquanta teste e cinquanta mezzibusti che si agitano sbattendo i pugni contro gli spessi vetri di quell’acquario fatto d’aria.

«Un caffè americano macchiato, grazie e sì…anche uno di quei croissant al miele: adoro il contrasto del miele con il sapore burroso dell’impasto, sa?», ordina al cameriere che, fermo accanto a lui, non lo ascolta ma, inebetito, guarda impalato verso quel mondo sottovuoto che una volta era un autobus.

Continuando a sorridere, l’autista – ex autista in realtà, ora solamente spettatore interessato, se non artista di un quadro di esistenze sofferenti e iraconde – si gode lo spettacolo: il suo sogno che, bene o male, prende vita.
Beh sì sa, la realtà è sempre diversa da quello che uno immagina, ma anche così questa giornata ha assunto tutto un altro senso.

Sì, questa è proprio la più bella giornata della sua vita.

La vita degli altri View More

di Siliva Penso

Illustrazione di Liliana Brucato

Dal posto in cui mi siedo posso vedere le persone in faccia.
Di solito è per terra, con le gambe lunghe dritte, la schiena contro la porta automatica che resta chiusa.
È il modo migliore per osservare la gente che sfila entrando: triste, arrabbiata, agghindata, che non ha tempo, che perde tempo, che non si rassegna al passare del tempo.

A volte mi metto sulla poltroncina di plastica arancione, lì mi godo meglio il dondolio del vagone e sonnecchio.
Lo faccio quando ce l’ho col mondo, o dopo che qualcuno mi ha trattato male.
Così mi diverto a scrutare le espressioni schifate degli altri, gli sguardi imbarazzati che si incrociano tra loro, trovando, risarciti, approvazione quando di solito le identità di ognuno sono chiuse, sigillate, proiettate verso il proprio telefonino. C’è una certa soddisfazione beffarda a vedere il tramestio dei pensieri preoccupati dietro le fronti, che macinano idee e si impongono di non sedersi più sui sedili se ci si mette la gente come me.
Già, ma com’è la gente come me?

Umana direi.
Ma anche senza tetto, senza casa, barbone, clochard, barbaro, sporco, puzzolente.
Come volete voi: io sono tutte queste cose.

Certo, sono anche altro.
Ma è nascosto bene sotto la sporcizia, il disagio, gli occhi cerchiati di borse nere.
Perciò nessuno lo vede.
Invece, da quando io sono questo qua, a loro li guardo sempre, prima no.
Prima era tutto un vortice di impegni e sacrifici e cose da fare.
Ma c’erano anche i momenti belli, mi pare.
Ora il tempo è una linea piatta ininterrotta e va per conto suo.
Io lo srotolo osservando il viavai dei corpi che si spostano, oscillano, perdono l’equilibrio, appisolano il mento sul palmo della mano, raccontano urlando al telefono delle coliche del marito, sbraitano contro le ingiustizie ricevute al lavoro, dai fidanzati, dalla compagnia telefonica.

L’altra notte c’era una coppia che si baciava sui sedili.
Tanto erano presi che la metro era diventata la loro stanza.
«Sono giovani», ha detto una signora all’amica, come per scusarli. Loro erano vestite tutte eleganti, chissà qual era la meta. È bello fantasticare, immaginare dove potrebbero andare, chi incontreranno, amici, amanti? Cosa troveranno quando lasceranno il vagone, cosa li aspetta nella vita vera, fuori dal dondolio rumoroso delle gallerie?

Il sabato sera è il più bello, la metro è un pullulare di allegria e aspettative, è un’altra vita nella vita sotto la città, che viaggia veloce verso feste e incontri e teatri e cinema e luci nella notte che brillano sui marciapiedi. Gli amici, in circolo intorno al palo centrale dello scomparto, si battono pacche sulle spalle dei giacchetti jeans, hanno gli occhi lucidi di riso, sono innamorati del mondo e nei gruppetti c’è sempre un ragazzetto che si accosta a una ragazzetta e fa il simpatico, lei a volte ricambia la simpatia, a volte no, è scorbutica sapendolo, lo fa apposta, il ragazzetto talvolta si scoraggia torna al sicuro nel branco dei maschi, altre volte dribbla, la prende alla larga, cerca prima di far colpo sulle amiche.

Il lunedì mattina nell’aria c’è una tristezza lugubre, l’aspettativa lascia il posto alla rassegnazione, alla rabbia di alcuni che vogliono litigare per forza, a quelli che entrano come furie travolgendo tutti, che rubano il posto a sedere con scatti ferini e occhi da predatori. C’è anche la categoria con l’ansia, tipi che si mettono davanti alle porte molte fermate prima della loro e chiedono a tutti «Che scende alla prossima?».

Il venerdì pomeriggio si sentono più sospiri che parole, c’è uno strano mesto silenzio, le persone sono stanche, i libri rimangono aperti e gli occhi persi in chissà quali orizzonti ciechi, le dita scorrono sugli schermi senza vedere niente.

Ogni giorno in certe ore stabilite, che chiamano di punta, la metro diventa un container e dentro ognuno stipa il proprio corpo come può, come una merce ci si addossa gli uni agli altri. Io sto tranquillo, intorno a me c’è sempre spazio. A volte quelli più vicino parlano di me, sono le solite frasi con le stesse intonazioni, una sinfonia metallica e monotona sulla quale si può quasi tenere il tempo, come se fosse una logora canzone trita e ritrita che, con versi stonati e gracchianti, rimbomba dai vecchi altoparlanti della stazione: «Che vergogna», «Ci vorrebbe più controllo…», «Basta con questo degrado, non si può più neanche prendere una metro!», «Andrebbero arrestati questi qui e buttata la chiave! », «Insopportabile questa puzza, già ci tocca andare a lavorare…».
Lavorare.

Anche io lavoravo, o almeno così ricordo, come fosse un sogno ormai. Sembrano mille invece era solo un anno fa.
Avevo un lavoro, sì, ora ho solo uno scatolone e sono un niente perché niente possiedo: così, almeno, impone questa società, questa esistenza attuale. L’esistenza è fluida, non c’è, scivola via.
Vivo di elemosina.
Elemosino spiccioli e sguardi…e guardo.

Guardo la vita che non ho: la vita degli altri.

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di Jolanda

Illustrazione di Anastasia Coppola

«E sbrigate! Alle sei dobbiamo cerca’ de sta lì dai!»
«Ma perché il concerto inizia alle sei? Ma poi, sono le quattro! Boh, io non ti capisco».
«Non è che inizia, però, metti mezz’ora per arrivare con la macchina ad Anagnina, piglia la metro, cambia, poi arriva a Pietralata, fatti il pezzo a piedi fino all’Arci, metti pure che sbajo col navigatore, se so fatte le sette e mezza e lo vediamo col binocolo, anzi, col cazzo lo vediamo Giancane».
«Eeeh ma che te vuoi fa sudà addosso da Giancane?».
«SI, STAVOLTA DEVO STA’ SOTTO AL PALCO, ME DEVONO ARRIVA’ LE GOCCE SUE. SBRIGATE, Costà!».

Da quell’ultimo sincero, sentito, imperiosissimo “sbrigate” ci avevo ricavato solamente una mezz’ora di ritardo.
Ero soddisfatta.
Alle 16.30 eravamo in macchina, pronte, ed io ero già lì ad immaginarmi in prima fila – no, dai, seconda – a fare una delle più belle sudate da concerto mai viste prima.
Mentre pogavamo dovevamo scivolare l’uno sull’altro.

Macchina parcheggiata, metro presa, cambio a Termini, metro B direzione Pietralata – quasi vuota – e…
«Ah, aspetta!»
«Eh vabbè Costà so’ trent’anni che te conosco, fammela na volta sta sorpresa de arriva’ in orario da qualche parte prima de ave’ circumnavigato Roma. Che è successo, che te sei dimenticata?»
«Parti col pregiudizio: perché devo essermi dimenticata qualcosa?».
Respiro profondamente per evitare scenate e con un tono di voce estremamente calmo, rispondo: «E allora cosa?»
«No niente, c’hai ragione, mi sono dimenticata la bandana gialla. Dobbiamo andarla a prendere».

Costanza ed io siamo amiche, a conti fatti, da circa trent’anni ed un suo tremendo difetto è l’ingenuità con cui fa qualsiasi cosa, qualsiasi azione. Per lei è tutto reversibile, nulla con delle conseguenze, nulla a cui non si possa rimediare.
Costanza è perfettamente l’opposto del mio cinismo, che poi “cinismo” è il nome che la gente dà al realismo quando non è capace di sopportare la realtà per quella che è.
Tralascio tutto il calendario che avrei voluto urlarle e rimango in silenzio.
Mi limito a rovistare impazientemente nella sacca che porto a spalla io, prendo i biglietti della metro e gliene porgo uno.
Alla fine del concerto – dopo almeno tre birre a testa ed un tamburo martellante nelle orecchie – Costanza mi avrebbe detto ridendo: «C’avevi na faccia prima, stavi incazzata nera, ma facevi ride».
Facevo “ride”.
Mi stava partendo l’embolo, ma facevo “ride”.
Non batto ciglio perché so che di questa bandana giallo limone non se ne può proprio fare a meno.

Avevamo quindici anni quando, in una giornata estiva, mentre mangiavamo un gelato, immerse nella nostra spensierata noia del momento, Costanza mi raccontò un episodio accadutole quando era molto piccola, non specificandomi età o altro.
Il padre era un interprete italiano, laureato in lingue orientali, molto richiesto dalle più grandi aziende petrolifere italiane e questo lo portava a viaggiare moltissimo, soprattutto in Libia ed in Marocco. In uno dei suoi viaggi portò Costanza con sé e, mentre camminavano l’uno accanto all’altra in uno dei grandi ed affollati mercati, Costanza sparì.
Il suo racconto non aveva particolari dettagli, se non il fatto che il padre, prima di uscire, le avesse fatto indossare una bandana gialla.
Fu proprio quella che premise al padre di ritrovare Costanza in una bancarella di spezie, accanto alla curcuma.
Costanza diceva di non avere paura della folla, quanto, piuttosto, di aver paura di  perdersi in posti affollati e quella dannatissima bandana giallo limone era il lasciapassare per addentrarsi nella fiumana; la mia unica, sola, gialla ed imperdibile possibilità di andare a vedere sto cazzo di Giancane.

Da due settimane ripenso continuamente a quel concerto: il meno sudato e con la peggiore visuale di sempre – ultima fila, facevamo praticamente servizio d’ordine – ma il più bello ed il più spensierato, prima che tutto finisse, prima di non poterti più dire «ci vediamo domani».

Adesso non so dove sei e non so dove cercarti, quindi ho messo io la tua bandana giallo limone così magari riuscirai a trovarmi tu.

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di Leonardo Vigoni

Illustrazione di Simona Settembre

Piede sull’acceleratore.
La lancetta segna 90km/h fissi ormai.
Il buio della notte ti permette di vedere fino a dove arrivano i fari.

La strada è tortuosa e stretta, riesci a sterzare senza prendere il guardrail per un soffio. Conosci bene la strada.
Corri più veloce che puoi, ora è a 110km/h.
L’abitacolo è diventato un inferno: l’aria condizionata a palla per spannare il parabrezza soffia da fin troppo tempo.

Doppia curva stretta.
Perdi aderenza e l’auto scoda un po’.
Mani salde sul volante, riesci a tenere la traiettoria meglio che puoi.
Ora solo rettilineo ricordi, tiri un sospiro di sollievo con l’idea di accelerare ancora per fuggire più veloce.

Curva a gomito.
Il rettilineo era più avanti.
Non puoi evitare l’impatto con la lamiera bordo strada.
Viene divelta insieme a metà della parte anteriore della tua auto, un frammento sfonda il parabrezza.
Un salto di una ventina di metri, il silenzio infrange il frastuono dell’impatto. I fanali illuminano intermittenti il suolo che si avvicina istante dopo istante.


Un tonfo assordante segna la fine della caduta, il muso dell’auto si accartoccia a contatto con il suolo.
Un secondo tonfo, più morbido, l’auto è ora ribaltata.
Nella tua testa risuona l’intera orchestra angelica con le sue trombe.
Il suono è troppo forte, vorresti quasi colpire più forte che puoi la testa contro un muro, pur di fermare tutto questo.
Se solo non fosse, appunto, dovuto all’impatto con il volante quando hai sfondato il guardrail. Gli airbag e la cintura di sicurezza ti hanno salvato dalla caduta.
Senti le ossa del tuo corpo come se si fossero rotte tutte insieme in un istante.
Riesci a stento ad alzare il capo dal cuscino bianco in cui è avvolto.

Il sangue offusca parte della tua vista, da un occhio non vedi proprio.
La lamiera nel parabrezza si è conficcata tra la tua spalla destra e il collo, ma non in profondità. Nonostante il dolore infernale che senti muovendo il braccio, riesci a slacciare la cintura di sicurezza, con l’altra apri la portiera.
Rovini a terra su un fianco, per poco non svieni.

Riesci a vedere la strada illuminata dalla Luna, affacciata timidamente da dietro una nuvola come se avesse paura di vedere in che condizioni tu sia.
Lo vedi, lì, eretto proprio dove l’auto ha sfondato le barriere.
Ti sta fissando, lo sai. Lo senti.
Fai appello a tutte le tue forze, le ossa scricchiolano mentre tenti di alzarti, i muscoli gridano come anime dannate in pena, il sangue nelle tue orecchie tuona come tamburi da guerra. Un piede, poi un altro.
Ti aiuti con quel che resta della tua auto, sei finalmente in piedi.

Il solo pensiero di fare un passo in avanti è inconcepibile.
Guardi di nuovo su, non c’è più.
Il cuore salta un battito, sai che non puoi restare lì.
Le gambe si muovono da sole, ogni volta che poggi il piede a terra è una pugnalata al petto.
Zoppichi tra gli alberi, la fronte e la spalla perdono sangue gocciolando una scia scura dietro di te. Vaghi con i suoi fruscii attorno a te, senti i rami spezzarsi al suo passaggio e il tonfo dei suoi passi sempre più vicini.

Luce.
Un lampione stradale illumina un incrocio non troppo distante da te.
Vedi un auto ferma a rispettare lo stop.
Non importa il dolore, devi raggiungerla.
Si sta avvicinando sempre più.

Cadi a terra dopo aver scavalcato il guardrail, ti trascini fino all’auto, in moto ma ancora ferma. Ti tiri su in ginocchio, apri la portiera.
Non c’è nessuno dentro. Non importa.

Riesci ad issarti su con le ultime energie e sbatti violentemente lo sportello. È oltre la strada, in penombra, fuori dal cono di luce del lampione.
Il suo sguardo ti trafigge fino alle viscere.
Il silenzio tra voi due con in sottofondo il motore dell’auto in funzione sembra fermare il tempo. Qualche secondo, un paio di minuti, ore.
Non sai quanto tempo siate rimasti a fissarvi.
Muove un passo, ora è sul limitare della strada.
Tiri giù il freno a mano e parti.

Piede sull’acceleratore.
La lancetta segna 90km/h fissi. Conosci la strada.
L’abitacolo è caldo come l’inferno.
Una lacrima scende sul tuo viso.
Il volto di tuo figlio sul sedile di fianco a te, senza cintura e tra le braccia di Morfeo.
Impatti contro il guardrail alla curva a gomito.
Così come hai fatto,
così in eterno.

Liliana Brucato - Ombretta View More

di Eleonora Santamaria

Illustrazione di Liliana Brucato


Trentotto minuti ogni giorno da Anagnina a Battistini in metro A, nelle ore di punta, quando non si distinguono i propri piedi da quelli degli altri.

Ombretta vedeva dietro di sé una massa indistinta di cappotti, giornali e cellulari, un organismo pluricellulare che si spostava con diecimila scarpe, tutte in ritardo.
Fino a qualche anno fa, anche lei era costretta a stare al centro della folla; cartella di cuoio e occhi verdi, invisibile.

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura?
Per Ombretta, in metro, significava sapere cosa la folla avrebbe mangiato a pranzo, nelle loro valigette che fingevano di contenere documenti, invece trasportavano cotolette e insalate di riso.
Nei trentotto minuti Anagnina-Battistini, Ombretta diventava, nel migliore dei casi, un sostegno per i gomiti di chi non aveva fatto in tempo a lavarsi le ascelle; nel peggiore, non aveva scelta su dove andare, trota in un mare di pesce spada, si ritrovava sulla banchina sbagliata, scendeva dalla metro, agganciata a qualche ombrello, a qualche zainetto, a qualcuno con più odio in corpo del normale.
Ogni volta, lei si scrollava di dosso l’umiliazione e ripartiva verso il call center dove avrebbe dovuto cominciare il turno.

La sua voce non era bassa;
quando la ringraziavano a telefono senza dirle “adorabile”, “piccola” o “chicca”, sentiva in gola il sapore dell’emancipazione.
In trent’anni le avevano cucito addosso tutti i nomi più piccini, infiocchettati e offensivi che si potessero concepire.
Al liceo era “la tipa alta un metro e una ciabatta”;
all’università, con gli omini con cui usciva “non era un problema che fosse così bassa”, eppure lei non aveva mai detto loro che non fosse un problema che fossero così stupidi.
Al lavoro, per la nuova policy politicamente corretta dei call center, era quella dai pizzicotti sulle guance, la mascotte, il jolly, mai una carta vera, mai la regina di cuori.

Quella mattina in metro, poté concedersi il lusso di occupare lo spazio vitale che il suo metro e mezzo richiedeva; aveva il turno dalle sei a mezzogiorno, certo, si sarebbe presa le maledizioni delle persone svegliate dalle telefonate alle sei, ma in metro poteva prendersi la sua vendetta.
Era il conte di Montecristo sui binari.
Seduta con le gambe e le braccia a stella, allungava schiena e collo per i centimetri che meritava. A Re di Roma, una signora si era seduta accanto a lei, una sfida, forse; le occhiaie di chi stava tornando e non andando da qualche parte e la ricrescita grigia, le sorrise; Ombretta la perdonò.
La donna delle occhiaie abbassò lo sguardo sui piedi penzoloni di Ombretta, poi cercò i suoi occhi.
Sentiva chi era, l’aveva riconosciuta come essere umano, al di là della bassezza, al di là di tutto, forse.
“Certo che sei coraggiosa a uscire… così”

La compassione.
Ecco cos’era quello sguardo.
Ombretta aveva il cuore gelato.
Decise che basta così, non le bastava prendersi le rivincite graziose mentre nessuno guardava, all’alba, a stella.
Lei non era coraggiosa a uscire di casa; anzi, aveva deciso di punire il disagio e la compassione degli abitanti della metro che la incrociavano.
Li avrebbe sottoposti tutti i giorni alla sua presenza bassa, magari avrebbero ragionato su come si sentivano, su come la trattavano.
Dopo un po’ di tempo, si sarebbero vergognati del loro disagio, della pietà, dei pizzicotti sulla guancia, delle ascelle altezza fronte, non più della mia fronte altezza ascelle.
La madre l’aveva sempre chiamata “topina”, lei avrebbe combattuto nel sottosuolo: sarebbe diventata autista di metro.

Superò le perplessità dei parenti, il primo, il secondo, il terzo colloquio ed ecco il suo primo giorno di lavoro: metro A direzione Anagnina.
«Sarà ‘nturno difficile, subbito dopo la quarantena» le avevano detto, ma le sembrarono parole in replica.
Si posizionò al suo posto di guida, solo una vetrata grigiastra la separava dalla folla, Ombretta in vetrina.
Dopo le prime due fermate, il primo vagone aveva iniziato a sussurrare della fatina che guidava;
il secondo di Campanellino al comando;
il terzo di un pasticcino autista.
Tutti gli altri vagoni si spostarono dietro alla vetrata per assaggiare con gli occhi la delizia della bassa.

Ombretta neanche si accorse della gente, l’una sull’altra, con il naso attaccato allo sporco del vetro.
«Aò, è la prima cosa carina dopo tutto sto periodo de merda! Io me la pijo» si sentì a Termini e la folla spalancò la porta che la divideva da Ombretta.

La presero sotto le braccia e se la passarono tra loro, lanciandola da una testa all’altra del primo vagone.
Ombretta si agitò, protestò ma la sua voce aizzava la folla.
Uno di loro, dopo aver rubato la scarpa dell’autista, ne sentì il profumo e nella frenesia esclamò: «Me la magnerei».
La gente smise di passarsi Ombretta ed emise un unico enorme sospiro d’amore, tutte le pupille si riversarono sull’autista, affamate di gioie, di chicche, di fatine e pasticcini.
Ombretta si sentì gazzella nella savana, urlò e li maledisse tutti: sarebbero morti a breve, li avrebbe uccisi tutti.
La metro A direzione Anangnina, ormai senza autista, si schiantò a San Giovanni; non sappiamo se la folla riuscì, prima di morire, a mangiare Ombretta.

Anastasia Coppola - Consegne View More

di Stefano Tarquini

Illustrazione di Anastasia Coppola

Mi sono svegliato presto e ho visto l’alba davanti la pescheria Jolly.  
La luce fredda colorare i quattro scalini che la signora Marisa spazza tutte le mattine, riempiendo d’acqua di mare il marciapiede di fronte.
Una volta aveva preso pure una denuncia perché un signore anziano c’era scivolato, mandando all’aria il femore e al creatore…varie ed eventuali.
La cosa poi era finita lì, ma più che a tarallucci e vino, con una bella fornitura di orate, spigole e gamberi reali. Tutti felici.

Mi passo una mano tra i capelli lasciando cadere i sogni ed i segni della notte passata, non ho di certo un buon odore, nè tutta sta voglia di affrontare la giornata.
Coccia sale in macchina senza salutare, col volume altissimo delle cuffiette che però non mi infastidisce. Si limita a fare un cenno con le labbra, le socchiude un attimo in un strettissimo ciao.
Lo vado a prendere tutte le mattine perché l’ex moglie gli ha levato macchina e mutande. Sono di strada e mi fa compagnia. Ci fermiamo al bar per colazione e gratta e vinci. Pago sempre io e non vinco mai.

Entro, timbro, leggo in bacheca il numero delle consegne: «Non c’è nessuno di famoso oggi?»

Leggo alla svelta i cognomi: «Rossi, Campoli, Marini, Guglielmo, Ciacci, Marini,ma chi Valeria?». Bestemmio senza farci caso.
«Sse, dai non scherzare!» dice.
«Leggi tu stesso!».
Ma dai, sarà un’omonimia, penso.
Anche perché in vent’anni di consegne mi era capitato solo Pippo Franco. Ma in quel periodo ogni giorno si veniva a sapere di qualcuno che aveva beccato l’indirizzo di qualche vip.
Pratesi sapeva dove abitava la De Filippi.
Santini, l’avvocato Taormina.
Vergari, Bruno Vespa…«a me belle fregne mai è!» Autoironia.

Coccia prende la consegna stropicciandosi gli occhi: «Non ci posso credere, Valeria Marini…».

Fare il corriere a Roma.
Una enorme rottura di coglioni che girano sempre almeno come gira su se stesso il Grande Raccordo. In qualsiasi direzione, a qualsiasi ora, una processione lenta e costante che trasforma il giorno in notte, le uscite in finte vie di fuga, il sangue un turista che non fa fotografie.

«Chissà come sarà Valeria Marini dal vivo?» dice il Coccia «t’è mai capitato qualcuno famoso?».
«No» rispondo.
«Ah si una volta ho consegnato un pacco ad una pornostar, aspetta come si chiamava? Ah si, tua madre!».
E scoppia a ridere mollandomi un bel diretto spalla destra.

Siamo amici da quando eravamo veramente piccoli.
Mai scuole insieme ma stessa via, stessa vita e stessa capoccia.
Tempo fa si presentò con una foto della prima comunione.
Damerini dai capelli arruffati e papillon.

Una volta avevamo anche provato a mettere su un gruppo musicale.
Lui cantava, io alla chitarra elettrica. Avevamo pure sistemato la cantina di mio padre, raccolto innumerevoli cartoni delle uova per tappezzare le pareti ma non facevamo altro che rimediare cazziatoni da tutto il palazzo e allora lasciammo stare.

Intanto arriviamo sotto casa di Valeria…
«Andiamo insieme?»…
«e si eh!».
Di solito io guido e aspetto sotto. Lui scende, fa la consegna, fa firmare la bolla e via.
Si attacca al citofono. «Prego salite pure io sono la – cazzo – cameriera di Valeria». Sbruffona.
Una ragazza splendida, di un est indefinito, alta, occhi chiari da ipnosi.

«Ma Valeria Valeria?» le faccio.
«In che senso?» risponde.
«Lasci perde mi scusi, ecco il pacco, una firma qui!».
«Deve pesare molto se lo portate in due» fa lei ironica.
«Ehm si, in effetti pesa molto…no, non è vero è solo che volevamo vedere se c’era la signora».

Il ghiaccio orami è frantumato.
«Sa, ma una foto insieme alla signora secondo lei si potrebbe fare? Giusto per far rosicare un po’ i nostri colleghi».
Ma a lei della cosa non gliene frega niente. Comincia a prenderci in giro. «Sapete fare anche altre cose in due oltre a sollevare questo enorme pacco pesantissimo?» Risate.

Ma dove vuole arrivare? Penso.
Cioè non ci sta provando con noi? Mi chiedo.
Sto sicuramente capendo male.
E invece no stavo capendo benissimo.

«Accomodatevi, vi faccio il caffè!»
«No signora non possiamo, andiamo di fretta, non si preoccupi»
«Insisto!» e sparisce dietro una parete piena di foto di vip, targhe, uno specchio immenso che arriva fino al pavimento.

Coccia gironzola per la stanza, io mi lancio sul divano che quasi mi inghiotte.
Chiudo appena gli occhi lasciando il cervello leggero sulla schienale, fino a farlo quasi cadere all’indietro, per poi riaprirli all’altezza della porta da dove quella era sparita.

Ricompare al contrario.
A testa in giù. Si ferma un attimo per farsi vedere.
Attira l’attenzione con un colpo di tosse.  
Allora rialzo la testa, mi volto con tutto il corpo spalmato sul divano e la guardo.
E’ completamente nuda.
Gelo totale.
Silenzio.
Non c’ha fatto di certo il caffè. Vertigine.
Dio mio, dio mio questa è matta penso. Coccia se la guarda, poi guarda me. Non ci crede. Non ci credo.

«Comunque io sono Mika, piacere!». Mica cazzi, penso.
«Il piacere è solo nostro guardi».
In un minuto non avevamo più i pantaloni.
Mika quel giorno voleva fare sesso ed eravamo capitati noi.
Poteva andargli meglio tutto sommato, ma si accontentò.
Dopo che eravamo venuti tutti e tre ci raccontò della sua vita ma senza piangersi addosso. Viveva solo all’ombra di qualcuno altro.

Si stava facendo tardi e noi dovevamo assolutamente finire il giro. Mika ci lasciò il suo numero di cellulare, l’indirizzo lo sapevamo.
«Scrivetemi quando volete, sono sempre qui da sola, ah e grazie mi ci voleva proprio, mi avete rimessa al mondo!»
Noi a te? Tu a noi mi sa, pensai.

La lasciamo lì, coi suoi pensieri fatti cadere ad un ad uno mentre va a farsi la doccia in silenzio e filiamo via. Giù di corsa per il cortile del palazzo, tra le fontane e le siepi ben curate e i salici piangenti che fanno tanta ombra. Di quelli coi rami forti, dove puoi legare due corde ad un pezzo di tavola ed improvvisare un’altalena.
O semplicemente far sedere i bambini in cerchio per la merenda.

Ed eccola là proprio davanti a noi: una Valeria Marini in incognito, che scende goffamente da una BMW grigio metallizzata con autista, un cappotto da uomo lungo fino ai polpacci, ben nascosta dietro la montatura eccentrica dei suoi occhiali da sole, appare.

 «Buongiorno!».
E scompare velocemente nel portone del palazzo.

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di Fabrizio Sani

Illustrazione di Anita Zanetti

Tra Garbatella e Basilica San Paolo non si volta lo sguardo: si esce e si entra sempre a sinistra.

Le luci della metropolitana di Roma cambiano in base alla stagione.
I grugni della metropolitana anche, pur se in misura minore.
Le persone che fanno serpentine e il sapore amaro delle unghie sporche quando le mordicchi, non cambiano.

Remo non diventerà un sismologo, e probabilmente non lo ha mai voluto. Al capolinea passerà un’altra volta la tessera dei mezzi sopra il lettore per tornare indietro. La sua stazione è passata da tre fermate: ha deciso di percorrere l’intera tratta, vedere tutta la gente che sale e scende, con un fasullo e immobile sorriso, rimastogli sospeso sulla faccia soltanto perché non saprebbe più nemmeno da che parte buttarsi.
Perfino quello che gli è sempre piaciuto fare, lo intristisce: guardare la gente e immaginarsi quale sarebbe il loro rapporto se si conoscessero, in che modo gli parlerebbero e se magari, per Capodanno, gli manderebbero o meno un messaggio di auguri e una foto dei fuochi.

Il suo amico è da poco partito per Berlino, «lì sì che si trova lavoro».
Fra otto mesi sua moglie partorirà un bambino, suo figlio, e lui non ha nessuno a cui raccontarlo.

A Roma l’inverno si mostra in ruggine, sui campi e le piante, sui tetti, sui binari e sui deboli esseri che su queste cose passeggiano.
In questa stagione, sapere da che parte guardare è faticoso come sapere dove posare le mani su una donna.
Remo le posa sul grembo della sua fidanzata e la convince a fare le valigie. Le giunge per chiedere un favore alla padrona di casa, senza sfiorarla.
Le accosta alle guance di sua mamma per salutarla.
Cambierà appartamento, condominio, quartiere e città.
Remo prenderà un aereo per Berlino.

In un bar pieno di beige, il suo amico indosserà un maglione bianco facendo sembrare tutto sporco.
Ordinando due birre in inglese, spiegherà a Remo che il tedesco non è semplice, sta imparando.
Che fare il magazziniere qui è comunque meglio che farlo in Italia, ma si aspetta certamente di trovare di meglio.
Racconterà orgoglioso quell’avventura con una signora di una certa età, «perché con il freddo, si è più focose. Qua le donne si guardano intorno alla ricerca di un partner, esattamente come gli uomini».
Li divertirà per molti minuti.
Remo parlerà al suo amico del figlio che sta arrivando, dirà «a Berlino sì che un bambino può crescere bene».

Remo penserà che il suo amico sia meno esuberante di prima, ma non lo sarà di meno.
Penserà che sia la sua voce ad essere un po’ arrochita, ma non sarà diversa.
Penserà che sia sicuramente qualcosa nel suo aspetto, nei suoi capelli o nel contorno dei suoi occhi, a ispiragli, per la prima volta da quando lo conosce, una qualcosa che non sa affatto definire ma sa di subalternità, eppure né nei capelli, né attorno né negli occhi stessi, ci sarà una cosa diversa da prima.

Remo fisserà il vecchio stereo che disperde una nenia dolce e violenta di sottofondo, intanto che le spie del volume si arrampicheranno sul suo volto.

«Ti ricordi la tombola a casa di Valentina?»
«Certo. “La gatta”». Risponderà Remo.
«La gatta», ribatterà, allusivo, l’amico. «Non siamo più tornati da lei», e di nuovo si metteranno a ridere entrambi.
«Abbiamo vinto noi quella volta.»
«Che abbiamo fatto, poi, con quei soldi?» domanderà l’amico.
Remo gli guarderà il polso, l’amico s’imbarazzerà un attimo e chiuderà le spalle, ma dandogli di gomito Remo dirà: «ormai è tuo, non ci pensare», e si sentirà sollevato nel percepire il suo volto distendersi.

Chiederanno il conto in inglese, ma uscendo dal locale l’amico dirà: Hallo.
«Io prendo l’autobus qui, tu devi andare laggiù e attendere il 163.»
«Dov’è che ti sei sistemato?»
«Per il momento sono a Hohenschönhausen, ma è provvisorio, senz’altro. Appena tutto avrà preso la strada giusta mi avvicinerò al centro.»
Remo annuirà e farà un cenno di saluto con il mento.
«Ci sentiamo domani», dirà incamminandosi.

Il 163 sarà pieno e lui noterà quella creatura alla sua destra.
Con lo sguardo desolato come tutti quelli con cui spartisce la corsa. Minuta e bassa; caspita quanto è bassa, penserà.
Tanto da chiedersi se mai ce la farà.

Lei starà lì, con quegli stivali blu, la sua maglia blu, i suoi jeans blu chiari e i suoi occhi blu che guardano quello strano attrezzo a forma di goccia che pende dall’asta con aria di sfida.
Si renderà conto presto che non può farcela e senza prendersela metterà le cuffie nelle orecchie.
Poi alla fermata degli operai cambieranno i cartelli.
Remo penserà che qua rinnovino sempre tutto. L’autobus si arresterà un po’ prima e un motorino inopinato lo supererà a destra – nemmeno fossimo in Italia – mentre la donna bassa scende.
La corsa si interromperà per circa sei minuti, il tempo sufficiente per poter dire che non sei rimasto indifferente.
Un signore eletto a Dio notificherà che non c’è più niente da fare.
E l’autobus ripartirà.

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pt. 2

di Federico Cirillo

Illustrazione di Simona Settembre

Nella cella

“FIERI, MASCHI, SPAVALDI! GLI ITALIANI DI SERGIO PANCALDI!” è la scritta verde che copre parte del volantino, stagliandosi davanti ad un sé stesso in divisa militare.
Il suo sguardo è sicuro e rivolto verso un punto lontano, nella stessa direzione indicata dal dito della sua mano.
Spaventato, ma anche curioso, Sergio decide di inserire tutta la testa dentro la cella.

Sergio Pancaldi è un leader politico, salito alla ribalta dopo un’elezione vinta con l’ 80% di consensi, un plebiscito.
Il suo partito Sempreverde Italia” è nato dal nulla a Centocelle, il quartiere dove ha sempre vissuto.
Il simbolo è un arbusto.
«Noi siamo – ha affermato la Gran Guida Sergio Pancaldi, nel suo discorso di insediamento – come il mirto: rustici, semplici, di facile e rapida propagazione! Partiti dal nostro frutteto familiare, abbiamo risposto alle esigenze di tutti. Ora siamo come fummo e come sempre saremo: sempreverdi ed immortali! All’Italia!».
Sergio, dalla sua finestrella su questo nuovo mondo non ci crede.
In un attimo riemerge dalla luce verso la stanza buia per poi tornare a guardare lo strano spettacolo.
Ora la scena è cambiata: fumi e incendi, strade devastate e sirene che si rincorrono. Una folla, cantando, sfila verso una grande piazza in cui lui, la Gran Guida Pancaldi con la divisa lacera e divelta sul petto, giace con il volto segnato e livido. 
«A morte l’infame!» gridano. Uno sguardo di terrore negli occhi di una donna si incrocia con quello della Gran Guida Pancaldi: è un attimo.
I fucili urlano insieme alla folla: è la sua fine.

Urla anche Sergio (il nostro) che, terrorizzato, cade a terra nella stanza.

Tutto tranne che Sergio

“Sei tutto, tranne che Sergio” continua a ripetergli la voce dell’uomo dentro la sua testa “va avanti, coraggio, guarda!”.
Così, si avvicina alla seconda cella di luce.

Su un manifesto di un cinema, c’è lui vestito da cowboy.
Tiene al lazzo una donna.
Sulla locandina si legge “I tre gringos e Mirta, vedova del West con Sergio Pancaldi, il re della risata! Oggi la prima”.
Dallo stesso cinema esce Sergio, la star, abbracciato a due giovani ragazze sorridenti: è inseguito da una folla acclamante e un mare di paparazzi.

Giornalisti impazziti cercano di avvicinarlo: «Sergio, di qua Sergio! Commenti? Altri progetti dopo questo successo? Cosa farai ora?». Con un gesto della mano la star blocca le domande, abbassa gli occhiali da sole e guardando a turno le due ragazze esclama: «Beh, It’s going to be a Hard Day’s Night» e, terminata la frase con un occhiolino, entra in una Cadillac dorata con le due donne.

Neanche il tempo di spostare lo sguardo che Sergio si trova ad assistere ad una scena diversa.
In un’aula di tribunale c’è di nuovo lui, la star, ammanettato.
Un giudice sta per leggere una sentenza, mentre lui prova a nascondere il viso con le mani. «Stupro! Colpevole! Minorenni! Omicidio colposo! Sedia elettrica!» le urla che escono fuori dall’aula accompagnano i titoli dei giornali e i flash dei fotografi, ora come mine esplosive, sembrano distruggere il terreno sotto i piedi dell’attore in lacrime. 

“Porca puttana!” pensa Sergio tornando con tutto il corpo nel buio della stanza circolare.
Suda freddo.
Ma ancora la voce dell’uomo non si ferma, non è sazia: “Tutto tranne che Sergio” gli ripete. “Guarda ancora, non aver paura”.

Nella terza cella c’è un Sergio artista di quadri meravigliosi e tormentati che lo hanno portato alla ribalta. Soldi, fama ma anche una forma di psicosi che lo isola dal mondo e lo porta in un vortice di pazzia, finché non viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico. 

Nella quarta è l’idolo dei teenager per aver vinto un talent show musicale con il pezzo: “Serg’Io” del suo album “Amore in Piazza Mirti” tenuto in mano dallo stesso Sergio mentre esala l’ultimo respiro in un angolo di un edificio abbandonato dopo l’ultima dose letale.

Nella quinta è un calciatore spinto al suicidio per essersi ritirato troppo giovane dopo un grave infortunio al ginocchio…e così via fino alla centesima cella.
L’ultima. 

Ultima cella. 7 Gennaio ore 07:00.

Qui la luce è meno intensa, l’immagine è quella della sua stanza in Via dei Girasoli.
Sergio l’ingegnere si alza dal letto e si sposta lentamente in cucina.
Saluta Fabio che, cuffie e sguardo verso il pc, nemmeno lo ascolta.
Doccia veloce e barba: esce e va verso la metro Mirti.
San Giovanni, Metro A fino a Termini, Metro B fino a Castro Pretorio. 10 ore di lavoro in ufficio e ritorno a casa.
Metro B fino a Termini, Metro A fino a San Giovanni, Metro C fino a Mirti.
Anzi no, fino a Centocelle.
Qui un uomo in piedi lo aspetta.
Appena Sergio scende dal treno, l’uomo gli sorride e gli appoggia una mano sulla spalla: «Tutto, ma sempre Sergio. Devi solo scegliere, ora tocca a te» e girandosi verso l’uscita gli indica di nuovo le cento celle, questa volta spente, che aspettano solo di illuminarsi.

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di Daniele Israelachvili

illustrazione di Anastasia Coppola

La rubrica di Daria Giacomelli

Ora basta! Dopo aver letto l’ennesimo articolo green contro le auto brutte e cattive, non ce l’ho più fatta. Sì, è vero che non si trova mai un parcheggio, che le auto inquinano e che si potrebbe risparmiare; sono tutte argomentazioni giuste e razionali, ma sono sempre le stesse ormai da decenni. È come dire che un bambino costa moltissimo, limita i rapporti sociali, e causa divorzi che neanche se aprissimo la porta di casa e trovassimo Jason Momoa a torso nudo sarebbero così lampo, eppure continuiamo a procreare.
Perché? Semplice, non siamo animali razionali.
Così ecco a voi 5 validi motivi per usare l’auto al posto dei mezzi pubblici:

UNO

Forse qualcuno vive ancora come Unabomber in mezzo ai boschi, e la notizia non gli è giunta, ma ehilà, c’è una pandemia là fuori. E come se non bastasse avete una vaga idea del quantitativo di germi che si trova abitualmente sui treni, autobus e metropolitane, soprattutto nei momenti di massimo affollamento? Solo con la tuta spaziale, e in assenza di gravità, potrebbero convincermi a salirci sopra. Anche se rimarrebbe comunque il problema della messa in piega sotto il casco.

DUE

Non so voi, ma a me piace ascoltare la radio alla mattina.
Ne ho bisogno.
Lo faccio da quando, con i miei primi risparmi, mi sono finalmente comprata l’auto. È vero che potrei farlo anche sui mezzi pubblici, ma dovrei sempre mettermi le cuffie. Un’ora ad andare e una a tornare, tutti i giorni lavorativi dell’anno. Non sono brava in matematica ma a spanne, visto quando hanno intenzione di mandarci in pensione, viene fuori un numero molto grande. Avete un’idea di quanto facciano male le cuffie? Io sì, perché mio marito è un otorinolaringoiatra e per lui le cuffie sono l’equivalente della Coca Cola per un dietologo.
Onde zuccherate sparate nelle orecchie.

TRE

Al lavoro sono circondata da persone.
A casa ho due figli e un marito che mi stanno sempre a chiedere qualcosa.
E anche il momento del bagno caldo con candele profumate è stato sostituito negli ultimi anni da una doccia tiepida, tra quando i bimbi fanno colazione, ancora assonnati, e le prime grida di lotta dopo aver ingerito qualcosa. Così il viaggio in auto è l’unico momento solo mio in cui, dopo averli portati a scuola, posso truccarmi al semaforo, spettegolare con un’amica e se voglio, al ritorno, persino urlare ai miei figli in santa pace, per sgridarli o anche solo per sfogare su di loro le mie frustrazioni al lavoro. Senza sentirmi addosso gli sguardi accusatori di gente estranea.

QUATTRO

Voglio anche tentare di affrontare uno degli aspetti più smaccatamente a favore dei mezzi pubblici, quello dell’inquinamento.
Non c’è ombra di dubbio che un’auto inquini. Però quanti progressi sono stati fatti negli ultimi anni, grazie all’avanzamento tecnologico, permettendoci di produrre auto che consumano (e inquinano) molto meno? Immaginiamo per un momento che sempre più persone decidano di non acquistarla e di usare esclusivamente i mezzi pubblici. Il mercato diventerebbe meno appetibile e le case automobilistiche si troverebbero costrette, come minimo, a dimezzare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Invece più auto girano, maggiori soldi entrano nelle casse delle case automobilistiche e maggiori investimenti saranno costretti a fare per produrre auto che abbiano un sempre minore impatto ambientale, mitigando così i sensi di colpa dei potenziali clienti. Forse, un giorno, è proprio grazie a gente come me, se le auto andranno ad acqua piovana. Adesso immagino che molte di voi stiano storcendo il naso ritenendolo un ragionamento un po’ azzardato e anche fuori dalla portata di una che di solito scrive frivolezze. Ma basta cambiare i termini ed eccovi accontentate. Facciamo il caso che improvvisamente le donne comincino a partorire 1 bambino ogni 499 bambine e che questo rapporto si protragga nel tempo. Secondo voi tra cinquant’anni qualcuno inviterà ancora una ragazza a cena fuori, passandola a prendere, dopo essersi fatto una doccia per l’occasione, o se ne starà invece bello comodo, in mutande, a finire di vedere la partita, mentre alla suddetta ragazza toccherà starsene in fila fuori dalla porta, in attesa che il suo numero compaia sul pannello luminoso?

PUNTO BONUS

Non è proprio un valido motivo, essendo molto personale, ed è per questo che non ho voluto inserirlo nell’elenco. Me ne vergogno anche un po’. Devo confessarvi che vado matta per l’odore della benzina. A volte, anche se non sono neanche lontanamente in riserva, faccio 10 euro e mi rannicchio a terra con la pompa in mano e gli occhi chiusi. In un attimo sono di nuovo bambina, accanto a me le mie sorelle ridono e giocano, sfiorando con le loro esili dita il palloncino appena fatto, mentre io sniffo avidamente un tubetto di Crystal ball. Il profumo del tempo perduto, la mia madeleine.

CINQUE

Ho lasciato per ultimo un motivo sicuramente non probabile, ma comunque possibile viste le cose strane che si vedono al giorno d’oggi (chi di voi, alzi la mano, avrebbe mai detto che le Birkenstock sarebbero diventate un articolo di moda?!).
Mettiamo il caso che un giorno, mentre sono in auto che porto i bambini a scuola, interrompano la mia trasmissione preferita per un’edizione straordinaria: a causa di un errore informatico entro mezz’ora una bomba verrà sganciata sulla città. In auto potrei fare subito inversione di marcia, dirigermi verso l’autostrada e, prima che la gente sugli autobus abbia il tempo di capire quale uscita usare, la mia famiglia sarebbe in salvo. A parte mio marito che, avendo lo studio in pieno centro, non farei in tempo a raggiungere e sarebbe costretto ad arrangiarsi, scappando via con il suo monopattino elettrico da fighetto, mentre si maledice per non avermi dato retta comprando la seconda auto.

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di Stefania Coco Scalisi

illustrazione di Egle Pellegrini

Uscito dalla stazione dei treni mai si sarebbe immaginato di ritrovarsi in mezzo a quella bufera di neve.
Eppure, i meteorologi l’avevano detto: in arrivo quest’autunno una perturbazione polare di grandi proporzioni, una cosa mai vista, insomma. Non avevano proprio detto così ma l’avevano lasciato intendere.
Tutti l’avevano presa come un altro strano fenomeno di quello stranissimo anno, e sulla preoccupazione per quello che avrebbe potuto comportare per la vita quotidiana, prevalse la curiosità di vedere quanto ancora sarebbero riusciti a sopportare.

Persi tra meme e battute sulla sfiga che si era abbattuta da quel 1° gennaio 2020, nessuno, insomma, aveva davvero capito la portata di quell’evento. Così, complice la temperatura anestetizzante dei vagoni e lo spettacolo desolante delle gallerie, fu davvero una sorpresa inaspettata quella coltre bianca sopra la città. Muta e infreddolita, la gente attorno lui correva qua e là, come impazzita, presa dalla frenesia di raggiungere un riparo.
Lui che di solito percorreva quei 2 chilometri scarsi fino a casa a piedi, si ritrovò pervaso dalla stessa ansia di mettersi al coperto, per cui, invece di imboccare la solita strada, si precipitò verso un autobus che lo avrebbe condotto proprio sotto il suo portone senza dover temere di morire di freddo.

Una volta sul bus, l’aria tiepida dei riscaldamenti mischiata al tepore della gente a bordo, fu la conferma che aveva fatto la scelta giusta.
Si accomodò accanto a un finestrino libero e si mise a contemplare lo spettacolo delle auto incolonnate sotto la neve che continuava a fioccare davanti ai vetri.
Le auto sembravano quasi un presepe, rosse, gialle e luminose.
Ma soprattutto immobili.
Come le statuette dei pastori fermi a contemplare la natività, anche loro restarono fissi ad ammirare quello strano spettacolo della natura. Dopo qualche insistenza, l’autista esperto riuscì a divincolarsi dall’ingorgo e partì.

«Speriamo di farcela ad arrivare a casa in tempo», disse all’improvviso un passeggero seduto proprio dietro di lui.
«In che senso?», chiese voltandosi.
«Beh, non lo sa che oggi è entrato in vigore il coprifuoco? Dalle 22 niente più mobilità, tutti fermi a casa».
«Vabbè ma mica possiamo restare così, in mezzo alla strada. Il bus finirà il suo giro!».
«Ma no guardi che questo è l’ultima corsa del giorno. Anche i mezzi pubblici devono adeguarsi, hanno cambiato tutti gli orari. L’hanno pure detto al telegiornale, sa?»

Perplesso, si girò.
Certo che quel tizio era proprio scemo, credere che tutto il paese si bloccasse come stessimo giocando ad un’enorme partita di un due tre stella. Rassicurato da quel pensiero, tornò a guardare la strada.
L’autobus, seppure lentamente, procedeva.
Non si fermò quasi mai, solo una volta per far salire un ciccione che con fatica si schiantò a sedere, sudando come fosse piena estate.

Mancavano solo due fermate da casa, che di nuovo ci si bloccò.
Un motociclista stava ferocemente litigando con il conducente di una macchina che aveva sfiorato nel tentativo di superarlo. L’autista, infastidito dall’intralcio, iniziò a suonare selvaggiamente per far spostare quei due. Tra le urla dei litiganti e il clacson del bus, passarono i minuti, ma nessuno sembrava voler fare qualcosa.
Senza rendersene conto, gli occhi si posarono sull’enorme orologio a led appeso sopra la testa del conducente: le 21.54.
In teoria se fosse stato vero quello quanto detto dall’altro passeggero, aveva circa 6 minuti per riuscire a rientrare.
Senza capire perché, inizio ad agitarsi.
Prese a fare gestacci ai due per la strada picchiando selvaggiamente sul polso, li dove c’era l’orologio. Quelli, quasi alle mani, sembrarono capire immediatamente, e, come spinti da una forza esterna, salirono sui propri mezzi e filarono via.
La loro fretta gli mise addosso ancora più inquietudine.
L’autobus riprese la corsa: 21.56. Se tutto filava liscio, ce l’avrebbe fatta. Ma perché credeva a quell’assurdità? Continuava a ripeterselo, mentre le lancette scorrevano.
Alle 21.58, l’autobus imboccò il viale dove si trovava il suo appartamento. 21.59: vedeva quasi casa, era a giusto due isolati da li.

22.00: l’autobus si fermò.

«Mi dispiace signori, ma ci fermiamo qui!»
Poco male, pensò, era praticamente arrivato.
Si alzò, prese le sue cose e si diresse verso le porte d’uscita.
«Dove va, mi scusi?».
«Sono arrivato, se apre faccio gli ultimi metri a piedi, grazie».
«No, mi dispiace. C’è il coprifuoco, non posso aprirle».
«Sta scherzando, vero? Mi faccia scendere immediatamente! Altrimenti chiamo la polizia, è sequestro di persona».
«Chiami chi vuole! Io ho disposizioni chiare: alle 22 fermo tutto. Se la faccio scendere, lei viola il coprifuoco e la colpa sarà anche mia».

Si girò di scatto verso gli altri passeggeri: tutti erano d’accordo con l’autista. «Ha ragione lui!» o ancora, «Colpa nostra che abbiamo fatto tardi!», furono le cose che sentì ritornando a sedere.

Gli sembrava tutto così surreale, che non riuscì più a dire nulla.
Vide l’autista prendere una copertina dal cruscotto e reclinare il sedile. La gente attorno a lui iniziava a chiamare casa per avvisare che non sarebbero tornati prima delle 6 del mattino. A un certo punto un passeggero disse:

«Se vi va possiamo metterci a coppie così da scaldarci, giuro che non ho cattive intenzioni!», ma mentre lo diceva guardò l’unica ragazza a bordo che, schifata, distolse subito lo sguardo.

Lui invece guardò il ciccione: era sudato sì, ma con tutto quel grasso lo poteva davvero tenere al caldo. Stava per andare a fargli quella proposta indecente, quando l’autista tuonò:

«Siete pazzi! E il distanziamento sociale? Ritornate subito ai vostri posti, nessuno si tocchi!».
Nessuno lo fece, aveva ragione l’autista.
Tutti tornarono a sedere.

Guardò l’orologio: le 22.07.
Di sicuro a quel punto sarebbe già stato a casa, vicino ai termosifoni caldi, con le pantofole ai piedi.
Con quell’ultima immagine in mente, si voltò di nuovo verso il finestrino.

La neve continuava a cadere, rendendo tutto perfettamente immobile.

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di Mariangela Romanisio

illustrazione di Anastasia Coppola

Sono il sessantatré, faccio sempre lo stesso percorso, guidato dal solito autista che non mi strapazza troppo e mi dà quello che mi serve per andare avanti. Però mi annoierei, se non fosse per la varia umanità che mi usa e mi calpesta quotidianamente, o mi verga i sedili con scritte ironiche, tipo: “Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?…” o con altre non dirette a me.

Sì, sono guidato, ma il lavoro più pesante lo svolgo io, a piano carico.

Non sono mai stato un autobus con la spocchia, io ricevo tutti quelli che vogliono salire, agevolando (sono predisposto) anche gli invalidi e i portatori di handicap, ma certi personaggi mi stanno sulle sospensioni più di altri.

Come quel giovinastro, oggi, che mi guardava in lungo e in largo col labbro schifato e il naso arricciato, di certo pensando di stare su un mezzo inadeguato a trasportare la sua persona. Mentre era lui ad umiliare me, un autobus militante dalla gran carriera, dal motore rodato, che ha trasportato centinaia, ma che dico centinaia, migliaia di persone in salvo da un capo all’altra della città, e spesso a sbafo. Non sono io a puzzare di mio, è gente come lui che mi fa puzzare!

Lui, col suo collo da giraffa bonsai, un cappello con un residuo filamentoso di nastro argentato da uovo di Pasqua, l’aria da borioso tracotante, il tipo di passeggero che non si fa da parte quando chiunque altro si accorgerebbe di dover lasciare un corridoio sulla piattaforma per l’altrui discesa.
Lui, il tipo di passeggero che si fionda sull’unico posto libero, senza fare circolare lo sguardo in cerca di un anziano, una donna incinta, cui il sedile spetterebbe per consuetudine civile.

Sono stato contento per lo strattone datogli da quell’altro nell’occasione di una fermata affollata, proprio mentre l’autista (che combinazione efficace) mi frenava di colpo, così all’arrogante gli si è staccato anche un bottone del soprabito. Ben gli stava!
Come il mio gas di scappamento addosso, quando è sceso, mentre mi girava dietro per attraversare la strada.

Mi piace percorrere il Viale dei tigli, con le fronde che mi accarezzano le fiancate, è una gradevole sensazione.

Lì l’ho rivisto, stasera, nei pressi di un bar, quel collo da giraffa bonsai col gozzo in evidenza, mentre stava con un altro che lo fissava con uno sguardo obliquo, lui e il suo soprabito stazzonato e strattonato, blaterando di sicuro per recriminazioni del suo quotidiano rapportarsi al prossimo.

È capitato a proposito centrare in velocità con una gomma la pozzanghera che gli ha schizzato una scarpa: quello ha emesso un verso sguaiato e mi ha gridato dietro, anche se non mi ha riconosciuto.

So di essere meglio di lui:  c’è più vento di boria in lui che aria nelle mie gomme, di sicuro, che non sono a terra.
Io sono un mezzo di trasporto al servizio altrui, lui è un mezzo uomo che serve solo al trasporto della sua vana tracotanza fra l’altrui deprecazione.