Anastasia Coppola - Peyote View More

di Leonardo Dragoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

Corre voce che “la combinazione del Peyote” sia un miscuglio fatto di colla di calzolaio, semi di “Gorilla Glue” e qualche altro intruglio chimico dagli effetti apocalittici.
Una dose mi costa come l’incasso di un turno di notte.

Sono le tre e un quarto quando il display s’illumina e il cicalino mi segnala la corsa.
A quest’ora mi aspetto una prostituta che ha lavorato a domicilio e torna a casa. Nei due minuti che mi separano dall’indirizzo cerco di immaginare che profumo avrà, come potrà essere.
Scommetto con me stesso che si tratta di una transessuale di colore.

Invece sale un tizio anonimo che si siede davanti, di fianco a me.
Almeno così ho creduto, perché cento metri più avanti m’accorgo che invece quel tizio è seduto dietro.
Mi accorgo anche che non è affatto anonimo, perché è un nano.
Sono confuso. Deve essere qualche effetto collaterale di questa robaccia.
Comincio a guardarlo dal retrovisore e lui se ne accorge. Allora anche lui comincia a fissarmi.

Vorrei domandargli cosa ci faccia lì dietro, visto che un minuto prima s’era seduto davanti. Invece è lui a parlare per primo:
«Non lo accende il tassametro?»
«Subito, mi scusi!»

Cavolo. Eppure ero sicuro di averlo acceso.

Le sostanze che assumo trasformano le percezioni, ne alterano l’intensità, ma non mi rendono un visionario e non provocano allucinazioni. Quindi non riesco a spiegarmi cosa stia accadendo.
Quando quest’uomo è salito a bordo era una persona di media statura e si era accomodato davanti.
Ne sono certo. Invece mi ritrovo un nano seduto sul sedile posteriore.

«Non sarà mica uno di quei tassisti musoni? Il percorso è abbastanza lungo, parliamo di qualcosa, vuole?»
«Certo, perché no?».

D’un tratto ho l’impressione di viaggiare alla velocità di un razzo.
Il mondo si distorce al mio passaggio.
Mi volto indietro a guardare il cliente, voglio leggere il terrore nei suoi occhi e vedere la sua espressione mentre ci schiantiamo in tangenziale e diventiamo poltiglie al sugo, spappolate sul cruscotto. Invece quello ha un’espressione talmente serafica da convincermi che la velocità è solo un’illusione. Un quadro futurista.
Infatti sto guardando dietro, eppure non ci schiantiamo. Rimango a guardarlo aspettando che urli “guardi avanti!”, ma non lo fa.
Sorride, invece.

«Parliamo del senso della vita. Qual è il senso dell’esistenza, secondo lei?».
Parlare del senso della vita in una notte di ferragosto, imbottito di droga dentro un abitacolo con un nano del cazzo. Riesce difficile immaginare qualcosa di più onirico.

«Non è proprio semplice», dico.
«Provi»
«Trovare delle risposte?»
«Interessante. Ma a quali domande?»
«Non saprei…»
«Provi»
«Forse è proprio trovare delle risposte a domande come la sua, domande come: “qual è il senso della vita?”».
«Forse»
«E lei ne ha trovate?»
«Cosa?»
«Di risposte alla domanda, dico, ne ha trovate?»
«No»
«Ne è certo?»
«Una, forse»
«Sarebbe?»
«Il senso della vita è qualcosa di così grande e profondo, che sarebbe da sciocchi pensare di coglierlo. Non crede?»

Non rispondo, forse ha perfino ragione.
Ai miei lati la città sfreccia in mille colori stonati, luci allungate dall’eccesso di velocità. Sembra un quadro di Balla. La mia tipa mi ha portato a una mostra sul futurismo la settimana scorsa. Mi dico che non è grave, che siamo ancora nell’ambito delle sensazioni. La velocità, non è forse una percezione? Poi però guardo di nuovo nel retrovisore e quel che vedo non è più soltanto un’impressione: quell’uomo ha indossato una strana maschera bianca, da clown. No, non proprio da clown, ma da marionetta. Meglio ancora, non è una maschera.
Quell’uomo non è più un uomo, è diventato una marionetta.

Trasfigurato.
È di legno, e – insisto – lo è davvero, non soltanto nel mio mondo tossico, di percezioni alterate dalla chimica.
Questo deve essere chiaro.

Mi dice: «Non è forse per questa ragione che lei si droga?».

Fa caldo, non ho dubbi neanche su questo.
Ma quando la marionetta parla, dalla sua bocca esce del fumo della stessa consistenza del vapore generato dall’alito caldo a contatto con l’aria fredda.

Cosa diavolo sta succedendo?
Decido di mischiare le carte.
Concentro tutta la pressione che posso sul piede destro e pigio sul freno come un ossesso. Tutto quel che ottengo è rendermi conto di un’altra stranezza. La marionetta non è più da sola, ma con la sua famiglia. Sul sedile posteriore adesso ho quattro marionette.
Padre, madre e due figli. Mi fissano.

Sbotto a ridere.
Stavolta il Peyote m’ha rifilato un allucinogeno pazzesco!

Allora grido ridendo: «Cazzo! siete in quattro adesso!»
«Siamo sempre stati in quattro, signore»
«E se ora freno bruscamente?»
«Cosa?»
«Diventerete otto? Sedici?».

Si guardano come se avessi detto una cazzata e cominciano a parlottare tra loro. Sembra parlino una strana lingua. Forse Amish, uno strano dialetto tedesco. Mentre parlano mi accorgo che in effetti non sono quattro, perché ci sono anche altre piccolissime marionette che camminano sul sedile posteriore. Non le avevo notate prima, forse per le loro dimensioni ridotte, più piccole di un playmobil.

«Ma quanti siete là dietro?»
«Non c’è nessuno qui dietro signore. Siamo tutti nella sua mente».

Giorni fa ho letto un libro sul Biocentrismo.
Non ci ho capito molto, però cercava di convincermi che nulla esiste davvero, al di fuori del mio pensiero.
Forse il nano (perché quello è un nano, una marionetta di nano) mi sta dicendo proprio questo? 
Ma se così fosse, anche lui, il nano – la marionetta, il clown, quel coso insomma – esisterebbe solo nella mia testa.

A questo punto comincio a vedere marionette ancora più piccole camminare anche sul cruscotto.
Qualche impulso proveniente da qualche parte nel mio cervello mi ordina di strizzare forte le palpebre, fino a farmi male.

Poi riapro gli occhi. Sono ancora lì. Sempre più numerosi.

«Ma quanti cazzo siete?»
«Prima che tutto questo divenga il manifesto di un nuovo esistenzialismo, o forse una specie di teatro dell’assurdo, si fermi che siamo arrivati».

Fermo la macchina e ho la sensazione di non essermi mai mosso, di essere già fermo da chissà quanto tempo. Mi volto ancora e la marionetta è sola. Dove sono finiti sua moglie e i suoi figli? E tutte le altre marionette più piccole?

«Allora quanto le devo?»
«Mi deve una spiegazione. E che sia convincente».
«Bene. Tenga pure il resto».

Mi porge qualcosa. Mi caccia qualcosa in mano. Qualcosa di reale che non sono soldi. Non riesco ad aprire la mano finché non è sceso dall’auto e la portiera si è richiusa. Allora l’apro di scatto. È una marionetta. Nella mia mano c’è una piccola marionetta di legno bianco. Una cazzo di nano-clown-marionetta. Uguale a tutte le altre, ma diversa: ha le mie sembianze, la mia faccia.

Sono io.

Liliana Brucato - Girasoli View More

di Gius Petruzzi

Illustrazione di Liliana Brucato

Stamattina mi chiama quello schizzato di Berry e dice di mettermi il costume da bagno.
Lido Verde ci aspetta e sarà pieno così di tette e culi da strizzare.
Sollevo gli occhi al cielo.

Se solo bastasse questo a rimettere insieme i pezzi di me.
Gli rispondo che mi ci vuole tempo. Non è mica facile levarsi di dosso la sbornia del venerdì, e non è facile neanche togliersi dalla testa quella stronza di Diana. Maledetta.
Berry mi dice di muovermi, la statale 16 sarà nevrotica e per arrivare ci metteremo almeno un’ora. Dico ok e riattacco. Sbuffo.
Lo so, sarà un’altra estate di dolore.

Berry affonda il pedale.
La macchina corre veloce sulla statale adriatica.
Dal vetro del finestrino solo nastri colorati. Il nero della strada, il giallo del grano e dei girasoli, il blu del mare, l’azzurro del cielo.
Prendimi vento, trafiggimi, almeno per un minuto fammi dimenticare il dolore, questo mostriciattolo che salta divertito qui in petto. Non ho voglia di ascoltare i pensieri. Giro e rigiro la rotella del volume fino a far ronzare le casse.
Berry che te la ridi sempre, come fai, dimmelo.
Vorrei che la tua felicità fosse anche la mia. Ed è troppo facile, lo so, buttare giù birra su birra, gin su gin, ma serve un modo pratico e veloce per riempire gli spazi, colmare i vuoti, accelerare questo sangue freddo che s’affatica a scorrere.

Neanche mezz’ora di strada che Berry accosta alla piazzola di sosta.
Vuole fare un’altra striscia.
«Che cazzo fai…devi guidare», ma lui se la ride e piazza quella merda sullo schermo del telefono.
«Aspettami – gli dico – ho da pisciare».
Oltre il guard-rail i girasoli mi guardano.
Queste ridenti teste gialle mi mettono angoscia. Mi ricordano Diana.

Lei era un girasole dell’Adriatico e come tutti i girasoli dell’Adriatico non seguono il tramonto verso il mare.
Ma offesi gli voltano le spalle in attesa che proprio da lì, dal cobalto dell’acqua marina, arrivi l’abbraccio di una luce nuova.
Scusami cielo se anche oggi che sei così limpido, vedi queste lacrimucce bagnare l’asfalto duro; ti prego vento lasciale cadere sul terreno, fa’ spuntare una piccola gioia.

«Muoviti!» Grida lo schizzato dalla macchina.
La pipì è finita, le lacrime no.
Sfrego gli occhi e di nuovo via verso il mare. Dalla borsa frigo prendo una birra. Sono già alla quarta. Si deve far veloce prima che si scaldi. Mi sento brillo, sarà il sole su questa faccia scura, la musica a palla o quest’assurda ossessione.
Ho voglia di ascoltare Ciao amore, ciao nella versione di Tenco.
Ho proprio bisogno di te, Luigi. Ora.
Dimmi con la tua voce calda che tutto tornerà al suo posto, che ogni pezzo di questo corpo può ancora tenersi su. Come dici? Sarà proprio così?
E allora voglio volare, le sento le ali sulla schiena. Fuori dal finestrino è tutto più bello: quelli che prima erano girasoli ora sono un mare giallo. Ed io mi ci tuffo.
Ciao amore, ciao.
È tutto finito.

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Ultimo Indizio

di Stefania Coco Scalisi

Illustrazione di Anastasia Coppola

Quelle parole le risuonavano in testa mentre si rigirava nel letto, sperando di convincere il sonno a usarle la gentilezza di degnarla di un po’ d’attenzione.

Cosa poteva significare?
Era da quando aveva lasciato quel ragazzo delle consegne sotto l’albero un paio d’ore prima che ci pensava.
Castelli in quella città non ce ne erano, o meglio, c’era una specie di fortezza normanna, di quel solido color grigio pietra che a tutto faceva pensare fuorché al verde.

No, non poteva essere quello il castello verde dell’indizio: quella fortezza evocava saccheggi e catene, l’unica cosa verde a cui poteva associarlo era quello delle muffe delle sue celle sotterranee. Doveva concentrarsi su altro. Forse era il verde la chiave di volta dell’enigma? Forse erano i colori il grimaldello per scoprire la verità?
Fu a quella conclusione che giunse mentre finalmente le si chiusero gli occhi e il suo corpo iniziò a scivolare lentamente nel sonno dei giusti.

Quando la mattina si risvegliò, ci mise un attimo prima di capire dove fosse.
Aveva la bocca impastata e la fronte imperlata di sudore, complice il caldo innaturale e la massa di capelli che aveva dimenticato di raccogliere dietro la nuca. Un vero schifo.
Fu solo il bip del cellulare che riportò definitivamente la sua attenzione alla stanza e a quel letto.
Che fosse un altro indizio?
Con un fremito ingiustificato lo prese in mano e mise a fuoco il testo sullo schermo:

“Non dimenticate il vostro appuntamento per il vaccino. Ore 10.20, Unità Vaccinale Mobile, Piazza Federico di Svevia”.

Il vaccino! Come aveva fatto a dimenticarlo? Aveva preso quell’appuntamento settimane prima e ora, presa da quella smania, l’aveva totalmente rimosso. Forse era il segnale definitivo che quella storia le stava sfuggendo di mano, che doveva smettere di cercare quel bar segreto, che stava diventando pazza in nome di un cocktail.

Guardò l’orologio.
Erano le 9.30.
Si lavò rapidamente e nel giro di mezz’ora era già sulla sua vespa diretta verso il luogo dell’appuntamento.
La strada era piuttosto trafficata ma conosceva la città come le sue tasche e si muoveva sul motorino come uno scippatore in fuga con una borsetta.
Sarebbe arrivata in tempo.

E infatti, alle 10.10, era già davanti alla tendostruttura bianca e leggera, che spiccava nel suo candore in quella piazza sovrastata dall’enorme castello dietro di lei. Castello.
Quello era il castello normanno della città. Che fosse…?
Parcheggiò il motorino davanti l’entrata dell’unità vaccinale, in un angolino che sembrava aspettare solo lei, all’angolo con la macelleria Verde Pascolo. Castello, verde.

Ebbe un giramento di testa. E se..? No, non doveva farsi illusioni, non era così.
Non poteva essere così.
E se non fosse stato così, il suo povero cuore non avrebbe retto.
Scacciò quel pensiero dalla mente. Erano comunque le 10 del mattino e certamente un bar segreto non poteva aprire a quell’ora. Si mise in fila. C’era parecchia gente, ma tutti rispettavano il proprio turno ordinatamente.
Si entrava pochi per volta, ognuno secondo il numerino che aveva ricevuto al momento della prenotazione.

Alle 10.20 in punto, la chiamarono.
Compilò dei moduli piuttosto lunghi e dettagliati e dopo qualche minuto fu invitata a entrare per la sua dose.
Il medico che la accolse era un ragazzo piuttosto giovane, forse appena laureato, che tentò subito di metterla a suo agio parlandole un po’ del più e del meno.

«Allora, pronta per il vaccino?»

«Si, grazie. A dire il vero l’avevo proprio dimenticato. Se non avessi ricevuto un messaggio sul cellulare non mi sarei presentata».

«Ma davvero? Eppure non si parla di altro in questi giorni!»

«Sì, ma sono stata presa da altro. Una scemenza a dire il vero. Guardi se ci penso mi viene da ridere».

«Sono indiscreto se le chiedo di cosa si trattava?»

Lo guardò.
Era un modo di metterla a suo agio o era semplicemente un ficcanaso?
Rispose con un misto di riluttanza ed imbarazzo.

«Ma guardi, difficile da spiegare. Una specie di caccia al tesoro a indizi. L’ultimo era castello verde.
Ma davvero, non mi faccia dire di più che mi sento una stupida!»

«Come ha detto scusi?»

«Che mi sentirei una stupida»

«No prima. Ha parlato di una caccia al tesoro e un indizio, castello… »

«Castello Verde. Una cosa senza senso. È più di una settimana che perdo la testa dietro questi indizi. Sarà la solita scemenza tipo catena di Sant’Antonio e ci sono finita dentro».

Il medico si fece improvvisamente silenzioso.
Le fece la puntura in tutta fretta e le mise un cerotto.

«Mi segua».

«Prego?»

«Mi segua da questa parte. Deve compilare un ultimo modulo».

«Ok».

Fece per seguirlo.
Lo vide imboccare un piccolo corridoio e scostare una grossa tenda bianca.
Quel posto era molto più grande di quanto potesse sospettare.
Scostò anche lei la tende e all’improvviso le sue ginocchia cedettero.

«Alla fine ci ha trovati! Brava!».

Davanti a lei un piccolo bancone bar, pieno di bottiglie e bicchieri. E dietro al bancone, il medico di prima.

«Non era facile vero? Gli indizi cambiavano sempre perché ci spostiamo in continuazione. E poi non aveva senso farli troppo facili, sennò dove sta il divertimento?»

Lei fece di si con la testa, totalmente incapace di parlare.

«L’idea c’è venuta così, una mattina. Tutto è partito dal fatto che abbiamo un frigo in più che restava sempre vuoto. Poi come vedi- posso darti del tu?- di spazio ce ne è e di tempi morti pure. Di solito serviamo i drink quando gli appuntamenti finiscono. Ma se vuoi possiamo fare un’eccezione. Che ti servo?».

Continuava a fissarlo come un’ebete. Non capiva se per lo stupore o per la gioia.

«Un oldfashioned si può avere? Cioè a me piace quello col succo di mirtilli, però non so…»

«No mi dispiace. Noi possiamo solo servire cose classiche, sai, è pur sempre un centro vaccinale!»

«Certo, scusa. Va bene un oldfashioned classico allora?».

«Un po’ fortino a quest’ora ma ok. Però promettimi che non ti muovi di qui per almeno mezz’ora, in caso ti girasse la testa».

Annuì.
Lui le porse il cocktail.

«Fanno 8 euro, grazie!».

Pagò.
Lui le diede il resto.

«Ora devo andare. Tu resta quanto vuoi! E goditi il tuo drink. Te lo sei meritato».

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