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di Alessandro Taormina

Illustrazione di Maria Fontana

Qualche balordo ha scoperchiato il mio monopattino e si è portato via la batteria lasciando il due ruote adagiato sul marciapiede come la carcassa di un cane di metallo con la lingua contorta. In realtà non è il mio, però mi faceva comodo ritrovarlo la mattina sotto casa, dove lo lasciavo regolarmente la sera prima. Non è il primo e non sarà l’ultimo, e temo che di questo passo questi animali elettrici nemici dei muscoli si estingueranno presto.

Nemmeno ricordo l’ultima volta di esserci salito su, ma sono costretto a prendere l’autobus.
Finisco di attraversare la strada e già la prima goccia scorre sulla schiena a farmi pregustare la doccia di sudore che mi aspetta sotto i 42 gradi della fornace palermitana. Per fortuna alla fermata hanno costruito, chissà quando, una pensilina a sostituire il triste palo solitario, più ruggine che vernice, che ricordavo.
Mi affretto a rifugiarmi sotto l’ombra della tettoia accomodandomi sulla panchinetta, attento a evitare le verosimili macchie di gelato sciolto che ormai impregnano le assi di legno. Mi fanno compagnia il rumore e lo smog delle auto che si inseguono sulla carreggiata e un uomo seduto accanto a me.
Mi chiedo da quanto tempo è lì ad aspettare, così glielo chiedo: ‹‹Buongiorno. È tanto che aspetta?››.

Neanche gli avessi chiesto il processo della fissione nucleare, ma sarà l’età, sarà la domanda improvvisa, la risposta tarda ad arrivare.
Poi sospira e mi dice: ‹‹da una vita››.

Non so come interpretare quell’espressione figurativa, ma siccome provo a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno deduco, stando così le cose, di non dovere attendere troppo per l’arrivo della linea 603 Mondello-Cimitero dei Rotoli, l’unica a passare da lì.
Ripenso ai miei viaggi all’estero, uno qualsiasi, e alle tabelle orarie onnipresenti ad ogni fermata di una città qualsiasi e stimo l’arrivo nella mia città di quella tecnologia extraterrestre troppo in là nel tempo per essere vissuta dal mio collega di attesa.

In ogni caso la mia preoccupazione è un’altra, e ben più minacciosa.
La linea parte da una località balneare molto gettonata, e se l’autobus dovesse caricarsi a tappo fin dalla partenza rischiamo di rimanere entrambi a terra.

Mi affaccio dal marciapiede e allungo il collo per scrutare il fondo del lungo rettilineo del lungomare Cristoforo Colombo, ma all’orizzonte si vedono solo sagome tremolanti di automobili, scooter e monopattini a noleggio coi giorni contati.

Torno al riparo dalle fauci del sole ed espongo all’anziano la mia disavventura fresca di giornata per ammazzare il tempo. L’interlocutore si dimostra aperto al dialogo, attenendosi alla natura funesta delle trame della conversazione, così, tra le altre cose, mi recita la lista delle patologie di cui è affetto in stile formazione dell’Italia campione del mondo ’82: “diabete, ipertensione, artrosi, trombosi, sindrome del colon irritabile…” E per ciascuna ricorda a memoria i nomi delle medicine per contrastarle e gli orari di quando deve prenderle, ma io li dimentico nel momento stesso in cui li elenca. Ricambio con uno sguardo di comprensione e prima di poter enunciare un “mi dispiace” di circostanza continua informandomi che anche a lui è successa una cosa brutta di recente. Io sono già fiaccato dalla raffica precedente, ma la sua intenzione di procedere col racconto è abbastanza chiara, così mi rassegno all’ascolto di un’altra storia triste mostrandomi incuriosito.

‹‹Un mio vecchio amico è morto pochi giorni fa.››

Ma porca puttana…

‹‹Io sono sempre stato innamorato di sua moglie››.

Questa informazione mi spiazza, non è comune esternare un sentimento così intimo al primo sconosciuto di passaggio.

‹‹Lui lo sapeva, ma questo non ha cambiato il nostro rapporto. Era proprio un gran signore.›› Adesso provo un senso di vicinanza per quell’anziano ben vestito nonostante la calura micidiale. Riesco a leggere la malinconia nei suoi occhi, ma non so se imputarla alla morte di un amico o ad una vita passata lontano dalla donna che hai sempre desiderato. Probabilmente per entrambe le cose. Sono interessato a saperne di più sulla donna, ma per evitare figuracce tasto il terreno in maniera indiretta. ‹‹E anche lei lo sapeva?››

L’anziano alza le spalle, poi sorride, come eccitato dal segreto dietro quell’interrogativo. ‹‹Adesso la vedo in giro più spesso.››

Sia ringraziato il cielo, almeno lei è ancora viva. ‹‹E come vanno le cose tra voi?››

‹‹In che senso?››

‹‹Non vi siete incontrati dopo la…›› Oddio, sto tirando troppo la corda.

‹‹Non ho il coraggio.››

Schietto e deciso. Incredibile come l’amore possa trasformare il più ruvido degli orsi in un timido bambino.

In fondo alla strada fa finalmente capolino l’arancione Amat. ‹‹Arriva l’autobus››, annuncio felice come avessi preso un terno. Aguzzo la vista per sondare l’interno. Molti passeggeri sono in piedi, ma fortunatamente non schiacciati l’uno con l’altro come sardine. Il conducente è una donna. Miopadre diceva sempre “donna al volante, pericolo costante”. Intanto lui era una schiappa alla guida, non mi basterebbero le dita delle mani per contare i danni causati alle nostre auto litigando con muri, marciapiedi e pali della luce. Questa qui guida persino un autobus, perciò sticazzi, papà.

Guardo il nonnino e mi pare di scorgere un respiro affannato. Forse quei discorsi l’hanno messo in agitazione, forse il caldo gli sta sottraendo ossigeno. Probabilmente entrambe. Finalmente l’agonia sta per finire. L’autobus è a pochi metri, così alzo la mano col dito indice ben puntato a indicare alla conducente l’intenzione di prendere il passaggio, lei rallenta, si ferma e apre la porta d’ingresso. Non appena salgo vengo investito dal fresco dell’aria condizionata, ma l’esultanza mi si blocca sul nascere perché la porta si chiude immediatamente alle mie spalle e l’autobus riparte.

‹‹Aspetti››, esclamo d’istinto. Lei pianta freno, quasi spaventata. I passeggeri in piedi quasi rovinano a terra e girano gli occhi su di me. Io li giro sul nonnino. Lui ha gli occhi sulle finestre dell’autobus. ‹‹Deve salire anche lui, è più di mezz’ora che aspetta.››

‹‹Quel cristiano non deve prendere l’autobus, a quest’ora è sempre lì seduto››, fa la conducente, mezza indispettita.

In quel momento mi sento un perfetto idiota ad averlo dato per scontato.
In effetti l’anziano è rimasto seduto, ma a questo punto voglio sincerarmi delle sue condizioni ed intenzioni, così la prego di aprire di nuovo la porta. Scendo dall’autobus e mi avvicino al nonnino. Sento gli sguardi dei passeggeri trafiggermi la polo pezzata di sudore.
‹‹Deve prendere l’autobus o no?››.
Lui non risponde. Sembra ipnotizzato.
Seguo il suo sguardo. Punta verso una finestra, oltre la quale vedo una signora alzarsi da una sedia.

Questa avanza qualche passo superando un paio di passeggeri in piedi e si sofferma sulla porta aperta: ‹‹Pietro, sei tu?››

Il nonnino si toglie la coppola e si alza con un’agilità su cui non avrei mai scommesso: ‹‹Sì, sono io.››

‹‹Sto andando al campo santo a trovare Totò. Ti va di accompagnarmi?››

Nonno Pietro muove qualche passo imbarazzato fino al gradino dell’autobus.
Sembrano Romeo e Giulietta.

‹‹Con molto piacere.››

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di Cristi Marcì

Illustrazione di Redazione

Il mare non esiste solo quando ci sei dentro.

Tutto quello che non possiamo esplorare con il nostro corpo,

possiamo cercare di capirlo con l’immaginazione

 (La prima luce di Neruda., R., Cappuccio)

Ho sempre amato il mare.
Dopo l’aria, l’acqua è il mio secondo elemento.
Penso che potrei morire senza le sue onde, il suo grembo antico impregnato di alghe e i fondali rocciosi da esplorare a ogni immersione.
Sono le otto del mattino e da una buona mezz’ora fendo con le mani uno specchio d’acqua che ad ogni bracciata diviene un tutt’uno con l’azzurro immenso del cielo.

Anche oggi mi sono svegliato presto per andare a nuotare, fa parte della mia routine estiva e non posso farne a meno perché è più forte di me. Le estati a Macari hanno sempre segnato un labile confine tra il sogno e la realtà.
Ogni volta che ne varco la soglia, i ricordi assumono il colore violaceo delle buganvillee e risuonano come un insostituibile Super Santos arancione, che dalle tre del pomeriggio assieme ai ragazzi del villaggio, produceva sull’asfalto della piazzetta principale le sue note inconfondibili.
Una volta per raggiungere questo paradiso bastavano poche lire di benzina e una cassetta di Vecchioni, che dal traffico opprimente di Palermo, mi accompagnava in questo posto sperduto, dove le parole si tramutavano immediatamente in carrube e i pensieri in onde schiumose da solcare sotto un sole cocente.

Stavolta invece mi è bastata la sella di una Moto Guzzi nera del 2010, quella che papà, per un capriccio del tempo, non mi ha mai insegnato a guidare. Adesso, col suo corpo metallico, mi guarda placida dalla strada sterrata vicino l’ingresso della spiaggia, dove riposa dopo il lungo viaggio di ieri sotto il sole dorato di giugno, che anche in questo momento illumina tutte le meraviglie del fondale sopra il quale ho l’impressione volare.

La Baia Santa Margherita, così battezzata dal Comune di San Vito Lo Capo, è vuota. Non c’è anima viva. La mano dell’uomo a quest’ora del mattino non detta le sue futili leggi, soprattutto non inquina con le sue nevrosi quest’acqua cristallina.

La moto mi osserva e per un attimo sono costretto a fermarmi, perché sopra quell’ammasso d’acciaio mi sembra di scorgere la figura di papà: è appoggiato alla sella in pelle e al manubrio che gli fa da schienale e con le braccia conserte prova a decifrare l’inizio e la fine di un orizzonte che unisce mare e cielo in una linea infinita. Lo vedo sorridere mentre ingenuamente penso che se mi avvicino alla riva acquisirà la forma evanescente dei sogni.
Resto dunque dove sono e dandogli le spalle abbraccio con lo sguardo la punta della riserva naturale di Monte Cofano alla mia sinistra, mentre due barche con le vele spiegate volano in superficie continuando la propria regata verso il porto di San Vito.

Le contemplo e mi sento un equilibrista sul filo del tempo, dove l’assenza di gravità consegna tutto il mio corpo e ogni cellula nervosa a uno spazio dove non ci sono scadenze, bensì ricordi impregnati di salsedine da unire l’uno con l’altro fino a creare una barriera corallina oltre la quale continuare a vivere: bracciata dopo bracciata.

Le barche a vela sono sparite dietro la lingua di terra della costa, così inizio anch’io a tornare verso il mio porto. Una volta sulla sabbia i granelli mi si attaccano ai piedi.
Da piccolo provavo a contarli e non riuscendoci ne racchiudevo una gran quantità in secchielli di plastica sagomati dai quali fuoriuscivano prototipi di castelli, da distruggere subito dopo averli modellati con le mani e l’apposita paletta gialla.

Una volta asciugatomi con il telo mare color verde acqua e riposto nello zainetto le cuffie, assieme a un’edizione economica del Conte di Montecristo monto in sella alla mia Nevada Guzzi 750, dal rombo simile a una vera e propria ninna nanna: nonostante per me rappresenti da sempre un grido di ribellione.

Prima di tornare a casa però decido di guidare fin su al Belvedere, meta di tutti quei turisti e di quegli abitanti del posto che con sguardo rinnovato scelgono di sbarcare per altre prime volte su questa terra selvaggia e sconosciuta.

Scalo le marce senza accorgermene, perché lungo la statale il blu del mare e il marrone delle montagne ubriacano finanche l’ultima residuo di coscienza, che sotto il sole di giugno si mischia al sale marino di cui è cosparsa la mia fronte.

All’altezza dello svincolo per il Belvedere scorgo un venditore ambulante di frutta e verdura posteggiato nello spiazzale, con una Moto Lapa ricolma di tesori introvabili debitamente riparati da un telo di paglia.

Senza disturbarlo spengo la moto a qualche metro di distanza, vicino a un guardrail che assomiglia in tutto e per tutto a un trampolino dal quale spiccare il volo.

Da qui si vede tutto il Golfo di Màcari con le sue calette, alcune rocciose altre sabbiose, e il manto colorato di Monte Cofano.

Quello che però cattura per intero il mio essere è quello che sta proprio sotto di me.

La spiaggia del Bue Marino con i ciottoli levigati dal tempo e i suoi scogli in mezzo al mare rievocano le prime scene di quando imparai a nuotare assieme a mio padre.

Da piccolo quel fondale era simile a un precipizio infinito ora invece é il mio porto sicuro, dove tornare quando il richiamo di una mancanza si trasforma in nuove onde dalle quali lasciarmi bagnare.   

D’un tratto sento il venditore dalla pancia prominente e la pelle abbronzata avvicinarsi e consegnarmi con fare amichevole una vaschetta di fragole.

«Chiste solo ai cristiani cà talìanu trasognati stù mare cì runo e ù sai picchì?»

Faccio segno di no con la testa, divertito e incuriosito al contempo.

«Perché di fronte l’onda dei ricordi nn’aggiuva n’anticchia rì dolcezza» risponde con solennità.

Ricambio il sorriso mentre inizio a mangiare quel frutto che sa di infanzia, di compleanni, di casa e di terra antica.
E mentre il mare partorisce nuovi ricordi una lacrima sottile mi riga la guancia sino a raggiungere l’angolo delle labbra.

Sa di sale.
Sa di mare.
Sa di tutto quello che è stato e di quello che ancora deve arrivare.

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di Leonardo Castoro

Illustrazione di Gianmarco Martelli

Salì sul bus. Era strapieno.
Tutti i posti occupati. Si fece strada tra schiene, braccia, piedi.
Intanto, era già ripartito. Urtò contro un signore corpulento. Non si scambiarono uno sguardo amorevole. Si scusò a voce talmente bassa da non sentirsi neanche lui. Si attaccò ad un palo oleato dal sudore di mille mani. Ad ogni curva, ad ogni semaforo, ad ogni frenata, finiva sempre per sbattere contro gli altri.
Si respirava poco e male.
Fu allora che la vide.

In fondo, attaccata ad un altro palo, vicino all’uscita posteriore. La riconobbe subito. D’istinto, distolse lo sguardo. Si fece più stretto al palo. Abbassò la testa, persino un po’ le spalle. Si nascose dietro tutta quella massa di gente.

Erano passati…quanti anni erano passati?
La risposta arrivò dopo poco. Non gli piacque. Era tanto tempo. E gli sembrava ancor di più. Quanto. Quanto tempo. Ora la curiosità di guardarla era forte. Risollevò gli occhi, piano, appena oltre il groviglio di arti.

Era proprio lei.

Non si era sbagliato. Era cambiata. Non sapeva dire in che cosa, ma era cambiata.
Forse i capelli. Più corti? Una sfumatura diversa? Forse.
Non avrebbe saputo dirlo con certezza. Ma era cambiata. Qualcosa nello sguardo, ma forse era solo stanca. Chi non era stanco, a quell’ora, in quel bus? Forse anche lei lo avrebbe trovato cambiato. Anzi, di sicuro. Non le sfuggiva mai niente, una volta. La vide alzare lo sguardo. Lui non distolse il suo, ora. Si sentiva battere forte il cuore. Perché? I loro occhi non si incrociarono. Il cuore tornò a battere normalmente.
Delusione o sollievo? Non voleva saperlo, forse.
Anche gli occhi, i suoi occhi, avevano qualcosa di diverso.

Scoprì di non ricordarsi la sua voce. Non la ricordava più. Però ricordava ancora la sua risata.
Ricordava ancora il suo corpo. L’odore della sua pelle, del suo sudore. Era stato dentro quel corpo. Era stato quel corpo. E ora eccola lì, in fondo a quel pullman. Non voleva neanche salutarla. Ma non distolse più lo sguardo. Non ci riusciva. Era patetico. Patetico e triste. Non ricordava più la sua voce, ma ricordava i pomeriggi, le nottate. I litigi. Le lacrime. I sorrisi. L’elettricità sotto la pelle. Nelle vene. Nello stomaco. Il desiderio. La rabbia.
Basta.

Basta.
Forse anche lei lo aveva visto. Forse lo stava vedendo proprio in quel momento, con la coda dell’occhio. Ne era perfettamente capace. Allora anche lei non voleva salutarlo. Non voleva neanche degnarlo di uno sguardo. Ma poteva biasimarla? Non si erano lasciati in malo modo. Non troppo. Ma importava?
Erano mai stati veramente insieme? Loro, loro due? Potevano dire entrambi di essere stati quelle due persone, una volta? Con tutto ciò che era successo, da allora. I loro capelli, i loro occhi, i loro corpi, la loro pelle, forse anche il loro sorriso non erano più gli stessi. Come aveva fatto a riconoscerla?
Ora lo vedeva.

Lo vedeva bene. Ora poteva guardarla senza problemi. Era solo un’estranea, sì, una perfetta sconosciuta. In un pullman, di sera, come tutti gli altri perfetti sconosciuti, lì, ammassati, pronti a scontrarsi ad ogni frenata.

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di Lucia Tradii

Illustrazione di Elonora Loiodice

L’immenso orologio della stazione ti avverte che è pomeriggio inoltrato.
Superi alcune persone sdraiate su delle panchine, con bottiglie e sacchetti abbandonati ai loro piedi.
Ti infili in mezzo a una colonna di taxi ferma ed entri in stazione. Continui a camminare mentre controlli sul monitor. Quando trovi il tuo treno affretti il passo, potresti correre ma ti vergogni.
Lo vedi il treno, è fermo, ma ancora lontano.

Fai slalom tra la gente: lo zaino ti batte contro la schiena, senti il rumore delle tue scarpe che colpiscono il pavimento in modo disarticolato. Pensi che è una fortuna che non ti puoi osservare dall’esterno.
Arrivi davanti a una delle porte del treno, schiacci il pulsante rotondo che si illumina per alcuni secondi di rosso prima che le porte finalmente si aprano. Entri e riprendi fiato, ma cerchi di non fare troppi sospiri rumorosi, non vuoi che le persone attorno a te capiscano che hai il fiatone. I posti nei primi vagoni sono tutti presi, tu attraversi un vagone dopo l’altro in cerca, non vuoi arrenderti a un posto laterale.

Verso il fondo trovi uno scompartimento da quattro posti libero. Che presa!
Ti siedi vicino al finestrino, allunghi un po’ le gambe e appoggi la testa.
Anche quell’ultimo vagone si riempie in fretta e alcune persone si siedono nel tuo scompartimento.
Un po’ ci resti male perché tu non ci avresti provato, invece per loro sembra così facile.
Il treno lascia la stazione lentamente, poi prende sempre più velocità e corre veloce sui binari.

Tu guardi fuori dal finestrino, anche se non si vede niente, ogni tanto ti si incrociano gli occhi mentre guardi contemporaneamente l’oscurità che c’è fuori e il tuo riflesso illuminato dalle luci al neon.
Il treno a ogni fermata si svuota piano piano. Dai un’ultima occhiata alle tre persone che hanno fatto il viaggio insieme a te e che ora scendono e non le rivedrai mai più. Rimasta sola distendi le gambe, fai un bel respiro, appoggi la testa e chiudi gli occhi. Volti lentamente la testa verso il finestrino. Apri gli occhi e il tuo riflesso è sempre lì che ti guarda.

Altri occhi però sono lì a fissarti da prima che te ne accorgessi.
C’è un uomo seduto nello scompartimento accanto al tuo, solo, che ti fissa. Fai finta di niente e volti piano la testa per guardati intorno: il vagone è vuoto.
Deglutisci.
Torni a guardare il riflesso tuo e quello dell’uomo. Lo studi per avere almeno la sensazione di avere il controllo di qualcosa. È vestito normalmente, una camicia a righe, scarpe e pantaloni eleganti.
Lo immagini fino a poche ore fa mentre digitava sui tasti di un computer anonimo in un ufficio anonimo della città e il tempo e lo spazio lo hanno portato qui, a condividere il vagone proprio con te. L’uomo ha un principio di calvizie che cerca di nascondere pettinandosi i capelli di lato. Dalla camicia si intravede una pancia che ha l’aria di farsi più prominente col passare dell’età.
Ha gli occhi scuri.
Glieli vedi bene quegli occhi mentre li tiene fissi su di te.

Il treno si ferma, le porte del vostro vagone restano ferme, nessuno scende, nessuno sale.
La prossima fermata è la tua. Che fai? Scendi o non scendi? È meglio scendere o aspettare il capolinea? Il capolinea non è così lontano, ma come farai poi ad arrivare a casa? Non ci sono autobus. Se scendi darai un’indicazione su dove vivi all’uomo. Il treno continua la sua corsa inesorabile.
Pensi di alzarti e cambiare vagone. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Pensi di alzarti e sparire dentro il bagno. Ma l’uomo potrebbe seguirti. Ti volti ancora: qui non c’è nessuno, ma è impossibile che il treno sia vuoto. Ma chi ti aiuterà? Mentre continui a pensare sei rimasta incollata al tuo posto, hai lasciato l’uomo libero di scrutare ogni curva del tuo corpo. Il treno entra nella galleria: la tua fermata è vicina. Non puoi fare altro.

Ti alzi. Afferri lo zaino e te lo metti sulla schiena. Tieni gli occhi chiusi, li stringi così forti da vedere delle macchie bianche. Inizi a camminare, un passo segue l’altro. Ti giri e ti ritrovi a fronteggiare l’uomo.
Non vorresti ma non riesci a evitarlo: lo guardi. I vostri sguardi si incontrano. Lui non distoglie lo sguardo. Ha l’aria tranquilla e neutra, ma non distoglie lo sguardo. Senti il cuore che ti martella impazzito nel petto. Continui a camminare. “Vai avanti, non ti voltare” dici a te stessa per farti forza. Ti fermi davanti alla porta più lontana dall’uomo. Avresti potuto continuare a camminare, ma hai troppa paura, hai paura che le gambe non ti reggano, hai paura di non riuscire a correre abbastanza veloce. Il treno esce dalla galleria, la piccola stazione di provincia ti si para davanti, per la prima volta da quando ti ricordi sei felice di essere qui. Non ti volti, anche se la tentazione è troppo forte. Ma non ti serve che ti sforzi, li senti bene quegli occhi puntati alla schiena.
Il treno rallenta.

Per un attimo hai paura che non si fermi, che resterai bloccata qui per sempre.
Più il treno rallenta e più il tuo cuore batte all’impazzata. Il treno si ferma.
Con una mano tremante schiacci il pulsante, ti tocca aspettare ancora qualche secondo prima che le porte si aprano e tu possa saltare oltre il gradino. Sei fuori, respiri l’aria fredda. Altre persone scendono e si affrettano a raggiungere la strada. È bello sentire il rumore che fa la gente che vive. Le porte dietro di te emettono un bip lungo e acuto, le senti chiudersi come una morsa. Alla stazione è tornata la calma, ormai sei rimasta soltanto tu. Senti il treno che si sta preparando per riprendere la marcia. Non sai perché, è come se qualcosa ti chiamasse, ti avvertisse, e ti volti.

Il viso dell’uomo è a pochi centimetri da te, separato soltanto dal vetro sporco e ingiallito delle porte. Cadi a terra senza emettere alcun suono.
Il treno riparte, porta via con sé il viso dell’uomo, inghiottiti entrambi dalla notte.

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di Simonetta Gallucci

Illustrazione di Francesco Dell’Acqua

«Signorina, la fermata non è più qua» mi dice un ragazzo biondo, capelli a spazzola, mentre sto fumando una sigaretta via l’altra sulla banchina.

«Da quando?» chiedo.
«Da stasera».
«Difatti, mi pareva».
Quando sono arrivata, alle sei di stamattina, sono scesa proprio su questo marciapiede dove ora pesto la cicca con la punta delle sneakers.

«Dovete girare l’angolo, è là dietro» continua il ragazzo.
L’uso del “voi” mi commuove. Lo guardo meglio: sulla giacca a vento colore blu autista ha il logo ricamato della compagnia di autobus leader nella tratta degli emigrati come me. Posso fidarmi. 

Il controesodo è già iniziato, siamo agli ultimi giorni di agosto.
Alla luce gialla di un lampione ci siamo soltanto io e una famiglia, padre madre e una bimbetta, a fare da all you can eat per le zanzare.
Recupero dalla borsa delle salviettine repellenti mezze asciutte: me ne passo una sul collo, sulle braccia, sulle caviglie. La madre mi guarda come gli affamati davanti alla vetrina di una pasticceria: «Tenga» le dico «non so quanto siano ancora efficaci, ma ci proviamo».
Lei sorride e fa: «Danke».

L’autobus arriva, consegniamo i bagagli: due valigie alte quasi quanto me per loro, un trolley mezzo vuoto per me. Ho avuto soltanto il tempo di sistemare, in frigo, in freezer e nella dispensa, le scorte di amore edibile per l’inverno: formaggi, carne e pacchi di taralli mezzi polverizzati, ma piuttosto che sprecarli sarei disposta a sniffarmi le briciole.
Non l’ho disfatta stamattina perché ero troppo stanca dal viaggio; avrei voluto farlo più tardi, poi le cose sono andate diversamente e, anziché svuotarla, l’ho chiusa e mi sono rimessa in partenza.

Scelgo il posto finestrino, e vedo le luci di Milano scorrere e sfocarsi man mano che l’autobus prende velocità. Anche i miei pensieri si sfaldano, si fanno liquidi; provo a rincorrerne uno finché riesco ad acchiapparlo: è uno di quei ricordi che, quando tornano, mi fanno spuntare un sorriso di tenerezza.

Abitavo ancora al paese, un posto così immobile che anche una giornata ventosa fa notizia.
Figurarsi un incidente.
Ero a casa della nonna quando qualcuno citofonò con tanta insistenza che lei, alzando lo sguardo da una federa sulla quale stava ricamando le iniziali per il corredo di chissà quale nipote (si portava avanti, anche se il più grande di noi poteva avere sì e no diciott’anni), mi disse: «Questo ha trovato la colla sul campanello. Apri tu, fammi la cortesia».

Era mio zio, col fiatone per la corsa e la rampa ripida di scale che portava su.
«Cos’è tutta ‘sta premura?» gli chiese la nonna.
«Ma’, Michele è andato a sbattere con la macchina».
«Michele chi?» domandai io.
«A chi appartiene?» domandò lei.
«Il figlio di commara Franceschina» rispose a entrambe lo zio.
«Dov’è successo?» chiesi io.
«Quand’è successo?» chiese lei.
«E quante ne volete sapere, tutte e due!» fece lui. «Manco la creanza di darmi un goccio d’acqua, prima».

Scambiai uno sguardo con la nonna e lei assentì con la testa: per educazione, prima di toccare qualsiasi cosa, chiedevo il permesso.
Presi un bicchiere dal pensile e dell’acqua.
«Ti faccio l’orzata» disse a lui, e a me: «Prendi pure i uafer».
Non si capiva la ragione, ma d’estate a casa sua erano immancabili i wafer stantii tenuti in frigo.

Mio zio bevve d’un fiato, prima di continuare il racconto: «L’ho sentito in piazza. Dice che ha preso male la curva degli stramurali e si è cappottato con la macchina».
«E come sta?» chiese la nonna.
«L’hanno portato all’ospedale».

Michele lo conoscevo, suo figlio era un mio compagno di classe.
«Ma è vigile?» domandai allo zio ma, prima che lui potesse rispondere, intervenne mia nonna, con la sicumera dell’anziana saggia che corregge la gioventù: «No! Ha sempre fatto l’ortolano!»

Quell’involontario sketch era passato di bocca in bocca e, a ogni ricorrenza, veniva ripetuto da uno qualsiasi dei commensali: era uno dei copioni condivisi di quella tragicommedia intitolata “memorie famigliari”.

Mi muovo sul sedile.
Provo a chiudere gli occhi, mi forzo per tentare di dormire. Ma nulla; non mi resta altro che giocare con uno degli elastici che porto al polso.
Quand’è successo?, mi chiedo.
Quand’è che sono invecchiati?
Quest’estate, quando sono tornata per i cinque giorni di autonomia che ho prima di mostrare segni di insofferenza, li ho trovati tutti più acciaccati di come ricordavo: mio padre si lamentava per il mal di schiena, mia madre per i denti e la nonna era stranamente inappetente. Non aveva rinunciato però al suo piacere: il vino. Al pranzo di Ferragosto lei era a capotavola, e io al suo fianco; le avevano versato soltanto due dita di rosso allungato con l’acqua: lei mi ha dato di gomito e si è fatta passare la bottiglia, con gli occhi lucenti di furbizia.
Cosa mi sto perdendo?
È una domanda che mi faccio da un po’, ma non l’avevo avvertita mai con l’urgenza di questo viaggio interminabile nella notte, accartocciata sul sedile di un autobus che sta tagliando l’Italia. E che vorrei sorpassasse a sinistra, ma pure a destra, che passasse sopra o sotto, che si mangiasse l’asfalto, i camion, le auto, che bruciasse gli autogrill.

Purché arrivi in tempo.

La prima telefonata l’ho ricevuta intorno a mezzogiorno: era la nonna.
Mi aveva fatto una videochiamata, voleva salutarmi e chiedermi com’era andato il viaggio, ma teneva il cellulare troppo vicino alla faccia, di lei vedevo soltanto la dentiera.
Ho provato a dirle di allontanarlo, ma non capiva, allora mi sono innervosita e l’ho liquidata, dicendole che ci saremmo sentite presto.

La seconda era una chiamata, invece, verso le quattro, da parte di mia madre: «Tutto bene il viaggio?»
«Al solito» le ho detto. È restata in silenzio.
«E voi tutto a posto?». Ancora silenzio.
«Oh, allora?» le ho chiesto.
«Ascolta, la nonna non si è sentita bene».
«Come sta?».
«L’hanno portata all’ospedale.»
E io, ora come allora: «Ma è vigile?»

Ho sentito dall’altra parte un singhiozzo represso: «Fa l’ortolana» e poi, quasi sussurrando: «Torna».

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di Jacopo Triggiani

Illustrazione di Matteo de Lucia

Salgo sul treno. Destinazione Milano.
Vado a trovare degli amici.

Siamo tutti della stessa città e siamo tutti sparsi per l’Italia per motivi di studio.
Ci costruiamo un futuro, o quello che è.

Milano è un buon punto di incontro.
La nostalgia ci spinge a ritrovarci lì, perché ognuno, a suo modo, è per l’altro uno scampolo di quotidianità perduta, di quelle vecchie abitudini che fanno sentire al sicuro.

Seduto nel mio posto penso che, però, è qualcosa d’altro a spingermi.
Non basta la nostalgia né la voglia di sbronzarci tutti assieme, come ai tempi del liceo.
Mi risuona in mente la parola amicizia e mi viene in mente un libro che ho letto a riguardo.
Si chiama La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo, e me lo ha regalato una mia cara amica il giorno del mio compleanno.

Quattro ragazzi, legati dai tempi della scuola.
Churchill, Ofir, Amichai e Yuval. Ognuno ha le sue caratteristiche peculiari. Indubbiamente il leader carismatico è Churchill, sempre intraprendente e fascinoso. Ma Yuval ha il talento per la scrittura. È lui a dover dare voce alla storia del gruppo; è lui a dover raccontare il tradimento della sua amata Ilana, che sceglie proprio Churchill come suo nuovo compagno. Ofir, nel frattempo, subisce la sua esistenza, fino al punto di rottura. Amichai, a differenza sua, ha tutto ciò che vuole, ma, come spesso accade, gli viene tolto. Sono quattro esistenze slegate, senza alcun contatto anche solo pensabile, eppure unite.

Come dei fili trasparenti che tengono insieme le membra disgregate di un corpo unico.

Yuval parla di questi legami come se fossero naturali; dà loro l’importanza dei dati di fatto, quasi senza accorgersene, quasi fossero scontati. Come a dire che si è amici perché c’è una corda che ci tiene, e viceversa. Pura tautologia.

Su questo treno troppo veloce, mi rendo conto che ciò che mi spinge a Milano è proprio questa sensazione data per scontata. Mi rendo conto che per quanto io possa essere lontano da certe persone, nel fondo della mia coscienza, la loro esistenza per me, in relazione a me, sarà sempre un dato di fatto.
Le esperienze vissute, la conoscenza reciproca, l’affetto che ci lega saranno sempre lì, a occupare uno spazio angusto e persistente. C’è tanto egoismo, come in ogni emozione umana degna di questo nome. Ma mi ritrovo a pensare che sia un loro dovere continuare a mantenere quel posto, come lo è per me.

Ho la certezza che non è per noia che siamo rimasti amici; non perché non c’era niente di meglio. Screzi e dissapori sono solo distrazioni, come nel libro di Nevo. Indipendentemente da noi, esistiamo come amici, soprattutto quando nessuno risponde dall’altro capo del filo.

A me non è andata poi tanto male, devo dire.
Almeno non ho nessuna Ilana da reclamare, per il momento.

L’avviso della fermata mi richiama alla realtà.
Ormai siamo in arrivo a Milano Centrale. Riavvolgo il filo.
Vedo il mio amico che aspetta appena fuori dal tornello.

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di Silvia Roncucci

Illustrazione di Eleonora Loiodice

Nella mia città i mezzi pubblici odorano di proletariato.
Forse per questo li sento familiari, perché è da lì che vengo, dal popolo.
Ed è verso ciò che vedo dal finestrino appena l’autobus affronta la salita, vale a dire il cimitero, che sono diretta. Non che ci stia andando proprio ora, intendo che prima o poi ci finirò; anzi, vista l’età che mi porto in giro, se quel giorno fosse oggi stesso faticherei a nascondere la sorpresa.  

In garage riposa la vergognosa traditrice che stamani non ha voluto saperne di mettersi in moto. I telefoni che ho contattato non hanno strillato abbastanza da risvegliare l’interesse dei proprietari, tassisti inclusi. In casa ormai l’unica voce che sento è quella dei pensieri sfuggiti al borbottio interiore, e quindi, hop: non rimaneva che saltare sul primo autobus per scongiurare il rischio di mancare al mio appuntamento.

L’ho fatto con uno slancio goffo che per poco la tagliola della portiera non mi serrava tra i suoi denti.
Ora però queste vibrazioni sulla strada butterata, questo sobbalzare sul sedile a ogni curva come un nevrastenico a ogni soffio di vento un po’ più deciso, in fondo mi ravvivano, mi smuovono dopo giornate fastidiose, infiacchite dalle temperature subsahariane. Che non lasciano tregua neanche qui dentro, dove i finestrini si aprono cauti, indecisi se lasciar passare un soffio d’aria o respingere l’orda di calore per i pochi, audaci passeggeri.
L’autista sbaglia la traiettoria di una curva e per un soffio non vengo catapultata addosso alla signora sull’altro lato del corridoio. La sua lingua si scioglie velocissima al cellulare tra le vocali latine, la voce cerca di mantenersi sommessa ma l’idioma che parla non è adatto ai sussurri.
Piagnucola «mi amor» e quando riattacca informa una slava imperiosa davanti a lei che si tratta di suo marito, e chi sennò. Racconta che, da quando si trova migliaia di chilometri lontano da lui, dorme sonni fanciulleschi e che un uomo nei paraggi lo vorrebbe solo se fosse ricco da far schifo e generoso quanto basta. Però continua a chiamarlo «mi amor» e da come la guarda, forse anche la slava vorrebbe chiederle perché.

Io invece le direi che poco importa che con mio marito siamo stati generosi l’un l’altro se ora gli ettari occupati dal nostro appartamento sono invasi da scintillanti chincaglierie di cui, mi vergogno ad ammetterlo, non sopporto la vista. E che la sensazione che il letto sia di una taglia più grande non mi lascia riposare.

L’autista fronteggia la seconda delle tre colline su cui è adagiata la città e si ferma a metà per far salire un piccolo gruppo di anziani; da come traballano verso il fondo ho la certezza che almeno loro siano più vecchi di me. Sapevo che l’avrei vista far capolino da dietro la fermata: la casa.
Tre stanze affacciate sulla strada, Siberia d’inverno, i Tropici d’estate. Il giardinetto spelacchiato, l’innaffiatoio affranto in un angolo, il basilico in lotta contro una coppia distratta come noi. L’intonaco di un arancione accecante che concessi a mio marito purché se lo stendesse da solo. Entrando la prima volta per poco non inciampava nello strascico; dicono sia un classico, chissà quante spose tengono nell’armadio un abito bianco con su un’impronta numero 47. A quel trasloco ne sono seguiti altri tre, sempre più pretenziosi, sempre più alla deriva.
Come noi l’uno dall’altra, finché il tempo non gli ha fatto lo sgambetto.

L’autobus borbotta per ripartire, precipita in discesa, arranca sull’ultima salita: si vede che non se la sente di arrivare all’ospedale, però ormai ha preso l’impegno. Mi assicuro che l’autista abbia terminato le complesse operazioni di frenata prima di avviarmi all’uscita. Ora è la bionda imponente che parla al cellulare, la voce è un sibilo. Da come fissa il finestrino, l’altra donna deve trovarsi con la testa in Sud America.
Un uomo si avvicina alla portiera, mi riconosce, saluta con un sorriso incerto.
«Facciamo la strada insieme?» chiede.
Rispondo di sì, andiamo nello stesso posto.
«Stavo meglio seduto»  osserva dopo aver percorso qualche metro tra lamenti e sospiri.
«La capisco. Neanch’io cammino più tanto bene.»
«L’autista però era un po’ distratto.»

«Spericolato direi!»
Sorride, chiede da quant’è che mi dedico al volontariato, dice che si vede che ci so fare con i piccoli. Lavoravo come maestra? Quanti nipoti ho?
«Da due anni. Avevamo un’agenzia immobiliare. Niente figli, né nipoti. Per questo ho tanta pazienza: non l’ho sprecata con dei bambini miei!»

Ridiamo insieme, camminiamo fino alla biblioteca dell’ospedale.
I ragazzi stanno già aspettando.
Yasmine porta un foulard rosso a pois sul capo, Larysa uno floreale, nell’ultima fila la testa glabra di Luigi si intravede sotto il berretto dell’Inter. Glielo ha regalato il nonno, che oggi è arrivato con me.
Racconto a Luigi che lui mi ha riconosciuta subito, mentre io sono la solita sbadata.
Tutti gli altri mi rimproverano per il ritardo, ridacchiano, si divertono a dire che le mie sono scuse, che devo ammettere di essere una dormigliona, e io li lascio fare mentre cerco cosa leggere.
«Smettetela, è davvero colpa della macchina che non è partita!» spiego prima di cominciare. «Non avete idea di quanto ci ha messo l’autobus ad arrivare…una vita!»

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di Mattia Brambilla

Illustrazione di Eleonora Loiodice

«E tu l’hai mai visto un UFO?»
Disse raspando su col naso una pallottola di catarro e catrame.

«Non credo».
«Che vuol dire non credo? O li hai visti o non li hai visti».

L’intercity ciondolò affannosamente e si fermò.

«Non li ho mai visti, allora».
«Ma ci credi?»
«Non più di quanto creda agli angeli o a Dio».

Il vecchio stralunato avvicinò l’indice alle labbra come a dire di tacere: un leggero sibilo schiumò dalla bocca. Si guardò intorno circospetto, poi s’avvicinò al mio orecchio: «Non dire nulla, ché ti possono sentire».

«Gli angeli?»
«No,» aveva gli occhi allucinati, come due palle da pingpong, «gli alieni,» ed indicò al di là del soffitto.

L’avevo incontrato per caso alla stazione centrale. Era strafatto nei bagni e strisciava la sua pelle grinzosa di vecchio hippy sulle piastrelle lucide vetroresinate.

«Sta bene?»
«Mi stanno cercando».
«Chi?»

E aveva attaccato un delirio paranoide sulle cospirazioni governative, il Deep State, l’Arcangelo Gabriele, i rosacrociani, le sette aliene e sette alieni che l’avevano tratto con un raggio gravitazionale dal bel boschetto dove stava rintanato a fumare erba e a calarsi funghetti per trapanargli il cervello e giocherellare col suo budello.

«Lo fanno spesso, sai? Non solo con me, eh, è una cosa che fanno a tanti. C’è anche un sito,» e tirò fuori un cellulare, «guarda, siamo tutti abductees, è in inglese, lo sai l’inglese? Ma sì, sei giovane, guarda, tutti rapiti e scrivono le loro esperienze. Ti mando il link».

M’aveva seguito come un cane randagio che aveva trovato cibo, senza chiedere spiegazioni né indicazioni.

«Loro sanno tutto. Hanno sonde e agenti. Anche i cellulari,» e agitò il suo smartphone.
«Anche quelli?»
«Anche quelli».

Si guardò di nuovo intorno, strizzando gli occhi e nascondendo i denti marci dietro a un pugno stretto. «Anche questi qui… Tutti agenti!»
«Tutti?»
Mi guardò fisso e annuì con gravità, sussurrando: «Alieni».

Passò il controllore nel suo vestito stretto da impiegatuccio imbalsamato e chiese i biglietti.
Guardò me e il vecchio come si guardano due reietti: «Per gli animali c’è un supplemento». «Certamente» pagai i biglietti e il sovrapprezzo e quello sparì nel defilarsi dei sedili.

«Secondo me qui sono tutti alieni».
«E come fai a dirlo?»
«Lo si intuisce subito dalla postura, dalla flaccidità della pelle, dal taglio dei capelli, soprattutto dai capelli o dai cappelli, sai che hanno la pelle degli abductees, gliela strappano cellula a cellula, come delle bucce di banane, e se le infilano aprendo un buco in testa e mettendoci dentro le gambe come costumi di carnevale umani e se ne vanno in giro così per spaventare e per mimetizzarsi. La cucitura è quella che chiude e i capelli servono a nascondere la cicatrice. E poi hanno gli occhi strani, insolitamente anfibi».

«E io non potrei essere un alieno?».
Rise gracchiando come un querulo corvo: «Ma tu sei pelato!» Poi si indicò il cranio psoriasico: «I capelli, la cicatrice».

Gli altri passeggeri ci lanciavano occhiatacce gelide, con l’ordinaria ostilità che si riserva a compagni di viaggio indesideratamente fastidiosi. Una donna s’era presa le sue valige e s’era inoltrata per il vagone, giù, verso un’altra carrozza. Il vecchio la guardò passare e agitando le braccia mi sussurrò: «abbiamo beccato la marziana,» e poi, rivolto alla donna: «Via, sciò, in fondo al treno!» e rise ancora con una risata che partiva dai polmoni e finiva su, nello spazio profondo.

«E se ti dicessi» m’accostai a lui rompendo ogni barriera d’intimità «che anche io sono un alieno?» «Impossibile, impossibile,» continuava a ridere e ad agitarsi, «non hai la cucitura».
«È perché ci infiliamo dalla bocca».
«E no, caro mio, li ho visti con questi occhi: aprono un buco e si infilano dalla testa».
«Come vuoi tu».

L’intercity cigolò nuovamente e lo speaker annunciò la fermata.
«Alla prossima scendiamo» dissi.
«Va bene, va bene, alieno» e continuò a ridere sguaiatamente.

Il passeggero davanti a noi si voltò con uno sguardo ringhiante, mostrando canini aguzzi: «Oh, basta! Non se ne può più! Metta una museruola al suo umano».
«Scusi, signore, è che l’ho appena trovato, non è ancora addestrato».

Il vecchio ci guardava sbalordito, mentre il passeggero sorrise e accennò a una tregua: «È molto bello da parte sua prendersi cura di queste povere bestiole». Gli carezzò la testa, lo chiamò cucciolo, e chiese: «È di razza?»
«Caucasica, credo, ma dovrò fargli il pedigree».
«Ha già un chip?»
«Ad ascoltare lui sì».
«Bene, bene, così non scappa».

Lo speaker annunciò la fermata: «Il treno intercity Milano Centrale-Epsilon Eridani Prime è in arrivo alla stazione interspaziale Xenophor-9 con un ritardo annunciato di 16 minuti. Si ricorda ai gentili viaggiatori di prendere tutti gli oggetti personali e di lasciare pulito il posto a sedere. Grazie per la collaborazione».

Presi il mio umano e scesi dal treno.

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