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di Heiko H. Caimi

Illustrazione di Anastasia Coppola

Berlino.
Postdamerstrasse.
Fermata dell’autobus.

Persone salgono, persone scendono.
L’autista, impaziente, le fissa attraverso lo schermo. Le telecamere gli rimandano immagini dall’alto di gente comune che si affretta a salire.
Teste calve, teste appena uscite dal parrucchiere, teste unte, teste tonde, teste quadre.
Le detesta, le detesta tutte.

Attende con impazienza che una vecchietta riesca a fare l’ultimo passo per entrare. Con il desiderio di partire sgommando e di farla cadere.
Improvviso gli ritorna in mente il sogno dell’altra notte: lui alla guida dell’autobus che corre su una strada di campagna a tutto gas, al massimo della velocità consentita dal mezzo. E poi inchioda, all’improvviso. Tutti morti.
Quanti? Quaranta, cinquanta.
Cinquanta teste, cinquanta anonime mediocrità che sono salite sul suo autobus.
Gli piacerebbe, eccome se gli piacerebbe!
Gli piacerebbe che non fosse solo un sogno.

Riesce finalmente a richiudere le porte.
Parte piano, mentre la vecchietta si siede. Quella si lamenta che lui non abbia aspettato: «Così poteva anche farmi cadere!».
Vorrebbe inchiodare, uscire dal posto di guida, prendere la vecchia per le spalle e scaraventarla giù dal finestrino.
Ma non può, deve guidare.
Anche lentamente, perché il traffico procede a passo d’uomo.

Guarda nello specchietto retrovisore.
Cinquanta teste, sedute o in piedi, proprio come nel sogno.
Cinquanta teste in attesa che lui arrivi a destinazione.
No, non gliela darà questa soddisfazione.

Ferma di colpo e tra qualche scossone, tante urla e qualche urto ben assestato, il bus fa fischiare le gomme sull’asfalto per poi bloccarsi, di traverso, in mezzo alle corsie grigie ora strisciate di nero.
Quindi, schiaccia il pulsante che fa aprire le porte anteriori e, quasi fischiettando, esce e scende.
Si incammina in mezzo alla strada immaginando le facce dei passeggeri: il loro smarrimento, la loro paura di non arrivare in tempo, il disorientamento e l’odio.

Poi ci pensa su un attimo.
Torna indietro, quasi con l’aria di chi ha capito l’errore commesso: ma è in errore chi pensa questo.
Infatti, sempre con fare normale, ignorando le espressioni interdette dei passeggeri e le loro iniziali, timide richieste di spiegazioni, aziona dall’esterno i comandi manuali. Le due porte si chiudono contemporaneamente in un sonoro sbuffo d’aria, e le blocca da fuori con il chiavistello che, per sicurezza, porta sempre in tasca, creando una sorta di acquario, mobile ma immobile, fermo di traverso in mezzo al grande viale.
Sorride mentre attraversa la strada col rosso e senza voltare le spalle, senza ascoltare neanche i clacson delle automobili costrette a fermarsi per non prenderlo in pieno.

Di fronte alla fiancata del mezzo, si siede al tavolino di un bar che ha il vantaggio di avere una vista spettacolare: le vetrate del bus.
Popolato adesso da cinquanta teste e cinquanta mezzibusti che si agitano sbattendo i pugni contro gli spessi vetri di quell’acquario fatto d’aria.

«Un caffè americano macchiato, grazie e sì…anche uno di quei croissant al miele: adoro il contrasto del miele con il sapore burroso dell’impasto, sa?», ordina al cameriere che, fermo accanto a lui, non lo ascolta ma, inebetito, guarda impalato verso quel mondo sottovuoto che una volta era un autobus.

Continuando a sorridere, l’autista – ex autista in realtà, ora solamente spettatore interessato, se non artista di un quadro di esistenze sofferenti e iraconde – si gode lo spettacolo: il suo sogno che, bene o male, prende vita.
Beh sì sa, la realtà è sempre diversa da quello che uno immagina, ma anche così questa giornata ha assunto tutto un altro senso.

Sì, questa è proprio la più bella giornata della sua vita.

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di Lorenzo Tuci

Illustrazione di Francesco Pioli

Una volta in salvo sul brigantino della Serenissima, cambiatisi gli stracci sozzi e sudati con abiti da cristiani, e ben rifocillati, i cinque naufraghi furono convocati dal capitan Dandolo presso la sua sontuosa cabina, che occupava la maggior parte del cassero a poppa, lasciando due soli corridoi laterali sia ad ospitare le cabine del resto dell’equipaggio sia a schermire l’alloggio del capo dal sole infuocato o dai ceffoni degli alti marosi.

«Allora, signori,» esordì sonoramente Dandolo, stando in piedi dal retro della sua scrivania, non appena i cinque vennero introdotti, «mi è stato detto che vi siete or ora azzuffati. Dico io, proprio ora, a poche ore dall’aver scampato la morte, vi sembra opportuno tra voi venire alle mani? Mi meraviglio di voi Scarpin, che, come me, siete suddito di sua maestà il doge Silvestro Valiero! È forse questo il modo di comportarsi di un veneziano?»

Il padron giurato, addetto all’ordine della nave, che aveva accompagnato i superstiti del naufragio, intervenne: «Chiedo scusa capitano, ma il povero Gianni Scarpin non ha alzato mano, ché anzi lo abbiamo trovato sul ponte, attaccato per il bavero all’albero di trinchetto, mentre il tabarchinolo immobilizzava e il greco giùa menarlo.»

«Oh, questo poi è grave,» disse il capitano, «due forestieri, oltretutto, che attentano alla vita di un veneziano che ha appena scampato la morte, e su una nave veneziana per giunta!»

Scarpin, che ancora ansimava, era soltanto un po’ paonazzo, scomposto e gualcito sul collo del camice, ma non livido né sanguinante.
Quasi non riuscisse per l’affanno a replicare, durante e dopo le parole del padron giurato, si limitava ad annuire, con un ghigno e sfuggevoli occhiate, dirette ai colpevoli, che ne invocavano il castigo.

Dimitri il greco, detto Cleffino, pareva il più indomito.
Era l’unico a non aver voluto cambiarsi gli abiti. Aveva infatti lavato in fretta i vecchi e poi li aveva indossati ancora umidi.
Il respiro gli restava palpitante sotto la fascia rossa di fustagno che affiorava dal corpetto di pelle. Le grosse mani, che si protendevano dalle larghe maniche della camicia, strizzavano rabbiose l’aria e i lunghi baffi erano una metafora di zanne pronte a mordere.
«Gàidaros!»1 inveì contro Scarpin; poi, rivolto al capitano: «Escusi comandante, non parlo bene la vostra lingua, ma quel Gianni lì è un còiros 2! Voleva noi tutti morti di non bere.»

«In nome di nostro Signore Gesù Cristo,» intervenne il gesuita, che dal naufragio, oltre alla fede, aveva salvato anche la berretta di seta nera a tricorno che gli stava in capo, «siamo salvi! La Divina Provvidenza ci fece la grazia: permarremmo quaggiù qualche ora in più; e lor signori cosa fanno? Danno piglio alla violenza invece di rendere grazie al Cielo!».
«Insomma,» intervenne il capitano, «qui è andato a picco l’Ermagòra, un brigantino della nostra serenissima Repubblica; ci sono decine di cristiani morti e voi, come dice giustamente padre…padre?».
«Don Zenobio» suggerì il gesuita.
«Padre don Zenobio, appunto. Voi, dicevo, voi due signori, signor greco e signor tabarchino, vi accanite contro un cittadino della Serenissima, anziché gioire d’esser scampati alla morte, e mi raccontate poi di non esser riusciti a bere? Come avreste potuto bere in mare, a cavallo tutti quanti di una polena? Perché accusate costui di avervi assetati, anziché accusare il mare o l’implacabile sole d’agosto?».

«Lo spiego mi» intervenne il tabarchino «a voiotra Signoria illustre», e avanzò tenendosi nella mancina il polso destro, da cui affiorava una mano gonfia e paonazza, in contrasto col colore olivigno smorto della pelle e del capo pelato.
«Innanzitutto qual è il vostro nome?» chiese Dandolo perentorio.
«Mi chiamo Gianni, come quello là, onta della stirpe veneziana, che turco dovea nascere anziché veneziano. Gianni Canepa e son tabarchino, genovese d’Africa. Amico di Clettino, gran cuore greco, a cui detti ospitalità nella mia isola di Tabarca e che con me e gli altri qui presenti s’era imbarcato da Taranto sull’Ermagòra. Noi per altri affari, questi per raggiungere Creta e ripartir poi, dalla fortezza di Spinalonga, per guerreggiar contro il demonio turco, oppressoredi terre cristiane e predone del mare Nostru. Ma u Scarpin vostru ci volea far a tutti noitri le scarpe appunto! Ci fe’ patir ‘a sài 3! Niotri saiemu tutti morti de sài!».

«Di che?» chiese capitan Dandolo protendendo il viso verso l’ometto e corrucciando la fronte.
«Di sài, saite, insomma come si dice per farvela intendere?».
«Di sete» intervenne il giovane dalla chioma leonina, che sinora se n’era rimasto in disparte ad ascoltare attento.
«Voi sareste?» lo interrogò il capitano.
«Sono Jacopo Serrati, mercante di lane e stoffe, suddito del gran duca di terra Toscana, sua eccellenza Cosimo de’ Medici. E, se vostra signoria, data la mia spigliata favella natia e la mia pazienza nell’aver ascoltato tutto questo discorrere inconcludente, me lo concederà, vorrò raccontare per filo e per segno cos’è successo a noi sventurati nei tre giorni che passammo in mare, a cavallo di quel rudere di legno. Che sia benedetto quel bastone, scheggia del nobile brigantino Ermagòra, che cavalcammo sulle acque per tre giorni e per tre notti senza affogare».
«Ebbene ve lo concedo» gli rispose Dandolo, e poi ammonì: «E voialtri signori statevi zitti e lasciate parlare sor Jacopo».

«Io non so se il mar Ionio abbia mai visto una procella come quella, fatto sta che a poche ore dall’aver mollato gli ormeggi, sopraggiunta la notte, un vento titano e onde che si confondevano con montagne rovesciarono l’Ermagòra, che per cause oscure aveva iniziato a imbarcare acqua dalla chiglia.
Noi cinque, visto l’inabissarsi della nave, per non fare la fine dei topi in trappola, ci eravamo portati fuori, sul ponte, ma, per non essere sbalzati in mare, ci tenevamo abbarbicati agli alberi – chi a quello di mezzana, chi a quello di maestra e io a quello di trinchetto. La pioggia non solo cadeva su di noi, ci frustava, mentre le folgori scandivano i secondi che accompagnavano lo sprofondare di quel legno negli abissi. A un certo punto io vidi un lampo abbattersi sulla prua, a poca distanza da me. Poco dopo il brigantino iniziò a imbarcare acqua anche da là, sul davanti, dove la saetta gli aveva tagliato il muso. Prima che la nave venisse sommersa, mollai il mio palo e, per un tempo che mi parve interminabile, venni sciabordato come un burattino da quelle acque infernali, cercando soltanto di riprendere fiato non appena io potessi cacciare la testa fuori dall’onda. Quando il mare si acquietò, alla flebile luce delle stelle che tornarono a far capolino, vidi a poche bracciate da me sor Canepa tabarchino e il greco Cleffino avvinghiati al solo legno che dell’Ermagòra fosse rimasto a galla. Li raggiunsi, senza che inizialmente se ne accorgessero. Quando mi issai a cavalcioni su quel legno, lo fecero anche loro, e di lì a poco recuperammo a pelo d’acqua anche i corpi di don Zenobio e di messer Scarpin, che poi scoprimmo essere ancora vivi.

Arrivò l’aurora e, dal conoscerci solo di vista, passammo a raccontarci chi fossimo, mentre tutti e cinque ci trovavamo a cavallo di quella che era stata la polena del brigantino: un solido tronco conico la cui cima, un imponente leone alato di san Marco, era passato dal fendere il vento, indicando la rotta, a dare ospizio a cinque morituri,portandoseli a dorso. Prossimo al podice della belva argentata, sedeva messer Scarpin, dietro a lui don Zenobio gesuita, dietro a questi stavo io e, dietro a me, sor Canepa e infine il greco guerrigliero. Data la precarietà della nostra scialuppa, era difficile cambiare postura. Le gambe poi, dal ginocchio in giù, dovevamo lasciarle quasi tutto il tempo in ammollo, così come il leone veneto immergeva zampe e Vangelo, mentre sulle nostre teste, anche se coperte con stracci o cappelli, martellava, nelle ore pomeridiane, la rivalsa del sole sulla passata tempesta.

Il primo giorno e la prima notte, su quella bizzarra cavalcatura, passarono per noi sì con fastidio, ma non ancora con tormento. Il secondo giorno però, le cose cambiarono. Già dal mattino, avendo dormito pochissimo, per la paura che quell’abisso là sotto potesse essere il nostro anonimo sarcofago, ci sentivamo stanchi e ormai indolenti, anche a discorrere tra di noi. L’unica voce inarrestabile era quella di don Zenobio, che continuava a salmodiare e a sfogliare le paginette fradice e increspate del suo breviario.

Ben presto iniziammo a lamentarci per la fame e poi per la sete. La fame, dopo averci fatto mugolare i visceri, con la fierezza del Re di Franciaa cui si diserti un abboccamento, se n’andò sdegnata; ma la sete… quella no! con la tenacia d’un usuraio giudìo, presentava irriducibile il conto. Allora io dissi agli altri che, benché ciò potesse solo prolungare la nostra agonia prima della fine, a tracolla avevo una bisaccia piena del vin leggero delle mie vigne, che ero aduso a portare sempre meco viaggiando. Ne avrei lasciato sorseggiare a ciascuno giusto la quantità contenuta dal palmo concavo della sua mano.
E così tutti ne avemmo un sorso, che poco poco ci ristorò.

Giunse la notte e, vinti dalla stanchezza, riuscimmo un po’ a dormire, ciascuno caduto prono sul dorso di chi gli stava davanti e sor Scarpin sulla schiena del leone. Quando fu giorno, sempre con davanti quel deserto d’acqua e cielo, fame e sete tornarono ad affliggerci. Prima che qualcuno me lo chiedesse, sul volgere del mezzogiorno, offrii di nuovo, ai naufraghi compagni,il vino nel palmo, come la sera prima. E dopo che lo avemmo trincato, don Zenobio si rivolse a sor Scarpin in un modo che lasciò tutti perplessi.
Gli disse infatti: “Perché non vi conducete anche voi come messer Jacopo e dividete con gli altri ciò che avete?”
“E cosa g’ho mi più de voaltri? Furse la fam o la sete?” rispose il veneziano.
“Vi ho visto, sapete!?” replicò lesto il sacerdote, “Quando ancora non era giorno, voi stavate mangiando. Esurivi enim, et dedisti mihi manducare…” 4 “Sitivi et dedisti mihi bibere 5, com’ho fatto io con tutti voi” completai io la citazione evangelica.
“Appunto,” proseguì don Zenobio, che si era brevemente voltato con approvazione verso di me, felice di avere in simili circostanze un compagno di favella latina, “fate come recita il Vangelo di Matteo,” riprese in direzione di Scarpin,“dividete con tutti da buon cristiano e Dio ve ne renderà grazia, ché forse presto sarete al Suo cospetto”.

A queste parole, avvertii i due dietro di me agitarsi e presto passare a rivolgere contumelie contro costui che nascondeva il desinare. Dopo aver per un po’ sgomitato nel tentativo di allontanare le mani del tabarchino e del greco, che cercavano di strattonarlo passando sopra le spalle mie e di don Zenobio, mentre noi, dal canto nostro, cercavamo di riportarli a più miti consigli, sor Scarpin gridò: “Xiti! Fermi! Scolte’!” 6 e, acquietando gli animi con questo annuncio di un discorso incipiente, si distese poggiando il fianco sinistro sul dorso del leone per vedere tutti meglio con quella postura. Poi riprese: “G’ho co mi dea carne salada, ma no vea darò miga in cambio degnente. Mi so’ un mercante e so che el mondo pende da un piato de stadera. Tanto qua morimo tuti, e mi vojo morir mbriago, par patir de manco” 7 e rivolgendosi a me disse: “Se ti, toscan, te me dà el vin avansà, mi te do ‘a carne salada” 8.
Al che, io non sapevo davvero cosa rispondere.
I miei due compagni a tergo mi dicevano di non barattare; don Zenobio spostava lo sguardo da me a Scarpine riprese a salmodiare: “Domine Deus, amo Te super omnia et proximum meum propter Te…” 9

Dopo molto indugio, non fui io a decidermi, ma il veneziano a farmi una nuova proposta: “Ti, se te gheun fiorin de oro, ‘a monea toscana, ‘a metemo qua drento” e mostrò un piccolo fagotto di pelle chiudibile con una cordicella, “e ghe metemo anca na bea lira venexiana. Dopo te tiri su e…la moneda chea vien su la xe el voler de Gesù: si te tiri fora el fiorin te dago ‘a carne, coa lira teme de’ el vin.”10

Io, che di cibo non ne avevo quasi punto, ma di fiorini un po’ di più, accettai, e porsi a sor Scarpin la mia bella moneta d’oro, che risaltava accanto alla lira argentata, ma spenta dall’ossido, ch’egli mostrava tra le dita,voltatosi verso di noi. Preso ch’ebbe il mio fiorino, tornò a darci le spalle e appoggiò la bisaccia sul dorso del leone. Poi fece vista di aprirla e di mettervi le due diverse monete. Nel frattempo, don Zenobio si era sporto di sottecchi sopra le spalle del nostro amante della sorte e, riabbassatosi subito, si era messo a recitare ad alta voce, voltato a guardarmi, un salmo latino che giammai avevo sentito, né in Santa Maria del Fiore né in Santo Spirito oltrarno, né scritto sui Vangeli né in bocca di predicatore: “Fuscos tantum nummos in culleo posuit!”, ossia nel sacco ci ha messo solo monete scure.

E io, compreso dal messaggio in codiceavere lo Scarpin riposto solo ducati nella bisaccia, risposi,pur’io nell’antica favella, salmodiando: “Ora pro nobis ac ne hoc impedìeris!”11.
Così, quando Scarpin mi porse la sacca da cui estrarre la moneta, sotto lo sguardo sbigottito del nostro curato, io, facendo finta di niente, v’infilai la mano ed estrassi; ma, prima che si potesse vedere cosa avessi tirato su, mi feci cadere il metallo di mano lasciando che si perdesse negli abissi.

“La ghera ‘na lira, la g’ho vista!” 12 disse subito Scarpin, ma io lo contradii subito: “No, era un fiorino, era d’oro!”.
Sennonché, lesto come un fulmine, don Zenobio gli strappo la bisaccia dalla mano e disse: “Non è difficile sapere cosa ha estratto sor Serrati, basterà guardare cosa c’è rimasto qui dentro”. E così, signor Capitano, chi ci voleva far passare da bischeri, mettendo due lire in saccoccia e il mio fiorino nelle mutande, bischero fu».

Gli sguardi dei salvati e dei marinai presenti puntavano tutti dritti come sciabole sguainate verso il volto del mercante, che, in cerca di qualcosa da dire, dissentiva oscillando il capo.
«Siete un’onta per la Città che vi diede i natali!» affermò Dandolo, «avete comunque salvata la vita, ma non fate ch’io vi incontri di nuovo, né per mare né per terra».
E poi, sottovoce, «Slandron da ciapar a peae intel dadrìo!»13


[1] Lett. “asino”

[2] Lett. “maiale”

[3] Lett. “sete”

[4] Vangelo secondo Matteo 25.35: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”

[5] Ibidem: “Avevo sete e mi avete dato da bere”

[6] “Zitti, fermi, ascoltate!”

[7] “Ho con me della carne secca, ma non ve la darò certo in cambio di niente. Sono un mercante e so che il mondo pende da un piatto di stadera (antica bilancia portatile usata dai mercanti N.d.A.) Tanto qua moriremo tutti, e io voglio morire ubriaco, per patir meno”

[8] “Se tu, o toscano, mi dai il vino rimanente, io ti do la carne secca”

[9] Dalla preghiera cattolica Atto di carità: “O Signore, ti amo sopra ogni cosa e il mio prossimo accanto a te”

[10] “Se hai un fiorino d’oro, la moneta toscana, la mettiamo qua dentro, e ci mettiamo anche una bella lira veneziana. Dopo tu estrai e… la moneta che ne esce è il volere di Gesù. Se tiri fuori il fiorino ti darò la carne, con la lira tu mi dai il vino”

[11] “Prega per noi e non fermarlo”

[12] “Era una lira, l’ho vista!”

[13] “Lazzarone da prendere a calci nel deretano!”

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Primo indizio

di Stefania Coco Scalisi

Illustrazione di Serena Saia

Parola in codice: rosso di sera.

Chissà perché avevano scelto quelle parole, ma a quel punto non si poneva più molte domande.
Forse era stato il fatto che da mesi i colori erano diventati la chiave di volta per capire il tuo grado di libertà: giallo, tutti a fare i brunch; arancio, inizia a sfogliare il catalogo Netflix; rosso, riprendi in mano quel lavoro all’uncinetto che avevi iniziato l’anno prima.

Poi però, era venuta a sapere di quella forma di ritrovo clandestina, una cosa molto esclusiva, dei bar mobili, stile speakeasy, che agli eletti in grado di trovarli e pronunciare la parola segreta, schiudeva le porte di un aperitivo sorseggiato con calma, con musica di sottofondo e barista pronto a fare il pieno a un tuo cenno della testa. Galvanizzata dalla sensazione di essere una newyorchese pronta a sfidare le rigide regole del proibizionismo, prese il suo vecchio motorino e si mise alla ricerca di quel santuario del piacere.
Ma non aveva molti dettagli,  le era stato solo detto che il luogo si trovava accanto a un obelisco e che la parola in codice era “rosso di sera”.

Con un misto di perplessità ed eccitazione per quell’inutile vaghezza nelle indicazioni, iniziò a peregrinare per le strade della città vuota.
La vespa, ormai sempre parcheggiata, iniziò a borbottare infastidita da tutta quell’attività che di colpo le era richiesto di fare.
Ma non le importava, voleva un Manhattan e avrebbe attraversato i chilometri a piedi, se necessario, per averne uno.
L’unico problema era però che non aveva idea di dove si potesse trovare un obelisco. Lei in tanti anni non ne aveva mai visto uno. Ma se avevano parlato di un obelisco doveva per forza significare qualcosa. Cercò su Google, ma di obelischi neanche l’ombra.
Rilesse attentamente il messaggio che aveva ricevuto quella mattina, ma niente, c’era solo scritto: “Obelisco. Rosso di sera”.

Perse una decina di minuti per raggiungere un posto dove era quasi sicura di aver visto una cosa che ricordava un obelisco, ma con sommo disappunto si accorse essere invece una pagoda all’ingresso di un ristorante cinese, maledetta memoria che si inventa le cose per farti felice. Senza più idee, si rivolse a un passante. 
Quello vedendola, fece un balzo all’indietro.
Ed in effetti, tra casco, occhiali da sole e mascherina, poteva sembrare una tipa poco raccomandabile.
Realizzato il malinteso, il signore si offrì di aiutarla.

«Obelisco, dice? Mhmm, non so se si può aiutarla, ma mi pare di ricordare un obelisco vicino lo Stadio, dall’altra parte della città».
Ma si certo, come aveva fatto a non pensarci prima?
L’obelisco vicino allo stadio!

Senza perdere altro tempo, mise il turbo alla vespa e partì.
Le strade erano vuote e l’unico rumore che sentiva era quello del motore a scoppio e del vento sulla faccia.
Passò i semafori, tutti verdi, felici come lei per quella piccola gioia che stava per ricevere.
Vide da lontano una volante della Polizia, rallentò per evitare problemi.
Ma quelli erano distratti e non si accorsero neanche del suo passaggio.
Accelerò di nuovo. Nel giro di pochi minuti, vide lo stadio.
Parcheggiò.

Cercò con gli occhi l’obelisco, ma l’unica cosa che vide fu una mezza colonna rotta.
Ricontrollò sul cellulare la foto di un obelisco.
Non è che ci assomigliasse molto, ma magari era solo rotto. Magari se ci fosse stata la punta, allora si che poteva essere un obelisco.
C’era solo una casa, accanto il quasi obelisco.
Suonò.

Rispose una voce maschile, vagamente impastata, magari proprio dall’alcol:
«Chi è?»
«Rosso di sera»
«Chi è?»
«Rosso di sera!» urlò più forte.
«Bel tempo si spera. Arrivederci!»
«Aspetti, non è questo il bar…».

Terminò la frase per se stessa.
L’altro le aveva chiaramente chiuso il citofono in faccia.
Sconsolata andò verso la vespa. Mentre agganciava il casco, sentì una leggera vibrazione del cellulare. Lo prese, vide un messaggio: “Piramide. Blu notte”.

Sorrise.
La caccia ricominciava.

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di Siliva Penso

Illustrazione di Liliana Brucato

Dal posto in cui mi siedo posso vedere le persone in faccia.
Di solito è per terra, con le gambe lunghe dritte, la schiena contro la porta automatica che resta chiusa.
È il modo migliore per osservare la gente che sfila entrando: triste, arrabbiata, agghindata, che non ha tempo, che perde tempo, che non si rassegna al passare del tempo.

A volte mi metto sulla poltroncina di plastica arancione, lì mi godo meglio il dondolio del vagone e sonnecchio.
Lo faccio quando ce l’ho col mondo, o dopo che qualcuno mi ha trattato male.
Così mi diverto a scrutare le espressioni schifate degli altri, gli sguardi imbarazzati che si incrociano tra loro, trovando, risarciti, approvazione quando di solito le identità di ognuno sono chiuse, sigillate, proiettate verso il proprio telefonino. C’è una certa soddisfazione beffarda a vedere il tramestio dei pensieri preoccupati dietro le fronti, che macinano idee e si impongono di non sedersi più sui sedili se ci si mette la gente come me.
Già, ma com’è la gente come me?

Umana direi.
Ma anche senza tetto, senza casa, barbone, clochard, barbaro, sporco, puzzolente.
Come volete voi: io sono tutte queste cose.

Certo, sono anche altro.
Ma è nascosto bene sotto la sporcizia, il disagio, gli occhi cerchiati di borse nere.
Perciò nessuno lo vede.
Invece, da quando io sono questo qua, a loro li guardo sempre, prima no.
Prima era tutto un vortice di impegni e sacrifici e cose da fare.
Ma c’erano anche i momenti belli, mi pare.
Ora il tempo è una linea piatta ininterrotta e va per conto suo.
Io lo srotolo osservando il viavai dei corpi che si spostano, oscillano, perdono l’equilibrio, appisolano il mento sul palmo della mano, raccontano urlando al telefono delle coliche del marito, sbraitano contro le ingiustizie ricevute al lavoro, dai fidanzati, dalla compagnia telefonica.

L’altra notte c’era una coppia che si baciava sui sedili.
Tanto erano presi che la metro era diventata la loro stanza.
«Sono giovani», ha detto una signora all’amica, come per scusarli. Loro erano vestite tutte eleganti, chissà qual era la meta. È bello fantasticare, immaginare dove potrebbero andare, chi incontreranno, amici, amanti? Cosa troveranno quando lasceranno il vagone, cosa li aspetta nella vita vera, fuori dal dondolio rumoroso delle gallerie?

Il sabato sera è il più bello, la metro è un pullulare di allegria e aspettative, è un’altra vita nella vita sotto la città, che viaggia veloce verso feste e incontri e teatri e cinema e luci nella notte che brillano sui marciapiedi. Gli amici, in circolo intorno al palo centrale dello scomparto, si battono pacche sulle spalle dei giacchetti jeans, hanno gli occhi lucidi di riso, sono innamorati del mondo e nei gruppetti c’è sempre un ragazzetto che si accosta a una ragazzetta e fa il simpatico, lei a volte ricambia la simpatia, a volte no, è scorbutica sapendolo, lo fa apposta, il ragazzetto talvolta si scoraggia torna al sicuro nel branco dei maschi, altre volte dribbla, la prende alla larga, cerca prima di far colpo sulle amiche.

Il lunedì mattina nell’aria c’è una tristezza lugubre, l’aspettativa lascia il posto alla rassegnazione, alla rabbia di alcuni che vogliono litigare per forza, a quelli che entrano come furie travolgendo tutti, che rubano il posto a sedere con scatti ferini e occhi da predatori. C’è anche la categoria con l’ansia, tipi che si mettono davanti alle porte molte fermate prima della loro e chiedono a tutti «Che scende alla prossima?».

Il venerdì pomeriggio si sentono più sospiri che parole, c’è uno strano mesto silenzio, le persone sono stanche, i libri rimangono aperti e gli occhi persi in chissà quali orizzonti ciechi, le dita scorrono sugli schermi senza vedere niente.

Ogni giorno in certe ore stabilite, che chiamano di punta, la metro diventa un container e dentro ognuno stipa il proprio corpo come può, come una merce ci si addossa gli uni agli altri. Io sto tranquillo, intorno a me c’è sempre spazio. A volte quelli più vicino parlano di me, sono le solite frasi con le stesse intonazioni, una sinfonia metallica e monotona sulla quale si può quasi tenere il tempo, come se fosse una logora canzone trita e ritrita che, con versi stonati e gracchianti, rimbomba dai vecchi altoparlanti della stazione: «Che vergogna», «Ci vorrebbe più controllo…», «Basta con questo degrado, non si può più neanche prendere una metro!», «Andrebbero arrestati questi qui e buttata la chiave! », «Insopportabile questa puzza, già ci tocca andare a lavorare…».
Lavorare.

Anche io lavoravo, o almeno così ricordo, come fosse un sogno ormai. Sembrano mille invece era solo un anno fa.
Avevo un lavoro, sì, ora ho solo uno scatolone e sono un niente perché niente possiedo: così, almeno, impone questa società, questa esistenza attuale. L’esistenza è fluida, non c’è, scivola via.
Vivo di elemosina.
Elemosino spiccioli e sguardi…e guardo.

Guardo la vita che non ho: la vita degli altri.

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di Jolanda

Illustrazione di Anastasia Coppola

«E sbrigate! Alle sei dobbiamo cerca’ de sta lì dai!»
«Ma perché il concerto inizia alle sei? Ma poi, sono le quattro! Boh, io non ti capisco».
«Non è che inizia, però, metti mezz’ora per arrivare con la macchina ad Anagnina, piglia la metro, cambia, poi arriva a Pietralata, fatti il pezzo a piedi fino all’Arci, metti pure che sbajo col navigatore, se so fatte le sette e mezza e lo vediamo col binocolo, anzi, col cazzo lo vediamo Giancane».
«Eeeh ma che te vuoi fa sudà addosso da Giancane?».
«SI, STAVOLTA DEVO STA’ SOTTO AL PALCO, ME DEVONO ARRIVA’ LE GOCCE SUE. SBRIGATE, Costà!».

Da quell’ultimo sincero, sentito, imperiosissimo “sbrigate” ci avevo ricavato solamente una mezz’ora di ritardo.
Ero soddisfatta.
Alle 16.30 eravamo in macchina, pronte, ed io ero già lì ad immaginarmi in prima fila – no, dai, seconda – a fare una delle più belle sudate da concerto mai viste prima.
Mentre pogavamo dovevamo scivolare l’uno sull’altro.

Macchina parcheggiata, metro presa, cambio a Termini, metro B direzione Pietralata – quasi vuota – e…
«Ah, aspetta!»
«Eh vabbè Costà so’ trent’anni che te conosco, fammela na volta sta sorpresa de arriva’ in orario da qualche parte prima de ave’ circumnavigato Roma. Che è successo, che te sei dimenticata?»
«Parti col pregiudizio: perché devo essermi dimenticata qualcosa?».
Respiro profondamente per evitare scenate e con un tono di voce estremamente calmo, rispondo: «E allora cosa?»
«No niente, c’hai ragione, mi sono dimenticata la bandana gialla. Dobbiamo andarla a prendere».

Costanza ed io siamo amiche, a conti fatti, da circa trent’anni ed un suo tremendo difetto è l’ingenuità con cui fa qualsiasi cosa, qualsiasi azione. Per lei è tutto reversibile, nulla con delle conseguenze, nulla a cui non si possa rimediare.
Costanza è perfettamente l’opposto del mio cinismo, che poi “cinismo” è il nome che la gente dà al realismo quando non è capace di sopportare la realtà per quella che è.
Tralascio tutto il calendario che avrei voluto urlarle e rimango in silenzio.
Mi limito a rovistare impazientemente nella sacca che porto a spalla io, prendo i biglietti della metro e gliene porgo uno.
Alla fine del concerto – dopo almeno tre birre a testa ed un tamburo martellante nelle orecchie – Costanza mi avrebbe detto ridendo: «C’avevi na faccia prima, stavi incazzata nera, ma facevi ride».
Facevo “ride”.
Mi stava partendo l’embolo, ma facevo “ride”.
Non batto ciglio perché so che di questa bandana giallo limone non se ne può proprio fare a meno.

Avevamo quindici anni quando, in una giornata estiva, mentre mangiavamo un gelato, immerse nella nostra spensierata noia del momento, Costanza mi raccontò un episodio accadutole quando era molto piccola, non specificandomi età o altro.
Il padre era un interprete italiano, laureato in lingue orientali, molto richiesto dalle più grandi aziende petrolifere italiane e questo lo portava a viaggiare moltissimo, soprattutto in Libia ed in Marocco. In uno dei suoi viaggi portò Costanza con sé e, mentre camminavano l’uno accanto all’altra in uno dei grandi ed affollati mercati, Costanza sparì.
Il suo racconto non aveva particolari dettagli, se non il fatto che il padre, prima di uscire, le avesse fatto indossare una bandana gialla.
Fu proprio quella che premise al padre di ritrovare Costanza in una bancarella di spezie, accanto alla curcuma.
Costanza diceva di non avere paura della folla, quanto, piuttosto, di aver paura di  perdersi in posti affollati e quella dannatissima bandana giallo limone era il lasciapassare per addentrarsi nella fiumana; la mia unica, sola, gialla ed imperdibile possibilità di andare a vedere sto cazzo di Giancane.

Da due settimane ripenso continuamente a quel concerto: il meno sudato e con la peggiore visuale di sempre – ultima fila, facevamo praticamente servizio d’ordine – ma il più bello ed il più spensierato, prima che tutto finisse, prima di non poterti più dire «ci vediamo domani».

Adesso non so dove sei e non so dove cercarti, quindi ho messo io la tua bandana giallo limone così magari riuscirai a trovarmi tu.

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Storie e intrecci di vita sul tram 3, vettura num. 1503

di Marcello Manzoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

La notizia l’ho appena letta sul gazzettino della mia città, nella terz’ultima pagina, con il rischio che il fatto passi inosservato: vogliono mandare in pensione il tram numero 3, serie 1500, vettura 1503.
Chi sta leggendo magari ha appena fatto spallucce, non considerando come questo evento sia tremendo nella mia vita.

Il tram numero 3 è un eroe vestito dalla tradizionale livrea verde bitonale, con due lunghe panche longitudinali e il decoro del tempo che fu.
Classe 1928, è sopravvissuto ai bombardamenti alleati forse grazie al suo mimetismo di fabbrica.
Nei decenni seguenti, ormai sicuri che non ci sarebbero stati ulteriori bombardamenti, il colore della serie 1500 fu modificato in uno spavaldo arancione ministeriale, ma quello della vettura 1503 rimase inalterato.

Per me il 1503 non è solo un mezzo di trasporto, ma lo considero un amico fidato, ritardatario, ma fidato.
Da bambino lo aspettavo in compagnia di mamma per andare a scuola.
Dodici fermate, e nel frattempo rileggevo i compiti svolti a casa. Con il passare degli anni prendere il tram da solo divenne un simbolo di indipendenza di cui andavo molto fiero.
Alle superiori, le dodici fermate mi occorrevano per fare i compiti dimenticati.
Quando iniziai l’università, servivano solo cinque fermate per giungere alla metro e avere a disposizione così poco tempo, mi permise di porre maggiore attenzione alle persone che vivevano quotidianamente il 1503.

La signora elegante fu certamente la principale habitué.
Al tempo, quando la notai, avrà avuto circa ottant’anni e ogni giorno era vestita con estremo garbo.
Non penso che la signora dovesse effettivamente andare da qualche parte: amava girare per la città e mettersi in mostra per chi saliva, magari inducendo qualche avventore a chiedersi dove una signora di tale eleganza si stesse dirigendo.
Al mio secondo anno di magistrale, di punto in bianco, la signora smise di frequentare il suo salotto motorizzato.
Chiesi tempo dopo a Giuseppe, lo storico manovratore del 1503, se sapesse qualcosa della signora elegante.
Rispose di no e giurò di non ricordare un periodo così lungo senza la sua presenza.
Non la vidi più.

Uno sgradevole personaggio che iniziò a frequentare il 1503 fu un tipo in impermeabile, che soprannominai in seguito “il Toccaculi”.
L’uomo prediligeva gli orari di punta, con i pendolari ammassati e iniziava la sua attività molesta per poi darsi alla macchia.
Divenne noto sulla linea del numero 3 e tenuto perentoriamente d’occhio da Giuseppe, finché toccò le natiche sbagliate e si prese un tacco dodici dritto in mezzo alle gambe.
Giuseppe bloccò il tram e lo lanciò di peso sulla pensilina. Lo vidi altre volte sul 1503, ma restava in disparte, ormai famigerato.

In quegli anni le panche longitudinali furono un invito per rubare sguardi alle ragazze.
Il tipo di seduta faceva il mio gioco e le “maledette” si sforzavano a guardare in ogni direzione, ma mai la mia o a leggere qualsiasi cosa avessero sottomano.
Ricordo quella volta in cui incrociai lo sguardo con una bellissima ragazza mora e lei non distolse lo sguardo.
Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata. Mi guardò ancora e fece un gentile sorriso: rimasi così estasiato che persi la fermata e in fondo chissenefrega, dovevo solo seguire una lezione di Archivistica, quindi assolutamente sacrificabile per un ennesimo sorriso.
La ragazza scese poche fermate dopo e io rimasi imbambolato sul tram.
Mi diedi dell’idiota per le successive tre fermate.
Poi scesi e mi diressi alla morbosa lezione, dove non feci altro che rimuginare sul mancato approccio.
Le settimane successive sperai di incrociarla nuovamente e mi capitò persino di scendere alla sua fermata, auspicando in un casuale incontro.
Ma non successe.
Infine, dopo alcuni mesi la vidi salire sul 1503: era più bella di come la ricordassi.
Inizialmente ponderai la possibilità di lasciare che fosse lei a lanciare il primo sguardo, ma già nei due secondi successivi iniziai a fissarla avidamente e con un sorriso ebete.
La ragazza si accorse della mia presenza e ricambiò il mio sorriso con uno dei suoi, meraviglioso.

Ero a un bivio: se l’avessi lasciata andare senza rivolgerle la parola lo avrei rimpianto per tutta la vita.
Appena il posto a fianco al suo si liberò, mi alzai e mi sedetti a fianco a lei.
Le rivolsi la parola:
«Ciao, non so se ti ricordi di me, ma ci siamo visti proprio qui sul tram alcuni mesi fa. Avrei voluto conoscerti già allora e questa volta non potevo farmi scappare l’occasione».
La ragazza mi sorrise ancora più splendidamente e mi rispose:
«Che pensiero carino! Se hai trovato il coraggio significa che Dio ti ha infuso la forza».
«Dio…cosa?» Chiesi istintivamente.
«Sì, Dio muove ogni nostra azione, capisci?».
Attese che annuissi e poi riprese a parlare: « Noi del Sacro Amore di Dio pensiamo che le cose belle che ci succedono tutti i giorni siano frutto dell’amore del Signore».
«E le cose brutte?», domandai, mordendomi la lingua subito dopo.
«Le cose brutte no, ovviamente». Lo disse con un tono piuttosto sdegnato.
Quindi fece una magistrale pausa, degna del miglior Vittorio Gassman e come ricordandosi che Dio la volesse vedere sorridere aggiunse: «Se vuoi puoi venire a un nostro incontro di preghiera».
Non avevo niente contro i ferventi cattolici, ma quella volta rimasi spiazzato, soprattutto perché nei mesi mi ero creato diversi scenari, ma mai niente del genere.
«Guarda ci penso un po’ su…» vile menzognero che non sono altro.
«Ora devo scendere, non posso proprio perdere la lezione di Archivistica, ciao!».
Sì, mi avevano bocciato al precedente appello.
Non l’ho più vista e chissà come si chiamava.
Tempo dopo in televisione guardai uno speciale sulle Bestie di Satana e mi sembrò di riconoscerla, ma non poteva certo essere lei.

Vi sto scrivendo dal tram 1503, con il quaderno aperto sulle gambe, il gazzettino ripiegato e dopo quarant’anni di frequentazione giornaliera sto come nel mio salotto.
Ahimè ancora per poco.

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di Denise Ciampi

Illustrazione di Serena Saia

Ti lascio andare: solo l’ombra si attarda nel campo visivo, prima di scomparire.

Rimango sotto la pensilina della biglietteria, nella quiete assolata del porto. Cominciano ad arrivare macchine e furgoni. Famiglie, uomini soli.
Sui portapacchi piccoli mobili, elettrodomestici e altri oggetti, legati con cinghie e teli colorati.
Forse tornando a casa ti sarai fermato a bere un caffè al bar della piazza, dove ieri sera abbiamo chiacchierato a lungo, trascurando rigorosamente le cose che contano.

Inizia l’imbarco dei mezzi, il mio camper è tra i primi.
I gesti bruschi del personale mi orientano verso la zona di sosta.
Al momento di lasciare il porto mi affaccio alla balaustra, come facevo da bambina, quando insieme ai miei genitori andavo in Sicilia per trascorrere le vacanze con i nonni.

Una ragazzina dai colori magrebini e dal capo scoperto si diverte a guardare il porto che si allontana e ride assottigliando ancora di più il taglio dei suoi occhi.
Vicino a lei c’è un bambino più piccolo che gioca, sorvegliato a distanza da una giovane donna.
Il vestito fucsia della bambina si gonfia come un piccolo paracadute.

Anche il mio abito raccoglie il vento e, mentre raggiungiamo il mare aperto, aderisce al corpo e si solleva in forme allungate che seguono lo stesso andamento dei miei capelli sciolti, divisi in ciocche dall’aria salmastra.
Ho la sensazione di perdere la mia forma.
Anche la pelle cambia: si ispessisce, per una scorza invisibile e fresca, impastata dal vento con acqua e sale.

Indossa una gonna bianca, ben stirata; una camicetta, anche quella bianca e ordinata. La ragazza dell’equipaggio ha occhi chiari e grandi, che una volta devono averle dato un’aria ingenua.
Adesso no: sono gli occhi di un marinaio che scruta l’orizzonte, mentre fuma.
La sigaretta stretta tra il pollice e l’indice, rivolta verso l’alto, ad ogni boccata una smorfia, quasi di dolore. In quelle espressioni la pelle bruciacchiata dal sole si arriccia e si distende, con un ritmo lento che fa pensare al movimento di un mammifero marino.
Guardiamo entrambe la scia lasciata dalla nave: una traccia lunga e stranamente persistente di schiuma bianca, intensamente azzurra al centro. Eppure scomparirà, mi viene da pensare, e per un attimo vorrei che la nave fosse in grado di lasciare un segno indelebile, lungo quella rotta che da Civitavecchia ci porterà a Palermo, da dove – senza di me – proseguirà per Tunisi.

Ti lascio andare, e ancora una volta mi illudo che sia qualcosa di definitivo.

La ragazzina è ancora sul ponte: corre e gioca con il bambino di prima.
La giovane donna viene ad appoggiarsi alla balaustra, vicino a me e non molto distante dalla ragazza dell’equipaggio.
Distoglie la mia attenzione dalla scia.
Le dico qualcosa sui bambini: si somigliano, le chiedo se sono fratelli.
Ha lo stesso sorriso della bambina, avrà appena vent’anni.
Dice di sì; capisce l’italiano e lo parla, con qualche difficoltà.
Il velo chiaro che le copre la testa si muove, sollecitato dal vento e dai movimenti vagamente ritrosi del capo.
Le dico che viaggio con il camper, sorride e mi fa capire che, con tutto quello che hanno imbarcato, un camper avrebbe fatto comodo anche a loro.

Mi ricordo delle macchine e dei furgoni stracarichi di roba, mi spingo a chiederle che ne faranno di tutte quelle cose.
Sono regali, per i parenti e per gli amici.
Hanno comprato una televisione usata per un fratello di suo marito e un mobiletto per la casa dei suoceri.
Portano qualcosa a chi li ha aiutati a partire, si usa così.

Il bambino si sposta, corre su per le scalette e la madre lo segue.
Solo adesso mi accorgo che anche la ragazza dell’equipaggio se ne è andata. Mi è venuta fame.
Buffo avere una cucina e non poter cucinare.

Finisco al bar esterno, i panini sono come quelli dell’autogrill: mi sembra che l’unica differenza sia che costano di più.

Dopo aver mangiato mi dirigo verso il bagno.
In piedi, vicino ad una porta a vetri, ci sono la giovane donna e i due bambini. Noto che adesso il vestito fucsia della bimba è sgualcito dal viaggio, ho nostalgia del piccolo paracadute.
Mi viene spontaneo sorridere ai bimbi e fermarmi un attimo vicino a loro. Tu non hai figli? No, non ne ho. Sei sola? Sì, viaggio sola.
Intanto, oltre la porta, un uomo nordafricano fuma e guarda nella mia direzione.
Spiego alla madre che sono nata in Sicilia ma non ci torno da tanti anni, che voglio conoscere il posto da dove vengo.
Allora sei straniera anche tu…
Forse, non ci ho mai pensato.

Raggiungo davvero il bagno. Mi preparo per la notte, soprattutto ho bisogno di sciacquarmi la faccia. Tornando nella sala mi guardo intorno: i passeggeri sono sistemati ai tavolini o sui divanetti, quasi nessuno sta consumando; la sala è piena di voci che si intrecciano in lingue diverse, con misteriosi punti di contatto. Cerco con lo sguardo la donna e i bambini, ma di loro non c’è più traccia.

Si è infilata un cardigan sopra la divisa, forse non è in servizio.
È appoggiata alla balaustra: sembra attratta da qualcosa, nell’acqua. Traffico un po’ intorno al camper e continuo ad osservarla cercando di non dare nell’occhio.
Buonanotte, mi dice.
Ha un tono gentile, che oggi pomeriggio avrei faticato a immaginare. Rispondo e, per pudore, mi infilo subito nel veicolo.
Sarà la stanchezza, ma penso che non mi stupirebbe se, domani, qualcuno raccontasse di averla vista tuffarsi e scomparire a nuoto nella notte.

Continuo a rivolgerti questa cronaca silenziosa del mio viaggio, anche adesso, che con gli occhi fissi al soffitto dell’abitacolo, cerco di prendere sonno.
Quante parole ancora dovrò pensare, prima di trovare un linguaggio capace di riempire il silenzio? Qui, in mezzo al mare, tra lingue e dialetti nati per comunicare, l’incomunicabilità mi affligge anche di più.

Nel dormiveglia il mio sguardo si confonde con quello della ragazza dell’equipaggio.
Sento in sottofondo una musica araba.
La ragazza mi guida tra le ombre profonde del mare.

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di Luca Betti

Illustrazione di Nicole Pardini

«Sillaro ovest, è questo Gigi?»
«Sì, fermati qui, prendiamo un caffè e vi faccio vedere come ci muoveremo stasera».
Parcheggiarono il mini van e scesero tutti e quattro, dirigendosi verso l’autogrill ai margini della grigia autostrada.
I tre più giovani andarono direttamente al bar aspettando che Gigi facesse lo scontrino.
Iniziavano a sentire la tensione, lui invece era rilassato, se ne stava in fila a qualche passo di distanza dalla persona davanti a lui, sovrastandola con la sua stazza, ma senza mettere fretta a nessuno.
Quando fu il suo turno fece l’ordinazione e pagò in contanti, dirigendosi poi al bancone.
Mostrò lo scontrino e ordinò i caffè.

«Eccoli!» esclamò il barista girandosi. «Cosa c’è meglio di un bel caffettino per riprendersi durante un bel viaggio? Non oso pensare come facessero i pellegrini quando non c’era il caffè. Che si bevevano?».

I tre giovani presero la tazzina e non lo degnarono neanche di uno sguardo. Gigi era un metro dietro a loro, notò la reazione delusa del barista nel vedere ignorato il suo strano tentativo di attaccare bottone.
«Gradite un goccio d’acqua?»
Solo Gigi rispose affermativamente avvicinandosi al bancone e facendo cenno agli altri tre di aspettarlo fuori.

«Eh li capisco i suoi amici se sono nervosi. In realtà tante persone soffrono i viaggi in autostrada. Possono mettere agitazione».
Riattaccò il barista rivolto a Gigi.
«Mia sorella ha sofferto di attacchi di panico e il suo psicoterapeuta le ha spiegato che un fattore scatenante può essere il viaggiare in autostrada. Non ci si può fermare dove si vuole, magari per venti o trenta chilometri non ci sono uscite o autogrill e arriva il panico».
«Addirittura?».
Lo sollecitò Gigi che iniziava a essere divertito dalla situazione.
Il barista non aspettava altro.

«Eh già? Anche a me pareva strano la prima volta che me l’ha raccontato, “panico da viaggio in autostrada, che assurdità”, pensavo…ma poi riflettendoci ha senso.
E vuole sapere un’altra cosa che può scatenare il panico? Mi scusi se chiacchiero, ma io sono così, ho cinquantuno anni, ho sempre lavorato in piccoli bar di paese con molti clienti abituali e mi piace scambiare due parole. Non come gli altri che lavorano qui.
Loro sono solo da “buongiorno”, “buonasera”, al massimo “vuole un gratta e vinci”, senza neanche alzare gli occhi dalla cassa. Mi scusi se glielo dico. Allora lo sa cosa può scatenare il panico in una persona?».

Gigi scosse la testa, ormai era davvero curioso di saperlo.
«Prendere la comunione in chiesa. Ci avrebbe mai pensato? No, vero? Nemmeno io sa, almeno fino a quando me l’ha detto mia sorella. La gente, la folla, il senso di colpa, lo spazio grande, gli occhi addosso. Se uno ci pensa potrebbe anche essere. Anzi, sarà sicuramente così. Se lo dice lo psicoterapeuta di Carla, mia sorella. È uno bravissimo il suo psicoterapeuta, se lo dice lui sarà vero. In pochi mesi è riuscito a farla stare molto meglio».
«Non si finisce mai di imparare. Ah complimenti per il caffè, mi scusi se i ragazzi erano di fretta. Tenga, beve la birra? Gliene offro un paio, alla nostra salute!».

Lasciò una banconota da venti euro di mancia, si girò e si allontanò verso l’uscita senza dar tempo all’altro di ringraziare o proferire parola.

«Quello è il campo e laggiù c’è il casolare abbandonato. Ci aspetterai lì, Toni, col mini van, ci si arriva tranquillamente dalla strada provinciale. Se ci dovessero essere problemi ti sposti e ci chiami».
«Va bene, Gigi. Andiamo dagli altri a preparare i furgoni».
Gigi annuì, gli altri spensero le sigarette, scesero dal terrapieno su cui erano saliti e si avviarono verso il parcheggio dell’autogrill per poi raggiungere col mini van il casello di Castel San Pietro, a poche centinaia di metri dall’area di sosta.

Michele la mattina si presentò a lavoro puntuale, ma il mal di testa si faceva sentire.
Non era più abituato a rimanere fuori fino a tardi.
Anzi, ultimamente non era più abituato a rimanere fuori e basta.
Casa e lavoro.
Da quando il bar dove lavorava era stato venduto le cose erano precipitate. Il nuovo proprietario non aveva bisogno di lui come barista, ma gestiva il locale con moglie e figlia. Cercare lavoro a 50 anni non è semplice. Alla fine la cosa migliore fu il posto in quell’ autogrill, ai margini dell’autostrada A14.

La paga e i turni non erano il massimo, ma ci si doveva accontentare. I venti euro di mancia che si era ritrovato tra le mani il giorno prima gli parvero un modesto, ma giustissimo premio ai suoi sacrifici e gli sembrava corretto usarli esattamente come aveva detto il cliente.
Li aveva investiti tutti in birra al pub del paese. E ora ne pagava le conseguenze.
Entrando nello spogliatoio salutò velocemente un collega, si mise il grembiule e andò nel bar iniziando a prepararsi un caffè.
«Hai sentito di stanotte?» Gli chiese la sua collega Fatima.
«No, perché?».
La ragazza non gli rispose, ma tirò fuori il cellulare dalla tasca e fece partire un video.
Michele intuì subito che si trattava di un servizio del telegiornale.

Colpo spettacolare sull’autostrada A14 tra San Lazzaro di Savena e Castel San Pietro… Due mezzi portavalori stavano viaggiando in direzione Rimini… sorpassati da due furgoni… sette persone armate… hanno bloccato il traffico… hanno aperto con attrezzi da lavoro le fiancate dei portavalori… breve conflitto a fuoco… ferita gravemente una guardia… i malviventi sarebbero fuggiti a piedi attraverso i campi… i sospetti degli inquirenti si concentrano sulla banda “dei pescaresi” il cui capo, Luigi Baldo, detto “Gigi Canne Mozze”, è uno dei trenta latitanti più ricercati d’Italia… ecco la foto più recente…

Michele trasalì. Gli si bloccò il respiro per un paio di secondi. Mise in pausa il video con Fatima che lo guardava senza capire.
Tornò ad osservare quel volto sullo schermo del cellulare.
Sembrava più giovane nella foto, ma gli occhi erano sicuramente quelli. Era il cliente del giorno prima.
Era il cliente della mancia.
Fu sconvolto dalla cosa. Non trovò il coraggio di dirlo al suo capo o alla polizia e si vergognava di questo. Da quel giorno smise praticamente di parlare coi clienti.
“Buongiorno” e “buonasera”, niente di più.

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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«Questo è uno dei segreti del Turco»,
mi disse guardando verso il famedio del PCI.

Andavo sempre a farmi una passeggiata al Verano quando mi sentivo inquieta senza un motivo apparente.
Prendevo il 71 a Via Nazionale perché mi piaceva passare per le vie con i nomi di tutti quelli che avevo studiato pensando che la politica italiana fosse una cosa seria, e parlarci mentalmente chiedendo a loro in cosa avessero sbagliato. Perché qualcosa, gli dicevo, dovete avere sbagliato se adesso ci ritroviamo in questo teatrino di pupari. O eravate marionette anche voi, anche allora?
Il tempo di farmi queste domande inutili e mi ritrovavo all’ entrata principale, guardavo verso la statua del Silenzio e, come obbedendole, smettevo di fare domande. Di solito mi sedevo in un posto a caso e aspettavo.
A volte uno di loro veniva a trovarmi.

«Come fate a sapere chi di noi saprà tenere il segreto?» gli avevo chiesto, e lui mi aveva risposto che quello, a sua volta, era un altro segreto.
Il segreto del Turco.
Fu così che conobbi la storia del Turco.

Il Turco era arrivato a Roma quando le cose si erano messe male per lui, a Istanbul. Roba di femmine, pare, ma i più sospettavano ci fossero di mezzo i servizi segreti e il loro coinvolgimento in Bulgaria negli anni ’50. Qualcuno diceva fosse un lontano discendente addirittura di Ataturk, qualcun altro che fosse solo un volgare spacciatore. Qualsiasi fosse la verità, tutti abbassavano la testa quando passava lui, e molti giravano al largo. Ma tutti, proprio tutti, ascoltavano le sue storie.

«Erano le storie migliori che avessimo mai sentite. Si sedeva al sole, si accendeva una sigaretta e cominciava con un “Mi ricordo quando ero a Istanbul…”. Piano piano arrivavamo da tutte le parti, nessuno voleva perdersi una storia del Turco».

«Come sarebbe, che si accendeva una sigaretta?» chiesi un po’ perplessa al mio interlocutore. Mi guardò come se avessi chiesto cosa volesse dire che c’era il sole.

«Fumava. E tanto. Sennò che turco sarebbe stato?»

«Ma…»provai ad obiettare, ma venni zittita da un perentorio «Non interrompermi con queste sciocche domande, la vuoi sapere la storia del Turco o no?»

Adesso che mi aveva detto che fumava la volevo sapere eccome.

Il Turco conosceva tutti quelli che contavano davvero a Istanbul.
Non quelli che tutti pensano contare, cioè, ma gli altri, quelli che nessuno conosce e che possono assicurarti la migliore delle vite possibili.

«E chi sono costoro?» chiesi davvero curiosa di sapere chi potesse assicurare loro la vita migliore.

«Macellai, pescivendoli, giornalai, portieri d’albergo, ricche signore sole, fiorai, farmacisti, proprietari di bar e ristoranti, ma anche di tintorie ed elettrodomestici. E pasticcieri. Il Turco conosceva tutti i migliori pasticcieri di Istanbul».

Non riuscivo proprio a capire cosa se ne potesse fare di farmacisti e proprietari di tintorie, ma venni liquidata con uno sguardo severo al solo provare ad aprire bocca.

Fu proprio un pasticciere che lo aiutò nella sfortunata storia di Afet, bellissima e amata dal Turco fin dal primo loro incontro in Piazza Sultanahmet, dove il Turco andava ogni giorno in cerca di notizie fresche, così diceva. Rimasta orfana in giovanissima età, Afet non si era mai legata a nessuno ed era sempre riuscita a sfuggire con astuzia ai tentativi dei suoi spasimanti di farla loro. Diffidente e altezzosa, rifiutò anche le lusinghe del Turco e rispondeva con piccoli sbuffi di impazienza ai suoi goffi tentativi di farla ridere.

«Eppure le barzellette del Turco erano le più spassose, aveva un modo di raccontarle che da solo bastava a farti ridere», ci tenne a precisare il mio nuovo amico.

La bella Afet sembrava proprio non avere alcun interesse per il Turco. Allora lui decise di seguirla, per capire dove andasse e cosa le piacesse.
Le avrebbe dato tutto ciò che lei desiderava, e anche quello che non sapeva di desiderare. Quando il Turco si metteva una cosa in testa, non si fermava finché non la otteneva.
“Non esiste nulla che non si possa prendere, è solo questione di quanto veloce sai correre” era la sua massima preferita.

Scoprì che Afet andava pazza per l’aşure, che consumava con voluttà una volta a settimana, da sola, nei giardini del Topkapi.
La fortuna o gli dèi vollero che il proprietario della pasticceria in cui si riforniva Afet fosse uno dei migliori amici del Turco.
Le fece trovare ciotole piene di aşure al Topkapi tutti i mercoledì, sotto al suo albero preferito, con un biglietto recante una sola parola: salvami.

Da cosa lo dovesse salvare, Afet non lo seppe mai, ma alla fine capitolò più per la curiosità di sapere chi fosse il suo misterioso benefattore, che per il gesto in sé. Continuò sempre a dimostrare una certa noncuranza nei confronti del Turco, ma da quel giorno non si separò mai più da lui.
Il Turco, dal canto suo, non faceva altro che pensare a come sorprenderla, blandirla, deliziarla. Organizzava banchetti da mille e una notte per lei, e faceva arrivare le migliori stoffe da Parigi per la sua amata, che andava a prendere di persona al porto per poi correre  a potergliele di persona. Non di rado se le vide rifiutare con una sola, piccola ma inequivocabile arricciata di naso, e allora il Turco tornava al porto a sbraitare col mercante che “Quegli stracci se le mettessero le parigine, a Istanbul abbiamo gusti sopraffini, la mia Afet vuole solo roba di prima scelta!”

E poi un giorno non la trovò più.
Sparita, volatilizzata, Afet non era in nessuno dei posti che era solita frequentare e a casa non fece ritorno.
L’aspettò, il Turco, per un mese intero, sotto casa, rimase ad attendere che tornasse. Lo si vedeva sotto il sole cocente ad ansimare dal caldo e zuppo come un pulcino sotto la pioggia. Fermo, immobile, sotto la sua finestra. Afet non tornò mai più, qualcuno disse che era stata investita da un tram e poiché non aveva parenti era stata seppellita alla svelta senza tante storie.

Da allora il Turco cominciò a odiare Istanbul e a pensare di partire, andare in un luogo che non gli ricordasse la sua amata. Non Parigi, delle cui sete la ricopriva, né Londra, da cui faceva venire le rose più profumate per lei. Roma, sede di antiche divinità, gli sembrò una buona scelta.
Avrebbe chiesto loro di intercedere per fargliela rincontrare, se non in questa almeno nell’altra vita. Non si decideva mai a partire però, e fu soltanto quando incontrò il contrabbandiere di piume che infine si risolse.

«Il contrabbandiere di…piume?» chiesi asciugandomi una mezza lacrimuccia che la storia del Turco e Afet mi aveva fatto scendere.

«Che fai, piangi?» mi chiese lui.

«No, no, sono un po’ allergica» mentii, girando un po’ la faccia perché non vedesse che me ne stava scendendo un’altra. «Ma cos’è un contrabbandiere di piume?» chiesi di nuovo.

«Eh, quella è un’altra storia e io adesso devo proprio andare. Mi aspettano per la cena».

«Ma sono solo le cinque».

«Sta tramontando, e anche tu devi andare, fra poco il cimitero chiude. Mi ha fatto piacere conoscerti, se tornerai forse ti racconterò la storia del Turco e del contrabbandiere di piume, e di come il Turco stava per perderci un occhio. Ciao!»

Non feci in tempo e dire neanche ciao che già se n’era andato, veloce e silenzioso com’era venuto.
Sulla coscia, mi accorsi, aveva lasciato una piuma.
Bianca e nera, piccola piccola. Chissà dove l’aveva presa, non volevo saperlo, me la passai sotto al naso per farmi il solletico.
Mentre ridacchiavo, mi sentiti chiamare da una signora.

«Le ha lasciato una piuma?» mi chiese avvicinandosi.
«Credo di sì, non lo so, me la sono trovata addosso».
«Lo fa con tutti quelli che gli piacciono, per questo lo chiamiamo anche Piumino. Il Turco è un grande cacciatore, ahinoi, di uccellini».
«Come, il Turco? È lui il Turco?».
«Sì, lo abbiamo trovato a Piazzale Ankara da piccolo. Era stato investito e le mosche carnarie stavano già riempiendo la sua ferita all’occhio. Pensavamo lo avrebbe perso e invece si è salvato.
Per questo e per la sua passione per le sigarette, al gattile lo chiamiamo il Turco».
«Le fuma?» chiesi, ormai in piena confusione.

La donna scoppiò a ridere:
«Ahahah, no no! Ne abbiamo viste di tutti i colori, ma un gatto che fuma ancora non lo abbiamo visto. Gli piace giocarci, appena vede un pacchetto di sigarette, cerca di aprirlo e tirarne fuori una. Bisogna pure stare attenti, una volta se la stava quasi mangiando, e il tabacco è super tossico per loro».

Come no, mangiarla, pensai.
Quel furbacchione se la voleva fumare, altroché. Guardai la mia piumetta e me la passai delicatamente su una guancia, poi la riposi nel portamonete. Salutai la signora e le dissi di non dire al Turco che mi aveva vista.

«Certo che no, cerchiamo di lasciargli la loro vita segreta» mi disse lei, come se la nostra fosse la conversazione più normale del mondo e non una totale follia.

Il segreto del Turco, dunque, era che solo lui sapeva chi avrebbe saputo tenere il segreto del Turco. Chissà se avrebbe portato anche a me un regalo diverso per ogni volta che ci fossimo incontrati, come aveva fatto con Afet, mi dissi.

Mentre passavo sotto Silenzio, la guardai e mi avvicinai il dito indice alle labbra, e sorrisi come mai avevo fatto prima d’allora.
Presi il cellulare e digitai “pasticcerie arabe a Roma”.
Mi era venuta una gran voglia di aşure.

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di Leonardo Vigoni

Illustrazione di Simona Settembre

Piede sull’acceleratore.
La lancetta segna 90km/h fissi ormai.
Il buio della notte ti permette di vedere fino a dove arrivano i fari.

La strada è tortuosa e stretta, riesci a sterzare senza prendere il guardrail per un soffio. Conosci bene la strada.
Corri più veloce che puoi, ora è a 110km/h.
L’abitacolo è diventato un inferno: l’aria condizionata a palla per spannare il parabrezza soffia da fin troppo tempo.

Doppia curva stretta.
Perdi aderenza e l’auto scoda un po’.
Mani salde sul volante, riesci a tenere la traiettoria meglio che puoi.
Ora solo rettilineo ricordi, tiri un sospiro di sollievo con l’idea di accelerare ancora per fuggire più veloce.

Curva a gomito.
Il rettilineo era più avanti.
Non puoi evitare l’impatto con la lamiera bordo strada.
Viene divelta insieme a metà della parte anteriore della tua auto, un frammento sfonda il parabrezza.
Un salto di una ventina di metri, il silenzio infrange il frastuono dell’impatto. I fanali illuminano intermittenti il suolo che si avvicina istante dopo istante.


Un tonfo assordante segna la fine della caduta, il muso dell’auto si accartoccia a contatto con il suolo.
Un secondo tonfo, più morbido, l’auto è ora ribaltata.
Nella tua testa risuona l’intera orchestra angelica con le sue trombe.
Il suono è troppo forte, vorresti quasi colpire più forte che puoi la testa contro un muro, pur di fermare tutto questo.
Se solo non fosse, appunto, dovuto all’impatto con il volante quando hai sfondato il guardrail. Gli airbag e la cintura di sicurezza ti hanno salvato dalla caduta.
Senti le ossa del tuo corpo come se si fossero rotte tutte insieme in un istante.
Riesci a stento ad alzare il capo dal cuscino bianco in cui è avvolto.

Il sangue offusca parte della tua vista, da un occhio non vedi proprio.
La lamiera nel parabrezza si è conficcata tra la tua spalla destra e il collo, ma non in profondità. Nonostante il dolore infernale che senti muovendo il braccio, riesci a slacciare la cintura di sicurezza, con l’altra apri la portiera.
Rovini a terra su un fianco, per poco non svieni.

Riesci a vedere la strada illuminata dalla Luna, affacciata timidamente da dietro una nuvola come se avesse paura di vedere in che condizioni tu sia.
Lo vedi, lì, eretto proprio dove l’auto ha sfondato le barriere.
Ti sta fissando, lo sai. Lo senti.
Fai appello a tutte le tue forze, le ossa scricchiolano mentre tenti di alzarti, i muscoli gridano come anime dannate in pena, il sangue nelle tue orecchie tuona come tamburi da guerra. Un piede, poi un altro.
Ti aiuti con quel che resta della tua auto, sei finalmente in piedi.

Il solo pensiero di fare un passo in avanti è inconcepibile.
Guardi di nuovo su, non c’è più.
Il cuore salta un battito, sai che non puoi restare lì.
Le gambe si muovono da sole, ogni volta che poggi il piede a terra è una pugnalata al petto.
Zoppichi tra gli alberi, la fronte e la spalla perdono sangue gocciolando una scia scura dietro di te. Vaghi con i suoi fruscii attorno a te, senti i rami spezzarsi al suo passaggio e il tonfo dei suoi passi sempre più vicini.

Luce.
Un lampione stradale illumina un incrocio non troppo distante da te.
Vedi un auto ferma a rispettare lo stop.
Non importa il dolore, devi raggiungerla.
Si sta avvicinando sempre più.

Cadi a terra dopo aver scavalcato il guardrail, ti trascini fino all’auto, in moto ma ancora ferma. Ti tiri su in ginocchio, apri la portiera.
Non c’è nessuno dentro. Non importa.

Riesci ad issarti su con le ultime energie e sbatti violentemente lo sportello. È oltre la strada, in penombra, fuori dal cono di luce del lampione.
Il suo sguardo ti trafigge fino alle viscere.
Il silenzio tra voi due con in sottofondo il motore dell’auto in funzione sembra fermare il tempo. Qualche secondo, un paio di minuti, ore.
Non sai quanto tempo siate rimasti a fissarvi.
Muove un passo, ora è sul limitare della strada.
Tiri giù il freno a mano e parti.

Piede sull’acceleratore.
La lancetta segna 90km/h fissi. Conosci la strada.
L’abitacolo è caldo come l’inferno.
Una lacrima scende sul tuo viso.
Il volto di tuo figlio sul sedile di fianco a te, senza cintura e tra le braccia di Morfeo.
Impatti contro il guardrail alla curva a gomito.
Così come hai fatto,
così in eterno.

Liliana Brucato - Ombretta View More

di Eleonora Santamaria

Illustrazione di Liliana Brucato


Trentotto minuti ogni giorno da Anagnina a Battistini in metro A, nelle ore di punta, quando non si distinguono i propri piedi da quelli degli altri.

Ombretta vedeva dietro di sé una massa indistinta di cappotti, giornali e cellulari, un organismo pluricellulare che si spostava con diecimila scarpe, tutte in ritardo.
Fino a qualche anno fa, anche lei era costretta a stare al centro della folla; cartella di cuoio e occhi verdi, invisibile.

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura?
Per Ombretta, in metro, significava sapere cosa la folla avrebbe mangiato a pranzo, nelle loro valigette che fingevano di contenere documenti, invece trasportavano cotolette e insalate di riso.
Nei trentotto minuti Anagnina-Battistini, Ombretta diventava, nel migliore dei casi, un sostegno per i gomiti di chi non aveva fatto in tempo a lavarsi le ascelle; nel peggiore, non aveva scelta su dove andare, trota in un mare di pesce spada, si ritrovava sulla banchina sbagliata, scendeva dalla metro, agganciata a qualche ombrello, a qualche zainetto, a qualcuno con più odio in corpo del normale.
Ogni volta, lei si scrollava di dosso l’umiliazione e ripartiva verso il call center dove avrebbe dovuto cominciare il turno.

La sua voce non era bassa;
quando la ringraziavano a telefono senza dirle “adorabile”, “piccola” o “chicca”, sentiva in gola il sapore dell’emancipazione.
In trent’anni le avevano cucito addosso tutti i nomi più piccini, infiocchettati e offensivi che si potessero concepire.
Al liceo era “la tipa alta un metro e una ciabatta”;
all’università, con gli omini con cui usciva “non era un problema che fosse così bassa”, eppure lei non aveva mai detto loro che non fosse un problema che fossero così stupidi.
Al lavoro, per la nuova policy politicamente corretta dei call center, era quella dai pizzicotti sulle guance, la mascotte, il jolly, mai una carta vera, mai la regina di cuori.

Quella mattina in metro, poté concedersi il lusso di occupare lo spazio vitale che il suo metro e mezzo richiedeva; aveva il turno dalle sei a mezzogiorno, certo, si sarebbe presa le maledizioni delle persone svegliate dalle telefonate alle sei, ma in metro poteva prendersi la sua vendetta.
Era il conte di Montecristo sui binari.
Seduta con le gambe e le braccia a stella, allungava schiena e collo per i centimetri che meritava. A Re di Roma, una signora si era seduta accanto a lei, una sfida, forse; le occhiaie di chi stava tornando e non andando da qualche parte e la ricrescita grigia, le sorrise; Ombretta la perdonò.
La donna delle occhiaie abbassò lo sguardo sui piedi penzoloni di Ombretta, poi cercò i suoi occhi.
Sentiva chi era, l’aveva riconosciuta come essere umano, al di là della bassezza, al di là di tutto, forse.
“Certo che sei coraggiosa a uscire… così”

La compassione.
Ecco cos’era quello sguardo.
Ombretta aveva il cuore gelato.
Decise che basta così, non le bastava prendersi le rivincite graziose mentre nessuno guardava, all’alba, a stella.
Lei non era coraggiosa a uscire di casa; anzi, aveva deciso di punire il disagio e la compassione degli abitanti della metro che la incrociavano.
Li avrebbe sottoposti tutti i giorni alla sua presenza bassa, magari avrebbero ragionato su come si sentivano, su come la trattavano.
Dopo un po’ di tempo, si sarebbero vergognati del loro disagio, della pietà, dei pizzicotti sulla guancia, delle ascelle altezza fronte, non più della mia fronte altezza ascelle.
La madre l’aveva sempre chiamata “topina”, lei avrebbe combattuto nel sottosuolo: sarebbe diventata autista di metro.

Superò le perplessità dei parenti, il primo, il secondo, il terzo colloquio ed ecco il suo primo giorno di lavoro: metro A direzione Anagnina.
«Sarà ‘nturno difficile, subbito dopo la quarantena» le avevano detto, ma le sembrarono parole in replica.
Si posizionò al suo posto di guida, solo una vetrata grigiastra la separava dalla folla, Ombretta in vetrina.
Dopo le prime due fermate, il primo vagone aveva iniziato a sussurrare della fatina che guidava;
il secondo di Campanellino al comando;
il terzo di un pasticcino autista.
Tutti gli altri vagoni si spostarono dietro alla vetrata per assaggiare con gli occhi la delizia della bassa.

Ombretta neanche si accorse della gente, l’una sull’altra, con il naso attaccato allo sporco del vetro.
«Aò, è la prima cosa carina dopo tutto sto periodo de merda! Io me la pijo» si sentì a Termini e la folla spalancò la porta che la divideva da Ombretta.

La presero sotto le braccia e se la passarono tra loro, lanciandola da una testa all’altra del primo vagone.
Ombretta si agitò, protestò ma la sua voce aizzava la folla.
Uno di loro, dopo aver rubato la scarpa dell’autista, ne sentì il profumo e nella frenesia esclamò: «Me la magnerei».
La gente smise di passarsi Ombretta ed emise un unico enorme sospiro d’amore, tutte le pupille si riversarono sull’autista, affamate di gioie, di chicche, di fatine e pasticcini.
Ombretta si sentì gazzella nella savana, urlò e li maledisse tutti: sarebbero morti a breve, li avrebbe uccisi tutti.
La metro A direzione Anangnina, ormai senza autista, si schiantò a San Giovanni; non sappiamo se la folla riuscì, prima di morire, a mangiare Ombretta.

Anastasia Coppola - Consegne View More

di Stefano Tarquini

Illustrazione di Anastasia Coppola

Mi sono svegliato presto e ho visto l’alba davanti la pescheria Jolly.  
La luce fredda colorare i quattro scalini che la signora Marisa spazza tutte le mattine, riempiendo d’acqua di mare il marciapiede di fronte.
Una volta aveva preso pure una denuncia perché un signore anziano c’era scivolato, mandando all’aria il femore e al creatore…varie ed eventuali.
La cosa poi era finita lì, ma più che a tarallucci e vino, con una bella fornitura di orate, spigole e gamberi reali. Tutti felici.

Mi passo una mano tra i capelli lasciando cadere i sogni ed i segni della notte passata, non ho di certo un buon odore, nè tutta sta voglia di affrontare la giornata.
Coccia sale in macchina senza salutare, col volume altissimo delle cuffiette che però non mi infastidisce. Si limita a fare un cenno con le labbra, le socchiude un attimo in un strettissimo ciao.
Lo vado a prendere tutte le mattine perché l’ex moglie gli ha levato macchina e mutande. Sono di strada e mi fa compagnia. Ci fermiamo al bar per colazione e gratta e vinci. Pago sempre io e non vinco mai.

Entro, timbro, leggo in bacheca il numero delle consegne: «Non c’è nessuno di famoso oggi?»

Leggo alla svelta i cognomi: «Rossi, Campoli, Marini, Guglielmo, Ciacci, Marini,ma chi Valeria?». Bestemmio senza farci caso.
«Sse, dai non scherzare!» dice.
«Leggi tu stesso!».
Ma dai, sarà un’omonimia, penso.
Anche perché in vent’anni di consegne mi era capitato solo Pippo Franco. Ma in quel periodo ogni giorno si veniva a sapere di qualcuno che aveva beccato l’indirizzo di qualche vip.
Pratesi sapeva dove abitava la De Filippi.
Santini, l’avvocato Taormina.
Vergari, Bruno Vespa…«a me belle fregne mai è!» Autoironia.

Coccia prende la consegna stropicciandosi gli occhi: «Non ci posso credere, Valeria Marini…».

Fare il corriere a Roma.
Una enorme rottura di coglioni che girano sempre almeno come gira su se stesso il Grande Raccordo. In qualsiasi direzione, a qualsiasi ora, una processione lenta e costante che trasforma il giorno in notte, le uscite in finte vie di fuga, il sangue un turista che non fa fotografie.

«Chissà come sarà Valeria Marini dal vivo?» dice il Coccia «t’è mai capitato qualcuno famoso?».
«No» rispondo.
«Ah si una volta ho consegnato un pacco ad una pornostar, aspetta come si chiamava? Ah si, tua madre!».
E scoppia a ridere mollandomi un bel diretto spalla destra.

Siamo amici da quando eravamo veramente piccoli.
Mai scuole insieme ma stessa via, stessa vita e stessa capoccia.
Tempo fa si presentò con una foto della prima comunione.
Damerini dai capelli arruffati e papillon.

Una volta avevamo anche provato a mettere su un gruppo musicale.
Lui cantava, io alla chitarra elettrica. Avevamo pure sistemato la cantina di mio padre, raccolto innumerevoli cartoni delle uova per tappezzare le pareti ma non facevamo altro che rimediare cazziatoni da tutto il palazzo e allora lasciammo stare.

Intanto arriviamo sotto casa di Valeria…
«Andiamo insieme?»…
«e si eh!».
Di solito io guido e aspetto sotto. Lui scende, fa la consegna, fa firmare la bolla e via.
Si attacca al citofono. «Prego salite pure io sono la – cazzo – cameriera di Valeria». Sbruffona.
Una ragazza splendida, di un est indefinito, alta, occhi chiari da ipnosi.

«Ma Valeria Valeria?» le faccio.
«In che senso?» risponde.
«Lasci perde mi scusi, ecco il pacco, una firma qui!».
«Deve pesare molto se lo portate in due» fa lei ironica.
«Ehm si, in effetti pesa molto…no, non è vero è solo che volevamo vedere se c’era la signora».

Il ghiaccio orami è frantumato.
«Sa, ma una foto insieme alla signora secondo lei si potrebbe fare? Giusto per far rosicare un po’ i nostri colleghi».
Ma a lei della cosa non gliene frega niente. Comincia a prenderci in giro. «Sapete fare anche altre cose in due oltre a sollevare questo enorme pacco pesantissimo?» Risate.

Ma dove vuole arrivare? Penso.
Cioè non ci sta provando con noi? Mi chiedo.
Sto sicuramente capendo male.
E invece no stavo capendo benissimo.

«Accomodatevi, vi faccio il caffè!»
«No signora non possiamo, andiamo di fretta, non si preoccupi»
«Insisto!» e sparisce dietro una parete piena di foto di vip, targhe, uno specchio immenso che arriva fino al pavimento.

Coccia gironzola per la stanza, io mi lancio sul divano che quasi mi inghiotte.
Chiudo appena gli occhi lasciando il cervello leggero sulla schienale, fino a farlo quasi cadere all’indietro, per poi riaprirli all’altezza della porta da dove quella era sparita.

Ricompare al contrario.
A testa in giù. Si ferma un attimo per farsi vedere.
Attira l’attenzione con un colpo di tosse.  
Allora rialzo la testa, mi volto con tutto il corpo spalmato sul divano e la guardo.
E’ completamente nuda.
Gelo totale.
Silenzio.
Non c’ha fatto di certo il caffè. Vertigine.
Dio mio, dio mio questa è matta penso. Coccia se la guarda, poi guarda me. Non ci crede. Non ci credo.

«Comunque io sono Mika, piacere!». Mica cazzi, penso.
«Il piacere è solo nostro guardi».
In un minuto non avevamo più i pantaloni.
Mika quel giorno voleva fare sesso ed eravamo capitati noi.
Poteva andargli meglio tutto sommato, ma si accontentò.
Dopo che eravamo venuti tutti e tre ci raccontò della sua vita ma senza piangersi addosso. Viveva solo all’ombra di qualcuno altro.

Si stava facendo tardi e noi dovevamo assolutamente finire il giro. Mika ci lasciò il suo numero di cellulare, l’indirizzo lo sapevamo.
«Scrivetemi quando volete, sono sempre qui da sola, ah e grazie mi ci voleva proprio, mi avete rimessa al mondo!»
Noi a te? Tu a noi mi sa, pensai.

La lasciamo lì, coi suoi pensieri fatti cadere ad un ad uno mentre va a farsi la doccia in silenzio e filiamo via. Giù di corsa per il cortile del palazzo, tra le fontane e le siepi ben curate e i salici piangenti che fanno tanta ombra. Di quelli coi rami forti, dove puoi legare due corde ad un pezzo di tavola ed improvvisare un’altalena.
O semplicemente far sedere i bambini in cerchio per la merenda.

Ed eccola là proprio davanti a noi: una Valeria Marini in incognito, che scende goffamente da una BMW grigio metallizzata con autista, un cappotto da uomo lungo fino ai polpacci, ben nascosta dietro la montatura eccentrica dei suoi occhiali da sole, appare.

 «Buongiorno!».
E scompare velocemente nel portone del palazzo.

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di Fabrizio Sani

Illustrazione di Anita Zanetti

Tra Garbatella e Basilica San Paolo non si volta lo sguardo: si esce e si entra sempre a sinistra.

Le luci della metropolitana di Roma cambiano in base alla stagione.
I grugni della metropolitana anche, pur se in misura minore.
Le persone che fanno serpentine e il sapore amaro delle unghie sporche quando le mordicchi, non cambiano.

Remo non diventerà un sismologo, e probabilmente non lo ha mai voluto. Al capolinea passerà un’altra volta la tessera dei mezzi sopra il lettore per tornare indietro. La sua stazione è passata da tre fermate: ha deciso di percorrere l’intera tratta, vedere tutta la gente che sale e scende, con un fasullo e immobile sorriso, rimastogli sospeso sulla faccia soltanto perché non saprebbe più nemmeno da che parte buttarsi.
Perfino quello che gli è sempre piaciuto fare, lo intristisce: guardare la gente e immaginarsi quale sarebbe il loro rapporto se si conoscessero, in che modo gli parlerebbero e se magari, per Capodanno, gli manderebbero o meno un messaggio di auguri e una foto dei fuochi.

Il suo amico è da poco partito per Berlino, «lì sì che si trova lavoro».
Fra otto mesi sua moglie partorirà un bambino, suo figlio, e lui non ha nessuno a cui raccontarlo.

A Roma l’inverno si mostra in ruggine, sui campi e le piante, sui tetti, sui binari e sui deboli esseri che su queste cose passeggiano.
In questa stagione, sapere da che parte guardare è faticoso come sapere dove posare le mani su una donna.
Remo le posa sul grembo della sua fidanzata e la convince a fare le valigie. Le giunge per chiedere un favore alla padrona di casa, senza sfiorarla.
Le accosta alle guance di sua mamma per salutarla.
Cambierà appartamento, condominio, quartiere e città.
Remo prenderà un aereo per Berlino.

In un bar pieno di beige, il suo amico indosserà un maglione bianco facendo sembrare tutto sporco.
Ordinando due birre in inglese, spiegherà a Remo che il tedesco non è semplice, sta imparando.
Che fare il magazziniere qui è comunque meglio che farlo in Italia, ma si aspetta certamente di trovare di meglio.
Racconterà orgoglioso quell’avventura con una signora di una certa età, «perché con il freddo, si è più focose. Qua le donne si guardano intorno alla ricerca di un partner, esattamente come gli uomini».
Li divertirà per molti minuti.
Remo parlerà al suo amico del figlio che sta arrivando, dirà «a Berlino sì che un bambino può crescere bene».

Remo penserà che il suo amico sia meno esuberante di prima, ma non lo sarà di meno.
Penserà che sia la sua voce ad essere un po’ arrochita, ma non sarà diversa.
Penserà che sia sicuramente qualcosa nel suo aspetto, nei suoi capelli o nel contorno dei suoi occhi, a ispiragli, per la prima volta da quando lo conosce, una qualcosa che non sa affatto definire ma sa di subalternità, eppure né nei capelli, né attorno né negli occhi stessi, ci sarà una cosa diversa da prima.

Remo fisserà il vecchio stereo che disperde una nenia dolce e violenta di sottofondo, intanto che le spie del volume si arrampicheranno sul suo volto.

«Ti ricordi la tombola a casa di Valentina?»
«Certo. “La gatta”». Risponderà Remo.
«La gatta», ribatterà, allusivo, l’amico. «Non siamo più tornati da lei», e di nuovo si metteranno a ridere entrambi.
«Abbiamo vinto noi quella volta.»
«Che abbiamo fatto, poi, con quei soldi?» domanderà l’amico.
Remo gli guarderà il polso, l’amico s’imbarazzerà un attimo e chiuderà le spalle, ma dandogli di gomito Remo dirà: «ormai è tuo, non ci pensare», e si sentirà sollevato nel percepire il suo volto distendersi.

Chiederanno il conto in inglese, ma uscendo dal locale l’amico dirà: Hallo.
«Io prendo l’autobus qui, tu devi andare laggiù e attendere il 163.»
«Dov’è che ti sei sistemato?»
«Per il momento sono a Hohenschönhausen, ma è provvisorio, senz’altro. Appena tutto avrà preso la strada giusta mi avvicinerò al centro.»
Remo annuirà e farà un cenno di saluto con il mento.
«Ci sentiamo domani», dirà incamminandosi.

Il 163 sarà pieno e lui noterà quella creatura alla sua destra.
Con lo sguardo desolato come tutti quelli con cui spartisce la corsa. Minuta e bassa; caspita quanto è bassa, penserà.
Tanto da chiedersi se mai ce la farà.

Lei starà lì, con quegli stivali blu, la sua maglia blu, i suoi jeans blu chiari e i suoi occhi blu che guardano quello strano attrezzo a forma di goccia che pende dall’asta con aria di sfida.
Si renderà conto presto che non può farcela e senza prendersela metterà le cuffie nelle orecchie.
Poi alla fermata degli operai cambieranno i cartelli.
Remo penserà che qua rinnovino sempre tutto. L’autobus si arresterà un po’ prima e un motorino inopinato lo supererà a destra – nemmeno fossimo in Italia – mentre la donna bassa scende.
La corsa si interromperà per circa sei minuti, il tempo sufficiente per poter dire che non sei rimasto indifferente.
Un signore eletto a Dio notificherà che non c’è più niente da fare.
E l’autobus ripartirà.

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di Daniele Israelachvili

illustrazione di Anastasia Coppola

La rubrica di Daria Giacomelli

Ora basta! Dopo aver letto l’ennesimo articolo green contro le auto brutte e cattive, non ce l’ho più fatta. Sì, è vero che non si trova mai un parcheggio, che le auto inquinano e che si potrebbe risparmiare; sono tutte argomentazioni giuste e razionali, ma sono sempre le stesse ormai da decenni. È come dire che un bambino costa moltissimo, limita i rapporti sociali, e causa divorzi che neanche se aprissimo la porta di casa e trovassimo Jason Momoa a torso nudo sarebbero così lampo, eppure continuiamo a procreare.
Perché? Semplice, non siamo animali razionali.
Così ecco a voi 5 validi motivi per usare l’auto al posto dei mezzi pubblici:

UNO

Forse qualcuno vive ancora come Unabomber in mezzo ai boschi, e la notizia non gli è giunta, ma ehilà, c’è una pandemia là fuori. E come se non bastasse avete una vaga idea del quantitativo di germi che si trova abitualmente sui treni, autobus e metropolitane, soprattutto nei momenti di massimo affollamento? Solo con la tuta spaziale, e in assenza di gravità, potrebbero convincermi a salirci sopra. Anche se rimarrebbe comunque il problema della messa in piega sotto il casco.

DUE

Non so voi, ma a me piace ascoltare la radio alla mattina.
Ne ho bisogno.
Lo faccio da quando, con i miei primi risparmi, mi sono finalmente comprata l’auto. È vero che potrei farlo anche sui mezzi pubblici, ma dovrei sempre mettermi le cuffie. Un’ora ad andare e una a tornare, tutti i giorni lavorativi dell’anno. Non sono brava in matematica ma a spanne, visto quando hanno intenzione di mandarci in pensione, viene fuori un numero molto grande. Avete un’idea di quanto facciano male le cuffie? Io sì, perché mio marito è un otorinolaringoiatra e per lui le cuffie sono l’equivalente della Coca Cola per un dietologo.
Onde zuccherate sparate nelle orecchie.

TRE

Al lavoro sono circondata da persone.
A casa ho due figli e un marito che mi stanno sempre a chiedere qualcosa.
E anche il momento del bagno caldo con candele profumate è stato sostituito negli ultimi anni da una doccia tiepida, tra quando i bimbi fanno colazione, ancora assonnati, e le prime grida di lotta dopo aver ingerito qualcosa. Così il viaggio in auto è l’unico momento solo mio in cui, dopo averli portati a scuola, posso truccarmi al semaforo, spettegolare con un’amica e se voglio, al ritorno, persino urlare ai miei figli in santa pace, per sgridarli o anche solo per sfogare su di loro le mie frustrazioni al lavoro. Senza sentirmi addosso gli sguardi accusatori di gente estranea.

QUATTRO

Voglio anche tentare di affrontare uno degli aspetti più smaccatamente a favore dei mezzi pubblici, quello dell’inquinamento.
Non c’è ombra di dubbio che un’auto inquini. Però quanti progressi sono stati fatti negli ultimi anni, grazie all’avanzamento tecnologico, permettendoci di produrre auto che consumano (e inquinano) molto meno? Immaginiamo per un momento che sempre più persone decidano di non acquistarla e di usare esclusivamente i mezzi pubblici. Il mercato diventerebbe meno appetibile e le case automobilistiche si troverebbero costrette, come minimo, a dimezzare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Invece più auto girano, maggiori soldi entrano nelle casse delle case automobilistiche e maggiori investimenti saranno costretti a fare per produrre auto che abbiano un sempre minore impatto ambientale, mitigando così i sensi di colpa dei potenziali clienti. Forse, un giorno, è proprio grazie a gente come me, se le auto andranno ad acqua piovana. Adesso immagino che molte di voi stiano storcendo il naso ritenendolo un ragionamento un po’ azzardato e anche fuori dalla portata di una che di solito scrive frivolezze. Ma basta cambiare i termini ed eccovi accontentate. Facciamo il caso che improvvisamente le donne comincino a partorire 1 bambino ogni 499 bambine e che questo rapporto si protragga nel tempo. Secondo voi tra cinquant’anni qualcuno inviterà ancora una ragazza a cena fuori, passandola a prendere, dopo essersi fatto una doccia per l’occasione, o se ne starà invece bello comodo, in mutande, a finire di vedere la partita, mentre alla suddetta ragazza toccherà starsene in fila fuori dalla porta, in attesa che il suo numero compaia sul pannello luminoso?

PUNTO BONUS

Non è proprio un valido motivo, essendo molto personale, ed è per questo che non ho voluto inserirlo nell’elenco. Me ne vergogno anche un po’. Devo confessarvi che vado matta per l’odore della benzina. A volte, anche se non sono neanche lontanamente in riserva, faccio 10 euro e mi rannicchio a terra con la pompa in mano e gli occhi chiusi. In un attimo sono di nuovo bambina, accanto a me le mie sorelle ridono e giocano, sfiorando con le loro esili dita il palloncino appena fatto, mentre io sniffo avidamente un tubetto di Crystal ball. Il profumo del tempo perduto, la mia madeleine.

CINQUE

Ho lasciato per ultimo un motivo sicuramente non probabile, ma comunque possibile viste le cose strane che si vedono al giorno d’oggi (chi di voi, alzi la mano, avrebbe mai detto che le Birkenstock sarebbero diventate un articolo di moda?!).
Mettiamo il caso che un giorno, mentre sono in auto che porto i bambini a scuola, interrompano la mia trasmissione preferita per un’edizione straordinaria: a causa di un errore informatico entro mezz’ora una bomba verrà sganciata sulla città. In auto potrei fare subito inversione di marcia, dirigermi verso l’autostrada e, prima che la gente sugli autobus abbia il tempo di capire quale uscita usare, la mia famiglia sarebbe in salvo. A parte mio marito che, avendo lo studio in pieno centro, non farei in tempo a raggiungere e sarebbe costretto ad arrangiarsi, scappando via con il suo monopattino elettrico da fighetto, mentre si maledice per non avermi dato retta comprando la seconda auto.

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di Giulio Iovine

Illustrazioni di Ponzzz e Anastasia Coppola

Era uno di quegli autobus vecchi, vecchissimi, che non capisci come abbiano fatto a rimanere in servizio fino ad oggi, che abbiamo quelle astronavi a fisarmonica attaccate ai fili elettrici come balenotti alle loro mamme.
Era in ghisa, con la vernice gialla sbreccata, i cerchioni delle ruote coperti di polvere grigia, l’odore di nafta e di pelle umana, il vibrato possente dell’intelaiatura. Il gradino per arrivare dal marciapiede alle poltrone avrebbe stroncato più di un anziano.
Io me la cavai con lo stacco di gamba di cui, a quindici anni, cominciavo ad essere abbastanza disperato da potermi vantare.

Eppure Annachiara aveva detto che sì, potevo andare a studiare a casa sua! Annachiara portava sempre la salopette di jeans e questi maglioni amorfi, pieni del suo seno. Volevo dormirci in mezzo.
M’immaginavo il profumo.
Mentre l’autobus sputava, ringhiava e partiva, io continuavo a pensare a dormire abbracciato a lei nuda, ma in adorazione, senza offenderla con goffe richieste fisiche.

Per arrivare a casa sua ci sarebbe voluta almeno una mezz’ora.
Fissavo i giardini attorno alle case, la strada che si alzava, il cemento rotto dalle radici e dalle erbe. Era primo pomeriggio e non eravamo tantissimi a bordo. Nessuno che conoscessi, una mamma con due bambini, quattro o cinque vecchietti di sesso incerto, forse qualche coetaneo, uno zaino abbandonato su una sedia di pelle.
Lì per lì non capii perché appena prendevamo un rettilineo, l’autista accelerasse come se avesse il diavolo alle spalle.
Distratto come sempre, solo troppo tardi mi accorsi che eravamo usciti prima dalla città, poi dalla strada, poi dal sentiero, e insomma arrancavamo su una collina piantata a olivi. Cominciavano a venir fuori i primi sussulti di panico:

«Ma dove stiamo andando».
«Autista, scusi».
«Ehi».
«Si fermi, che cazzo fa».

Battevano coi pugni sul gabbiotto.
Ma era chiuso.
L’autista brandiva il volante con destrezza. Non rispondeva alle urla.

«Non prende il cellulare».
«Dove siamo?».
«Un sequestro?».
«Ma perché noi?».
«Ho paura».
«Cos’è questa luce?».

In effetti cominciavamo a non riconoscere più gli oggetti al di fuori dei finestrini. Gli alberi, i solchi della terra, le colline in lontananza, si fondevano con la luce e il cielo e si sformavano e riformavano e si scioglievano, i boschi montagne, le montagne mari, i mari deserti, i deserti paludi; il sole e la luna giravano in tondo nel cielo in preda a un furore quasi copulatorio, su e giù su e giù su e giù.
Tutta l’intelaiatura di ghisa tremava e il motore mandava un rombo sbrindellato. Mi acquattai tra sedile e sedile e mi strinsi allo zaino. Cominciai ad avere gli occhi lucidi. Avevo detto ad Annachiara le quattro, quattro e mezza.
E ora?

Ci fermammo: il conducente gridò CAPOLINEA SI SCENDE.
Io non mi alzai, rimasi immobile nel mio buco.
Perché, direte voi.
Ma perché avevo più o meno capito che non eravamo alla fermata Don Sturzo del 55 collinare. E poi perché non si poteva veramente scendere, il conducente era ironico. Nessuno stava scendendo, erano tutti terrorizzati e incollati ai loro sedili mentre dalle portiere salivano uno, due, dieci…
…cosi.

di Anastasia Coppola

I cosi non erano molto alti, avevano la pelle liscia e azzurra, non un pelo né un capello, nessun naso visibile e nessuna palpebra, e credo nessuna bocca.
Avevano solo gli occhi, che coprivano ciascuno mezza testa.
Non ero sicurissimo sul numero delle braccia, frenetiche come zampe di una scolopendra.

Il conducente parlava, evidentemente con loro.
Loro lo guardavano senza rispondere.
O forse rispondevano senza parlare.

«…almeno trenta – finiva di dire il conducente – di tutte le età. Ci sono alcuni anziani, ma pochi. Il viaggio nessun problema, quattrocento milioni di anni in due minuti e mezzo. No, prima di così è impossibile. Non ci sarebbe abbastanza ossigeno nell’atmosfera. Non ci sono abbastanza piante sulla terraferma, prima di questo periodo. Ma certo che potete portarli fuori. Da qui in avanti di aria ce n’è. È prima che…ok, ve lo spiego di nuovo».

O non erano sveglissimi, o avevano qualche problema con la lingua che parlava lui.

«Bè, perfettamente sani non lo so, valuterete poi voi. Lasciate perdere gli anziani, fatene concime subito e chissenefrega. Piuttosto, quando verrò pagato?»

Uno dei cosi fece un gesto spazientito.
Al conducente esplose la testa, col suono di quando stappi un cartone di vino. La testa atterrò in mezzo alle due file dei sedili, proprio davanti a dove mi ero nascosto.
Mio malgrado, ci scambiammo uno sguardo complice. Il conducente rimase in piedi, decapitato, a muovere le braccia. Poi cadde con un tonfo.

I cosi cominciarono ad agguantare i passeggeri urlanti, e a buttarli fuori dall’autobus a calci e pugni. Le madri gridavano, i bambini piangevano. Un anziano fu trascinato di peso. Io rimasi immobile per un’eternità.
Infine ci fu silenzio abbastanza perché uscissi dal mio pertugio, e mi sedessi sul sedile dell’autobus abbandonato.

Quello che vidi fuori dai finestrini mi parve contemporaneamente una cosa mai vista prima, e – per via di qualche dettaglio – orribilmente familiare. Tirai fuori dallo zaino il libro di scienze, lo aprii sulle ere geologiche.
A pagina 326 c’era una figura che riproduceva un ipotetico paesaggio del Siluriano.
Cominciai ad andare con gli occhi dalla figura al paesaggio fuori dai finestrini, e in effetti tornava tutto. Lì c’era un fiume e intorno una specie di acquitrino. Come nel libro.
Tutto il terreno era cosparso da queste piante vascolari, alte meno di un metro, briofite, tracheofite, felci primitive, colorate in duecento tonalità diverse di verde vomito. Quello che camminava sotto la felce a occhio e croce era un millepiedi primitivo. A dieci metri dall’acquitrino le piante sparivano e una distesa di roccia nuda andava fino all’orizzonte: montagne bianche come panna, una bella giornata senza nuvole.
Ero in un autobus fermo non so dove, quattrocento milioni di anni prima di quando ero partito.

Mi alzai.
Il sole radente, di primo mattino, attraversava l’autobus da parte a parte.
Mi sedetti al volante.
So guidare un pochino, m’insegna nonno tutte le estati sul trattore.
Allora, i pedali ci sono, il cambio è questo, il volante c’è…c’era anche un mazzo di chiavi ancora inserite.
Pigiai la frizione e le girai.
Lo scassone si accese traballando e mugghiando.
Mollai delicatamente la frizione, toccando appena l’acceleratore, e via, in giro per l’acquitrino, spiaccicando non so quanti miriapodi.
Aprii il finestrino: sentivo caldo.
Mi arrivò l’odore della terra umida e il marcio del muschio.

Fu lì che cominciai ad urlare.