L’invisibile – Capitolo IV

di
Gualtiero Titta

 

Capitolo IV

Credono di aver capito chissà cosa, di aver scoperto l’assassino o aver svelato un grande mistero, ma le telecamere di oggi vedono anche al buio. L’uomo della metro ha tentato di avvicinarsi alle ragazzine, voleva salvarle, tirarle via da un destino segnato, ma è rimasto intrappolato nella folla. Ha raccolto il cellulare da terra e lo ha consegnato al controllore. Soltanto questo.

Se non fosse per i corpi estratti da sotto il treno nessuno direbbe sia successo qualcosa in quei secondi. La fermata è di nuovo chiusa ma domani sarà riaperta, solo perché tenerla così vorrebbe dire bloccare la linea intera, infestare le strade con chissà quante altre macchine e paralizzare il mondo.

 

«Ao’… Scusa pe’ prima…», dice il controllore buono. «Io però gliel’ho detto subito che non c’entravi niente.»

«Grazie», risponde l’uomo della metro in piedi davanti a lui, rannicchiato nel suo cappotto.

«Però ’na cosa… Me dispiace, ma te ne devi anna’ comunque…»

L’uomo della metro non reagisce alla notizia, sembra non esserne capace. Riesce solo a sedersi nel suo angolo e guardare il muro della galleria davanti a sé, fissando il vuoto.

«Non ce posso fa’ niente. La gente s’è lamentata, e poi ce sta pure chi pensa che sei stato te.»

«Ma…»

«Che te devo dì? Già s’ammazzano da soli, ce manca pure che tipo te dànno foco pe’ vendicasse.»

Il controllore si china sulle ginocchia, cerca lo sguardo dell’uomo della metro, senza trovarlo.

«Stanotte puoi sta’, poi domani insomma… Ecco…»

«Va bene… Stanotte va bene.»

 

Il rumore dell’ultimo treno diretto al deposito arriva fino ai binari davanti all’uomo della metro. È notte, ma qualcosa nei suoi occhi sembra voler dire che non ci sarà più tempo per riposare o tentare di dormire. Beve un sorso d’acqua da una bottiglietta di plastica spiegazzata, tira fuori dalla tasca del cappotto il pacchetto di sigarette e i fiammiferi. Ne sono rimasti pochi, rimbalzano uno sull’altro nella scatolina di carta. Prova ad accendere il primo ma, quando la scintilla diventa una fiamma, un soffio di vento freddo la spegne. L’uomo della metro cerca un’ombra nel buio della galleria, senza trovarla. Prova ad accendere il secondo, il terzo, ma i fiammiferi sembrano essere bagnati dalla luce che inizia a dissolversi, fino a sparire.

L’uomo della metro alza lo sguardo verso l’unico neon che balbetta segni di vita. Respira, beve l’ultimo sorso d’acqua e si alza. Non c’è altro da fare: deve entrare nella galleria.

 

Cammina, i passi rimbombano uno alla volta tra i muri e i binari. Si avvicina una mano agli occhi ma non vede nemmeno quella. Il tunnel dell’intera linea sembra essere al buio. Lo squittio di alcuni topi gli passa di fianco veloce, lasciandogli un brivido lungo il collo. Il vento freddo soffia leggero dietro di lui, lo invita a fermarsi o a scappare via da tutto, a dimenticare per sempre quello che è rimasto da vedere. L’uomo della metro cammina, non cede, continua a camminare senza mai fermarsi, fino a quando una luce si accende su una banchina in lontananza. La raggiunge, ma quello che trova non è che il suo angolo, lo stesso posto di tutti quegli anni, lo stesso spazio di sempre. È tornato dov’era, il buio lo ha riportato al punto di partenza. Non potrà mai scappare.

L’uomo della metro avanza, poggia una mano sul muro per risalire, ma qualcosa lo paralizza. Il sangue si gela. Da un lato c’è il buio appena attraversato, che ora sembra un luogo da rimpiangere, dall’altro due bambini, tornati in questo mondo solo per poco.

Respira profondo, prende coraggio e guarda…

[Continua…]

 

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