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di
Federico Cirillo

Gli altri. È sempre pieno di altri qui sul 23.
Tutti diversi ma tutti così diversamente accomunati da una cosa: il tragitto. Anzi no, in realtà da due cose: il tragitto e farsi i cazzi degli altri
Ed eccoli qua: 

«Te dico che è così a Fa’…non ce volevo crede!» 
«Si, ma è assurdo! Ma lei non se n’è mai accorta?» 
«Ma chi, Camilla? Macché! La conosci mi sorella no? Se fidava. D’altronde stanno insieme da quando so’ regazzini!» 
«Si, però checcazzo! Io posso pure capi’ co n’altra, lo posso accetta’: ma così è pesante eh» 
«Pesante sì. Pensa che l’ha sgamato a vede pure i video sull’internet: gli ha preso il telefono e ha trovato di tutto! Foto, video, messaggi co tutti quelli come lui!» 


«Assurdo, assurdo, n’ce se crede. Ma poi così, senza un cenno de preavviso o un sintomo?» 
«Eh, così, all’improvviso. Che poi comunque lui ha sempre fatto parte del gruppo nostro e noi bene o male, stiamo sempre a parla’ de quello. Però, guarda, te posso dì che sinceramente lo vedevo sempre un po’ diverso, sempre sulle sue e a disagio quando se ne parlava…tipo faceva il vago, interveniva poco, non se schierava mai…». 


«Vabbè, ma che c’entra? Uno può pensa’ che non abbia il chiodo fisso e ok.  Ma addirittura così diverso no, dai! Così dell’altra sponda, te l’aspettavi? Eddaje Riccardi’…così no: guarda, io non ce lo facevo proprio. Ma senti, mica l’ha saputo tuo padre? Magari l’ha sentito in giro…? No perché ‘ste cose, lo sai è n’attimo che…». 
«No, no fermate, per adesso no. Gliela stiamo a tene’ nascosta…capirai se devono pure sposa’. Pora Camilla, guarda che pena…st’infame». 
«E tu madre? Che dice tu madre?» 
«E che deve di’? S’è fatta tre segni della croce e s’è rimessa a stende’ i panni…ma che doveva fa’ quella pora donna? Non ce se crede…dopo anni…e ce lo siamo pure portati dentro casa… ‘tacci sui» 
«Assurdo…me fa schifo» 

Così, quella sera, tra Lungotevere Tebaldi e Lungotevere Aventino, sul 23 era scesa una pesante cappa di silenzio.  
 
Poi, d’improvviso, il coraggio di un uomo. Vabbè un ragazzotto in realtà: alto bene o male la metà dei due energumeni e largo quanto l’avambraccio tatuato di uno di essi.  
Occhialetti da vista tondi, pashmina bordeaux e ciuffo scomposto ondulante, decide di affrontare le curate sopracciglia, in quel momento corrugate, dei tipi.

«Bestie – urla non riuscendo a trattenere la rabbia – e trogloditi! Ecco cosa siete! Ma vi rendete conto voi di quello che dite?  “Me fa schifo”, “assurdo” “diverso” e “quelli come lui”.
Sapete una cosa? Siete voi che mi fate specie…e no – azzittendo con fermezza uno dei due con un movimento repentino di un dito – non cercate di interrompermi che ho ragione.
Come potete fare commenti del genere su un ragazzo che ha capito la sua vera natura? Come potete, voi, giudicarlo diverso?
Ignoranti, buzzurri e trogloditi! Ancora con questi luoghi comuni sugli omosessuali e sugli orientamenti sessuali. Che pena, mi fate!». 
Così, girandosi di scatto, scende stizzito a Marmorata, continuando a bofonchiare. 

«Che cazzo ha detto? » riprende uno dei due, sbigottito e mezzo imbarazzato: «Che c’entrano i froci mo’? Mica perché sei della Lazio devi esse pure frocio…e poi – sporgendosi dal finestrino per urlare in direzione del tipo ormai lontano – me stanno pure simpatici a me…- tornando a parlare con l’amico – i froci, mica i laziali!». 
«Anfatti». 

E soddisfatti scendono dal 23, ad Ostiense. 

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di
Lorenzo Desirò

504, ultima corsa del giovedì, ore 23:37.

L’ultima corsa dal capolinea è sempre quella più desolante.
Anagnina è una stazione deserta. Pochi autobus pronti a partire, pochi autobus pronti ad arrivare. San Valentino qua non arriva. Nella notte vedo un paio d’ombre in attesa sulla banchina.
Delle loro nere sagome ogni tanto la sigaretta ne accende e ne accenna il volto. 

Pochi suoni e distinti: il rumore del motore acceso dell’autobus; una sirena d’ambulanza che si avvicina, urla più forte e va sfumando fino a diventare un lontano sibilo; qualche colpo di clacson in lontananza; il rombo di qualche macchina che sfreccia nella strada accanto.

Con l’autobus deserto si siede accanto a me una ragazza dai capelli argento. Non la guardo e continuo a guardare fuori dal finestrino, ignorandola.
Mi tocca la mano poggiata sul ginocchio e avvicinando le sue labbra al mio orecchio sussurra: «Stasera morirai».

Lentamente allontana le labbra dal mio orecchio e le fa passare accanto alla mia guancia fino a sfiorarla. Sento il suo calore e il suo profumo dolce. Chiudo gli occhi e immagino che quando li riaprirò lei sarà scomparsa, come un fantasma. Ma non è così.
Lei, i suoi capelli argento e il suo profumo dolce sono ancora accanto a me. La guardo negli occhi. Il suo profumo è così dolce…
Lei è seria e continua a fissarmi con i suoi grandi occhi.
Le dico: «Me lo dici sempre, stai diventando monotona».
Come arrabbiata, si alza di scatto ed esce dall’autobus per poi scomparire nella notte.

Si chiudono le porte e l’autobus parte.
I passeggeri siamo io e il profumo della ragazza dai capelli argento.

Durante il tragitto non faccio altro che cercare di capire in che modo posso perdere la vita: guardo l’autista per capire se sta bene, se ha bevuto, se è in condizione di guidare o meno.
Guardo la strada. Cerco di capire se questo 504 stia andando troppo veloce oppure no.  Penso ad ogni metro del tragitto che percorreremo e a quale curva andremo fuori strada; cerco di intuire se il camion nella direzione opposta possa o non possa venirci addosso provocando uno scontro frontale.  Guardo il cielo e in cerca di asteroidi in avvicinamento…
Dal polso controllo i miei battiti. Mi guardo riflesso nel finestrino e passo in rassegna il mio viso per cercare di capire (ammesso che ci sia un modo) se posso avere qualche malattia. Mi ritrovo a pensare a quanto era bello poter morire solo per una religione e a dove ancora oggi potrei andare per fare la stessa fine di San Valentino.

Poi arrivo alla mia fermata.
Scendo dall’autobus e con cautela attraverso la strada.
Anche stasera salirò a casa, mi metterò a letto e con gli occhi rivolti alla radiosveglia sul comodino aspetterò mezzanotte e un minuto per poi addormentarmi.

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di
Federico Cirillo

Come ogni sera, il 23 riportava stralci di umanità alle proprie case.
Come ogni sera verso le 21, affreschi di vita incrociavano momentaneamente i propri destini dentro quell’autobus. Come ogni sera, sul 23 salivano ritratti di esistenza che arrivavano precisi ad un appuntamento con gli altri: un appuntamento mai preso e per questo spesso rispettato.

Ma quella sera era San Valentino, la festa dell’amore, anche se i passeggeri avevano più l’aria del santo nel momento del suo martirio. Mattia odiava quella festa: che palle portarla sempre fuori a cena per forza (“Ma è San Valentino amore!” diceva sempre). Almeno st’anno me so’evitato la cena, pensava all’altezza di Marmorata/Galvani, Mattia, continuando a toccarsi la gamba dolorante per il post-partita.

 «Mortacci Cla’, ancora me fa male la gamba: quel pezzo demmerda m’è caduto addosso pesante!», disse strattonando Claudio che aveva da poco chiuso gli occchi.

Claudio si girò con la bocca impastata di sonno: «Uhm, guarda che sei te che sei uscito “a valanga”, je stavi quasi a rompe la tibia a quer poraccio».

 «Che cazzo dici? Me pari l’arbitro! Quello m’è piombato addosso quando il pallone ce l’avevo già io, era carica a Cla’, altro che fallo».

«Sè vabbè, Matti’, era fallo…l’abbiamo visto pure noi, dai. Ma poi che cazzo t’ha detto la testa de usci’ così fori dall’area? Pure tiro libero contro ci hai fatto prende. Te devi da’ una calmata Matti’. ’St’anno so già 5 ammonizioni che te pijii, o pe’ fa’ ste uscite o perché devi sbrocca’ all’arbitro. E abbiamo fatto 8 partite. Da quando te sei… vabbè su, lascia sta’».

 «Da quando me so’ cosa?» scattò Mattia. Si conoscevano dall’infanzia e Claudio sapeva di aver toccato un nervo scoperto. «A parte il fatto che de quelle 5 ammonizioni, 3 so’ molto contestabili…non ho capito, finisci la frase: da quando me so’?».

 «Dai Matti’ lo sai, da quando te sei lasciato co’ Valeria sei strano, nervoso. Sbrocchi pe tutto e co tutti: hai attaccato ’na polemica con l’arbitro prima dell’inizio per il fatto che se dovevamo mette noi le casacche…che poi te sei il portiere e manco te la mettevi. E su!».

«Ma che c’entra Cla’, quello è perché me dà fastidio che ‘n se vede lo sponsor de papà. Ma poi che cazzo c’entra Valeria? Che me frega de Valeria? Quella stronza. Anzi proprio oggi so contento che nun devo anna a quella cazzo de cena de San Valentino der cazzo».

 «Appunto» chiosò Claudio, rigirandosi verso il finestrino «e smettila de magnatte le unghie, che schifo» aggiunse irritato.

Il silenzio, accompagnato dal rosichìo nervoso di Mattia, si impossessò nuovamente del 23, lasciando spazio ai rumori di fondo.

Fu allora che Mattia la vide.

«Ao, ma quella?» fece Mattia, ridestando di nuovo Claudio con una gomitata mentre il bus rallentava sull’Ostiense «Guarda che gnocca, Cla’!»

Indicò fuori dal bus un finestrone ben illuminato della palestra che, sul lato opposto della strada, pullulava di vita fitness. Claudio si girò di scatto.

 «Ma chi? La bionda? A Matti’ ma me sa che…».

 «Sì, sì… la bionda! Davanti alla finestra, attaccata alla colonna. Guarda Clà! M’ha visto, me sta a guarda’! Guarda che canottierina che c’ha, co’ tutta la panza de fori! La devo conosce Clà, questo è un segno del destino, proprio stasera che sto da solo dopo…beh…dopo tutti l’anni co Valeria, quella stronza. J’assomija pure, però ammazza se è più fica de Valeria, aoh me guarda Clà…dai scendiamo, scendiamo cazzo, la devo vede’ da vicino, la devo conosce, dai dai». Il viso gli si era tutto acceso e si era spostato verso le porte centrali spingendo freneticamente la richiesta di fermata.

 «Ma che scende Matti’, è fica, ok ma è…» disse Claudio tentando invano di trattenerlo.

«Bella! No fica Cla’, bella!» lo interruppe Mattia offeso «Ti pregherei di sciacquarti la bocca quando parli della donna mia! Dai scendiamo, daiiii».

 «’A donna tua? Ma te sei scemo. Dai che palle Matti’ ma non lo vedi che è…vabbè vaffanculo scendiamo ma ce vai da solo! E pijate la borsa tua, cazzo!» disse Claudio sbattendogli la borsa del calcetto che aveva trascinato fino alle porte.

«Ok, come sto?» chiese tutto eccitato Mattia aggiustandosi i capelli alla fermata e appoggiando i guanti da portiere sul borsone «vabbè ’sti cazzi, tanto è sudata pure lei.  Guarda quanto è bella, me continua a guarda’, sicuro che non vieni?»

 «None! Te credo che te guarda, è na f… »

«Ho detto che non devi parla’ così della donna mia! Fata, si dice è una fata, ok?»

 «No Matti’, intendevo, che è ’na f…»

Mattia già attraversava tutta l’Ostiense preso da un fomento innaturale: «Me lo dici dopo, guardame la borsa» urlò a Claudio correndo «20 euro che me dà il numero?»

Dall’altra parte Claudio urlò di rimando «20 euro che fai ’na figura demmerda?»

 «Annata!» sputò fuori Mattia entrando nella palestra.

Fu tutto rapido e (non) indolore. La ragazza bionda attaccata alla colonna che guardava fisso verso l’esterno. Claudio attaccato di schiena al palo della fermata, in attesa del successivo 23. Mattia che arriva in sala accompagnato da un istruttore. Mattia che arriva accanto alla ragazza. L’istruttore che ride. I frequentatori della sala che ridono indicando Mattia. Mattia che abbassa la testa, si gira sconsolato e torna sui suoi passi. La ragazza bionda che, sempre attaccata alla colonna, guarda sempre fisso all’esterno. Mattia che torna da Claudio, lemme lemme.

«Me devi 20 euro» fece Claudio, secco.

 «Te li do domani. Però me lo potevi di’ che era ‘n poster, ’na cazzo de foto pubblicitaria».

 «C’ho provato, nun m’hai fatto parla’, stavi infojato. Ultimamente ‘n te se pò di’ gnente, da quando…vabbè famo che me ne dai 10. Sali va.».

In silenzio, risalirono sul 23 successivo che, ancora più vuoto di quello di prima, li ospitò senza giudicare.

«Che poi Valeria» disse Mattia con un filo di voce «era pure più fica».

 «Beh, di certo era più in HD».

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di
Leonardo Vigoni


Come al solito
, sali sull’autobus delle 7:35 e, come al solito, siedi al tuo posto (è uno dei quattro in fondo all’autobus, meglio se nel verso di marcia).

Poggi il piede destro tra i due sedili davanti a te e sfili l’iPod dalla tasca sinistra con la mano opposta.
Lo fai scivolare dall’alto sotto la maglietta tenendo le cuffiette ai lati del collo – ognuna nel verso giusto – e lo accendi. Come al solito, conti i quattro secondi e mezzo che impiega per accendersi, resetti il brano in esecuzione, alzi il volume di due, mandi in play come al solito dal tasto laterale, alzi nuovamente il volume – questa volta fino al massimo – e, come al solito, lo riponi nella stessa tasca con il jack rivolto a sinistra.

Come al solito, sistemi lo zaino davanti a te, cinghie allo schienale.

La lampo più grande è chiusa simmetricamente rispetto alle altre? Sì.
Le stringhe scendono dritte ai lati? Sì.

Lo hai posizionato esattame … Diavolo! Possibile che quel tipo al posto dietro l’autista con i capelli rasati e un neo a due terzi tra l’orecchio e l’asta destra dei suoi occhiali blu notte poggiati sulla testa non sia in grado di non ripetere io ogni otto parole (tredici quando il tono della voce è più basso)?! Dannazione, ti ha pure distratto.

E per non farti mancare nulla, una goccia di condensa è caduta dal sistema di areazione dritta sul tuo maglione marrone, creando una macchia più scura larga almeno cinque fibre. Considerando la forza con cui è caduta e risalendo alla sua probabile dimensione originaria, prevedi che si allarghi di almeno due fibre per lato.

Quell’uomo seduto al posto dei disabili che è salito tre fermate prima non si è nemmeno accorto che la sua cravatta ha una piega a sinistra del nodo. Deve essere un principiante; probabilmente è anche destrorso. Sì, le unghie della mano destra lo confermano. Sono tagliate in modo disgustoso.

Finalmente l’egoista ha interrotto la chiamata. Deve aver commesso qualcosa di grosso: non fa altro che sfregarsi la mano, ora.

E questa vecchia seduta davanti a te vicino al finestrino? Accidenti, capisco che non hai un’anima a farti compagnia e vuoi parlare “di tuo marito morto nella Battaglia di Vittorio Veneto il 26 ottobre durante i festeggiamenti per aver respinto gli invasori”. Peccato che tu soffra di demenza senile e sia fuggita da una casa di cura. Il braccialetto al tuo polso ne porta anche il nome. Ah, tanto per la cronaca: la battaglia è terminata il 4 novembre, dunque cercati un’altra storia.

E quei tre alle porte centrali? Andiamo, che urto i fidanzatini talmente innamorati da non rendersi conto di come la propria compagna sia invece innamorata di un altro – proprio del terzo della compagnia, a quanto pare… fratello di lui? In fondo lo spessore delle labbra è lo stesso e le sopracciglia sono uguali; entrambi, poi, hanno gli occhi azzurri chiazzati di rosso, sintomo di un albinismo oculare difficile da scambiare per coincidenza.

Dio… ancora dieci fermate! Questa mattina è un’agonia. Quella donna accanto alle porte se non chiude immediatamente quella borsetta che lascia intravedere quell’assorbente rosa, farà una brutta fine.

E quell’idiota dell’impiegatuccio annodatore-incapace che ha dimenticato il portafogli sul sedile?
Andiamo, Cristo, è troppo facile così! E quando è troppo facile non ti diverti, ma piuttosto cazzo ti imbestialisci!

Oh sì, se ti imbestialisci… e lo sai cosa succede quando accade, sì?!

Devono tutti ringraziarti, però… l’assassino-per-caso egoista che ha finalmente mostrato i calzini bianchi macchiati di sangue ancora fresco… la signorina adultera che tradisce il compagno addirittura con il fratello, il quale – mi dispiace, tesoro – è un omosessuale con tendenze suicide (i tagli sui polsi ti eccitano? Che pervertita!)… per non parlare di quella lì, che va al lavoro fingendo di avere il ciclo per salvarsi dalle ramanzine del capo! Ci vai già a letto, vero bellezza? O vuoi dirmi che quella cravatta nella borsa è tua?! La nonnina, poi, non la devi nemmeno considerare: dal colorito della sclera le puoi dare un’altra settimana prima che il tumore le mangi il cervello e cada in coma, se la fortuna è dalla sua parte.

Beh, almeno una ricompensa ce l’hai: è il portafogli dell’impiegatuccio. Ora ti alzi e lo prendi, così scopri dove abita. Ma guarda… il documento è di un altro! Divertente…

Facciamo così: appena torniamo a casa, io e te, e riprendiamo la pistola che da idiota hai lasciato all’ingresso, prenderò io il controllo e farò una visitina al fortunato che si è fatto derubare da qualcuno che con quelle mani farebbe meglio a farsi un nodo scorsoio attorno al collo con la cravatta …

Un caricatore sarebbe bastato, se l’avessimo avuta con noi fin dall’inizio?

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di
Annalisa Maniscalco

 

«Lasci stare la ragazza.»

Ha la stessa età di mia figlia, realizzò Morelli, e strinse di più la presa.

L’uomo lo fissò interdetto, lo sguardo colmo di una strana, smisurata dolcezza. Morelli, di colpo dubbioso, lo lasciò andare, ma non si arrese: «È passato senza biglietto, devo farle la multa».

«Ho l’abbonamento, solo che… l’ho lasciato a casa

Morelli sbuffò, ma l’uomo pareva sincero.

«Facevo due passi sotto al mio vecchio liceo» spiegò. «Sono andato in pensione un mese fa, e avevo, non so dirle, nostalgia».

Morelli, impietoso, compilava il verbale.

«A volte andavo a scuola a piedi, specie in una giornata così, ha visto che sole?» tentò l’uomo, invano. «Ma oggi, fuori da quel cancello, per la prima volta mi sono sentito… stanco. Così ho deciso di prendere la metro; e quando sono arrivato qui ho scoperto di non avere la tessera».

Alcuni ragazzi rallentarono, cincischiando ai varchi e ridacchiando fra loro.

«Sono solo quattro fermate» mormorò l’uomo.

«Non c’entra» ribatté Morelli, a voce alta per farsi sentire dagli studenti. «Una, quattro oppure cento, lei ha commesso una violazione. Avanti» abbaiò ai ragazzi, «passate e liberate quei tornelli.»

«Non se la prenda» gli bisbigliò l’uomo, «ce l’hanno con me: il vecchio professore colto sul fatto

Morelli lo guardò. Quell’uomo era in pensione da un mese e ancora non si rassegnava. Qualcosa, all’improvviso, glielo avvicinò: specie ora che la sua vita ricominciava, a cinquant’anni suonati, neanche Morelli osava pensare al giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il lavoro.

«Senta» concesse infine «io non posso non farle la multa. Ma se lei va a prendere l’abbonamento e me lo porta qui entro due ore, vedrò di annullarle il verbale».

Un sorriso minuto si insinuò tra le rughe dell’uomo. Dichiarò le proprie generalità senza esitare, e un paio di studenti, salutandolo, ne confermarono il nome.

 

Il nome che campeggia sul verbale della multa.

Il 502 percorre un viale Don Bosco fitto di automobili. Morelli, che da ragazzo frequentava quel quartiere, ricorda quando la linea A della metro era ancora in costruzione, e il tram sferragliava dove ora s’aggrumano i parcheggi. Il tram: lo aveva preso con una ragazza, lungo la stessa direzione, in un giorno di gennaio 1980; erano le ultime corse di quella linea, lui era giovane e non lavorava ancora per l’Azienda.

Sorrise tra sé e sé, perché quel giorno erano saliti senza biglietto.

L’aveva incontrata davanti agli studi di Cinecittà: lei sognava di diventare attrice, e nel frattempo faceva la comparsa. Morelli aveva finto di riconoscerla, di averla vista in un film di Comencini, e lei, lusingata, si era lasciata offrire un caffè.

Si chiamava Marina. Avevano parlato a lungo, sempre più vicini, poi lui l’aveva convinta a farsi accompagnare a casa. Sul tram avevano giocato a indovinarsi le battute dei film, e Morelli si divertiva a depistarla perché il sorriso di lei, dopo il cruccio, era come il profumo del pane quando si svolta un angolo. A piazza dei Tribuni erano scesi saltando dal predellino, e la gonna di Marina si era sollevata per una folata di vento

 

«Attento…!»

Morelli si sbilancia in avanti e sente il vuoto nelle budella. Poi, all’ultimo, uno strappo, e si ritrova tra le braccia polverose di un operaio.

Ai suoi piedi, una voragine oscura lo attira dal cuore dell’asfalto.

«Per poco non s’ammazza» esclama l’operaio.

Il sangue di Morelli si diluisce, disertandogli il volto. Si rimette sui suoi piedi e si allontana incespicando.

Marina, pensa per calmare il cuore, Marina! Ma ha la vertigine nelle viscere e il sudore nel colletto. Abbiamo vagato per il quartiere, ripete tra sé, cercando un panorama che non esiste più. Davanti alla sua porta l’ho baciata come in un film, ricorda, le labbra secche. Cinque anni dopo ci siamo sposati, si consola invano, annaspando.

E ora, Marina se n’è andata via.

 

Morelli batte le palpebre per mettere a fuoco il verbale, insegue il civico del multato, si arena davanti a un gradino. Nulla più di una ruga di pietra, ma è il primo di una scala che si inabissa verso un seminterrato.

Le mani di Morelli tremano senza scampo. È per la pensione, si incoraggia, ma dentro di sé si divincola: la scala gli sembra il buco in cui prima stava precipitando. Ho passato i miei migliori anni sottoterra, si ripete, ma quel pensiero, per la prima volta, gli suona nero: perché è per questo che Marina lo ha lasciato.

È per mia figlia, e per il suo bambino, tenta infine, stringendo i pugni, e si convince.

In fondo alla scala c’è un vecchio cancello, che cigola ma si lascia aprire. Poi, una porta socchiusa: Morelli bussa e spalanca il buio.

Il pavimento scricchiola di detriti; gli interruttori non rispondono. Morelli sblocca il tablet con dita malferme e la multa rischiara un disordine inerte, antico.

«Professore» chiama Morelli con voce che cede.

Silenzio. L’aria è spessa di deserto e d’abbandono.

Sul tavolo impolverato, qualcuno ha posato un mazzo di chiavi, come se contasse di riprenderlo di lì a poco.

Sul muro, un po’ sbilenco, un calendario del 2011.

Poi, dal buio emerge il profilo solido di un divano, con un’ombra immobile rannicchiata intorno a un bracciolo.

Un’ombra scavata, distorta, troppo ferma, con indosso un soprabito leggero: di quelli che si portano a primavera, nelle giornate di sole.

Tra le dita consumate, la ricevuta pallida di una multa, e un vecchio abbonamento della metro.

 

«È lei che ci ha chiamati?»

«Sì.»

«Lo conosceva?»

«Non proprio.»

Aveva l’età che ho io adesso, pensa di colpo Morelli, e si stringe nella giacca.

«Perché era a casa sua, allora?»

«Per quella multa. Per riscuoterla

Ma il professore è morto prima di pagarla. La scientifica, il giudice, il liquidatore: ci vorrà del tempo.

Molto tempo.

Il commissario lo osserva. «Si sente meglio, adesso?»

Morelli espira. La sua pensione può aspettare.

«Meglio, sì.»

Il commissario lo lascia andare. Morelli si è appena avviato quando il poliziotto lo richiama.

«Sa se c’è qualcuno che possiamo avvertire?»

L’auricolare di Morelli si mette a vibrare. È sua figlia.

Io sono l’ultimo che lo ha visto vivo, realizza Morelli, col ricevitore che gli trema insieme alle dita.

Io sono l’unico che è venuto a cercarlo.

Morelli scuote la testa e se ne va, il cuore vivo e spaccato in fondo al petto.

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di
Annalisa Maniscalco

 

«Resta solo una vecchia questione» dice l’impiegata, fissando il monitor.

«Come sarebbe a dire» esclama Massimo Morelli, controllore del trasporto pubblico cittadino.

«È quasi tutto a posto» lo blandisce la donna, «salvo…»

«Impossibile.»

«…una multa del 2011…»

«Il mio stato di servizio è impeccabile.»

«…mai pagata

Morelli sente che le sue mani hanno ripreso a tremare. Gli capita sempre più spesso, ultimamente. Per punirle, le sprofonda nelle tasche.

Inspira. «Lei saprà di certo suggerirmi la soluzione

«Non io» si schermisce l’impiegata, «ma le ultime direttive della sua Azienda. Il pensionamento viene approvato solo se non ci sono pendenze».

Morelli alza gli occhi al cielo: «Sono passati solo dieci anni, del resto».

«Ci sarà pure un ufficio di recupero crediti.»

«Ci sarebbe. Ma vede» ammette Morelli, e per la prima volta esita, «devo proprio andarci, in pensione

L’impiegata lo guarda di sottecchi e Morelli sente che, dopotutto, quella donna ha pietà di lui.

«Risolverò la cosa» annuncia, raddrizzandosi. «La riscuoterò di persona.»

 

«Ecco, lo sapevo.»

«Stai tranquilla, ti dico. Sto già andando a cercare il multato

In piedi a una fermata dei bus, l’auricolare ben calcato in un orecchio, Morelli sblocca il tablet, apre il verbale della multa, confronta l’indirizzo con i toponimi sulla palina e decide per il 502, direzione Tribuni.

«Si può sapere chi è questo stronzo?»

«Francesca, abbassa la voce» sibila Morelli nell’auricolare. «Chi vuoi che sia, un poveraccio. Il nome non mi dice niente.»

«Vabbè, mi chiamano per l’ecografia. Trovalo e sistema la faccenda, ti voglio libero e pensionato entro la trentaseiesima settimana. Papà» aggiunge, di colpo mormorando «almeno tu… ci conto».

Morelli si toglie l’auricolare, ignorando le dita che tremano. Il suo respiro si è fatto corto ma, pur di non ammetterlo, si convince che i lacci delle scarpe si sono allentati, e solo per questo si autorizza a sedersi sotto la pensilina. Quando lacci e respiro sono tornati a posto, Morelli si concentra sui dati del multato: nato a Roma dieci anni prima di lui, pensionato. Fin qui, tutti dati irrilevanti; ma è la data del verbale a colpirlo — un lunedì di primavera del 2011 — perché Morelli riconosce il primo giorno del suo reimpiego sul campo.

Stai a vedere, pensa, che questa è stata la mia prima multa.

 

Dieci anni prima, la carriera di Morelli aveva registrato una svolta. L’Azienda, in crisi profonda, aveva coinvolto fino all’ultima risorsa per risollevarsi: ogni multa comminata era un gradino della lunga scala che doveva portare tutti fuori dal burrone. Morelli, bloccato da anni nello stesso paludoso ufficio, inviso ai colleghi per la sua puntigliosità, aveva colto al balzo l’occasione per farsi reimpiegare; l’Azienda gli aveva affidato i varchi della metro e lì Morelli si era distinto grazie a doti fino ad allora inespresse: individuava con un’occhiata i contravventori, agiva con slancio e a dovere, mai stanco della missione, mai rassegnato al disordine. Così, giorno dopo giorno, ai tornelli di questa o quella stazione, affrontando la folla che sciamava nei tunnel, Morelli si era sentito come se gli avessero dato le ali, e gli avessero spalancato una finestra.

 

Arriva il 502; il controllore sale e, per deformazione professionale, cerca lo sguardo dei viaggiatori, per scoprire quel disagio un po’ umido con cui si manifesta il torto; ma il bus a quest’ora viaggia vuoto. Allora Morelli prende posto vicino al finestrino, apprezzando l’ampiezza del vetro, la luce che lascia filtrare, nonostante le impronte di pioggia fuori e, dentro, le tracce di fronti ignote.

La sua carriera era decollata quando l’Azienda lo aveva promosso ai mezzi di superficie, dove si annidano i furbetti più inveterati, quelli che contano sull’assenza dei tornelli per farla franca. Morelli, inflessibile con chi si ostinava a infrangere una regola tanto chiara — ma come si fa, pensava, a essere così cretini! — aveva dispensato multe senza appello, accettando i doppi turni al posto dei colleghi e arrivando ad aggiudicarsi un premio aziendale.

Ma ormai i contributi erano maturi, il bambino di sua figlia era in arrivo, e quelle maledette mani tremavano sempre più spesso, da quando sua moglie, stanca di aspettarlo, lo aveva lasciato per un collega meno zelante.

 

Morelli respinge quel pensiero, respira a fondo finché le dita si calmano un poco, e ricostruisce il suo primo giorno sotto la metro.

Quel lunedì i suoi colleghi, più per calcolo che per cortesia — l’Azienda prometteva il rinnovo del contratto ai controllori più rigorosi —, lo avevano messo a guardia degli ingressi, perché la sua presenza ricordasse agli utenti di munirsi del biglietto. Quando ormai Morelli disperava di poter dimostrare il suo valore, dai vicini licei si era riversata nei tunnel una turba di adolescenti sudaticci e famelici, disarmonici e ostili. Ma anche questi avevano tutti l’abbonamento, e lo esibivano con irriverenza, lanciandosi gridolini da un tornello all’altro.

«Ammazza aoh, i controllori pure oggi! Se vede proprio che stanno nella merda!» aveva bisbigliato un ragazzo biondiccio, ma in modo che Morelli sentisse, dando di gomito a un coetaneo irto di brufoli.

«’Sti morti de fame» aveva confermato il compare, che mostrava l’abbonamento con dita molli, tenendolo sottosopra.

Morelli soffiava dal naso e cercava una preda, per far vedere a quei mocciosi di cosa era capace. Fu allora che notò quell’uomo: attempato, dimesso, insospettabile, con un movimento sinuoso si era accodato a una studentessa e, il corpo incollato alla sua schiena, il naso premuto sulla sua nuca, le mani chissà dove, aveva eluso il tornello approfittando del passaggio di lei.

Lo stupore per un’infrazione così spudorata, l’imbarazzo per una scena che puzzava di viscido, e l’impressione che il tutto si fosse svolto sotto i suoi occhi, ostentatamente, nonostante lui, erano deflagrati, nell’animo frustrato di Morelli, in un impeto incontenibile di rivalsa. Aveva lasciato che l’uomo lo superasse, a occhi bassi e sulla scia della ragazza; poi, con uno scatto da leonessa, l’aveva ghermito per il gomito e l’aveva costretto a voltarsi.

 

[continua – Parte seconda]

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una serie
di:
Arundo Donald

 

 

 Satif non era una persona. Non era un semplice gruppo e soprattutto non era l’acronimo di una partecipata dei rifiuti. Satif era un’idea. La migliore idea della storia….

 

 Capitoli:

 

 1 Personaggi

2 Uno, due e tlé

3 Piano infallibile

4 Tondini

5 Avanti tutta

6 Tutti presenti

7 Voglio andare alle Canarie!

8 Finale epico

 

(I personaggi di questo racconto potrebbero essere di fantasia)

vai all’episodio #01

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di
Arundo Donald

Capitolo ottavo. Finale epico

 

Andre e Viky si erano conosciuti al liceo artistico. Lui un cazzone, lei una secchiona, durante i primi anni non si erano mai neanche notati. A legarli fu la musica. Un giorno, andando in gita a Pompei, lei gli si era seduta vicino sul pullman (solo perché i posti erano tutti finiti) e lui le aveva passato l’auricolare. In un certo senso la loro amicizia fu siglata dai R.A.T.M. durante un campo scuola di merda ai piedi del Vesuvio. Non proprio come se Zack de la Rocha li avesse presentati durante un festino a base di droga su una spiaggia di Cisco. Ma comunque era fico, si poteva raccontare. Conan lo avevano conosciuto strafatto a qualche festa nei centri sociali di Roma, a base di erba e rock da paura. L’idea di Satif era nata per caso, una sera.
Di tutt’altra pasta invece, tra le varie tecniche apprese sotto le armi, oltre ai microsonni diurni e allo smercio di riveste porno, Nando si era specializzato nel corpo a corpo col fucile a baionetta. In pratica. caricare qualunque cosa respirasse, travolgendola. Più che per la destrezza nell’uso del fucile, in quella disciplina il parà si distingueva per la stazza e per la perseveranza nell’attacco, tipica, forse, solo del cinghiale gravido nordafricano.

 

Tiziano scaricò una tripletta sibilando come un compressore ben caricato. Nell’atto fu tanto composto che per un attimo il gesto sembrò innocuo. Uno strumento a fiato ben accordato aveva suonato tre lunghe note dentro l’autobus. Brevi, invece, furono i due secondi che bastarono a far ricredere tutti i presenti. I sedili più vicini quasi si sciolsero per le esalazioni e gli occhi delle persone cominciarono a lacrimare come fontane impazzite.

Nando fece ancora qualche passo verso la testa dell’autobus puntando il Pomata, ma la mancanza di ossigeno cominciò a stordirlo. Se la sua espressione poteva ricordare quella di tanti anni prima, il suo cervello era ormai poco più che una medusa abbandonata al sole. Fece un altro urlo, colossale, e sollevò il fucile verso l’alto come uno scimpanzé incazzato sfoggerebbe il suo bastone.

Sconvolto da tanta mascolinità, Tiziano azzardò un’ultima nota, che per le dimensioni sembrò un accordo a due mani e l’aria fu saturata del tutto da orribili mix di gas naturali. Tutti cominciarono a sragionare. I Coli intestinali dell’artista avevano sconfitto il microclima locale. In quell’autobus, ora, non valevano più le leggi della troposfera, ma le teorie tetraedriche dei combustibili gassosi.
Il giovane conducente si ritrovò a Imola a schiacciare sul pedale. Finalmente il suo sogno di pilota professionista si era avverato e lanciava il filobus a tutta velocità verso gli archi di Porta Pia. Ormai neanche la guardava più, la strada.

C’era gente che ballava. Un paio di anziani nuotavano abbracciandosi sul pavimento. Il Pomata non provava più quel terribile prurito al culo ed era collassato a terra col sorriso di un bambino. Conan faceva surf sulla schiena di una signora. Andre e Viky pomiciavano di santa ragione come fossero a letto nella loro prima notte d’amore.

L’autobus si era trasformato in una grande festa di colori a base di allucinogeni. Franci intonò Give Peace a Chance di John Lennon e i passeggeri cominciarono a sbattere i piedi seguendo il ritmo. Tiziano, che sentiva la canzone per la prima volta, ne apprezzò il ritmo e si mise a cantare improvvisando le parole.

L’autista, colto da chissà quale allucinazione, svoltò bruscamente verso Castro Pretorio, evitando Porta Pia, e si diresse correndo verso la Tiburtina. A causa della sbandata improvvisa, lo zaino con la tanica di benzina fu catapultato fuori dal finestrino oltre le mura Aureliane, finendo nella fontana dell’ambasciata inglese. In quel momento si svolgeva il meeting annuale della diplomazia. L’esplosione creò un gioco pirotecnico favoloso che lasciò a bocca aperta i diplomatici di tutto il mondo. Il giorno seguente Virginia Raggi avrebbe dichiarato di aver organizzato lei la sorpresa sotto consiglio del movimento cinque stelle, ma Beppe Grillo avrebbe poi smentito tutto sul web.

 

Intanto era scesa la sera. L’autobus in poco tempo aveva raggiunto le campagne romane dalle parti dei Castelli e i partecipanti alla festa avevano deciso di far tappa per cantine. Tiziano Farro prese a bere solo bollicine, nella speranza di sintetizzare nuovi fluidi psicotropi.

Al gruppo del 60 express si aggiungevano sempre nuovi componenti e non se ne perdevano mai dei vecchi. Persino diversi monaci dell’Abbazia Greca di Grottaferrata furono visti salire a bordo intonando inni e partecipando alla grande festa. La natura, tutt’intorno, accompagnava quel viaggio creando un copione tanto bello da sembrare scritto apposta. L’autobus attraversò campi, guadò fiumi, s’inerpicò sugli Appennini, facendo alzare in volo le cicogne e mettendo in fuga interi branchi di cinghiali selvatici.

Nando finalmente raggiunse il Pomata. Non ricordava affatto il motivo per cui prima provasse tanto odio. In realtà non ricordava neanche che cazzo stesse facendo su quell’autobus. I due si abbracciarono e condivisero un quartino di Malvasia Gialla Puntinata di Montecompatri, che scolarono alla goccia. Poi passarono al rosso sincero, freddo di frigo.

Da quel momento in poi, nessuno vide più quell’autobus.

 

Qualche leggenda dell’entroterra turco narra di un gruppo di stranieri (yabancıların) che furono visti festeggiare in un pullman (otobüs) vicino al confine con l’Armenia. Mentre dei pescatori indiani avvistarono un autobus italiano sfrecciare su una spiaggia del Kerala con a bordo molte divinità scalmanate.

Negli anni successivi, di pochi si ebbe nuovamente traccia. Ida e Franci si stabilirono con Karlos Marranos in Brasile e cominciarono a lavorare nella sua ONG. Viky, che da Andre ebbe due gemelli, diventò il capo di una multinazionale molto importante. Tiziano Farro non tornò più. Diverse persone giurarono di averlo visto in giro per il modo ad assistere a molti dei più bei concerti metal della storia. C’è chi giura perfino di averlo visto cantare e mangiare piccoli volatili insieme ad Ozzy Osbourne.  Il mondo, alla fine, fu dunque un pianeta migliore.

A morte il trash!!!

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Arundo Donald

 

Capitolo settimo. Voglio andare alle Canarie

 

Le fresie erano veramente freschissime ed emanavano un profumo pungente. Tiziano infilò il naso dritto nel mazzo e fece una bella sniffata, lasciando che l’aroma lo pervadesse inebetendolo. Ogni fibra del suo corpo si contorse rabbrividendo e il cervello gli si sciolse nel cranio colando giù fino ai piedi.

Aveva indosso dei grandi occhiali neri marca VIP che usava per nascondersi e passare inosservato. Al collo portava il suo foulard arancio selvatico preferito, con sopra ricamati i pappagallini colorati. Era alla fermata e aspettava.  Il cornetto al lampone era stato ottimo ma ora si sentiva gonfio e costipato. La pancia premeva contro i pantaloni e una fitta gli opprimeva le budella. Si guardò intorno. Poi scorreggiò.

L’aria circostante la fermata divenne rarefatta per un raggio di due metri. Pareva via di Malagrotta nel mese di luglio. Provò a trattenersi, ma quella fu solo la punta di un iceberg.

 

A bordo del 60 express la situazione procedeva timidamente. Sembrava quasi che prede e predatori si studiassero a vicenda. Se in fondo all’autobus Nando escogitava il modo per ottimizzare l’offensiva, tra le file centrali Satif cercava il posto migliore dove posizionarsi. Il Pomata era distrutto e aveva abbandonato la fronte contro un finestrino. Ida si chiedeva se Franci avrebbe mai fatto in tempo per la colazione.

Viky lentamente spostò il braccio allontanandolo dal fianco e, con dolcezza e disinvoltura hollywoodiane, afferrò delicatamente la mano di Andre. Il cuore le pulsava a mille e non stava respirando. Quando anche lui, lentamente, ricambiò il gesto serrando la mano, finalmente ricominciò a prendere aria. I due non si guardarono né si parlarono.

L’autobus rallentò, emettendo il rantolo affaticato dei freni esausti. Si fermò accucciandosi leggermente dal lato delle porte e sbuffando aria si concesse a Franci. Masticando l’ultimo pezzo di mela, il ragazzo salì dal retro. Con grande borghesia, gettò fuori il torsolo finito e si pulì le mani sui calzoni. Poi le porte si richiusero, ingoiandolo.

Lasciatevi alle spalle ogni pensiero, non fate cose azzardate, ma fate la cosa giusta. Volate alle Canarie!

I neuroni di Conan erano partiti. Nel senso che per la prima volta sentiva di aver avuto un’intuizione, di aver capito le cose. Forse solo… di avere dei neuroni! Non poteva morire senza aver mai volato; visto altri paesi; essere andato a letto con un’erasmus sbronza sopra un pedalò. Insomma, non poteva finire così.

«Io mollo» disse timidamente agli altri.

Ma Andre e Viky neanche lo sentirono. Stavano avendo un dialogo bellissimo, una discussione intensa senza parole, solo attraverso quella stretta di mano.
La mano di Andre stava dicendo: «Sì, è vero che ti ho sempre definito stronza e probabilmente perché lo sei, però quando ti vedo tutto va meglio. Il sangue è più fluido, la vista migliora, perfino il mondo sembra non essere poi solo una grande cacca cosparsa di vegetazione».

E la mano di Viky rispondeva: «Ma lo so, sciocchino, ricordati che tu fai quello che dico io, perché sei l’uomo e quindi l’essere inferiore. Comunque mi piaci da morire e poi quello che hai detto tu però sempre un po’ di più».

«Io mollo! Ma mi state ascoltando? … Ehi? Ho detto che mollo!! Stop; fine; caput!!!»

Andre fece per ribattere alle parole di Conan, ma improvvisamente fu distratto dalle grida delle persone nell’autobus.

«Avete visto? È lui… è Tizianone Farro!!!»

«Guardate… sta per salire alla fermata!»

L’autobus aveva raggiunto la fermata successiva. Quando le porte si aprirono, da quella anteriore comparve un’accozzata di colori con sopra la testa di Tiziano Farro e un leggerissimo lezzo di cavoli cotti si percepì nell’aria.

Conan afferrò Andre dalla maglietta e lo portò vicino.

«Non possiamo farlo oggi… non oggi, cazzo!»

«Smettila!!!» ribatté Andre, stringendo in una mano la stringa dello zaino e liberandosi con l’altra dalla stretta dell’amico.

La gente continuava ad animarsi vistosamente.

«È lui, è lui, ne sono sicura!»

«Ma dici?!?!»

«Sì, sì, al cento per cento!»

Le grida poi esplosero letteralmente, diventando fortissime. C’era perfino qualcuno che sbatteva i pugni ai finestrini. Andre si chiese come fosse possibile. Neanche al concerto dei Guns a Bilbao aveva visto scene del genere. Le grida aumentarono copiosamente: «Aiuto, aiuto!!» Andre non ci voleva credere. Poi un ruggito grottesco ammutolì per un istante il marasma generale: «Dove sei?!? Dov’è il sudicio maiale maledetto?!?!»

Nando imbracciava minaccioso il fucile. Aveva fatto la sua mossa.

Tutti ripresero subito a strillare più forte, così che nell’autobus non si riusciva neanche a sentire i propri pensieri. Era l’Inferno dantesco rappresentato in un unico girone. Era l’inizio del caos.

 

Nonostante il mezzo fosse già teatro di guerra, quel giardino delle delizie metropolitano avrebbe presto visto un ultimo atto; un finale eclatante e imprevedibile, partorito da personaggi senza vergogna e disposti a tutto pur di completare il loro percorso.

Viky si strinse ad Andre con tutta la forza. Conan, in trance, ripeteva di voler andare alle Canarie. Come se chiamato in causa, Tiziano fece un peto eclatante, talmente colossale che tutti nell’autobus cominciarono a tossire. Il terrore lo aveva contratto a tal punto che un vulcano d’aria tossica era fuoriuscito dal suo corpo, liberandolo.

 

L’atmosfera ora era mefitica e l’autobus un pandemonio. Sembrava un pianeta lontano. Forse il Pianeta ATAC.

L’autista accelerò, puntando Porta Pia.

[continua – Vai al finale epico! – capitolo #08]

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Satif, destinazione Nomentana
di
Arundo Donald

 

Capitolo terzo. Piano infallibile

Satif non era una persona. Non era un semplice gruppo e soprattutto non era l’acronimo di una partecipata dei rifiuti. Satif era un’idea. La migliore idea della storia.

Quando Satif si sposta, tutti si spostano. Quando mangia, tutti mangiano. Quando dorme… no, Satif non dorme mai!

Conan, Andre e Viki erano gli ideatori e i componenti della Squadra Anti Tiziano Farro.
L’idea era semplice.
Fare esplodere l’autobus 60 express che tutte le mattine portava Tiziano a lavoro nello studio di registrazione di via XX Settembre.

Il mondo sarebbe stato salvo. Loro sarebbero stati epici.

Villa Ada era silenziosa e il profumo di alloro faceva pensare all’arrosto di maiale. Satif era seduto in cerchio a ripassare il piano. «Chi compra la benzina?» Chiese Viky fissando i sui compagni. Andre fece cenno con il dito che non sarebbe stato affar suo. Viky allora si voltò a fissare Conan che chinando la testa annui. «Bene la prima cosa è decisa».

Andre tirò fuori una cartina ma fu subito redarguito. «Per oggi niente erba ricordi? dobbiamo essere lucidi!»

Odiava quando Viky faceva il capetto ma aveva ragione, la missione era troppo importante.

Uno scoiattolo interruppe la scena lanciandosi da un albero. Tra le foglie aveva fatto un gran salto e si era arrampicato nuovamente su un pino piegato dal vento.

«La benzina si compra all’AGIP di via Tagliamento» disse Viky. «Ma sei matta?!? Lo sai quanto costa? E poi è fuori strada» ribatté Conan.

Satif era evidentemente dibattuto in quel momento.

«Va bene signor so tutto io. Allora dicci… dove la compriamo la benz…» Viky si bloccò.

Allibita, fissava Andre che si girava una canna.

«Ma sei stupido o cosa?!?!? Abbiamo appena detto niente erba cazzo. N-I-E-N-T-E E-R-B-A, lo capisci?»

«Ma io senza le canne, N-O-N M-I C-O-N-C-E-N-T-R-O! E poi scusa: sto andando a farmi saltare in aria, mi rimangono solo poche ore di vita e tu non mi vuoi far fare l’ultima canna?»

«Fate come volete. Io con voi due finirò per diventare matta!».

Odiava non essere rispettata solo perché femmina. Poi riprese: «allora almeno nel farlo siamo tutti d’accordo?»

«Ovvio!» rispose il resto di Satif.

«Non dimentichiamoci mai chi siamo e da dove veniamo e, ricordiamoci sempre, che sono idee impulsive come questa che rappresentano meglio gli ideali più importanti».

Tutti si guardarono per un istante, lanciandosi velocemente un sottile sguardo d’intesa. Andre avrebbe voluto indossare la sua maglietta dei Ramones.

L’unica che si chiedeva cosa cazzo avesse detto era proprio Viky, ma non importava.
Era stata efficace. Il gruppo c’era!

Mentre nel cuore di Villa Ada, sotto le querce, si decidevano le sorti del trash nazionale, a due passi dai vialetti di Villa Torlonia, Franci andava all’appuntamento con Ida.
Approfittando dell’aria mattutina aveva deciso di allungare un pochino ed arrivare fino dalle parti di via Nomentana. Praticamente Roma la mattina non la vedeva dai tempi del liceo. Aveva camminato da San Lorenzo fino alla fine di viale Regina Elena e continuando a passeggiare gli era venuta fame, così si era fermato al supermercato.

Il giovane era troppo magro per la sua altezza, aveva capelli arruffati, piedi grandi, dita (delle mani) mangiate dalle corde del basso e vestiva principalmente di nero. Non sopportava i film muti, i pesci rossi, i piercing ai capezzoli, le gare di formula 1, l’aglio nei carciofi, i supermercati e non poteva proprio scendere a compromessi con quelli che ascoltavano la musica pop inglese.

Girava per il supermercato e gli altoparlanti sputavano pezzi degli Oasis intervallati da annunci di personale!

«Che cazzo di numero erano le mele?»

«20? 18?»

32! La bilancia sibilò stampando un’etichetta adesiva con su scritto scarola romanesca!

«Che cazzo, era la scarola?»

29! La bilancia ri-sibilò espellendo un nuovo cartellino con su scritto asparagi bianchi.

Un sottile gusto da giocatore d’azzardo l’attraversò per un istante.
Con un ghigno impercettibile e muovendo spasmodicamente le dita della mano, colpì senza guardare uno dei grandi tasti gommati della bilancia.

124… pompelmi di Sicilia!

Nel frattempo, mentre il giovane tentava la fortuna, Satif aveva preso il ritmo. Il benzinaio sarebbe stato quello di Corso Trieste (visto che Verbano e Ledro li avevano chiusi) e a prendere la benzina sarebbe stato Conan con i soldi messi da parte.

Avrebbero fatto i biglietti. Non tanto per la multa, che da morti non avrebbero dovuto pagare, quanto per evitare complicazioni nel piano. Mai fidarsi dell’ATAC.

Andre avrebbe portato lo zaino con la tanica e l’innesco. Per costruire quel componente avevano consultato Wikipedia alla voce far esplodere benzina. Una vera genialata!

Viky era stragasata. Conan non pensava ad altro che al piano. Andre come al solito fattissimo.

A morte il Trash!

[continua… capitolo 4]

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di
Arundo Donald

 

Capitolo sesto. Tutti presenti

 

Spiando i nostri personaggi con Google Maps, ora li vedremmo convergere verso la via Nomentana. Anzi, li troveremmo già lì.

Chi a una fermata, chi passeggiando, chi perfino imbracciando un fucile. Tutti accomunati da un univoco quanto ambiguo destino.

Satif aveva raggiunto la fermata. Era stanchissimo.

Aveva camminato, comprato la benzina, camminato ancora, riempito la tanica, attaccato l’innesco, sempre camminato, comprato i biglietti dell’autobus, ricamminato un pochino e finalmente era giunto a destinazione. Andre era sfinito.

La Nomentana era splendente, in una forma ottimale. Gli immensi platani verdi la facevano da padrone, mascherando leggermente l’intensa attività antropica.

Mentre una schiera di taxi bianchi intasava le corsie preferenziali, infiniti motorini si alternavano ammucchiati, come stormi che si proteggono dai predatori.

Andre si accese gli ultimi due tiri di canna e si appoggiò al bordo della fermata. Viky lo fissava sconsolata. In cielo, un grande Airbus A380 passò basso puntando Fiumicino. Era così vicino che quasi si potevano leggere le scritte e i quattro enormi motori sovrastavano il rumore delle macchine.

«Hai visto che bestia?» disse Andre rivolgendosi a Conan.

«Se non avessimo la nostra missione… mi piacerebbe volarci dentro, a uno di quei cosi» ribatté Conan, fissando la densa scia grigia che ancora si intravedeva nel cielo. Andre neanche rispose, abbassò lo sguardo e aprì Smezziamo sul telefonino. Non c’erano nuovi racconti. Intanto, diversi metri più a sud, Tiziano Farro canticchiava il suo capolavoro stando seduto alla fermata.

 

Le tue parole sono la mia malattia,

La mia fortuna che sei andata via,

Amore rosso fatti spazio tra la folla,

Devo addestrare i miei anticorpi per la guerra…

 

Quel testo gli sembrava una vera esplosione di emozioni. Lo aveva scritto in due battute separate. L’ispirazione e la prima bozza erano state partorite durante la pulizia dei denti del giovedì pomeriggio. A un certo punto, si era alzato di scatto e si era messo a scrivere le parole sul bavaglino per gli schizzi di placca che gli aveva messo l’igienista. Mentre il resto della canzone lo aveva completato durante un viaggio a Spoleto, organizzato per un’avventura selvaggia e spericolata, al TOP come non mai.

 

Intanto Nando aveva perso la brocca. Ormai nel loop da marcia su Roma, aveva abbandonato l’idea di impallinare il Pomata dalla distanza. Lo avrebbe invece affrontato in un corpo a corpo, raggiungendolo alla fermata e costringendolo ad arrendersi. Si era infilato in una camicia scura con diversi stemmi sulle tasche e, col fucile sotto braccio, aspettava l’ascensore fischiettando pezzi nostalgici. La vecchietta dell’appartamento accanto aprì la porta.

«Ma che, so’ tornati i tedeschi?!?» chiese con un filo di voce.

Era Franca, la vecchia dirimpettaia che a malapena si reggeva in piedi. «No, no, stia tranquilla. Entri in casa e ci resti!» sbottò Nando entrando in ascensore. Nando la chiamava “la mummia”. Ogni volta che usciva o tornava a casa, lei apriva la porta per spiarlo. Per un attimo pensò di spararle.

 

Le tue parole sono la mia malattia,

La mia fortuna che sei andata via,

Amore amaro fammi ridere al mattino,

C’è un anticorpo per sottrarsi al mio destino…

 

Quando Nando sbucò dal portone, un 60 express procedeva svelto verso il Pomata.

La fermata era dalla parte opposta della strada e per raggiungerla, in sostanza, avrebbe dovuto volare. Da vero guerriero e senza pensarci troppo, si lanciò in strada in una corsa omicida fuori le strisce pedonali. Una macchina che passava tirò un’inchiodata colossale e l’automobilista lo maledisse dal finestrino. Nando, col cervello ormai fritto dall’adrenalina, imbracciò il fucile e lo puntò sul guidatore. «All’armi… All’armi!!». Correndo ancora più in fretta saltò al volo sull’autobus, non perdendolo per un pelo.

 

Sullo stesso autobus era salita anche Ida.

Il 60 era affollato. Ida si era seduta nel posto singolo alle spalle del conducente, mentre il Pomata, in piedi di fronte alle porte centrali, si grattava il culo con il pollice. Nando era appoggiato in fondo. Aveva nascosto il fucile tra il corpo e la parete dell’autobus, mentre con lo sguardo mentecatto, scrutava fisso il suo obbiettivo.

Alla fermata successiva salì Satif. La missione ora aveva raggiunto il punto del non ritorno. Andre posò lo zaino a terra e finalmente poté sgranchirsi la schiena. Viky si strinse stranamente a lui. Trovò che avesse un odore buonissimo. Gli ricordava il gelsomino.

Conan fissava un cartellino pubblicitario appeso ai sostegni per le mani. Il testo diceva: lasciatevi alle spalle ogni pensiero, non fate cose azzardate, ma fate la cosa giusta. Volate alle Canarie! Sotto l’immagine di un gruppo di surfisti in spiaggia sorridenti.

«Non ho mai preso un aereo» disse improvvisamente Conan.

Andre e Viky si girarono stupiti: «Eh?»

«Non ho mai preso un aereo!»

[continua.. capitolo #07]

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Satif, destinazione Nomentana
di
Arundo Donald

Capitolo quinto. Avanti tutta

 

La deflagrazione sarebbe stata da film.

Tutti i vetri dell’autobus sarebbero esplosi creando un effetto fontana con schegge sparate ovunque lontano. Il mezzo si sarebbe sollevato da terra di un metro buono, per poi ricadere producendo un tonfo sordo e metallico. Il quartiere intero sarebbe stato destato. Il mondo, finalmente libero.

Satif era a cavallo. Non mancava ormai molto perché il piano entrasse nel vivo dell’azione.

Conan aveva riempito la tanica con la benzina. A portarla era Andre nel suo Invicta Jolly arancione e giallo.
«Potevi scegliere uno zaino più visibile» disse Viky sfottendolo.
«Pensa a te, femminuccia!» rispose Andre ghignando e continuando a camminare.
La trovava carina quanto insopportabile. Aveva dei bei seni alti e delle gambe lunghe e veloci, proprio come la sua linguaccia.  Vestiva in maniera poco appariscente, ma si vedeva che aveva gusto. Insomma, ad Andre Viky non dispiaceva. Fisicamente, s’intende.

Satif si spostava velocemente verso la Nomentana attraversando le miti viette del Trieste Salario. Deciso e irrefrenabile, contava di raggiugere la fermata del 60 perfettamente in orario per le 10 e 30 circa.

Cinque fermate, due ville, sei semafori e circa 15 ambasciate più in là, sempre sulla Nomentana, Tiziano Farro era intento a fare colazione nel solito bar sotto casa.
«Ciao, Samantha, sei divina oggi! Che ci stanno i cornetti integrali alla pappa reale e cuore di lampone?»
Come sempre quando andava a incidere, faceva colazione, comprava qualche fresia dal fioraio romeno e poi prendeva l’autobus alla fermata d’angolo di viale Regina Margherita.

La Nomentana, a breve, sarebbe diventata un teatro di guerra.
A morte il trash, a morte i Viet Cong!

Franci nel frattempo era riemerso dal casinò senza fiches, ma con in mano una busta di mele. Ne addentava una camminando spedito verso la fermata più vicina. L’appuntamento con Ida era in centro. In un posto chiamato non ricordava neanche come. Poi sarebbero andati alla mostra di quel matto di Karlos.
Era felice di vederla e anche un po’ agitato. Non era molto che si frequentavano. Dopo l’incontro a Ostia, erano passate poche settimane durante le quali, se non si vedevano a casa di lei, andavano sempre a cena o al cinema. Ma anche a fare colazione e alle mostre.

Ida, dopo l’avventura consumata a casa dell’ex marito, era turbata. Avrebbe avuto voglia di dormire qualche ora, ma non poteva. Alle 11 e 30 aveva appuntamento con Franci al Caffè delle Arti in via Nazionale per una colazione veloce. Poi sarebbero andati alla mostra di Karlos Marranos, un fotografo brasiliano amico di Franci che viveva a Frosinone, dove aveva fondato una ONLUS che mandava soldi ai bambini delle favelas.
Lei che non usciva mai dai Parioli. Che adorava andare alle cene e agli aperitivi nei posti rinomati. Che odiava il diverso, storceva il naso, amava essere viziata e non le era mai fregato un cazzo delle stupide mostre da radical chic.
Pensò di essersi bevuta il cervello! Erano settimane ormai che si frequentava con uno che neanche poteva permettersi di pagarle una cena decente.
Uno che andava in giro come Jim Morrison nel periodo alcool e cocaina e che porcaputtana… la faceva impazzire.
Sì, si era proprio rincoglionita!

«Avanti tutta» disse Viky per spronare la squadra.
Ormai mancava veramente poco alla Nomentana. Erano circa tre chilometri buoni che camminavano e la stanchezza si faceva sentire. Lo zaino pesava.
«Ma non possiamo fare un po’ a cambio?» sbottò Andre scocciato.
«No» risposero in coro gli altri.
«Ma scusate, che senso ha? Che cazzo sarebbe la MIA missione?»
«No. Sarebbe che così è stato DECISO e così si va AVANTI e a tutta forza! Non si cambia un piano quando è bello che fatto. Si rispetta!»
Andre neanche rispose.
La odiava. Odiava quello zaino e odiava i suoi modi autoritari.
«AVANTI TUTTA!!» gridò Viky.

[continua… capitolo #06]

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Satif, destinazione Nomentana
di
Arundo Donald

 

Capitolo quarto. Tondini

Tiziano Farro era malato. Era indeciso se uscire per andare a registrare il suo ultimo capolavoro o restare a casa a farsi i pediluvi in pigiama con la birra al limone. Il dubbio era atroce. Era stanco e influenzato, ma la giornata era calda e forse uscire lo avrebbe aiutato a sentirsi meglio. Del resto, il pezzo che andava a registrare si chiamava: Anticorpi D’amore Vero.

E cosa c’era di più utile agli anticorpi di un po’ di aria fresca?

Si fece coraggio, prese la giacca pistacchio e uscì di casa.

Pochi isolati più avanti, un cinese con la faccia insanguinata per poco non travolse Ida che usciva dal palazzo di Martoni. Correva in preda al panico, trascinandosi su e giù per il marciapiede e gridando cose incomprensibili.
«Ma guarda te sto Viet Cong-muso giallo. Per poco non mi butta a terra, ‘sto maledetto!» disse delicatamente Ida da fan dei film muti anni ’30. In particolare adorava Apocalypse Now  versione integrale. Quello con il pezzo in cui Willard ruba la tavola da surf, per capirci.
Il cinese, non vietnamita, doveva ancora capire cosa lo avesse stroncato, aprendogli di netto quel buco sulla fronte.

Ida proseguì attraversando la strada verso la fermata occupata da un altro strano individuo. Era il Pomata, stremato dal suo stesso errore.

Pomata aveva usato l’oleandro. Ignaro delle proprietà velenose, ne aveva raccolto un mazzetto e dopo essersi pulito il culo era tornato a sedersi alla fermata. La sua igiene prima di tutto!
Ora la lava gli riempiva le mutande. Tale era la sua sofferenza, che neanche riusciva a star seduto fermo.
«Ahhh, ma oggi era da resta’ a casa me sa!» disse Ida, guardandolo contorcersi inorridita «Ma tutti a me i matti de Roma?»

Il Pomata sembrava avesse l’argento vivo addosso. Scorreva il culo su e giù lungo tutta la fermata, dove il grip di plastica, fatto a tondini, gli offriva l’unico sollievo per l’acutissima urticaria. Partiva da un lato, con metodo, e sgambettando raggiungeva il capo opposto. Aveva anche cominciato a fare dei versi. Ora i lunghi movimenti di scorrimento erano enfatizzati da dei lunghi ululati di apprezzamento puro. «Ahhhhrrrrr! Fiuushhh…»
La faccia di Ida era paralizzata. Quella scena era davvero troppo anche per lei! Certo, se avesse saputo che a centocinquanta metri in linea d’aria, un ex parà con una pessima mira stava puntando un fucile in quella direzione, probabilmente le sue preoccupazioni sarebbero andate altrove.

Nando puntava il Pomata. Ida lo fissava rabbrividita.
Lui, strofinava il culo sui tondini.

[continua… capitolo #05]

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di
Arundo Donald

Capitolo secondo. Uno, due e tlé

 

In un attimo Fernando e Ida si ritrovarono nell’imponente attico Martoni con quasi vista su Villa Torlonia. Fernando stringeva quei seni perfetti. Non li ricordava così. «Che se li fosse rifatti?»

Sentiva l’orgasmo crescere dentro di lui.

Quando avvenne, al luminare mancò la vista e tutto divenne nero per pochissimi secondi. Per un attimo, sparirono le mani di lei che stringeva la spalliera di ferro battuto del letto; le gocce di sudore che non smettevano di scenderle tra i seni; le coperte Ikea Luksory per veri intenditori in tinta con tende e copri poltrone. Sparì perfino quel senso di «che cazzata che stai a fa’ a riscopatte questa cagna», che durante tutto l’amplesso non lo aveva abbandonato e a breve sarebbe stato forte come non mai.

Non sapeva perché ma comunque si sentiva un leone. Nonostante l’età, la corsa mattutina e la totale assenza di colazione, si riscopriva sempre un uomo che adempiva i suoi doveri… anche con le cagne! Quando la vista tornò vide Ida con quell’espressione porca di soddisfazione, mista a velina di passaparola, che normalmente le disegnava la faccia dopo le più belle scopate. Allora capì… Era venuta anche lei!!

Mentre sotto le finestre dell’attico, i pesanti filobus sfrecciavano animando e inquinando la via Nomentana, Ida de Martini stringeva la spalliera in ferro battuto del letto e aveva caldo. Quello che fino a dieci minuti prima, per qualche strano motivo, le era ri-sembrato un individuo di sesso maschile con cui concedersi una scopata spensierata, ora le appariva come una moquette ansimante lontana dai bisogni erotici di una donna… di tutte le donne… probabilmente di tutto e basta!

Doveva evadere. Pensò che forse avrebbe potuto cambiare la lavatrice e che quel giorno la palestra sarebbe rimasta chiusa e che il centro commerciale non era poi tanto lontano… Poi udì il rantolo. Era fatta! D’impulso improvvisò come meglio poteva una faccia compiaciuta… e pregò che nel frigo ci fosse del thè freddo.

Mentre nell’appartamento del Martoni, dopo la chiavata, si discuteva su chi dovesse fare per primo la doccia, pochi piani più in alto Nando era sconcertato.

Di famiglia modesta, devota alla divisa, originario e residente in quel quartiere, di porcate nella sua carriera ne aveva viste molte, ma mai di quel calibro.

Una volta, nel cuore della notte, tornando dalla rimessa ATAC, aveva visto un tale che si masturbava dentro una cabina telefonica. Nella cabina aveva poi trovato una gigantografia di Iva Zanicchi, per giunta nel suo aspetto attuale. Un’altra volta aveva visto un tipo con indosso un costume da Uomo Ragno scalare il muro di cinta di villa Paganini per poi denudarsi aggrappato a una quercia.

Ma stavolta Nando Cei era furioso. Cagare per strada… E alla fermata… Questo non gli andava proprio giù!!

Rientrò frettolosamente in casa e ricomparve fiero con la carabina a piombini Beretta. «Per la Buonanima!» strillò.

Nel quartiere San Lorenzo invece, Francesco Bottarga detto Franci, quella mattina aveva messo quattro sveglie, programmando alle nove persino l’allarme del microonde.

Quando suonarono tutte insieme, per il rumore, fu come assistere in prima fila alla parata del 2 giugno.

Franci scattò dritto sul letto e insieme a lui ogni cosa abbandonata sul piumone. Il posacenere fece circa mezzo metro, rovesciando l’intero contenuto sulle lenzuola. Tre lattine di birra vuote rotolarono fino a cadere sul pavimento, producendo un suono troppo sordo per dei timpani così assonnati. Un paio di plettri arrivarono al bagno. Poi Francesco Bottarga osservò la sua stanza.

Non poteva più vivere in quel modo. Ora c’era Ida!

L’odore nauseabondo delle sigarette gli opprimeva il respiro. La luce del bagno accesa. Il fruscio dell’amplificatore valvolare. Le tazze vuote dei cereali e un bong ingiallito contornavano il suo letto. Perfino una mosca, che doveva essersi sbagliata a entrare, sembrava volare con disgusto tra quei rifiuti ammucchiati ovunque. Franci chiuse gli occhi e si lasciò cadere all’indietro rovesciando un altro posacenere. «E che cazzo!»

Intanto dalla finestra Nando puntava il Pomata.

Da giovane, prima di entrare all’ATAC, aveva fatto il militare a La Spezia e sparare gli piaceva un casino. Se avesse avuto anche la mira, probabilmente, sarebbe rimasto nell’esercito.

Il primo colpo non si avvicinò neanche lontanamente al bersaglio. «’Tacci tua…» esclamò Nando strizzando l’occhio per prendere meglio la mira. Il secondo tentativo non andò meglio. Male anche il terzo. Effettivamente non lo ricordava così difficile. Allora cercò un bersaglio più vicino e spostando rapidamente il fucile puntò dritto un asiatico seduto al bar sotto il palazzo.

«E mo’ er cinegro lo inculamo…» disse con tono serissimo di sfida. Di certo le idee politiche le aveva ben chiare.

«uno… due… tlé!» disse premendo il grilletto.

Il piombino squarciò l’aria e diversi moscerini raggiungendo il piccoletto a velocità smodata. Lui improvvisamente si sentì esplodere la fronte!

«Dai cazzooo!», esclamò Nando strizzando il fucile in mancanza di compagni con cui festeggiare. Gli occhi erano lucidi che quasi piangeva dalla gioia. Aveva fatto un centro perfetto.

Euforico, rientrò velocemente per non farsi notare.

Ora toccava al Pomata!

[Continua.. capitolo #03]

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di
Arundo Donald


Capitolo primo. 
Personaggi


Il Pomata:

Franco Vitali detto il Pomata era accucciato alla fermata e partoriva il suo stronzo. Nel bel mezzo della via Nomentana, dopo il rito del caffè e la sigaretta, dopo la parziale lettura de Il Manifesto (che quel giorno titolava «svuotati di tutto») non era più riuscito a trattenersi.
Doveva cagare!

Dopo un’analisi scrupolosa aveva scovato il giusto palcoscenico per quella selvaggia necessità mattutina.  Spalle alla fermata, tra due cespugli di oleandro, si apriva l’angolo più impeccabile, la soluzione più esemplare. L’arena finale!

Franco Vitali detto il Pomata era accucciato tra gli oleandri e partoriva il suo stronzo; e ogni secondo temeva l’arrivo di qualcuno: sua moglie Giordana, il parroco di Sant’Agnese, il suo capo, persino il magrebino al semaforo. Essere scoperto sarebbe stata la sua fine e nel quartiere tutti avrebbero detto: «hai sentito di Vitali? Si si, pare che stesse cagando sulla Via Nomentana!» E ancora: «hai sentito cara? Pare che Vitali sia malato e che riesca a cagare solo per strada! Nooo… non mi dire!»

Aveva calcolato tutto. Il posto molto ben riparato; l’assoluta sicurezza di non imbattersi in vecchi rompicoglioni; l’angolazione ottimale anti macchine in fila.  Poi, quando il peggio era passato, quando solo pochi gesti lo separavano dal tornare al suo giornale, una nuova e struggente angoscia pugnalò la sua mente.

Aveva scordato i fazzoletti!

 Fernando e Ida:

Fernando Martoni stava rientrando in casa dopo la corsa mattutina delle sette quando…

«Ciao Ferni’, ti sei rimesso sotto eh? Da sposati sto fisico te lo sognavi… non mi dire che hai pure ricominciato a scopare?»

Quella che per il luminare, il mite clima romano aveva partorito come una mattina splendida e luminosa, era improvvisamente diventata peggiore di uno spasmo alcolico prima di una vomitata colossale.

Fino a dieci minuti prima, il famoso dott. Martoni, proprietario del rinomato studio medico Martoni in via Po 45, doppiava grassottelli sudati, scansava vecchietti ed evitava feci di cane improvvisando salti alla Edwin Moses.

«Ti ricordi Franci? Quello che viveva in Perù e che studiava le differenze somatiche degli indigeni tribali sui monti Titicaca… quello con la moto… che suonava il basso elettrico… beh sai, usciamo insieme!»

Il medico barcollò. Paonazzo per la corsa e in chiaro deficit di ossigeno, digrignò barbaramente i denti, rivolgendo al cielo lo sguardo. In bocca, il sapore aspro e amaro della bile gli risalì come la schiuma dello spumante versato troppo velocemente. Sentire quella cagna lo faceva star male. Lo devastava.

Esitò un istante. Poi contrattaccò:

«Scusami, hai detto qualcosa? Credo di avere il volume delle cuffie un po’ alto. Sono felice di vederti. Noto con piacere che non hai abbandonato la tua aria da stronza straccia cazzi».
E ancora: «all’inizio non ti avevo notata sai… tutte quelle lampade ti fanno confondere col muro in mattonato del palazzo».

La donna si sentì derubata delle gambe. Tra lei e il marciapiede in lastricato grigio di peperino si era creato il vuoto. Tutto si fece grigio e per un attimo si sentì esplodere.  Poi l’odio la calmò.

Ida de Martini respirò profondamente, riacquistò lucidità e le gambe ripresero a sorreggerla. Il viso serenamente si rilassò addolcendosi.

«Ti va di scopare?»

 Satif:

Satif prese il sentiero sterrato che da via Panama tagliava per il bosco. Da lì avrebbe raggiunto l’ingresso dei cavalli e poi a piedi fino alla Nomentana. Aveva messo da parte ben trentacinque euro e venti centesimi, senza contare i ramini. Camminando attraverso querce e cespugli di alloro ripassava il suo piano e lo trovava perfetto.

«Comprare una bella tanica e poi riempirla al benzinaio più vicino. Nasconderla in uno zaino, salire sull’autobus e poi farsi esplodere».

Il piano non era male. Cazzo se non era male.

Nando:

Nando Cei, ex autista ATAC presso la rimessa di viale Parioli, era affacciato alla sua finestra su via Nomentana e guardava un matto cagare alla fermata.

Franci:

Francesco Bottarga amava farsi chiamare Franci.

Aveva 27 anni compiuti. Iscritto all’Università La Sapienza di Roma, era riuscito a svoltare una triennale in antropologia in appena sei anni e ora si dedicava al suo master in antropologia e cooperazione sub-tropicale. Era stato addirittura capace di ottenere una borsa di studio che riusciva a malapena a pagargli l’affitto della stanza a San Lorenzo e la spesa al supermercato per camparci tutto il mese. Per l’erba, la birra, il cinema, il cinese il venerdì e tutto il resto, si era sempre dato da fare alla meglio, facendo creste agli amici sul fumo e battendo cassa ai suoi genitori.

Le giornate di Franci cominciavano tardi e finivano anche più tardi. Sveglia alle undici se c’erano cose importanti, altrimenti mai prima delle dodici e trenta. Orario sconfacente ma comunque necessario. Doccia veloce senza shampoo, inutile continuare a spremere quelli finiti; ricerca nella vasca di mozziconi di saponette per lavare schiena e ascelle; deodorante stick allungato con acqua; vestizione rapida, phon, occhiata alla mail, mezza moka di caffè, canna spenta la notte prima e la giornata cominciava liscia come l’olio.

Il pomeriggio di solito lo consumava in sala prove a martoriare il basso, le serate col gruppo a martoriarsi lui. Di norma sempre bevendo birra, rum e fumando erba. La musica rock come immancabile sottofondo d’ispirazione.

Ma ora era diverso, ora c’era Ida…

I due si erano conosciuti al mare, a Ostia, durante la festa del calamaro in umido di Ostia Antica. Lei era lì con degli amici e si annoiava; lui era con il gruppo al completo, i Red Butterfly, dopo l’apertura del concerto di fine estate che si svolgeva tutti gli anni allo stabilimento Il Tirrena accanto alla finanza. Lei si era fatta convincere ad andare a quella stupida festa «solo perché a Roma non c’è un cazzo da fare come al solito e in fondo vedere il mare mi fa sempre piacere»; lui si era fatto convincere a suonare per quattro coatti, una mandria di vecchi troppo abbronzati e per giunta accanto a uno stabilimento di guardie, solo perché «a Ostia alla fine se becca sempre qualche trucida cretina».

A un certo punto, in mezzo alla rotonda alla fine della Colombo, i loro sguardi si erano incrociati!

Lei aveva accennato un sorriso, lui si era spiaccicato un calamaro sulla guancia mancandosi la bocca!

«È ’na fregna! Grande… magari MILF. Ma è proprio ’na fregna!»

[continua – Capitolo #02]