Oggetto volante identificato

Oggetto volante identificato

di Mario Greco

Illustrazione di Dalila Giuliano

Mio padre fa il camionista.
Adesso che è finita la scuola, mi porta sempre con sé nei suoi lunghi viaggi.
Ultimamente, sta trasportando finocchi. Quando lo dico, i miei amici si mettono a ridere: «Lo sappiamo, lo sappiamo benissimo che trasporta finocchi» dicono.
Mi prendono in giro. Mi prendono in giro anche quando dico che da grande vorrei fare l’astronomo.
Tra qualche giorno compirò gli anni: «C’è un regalo che desideri?» ha chiesto mio padre «Vorrei un telescopio» ho risposto io.

Lui mi ha guardato, mi ha dato un buffetto sulla guancia e si è messo a ridere. 
Ridono tutti, anche quando non c’è proprio nessun motivo per farlo.
Mio padre e mia madre si sono separati, già da un anno ormai.
Io vivo con mia madre, ma per tutto questo mese starò con mio padre, a casa dei nonni.

Oggi siamo diretti in un grosso mercato ortofrutticolo di Roma: «Non di Roma centro, naturalmente» precisa mio padre.
«Che peccato!» dico io. Non ho mai visto Roma e con questo Tir non possiamo certo andarci.
Oltre all’astronomia, mi piace la storia.
So a memoria tutti e sette i re di Roma. Mio padre si ricorda soltanto di Nerone, e quando gli faccio notare che Nerone non era un re, ma un imperatore, lui fa: «E qual è la differenza?»

Mi piace viaggiare, sto sempre attento alla strada, al paesaggio.
I campi, i rotoli di fieno, le mucche al pascolo, gli alberi, i paesini appollaiati sulle colline, i ruderi di qualche castello. C’è molto traffico, oggi. Gente che torna a casa per le feste e camionisti, tanti.
L’altra sera mentre sostavamo nel parcheggio di un autogrill parlava di donne con altri camionisti.
Di prostitute.
Il nostro camion è addobbato come un albero di Natale: luci colorate dappertutto.
Sul cruscotto c’è una di quelle calamite con l’immagine di San Cristoforo e la scritta “Ovunque proteggimi”. Mio padre vuole che parli, così non gli viene sonno.
Io oltre a parlargli della storia di Roma, gli parlo dei pianeti e delle stelle.
Quando è buio e siamo fermi in qualche piazzola cerco di fargli vedere il Grande Carro, la Stella Polare, Cassiopea, Arturo…
Gli dico che sicuramente ci sono altri mondi lassù, altre forme di vita.
«Alieni?» chiede lui. «Sì» dico io: «Alieni, extraterrestri, chiamali come vuoi».

Arriviamo vicino Roma, usciamo dall’autostrada e ci fermiamo a mangiare in una piccola trattoria, nei cui pressi c’è un grosso parcheggio per i Tir: «Vuoi una birra?» chiede mio padre.
Sa che non mi piace la birra, che sono ancora troppo piccolo per berla, ma me lo chiede lo stesso.
Dopo mangiato, andiamo a dormire nel camion. Mio padre dice che Roma è a pochi chilometri da dove siamo adesso. Cerco di immaginarla, la “città eterna”, con tutte le sue luci, i monumenti illuminati.

Poi chiudo gli occhi e succede una cosa strana: sento che il camion si muove e comincia piano piano a ruotare su sé stesso, come una trottola, e poi si solleva e inizia a salire su, verso il cielo.

Mio padre non mi sente.ù: «Che sta succedendo?» gli chiedo, ma lui non mi sente.
Lo sterzo si muove da solo, come se a guidare ci fosse un fantasma. 
In un attimo siamo su Roma. Tutta la città sotto di noi. Un mare di luci. Il nostro camion non emette più il classico rombo, ma un sibilo appena percettibile.

Ci abbassiamo e voliamo al di sopra dei tetti, al di sopra del Colosseo, del Fori Imperiali, delle Terme di Caracalla, del Tevere… poi mio padre mi scuote. Dice che è fatto giorno.

«Papà, ho fatto un sogno» gli dico: «Ho sognato…», «Me lo racconti dopo» fa lui.
A lui non piacciono i sogni, si rifiutava sempre di ascoltare quelli che faceva mamma, che per la verità non erano mai dei bei sogni. Entriamo nel bar che sta accanto alla trattoria, e mentre mio padre scherza con la barista, il mio sguardo cade sul titolo di un giornale che sta sfogliando un signore seduto a un tavolino.

C’è scritto: AVVISTATO UN UFO SUL CIELO DI ROMA.
E c’è una foto. Un oggetto volante che somiglia molto al nostro camion.
E io dico: «Papà, papà, guarda, il nostro camion», ma mio padre non si volta, continua a fare lo scemo con la barista, come se io non esistessi, come se stessi ancora lì, nel camion, a dormire.

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