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di Matteo Gozzi

Illustrazione di Domitilla Marzuoli

Me li ricordo bene: un signore di mezza età quasi del tutto calvo e una donna con in braccio un bambino molto piccolo.

Si trovavano alle estremità opposte di un vagone del regionale che prendevo ogni sera per tornare a casa, seduti rivolti verso il centro della carrozza.
Io davo la schiena alla donna, ma li vedevo entrambi: erano inquadrati dalle telecamere di sicurezza e davanti a me c’era un monitor che ne ritrasmetteva le immagini in tempo reale. Lo schermo era diviso in quattro e negli altri due riquadri si vedevano le aree davanti alle porte automatiche.

Saranno state le sei.
Si stava facendo buio e il bambino piangeva. Strillava così forte che quasi non sentivo la musica negli auricolari, ma mi ero imposto di sopportarlo in silenzio. Se avessi espresso in qualche modo il mio fastidio alla madre, che era una giovane donna bella in carne dall’aria nordica e vagamente figlia dei fiori, forse sarebbe stata comprensiva e avrebbe cambiato posto. Forse mi avrebbe incenerito con gli occhi e sussurrato un’offesa piena di vocali sconosciute.
O forse mi avrebbe solo ignorato.
In ogni caso, visto che per calmare il figlioletto le stava provando tutte, non ci avrei fatto una bella figura.

Notai che il signore seduto all’altro capo della carrozza sembrava passarsela molto peggio di me.
Nelle immagini scattose e scolorite del monitor gli si leggeva in faccia un forte disagio: tamburellava con le dita sui braccioli dei sedili e sbuffava di continuo. Sulle prime pensai che gli servisse con urgenza un gabinetto, ma osservandolo con attenzione mi resi conto che il suo malessere cresceva e diminuiva con il pianto del bambino.
Un po’ lo capivo, ma se lui a quella distanza si permetteva delle reazioni del genere, io che cosa avrei dovuto fare?

Le premure della madre non portavano alcun beneficio, anzi, il volume degli strilli aumentava.
Però era sempre quel signore a tenere in ostaggio la mia attenzione: adesso si aggrappava ai braccioli con entrambe le mani, si premeva contro lo schienale, si contorceva. Gli occhi erano due fessure e sembrava in preda a un dolore lancinante, come se gli stessero sfregando una lima tra i due emisferi del cervello.

Di colpò spalancò gli occhi e inarcò la schiena.
Nello schermo vidi un alone nerastro e brulicante allargarsi intorno a lui, acquistare nitidezza e protendersi verso la parte opposta del vagone. Verso la nostra direzione. Verso di me!
Mi alzai di scatto quanto potevo, ma della propaggine oscura che avevo visto nel monitor non c’era traccia.
Del signore invece riuscivo a scorgere soltanto la sommità del capo.

Il bambino urlava ancora a pieni polmoni e nel video il braccio di oscurità avanzava.
L’uomo teneva lo sguardo fisso davanti a sé e sembrava pregustare qualcosa di liberatorio.
Dovevo spostarmi da lì, dovevo far alzare anche la madre con il bambino e correre con loro in un’altra carrozza.
E invece rimasi incollato al monitor, che all’improvviso sprofondò nel bailamme grigio dell’assenza di segnale.

Sentii un alito di gelo accarezzarmi i capelli sopra l’orecchio destro.
Il bambino strillava come se volesse riempire il vagone di rumore fino a farlo esplodere.

Un lieve sobbalzo mi fece perdere l’equilibrio e per poco non caddi: il treno era quasi arrivato alla stazione e stava decelerando. Il pargolo non strillava più e si era messo a scrutare il soffitto con aria interrogativa.
Sullo schermo campeggiava l’avviso «Prossima fermata: Mira-Mirano».

Mi lasciai cadere sul sedile e mi massaggiai il lato della testa infreddolito.
Avevo il fiato corto e non capivo.
A malapena ci credevo.
Dagli auricolari usciva Paint it black dei Rolling Stones e nel video ricomparvero le inquadrature delle telecamere.
Il sedile dell’uomo era vuoto.

Si era spostato di riquadro: era di fronte alle porte.
Aveva in testa una coppola e le braccia distese lungo i fianchi.

«Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts. It’s not easy facin’ up, when your world is black».

Guardò in direzione dell’obiettivo come se riuscisse a vedermi e portò l’indice della mano sinistra davanti alla bocca: era meglio che non dicessi a nessuno quello che avevo visto.

Il treno si fermò e lui scese.
Fu parecchi anni fa.  

Anastasia Coppola - Il grande scherzo View More

di Gino Ciaglia

Illustrazione di Anastasia Coppola

In attesa del supplente spingevamo Luca per i corridoi simulando il rombo del motore.
A scuola era l’unico in sedia a rotelle, altrimenti io, Luca e Vito avremmo organizzato un carrozzella GP.
Puntai i talloni a terra e mi arrestai di colpo: per un pelo non disarcionò.
Camilla, la ragazza dei miei sogni, stava affiggendo un foglio A4 nella bacheca.  

La gioia della conversione

Viaggio A/R con pullman GT

Hotel *** pensione completa

Assistenza tecnica e spirituale durante il soggiorno

Alla modica cifra di 248 euro, l’Unitalsi di Parma organizzava un viaggio a Lourdes.

Fu in quell’istante che quella folle idea mi azzannò la mente.

I genitori di Luca lo misero di fronte a una scelta: pomodori o pesche, scegliesse pure lui cosa andare a cogliere.
Vito e io ci offrimmo di fare una colletta, ma Luca non accettò.

Eravamo noi due.
Ci giocammo a morra chi doveva interpretare l’invalido.

Indovinate un po’?

Mia madre ne fu entusiasta (da allora frequenta assiduamente un gruppo di preghiera), tuttavia pensò che affrontavo il viaggio per amore di una ragazza e non della Madonna.
E di certo non immaginava come lo avrei affrontato.

Il giorno dopo telefonai alla sottosezione dell’Unitalsi di Borgotaro chiedendo se avevano delle carrozzine in più.
Vito, accanto a me, rideva a crepapelle.

«Possiamo accontentarla, signor…?»

«Scalzi».

«… Ma al ritorno dovrà restituirla in sede».

«È il meno che io possa fare».

L’ultima cosa che pensavo era tenermela!

A quel punto c’era da capire come arrivare al pullman con la sedia a rotelle col padre di Vito presente.
In quell’istante non sapeva ancora nulla del nostro progetto diabolico.

«Oh, ma mi stai ascoltando?» mi chiese Vito ripassando il piano come da esperto stratega.

«Sì, sì.» Mentii: in quel momento stavo facendo a pugni con la mia coscienza.

«… Quindi – riprese Vito con fare talmente serio da sembrare, a ripensarci, fortemente grottesco – non farmelo dire a me che devi andare in bagno. A mio padre ci penso io, tranquillo. Tu quando esci siediti sul marciapiede, io fermo un passante che possa prenderti in braccio e portarti al pullman, è tutto chiaro?»

Nulla da ridire.
La ciliegina su quella torta di menzogne era bella succosa, ma dentro di me sentivo che era proprio la torta a essere avariata.
Mi allungò la mano.
Gliela strinsi.

La notte, prima della partenza, sognai che sfilavo sul red carpet, flash, flash, tanti flash, tutti volevano intervistarmi, accaparrarsi l’esclusiva.

Malauguratamente il piano di Vito filò liscio.

Una volta saliti sul pullman non riuscivamo a smettere di ridere.

Una suora si voltò verso di noi ed esclamò: «E poi dicono che i giovani di oggi sono tutti depressi!».

Dopo dieci minuti di viaggio era sceso il diluvio universale.
A contatto con l’acqua, i sudici finestroni del pullman erano diventati fumé.

Una coppia di anziani, lui col bastone tra le gambe, lei con una busta di plastica, dalla quale spuntava la punta di una tovaglia, guardavano come in trance i poggiatesta di fronte; un ragazzo, con una montatura da optometria, dava l’idea di essere seduto sulla poltrona dell’oculista, parlottava e gesticolava tra sé; una bimba con un maglioncino rosa dormiva in braccio alla mamma; avanti a noi, un uomo dalla folta barba e un altro così secco che dalla camicia sbottonata era visibile la sagoma dello sterno.  

Camilla è davanti, in piedi e parla con l’autista, proprio sotto l’avviso “Non parlare al conducente“.
Stavo per alzarmi ma Vito mi stampa una mano su un ginocchio.
La signora con la bambina poggiò una tempia al vetro per poi ritrarla subito, di scatto: voltandosi si notava un taglio degli occhi a mandorla e un epicanto pronunciato.

«Sei molto bella» disse l’autista a Camilla. Poi sbirciò nell’elefantesco specchietto, come per accertarsi che la lusinga non avesse oltrepassato la bolla della sua lascivia. Camilla sorrise.

«Va be’, te lo avranno già detto un miliardo di… Sai che mio fratello lavora nel cinema? Si occupa dei casting» continuò viscido l’autista.

Facemmo la prima fermata all’autogrill, ma col microfono ci disse di non scendere se non avevamo impellenze urgenti, eravamo lì solo per accogliere due nuove passeggere. Camilla si sedette accanto alla zia.

«Bonsoir» disse il pingue autista.

«Merci, mon chèr, tu es très jolie» rispose la spilungona con gli occhiali. La più bassa, invece, fece un lieve inchino.

«Piove?»

«Non, c’est de la sueur».

L’autista rise e scosse la testa come Stevie Wonder: «Basta un sorriso per schiarire un cielo bigio».

Che simpatico!

Quando le due si accomodarono, diede gas.

«Io stesso ho fatto la comparsa in film importanti» continuò la sua pispilloria, «Lo hai visto “L’amore malato” di Alberto Lattesi?» Camilla scrollò la testa «E “Apriti cielo” di Andrea Galiberti?».

Ma chi li ha mai sentiti ’sti film?

«Comunque pensaci, parla con i tuoi. Cerca ProZack su Facebook».

Ti cerco io, pensai, mangia maionese a tradimento!

Alle sette di sera arrivammo a Lourdes.

Preghiera, cena e branda.

Il giorno dopo, arrivati alla Grotta, ci piazzammo in prima fila. Era piena zeppa di pellegrini, di ogni nazionalità e colore. Piena all’inverosimile. C’erano volti di tutte le forme, tratti somatici di ogni continente, ascoltavamo lingue mai sentite prima. Dieci minuti dopo l’inizio del Rosario, Vito mi diede un colpo di gomito.
Annuii e…non riuscivo più ad alzarmi dalla sedia.

Riprovai.
Niente.
Nada.
Nothing.
Rien.
Nichts.

«Su, idiota» mi sussurrò, sgranando gli occhi.

Aprivo la bocca per rispondergli, ma non riuscivo a darle fiato.

«Gino… mi metto a bestemmiare forte, eh?»

Ed eccoci qui.
A. D. 2022.

Vi posterei volentieri una foto, ma credereste a uno scherzo.
Da diciotto anni vivo in carrozzella.

Sapete qual è la cosa strana?
Ho accettato da subito la mia nuova vita; con una serenità che tutti, al principio, hanno equivocato come depressione.

Oggi scrivo.
Ho preso il patentino di pubblicista, collaboro con varie testate giornalistiche, scrivo storie per bambini e gioco a Powerchair Football con i VipersMan di Parma.

A morra ci gioco, con mio nipote ‒ naturalmente senza scommettere ‒ ma non riesco proprio a fargli entrare nella testa che è la carta ad avere la meglio sul sasso.

Annalisa Coppola - Sindrome da Sacco vuoto View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Eleonora non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. E nemmeno da quando la sua mente, ad un certo punto delle settimane di avvento, si chiude come un riccio.

Centro commerciale, metà pomeriggio di un giorno feriale a pochi giorni da Natale. Non ha grandi alternative per cercare un paio di scarponcini da neve. A meno di non avventurarsi nel traffico cittadino per cercare un negozio di attrezzature sportive. Per risparmiare tempo e preservare i nervi si illude che sia la soluzione migliore sapendo in partenza che ne uscirà sconfitta.

E sconfitta ne esce, non solo per non aver trovato quello che cercava.

Sceglie sempre il solito parcheggio, quello distante il giusto per aumentare in maniera considerevole i passi giornalieri e per non incastrarsi in punti dai quali nemmeno saprebbe uscire. Le auto però arrivano a fiumi, come un disgelo anzitempo che investe tutte le arterie.
La sensazione di vuoto intorno alla sua macchina dura il tempo di avvicinarsi all’ingresso.
Entra.
Si concentra sull’obbiettivo ma borse gigantesche e pacchi preincartati di Natale vanno a spasso con gambe che nemmeno vedono dove vanno.
Si concentra di nuovo, restringe la visuale costringendo i suoi occhi ad una finta miopia. Cerca di sfumare il contorno ma anche solo per trovare le scale mobili deve fronteggiare un orso di sette metri ricoperto di lucine. Dal soffitto pendono decorazioni dai diametri mostruosi ricoperte di filamenti luminosi che si attorcigliano a formare doni, slitte, animali del bosco. C’è profumo di waffle, candele alla vaniglia e caffè aromatico ovunque; non distingue più le note di una canzone dall’altra. Le servono gli scarponcini da neve ma le sembra di soffocare. C’è fila per i bagni, fila per entrare nei negozi, fila per pensare ai regali di Natale che mancano.
Una congestione generale che si espande nel suo corpo con una sensazione di calda nausea.

Entra nel negozio, fa lo slalom tra commessi accerchiati e stand razziati, affretta il passo verso lo scaffale della montagna che già da lontano piange miseria. Niente da fare.
Non respira e non è colpa della mascherina.

Appena si distrae giungono come veleno alle sue orecchie conversazioni sui regali ancora da comprare. Ora una sorta di tremolio sale dalle gambe e le arriva alla testa. Il tempo è agli sgoccioli e anche lei non ha ancora terminato di riempire il suo sacco, forse dovrebbe attardarsi e fare il giro di tutti i negozi della galleria commerciale. Di sicuro troverebbe qualcosa ma cosa? Un rattoppo, una spesa inutile, l’ennesimo riciclo del prossimo anno. Niente da fare.
È in ritardo su quel suo tempo che comincia a fine estate, quando pensa a qualcuno vedendo una vetrina di paese in un giorno qualsiasi dell’anno senza che il conto alla rovescia per il Natale sia già cominciato.

Riscende le scale sfidando di nuovo l’enorme bestia e le luci le sembrano raddoppiate rispetto a prima. Cerca di aumentare la sua miopia fino all’uscita, cerca di non guardare la pista di pattinaggio al terrazzo del primo piano; sembra un carillon vittoriano impazzito con la musica di una discoteca.
La neve scende in filamenti di lucine azzurre, non sa per niente di fresco.

Finalmente il buio del garage le dà un po’ di tregua ma quando si reimmette nel raccordo sembra che le luminarie del centro commerciale siano divenute tentacoli infiniti. Appena può si stacca come da una ventosa, ancora frastornata e infastidita dalla sua stessa idea di essere andata fin lì.

Entra in casa e chiude la porta alle sue spalle. Lancia tutto sulla poltrona e cerca di riprendere un respiro normale, rimanendo nel buio leggero della stanza illuminata dalla sera che entra dalle finestre.
Fissa il profilo delle colline a nord, uno spiffero pungente la pizzica.

Lo Scania raccoglieva dai lembi estremi del sud della provincia studenti e lavoratori. La campagna ghiacciata teneva in pugno i fagotti che lungo la strada lo attendevano. Chi aveva la fortuna di avere una pensilina, chi un muretto, chi nulla. Eleonora si riparava dai venti incrociati di entroterra e laguna dietro ad un albero, affacciandosi di tanto in tanto per controllare. Alto, blu, imponente e caldo. Era lui.
Ma bisognava stare all’erta, schivare i camion e mettere fuori il braccio al momento giusto altrimenti avrebbe glissato, con il suo carico di sonno, fino al capolinea.

Eleonora saliva in compagnia del solito signore, un uomo alto, secco e cordiale che lavorava nella centrale termoelettrica di Fusina. Occupava i primi posti perché lì dietro c’erano i diavoli del mattino: volti intirizziti dall’attesa, occhi stanchi per notti di studio e alzatacce. L’autista spegneva le luci per dar loro ancora tregua. L’autobus proseguiva così in mezzo ai campi e nel crepuscolo si vedevano qua e là, in giardini di case isolate, alberi secchi decorati con fili di luce asimmetrici. Erano solo piccole apparizioni nel buio.

Con questo ricordo il battito si quieta e la testa smette di impazzire dietro al pensiero di corse folli per acquisti tardivi. Eleonora ha l’impressione di ritrovare, almeno per un poco, il senso delle cose e l’atmosfera che si nasconde nel silenzio di uno spazio aperto, nel profumo dell’erba ghiacciata, nel tempo di un impasto per i biscotti o di una cartolina.

Non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. Il suo sacco è ancora vuoto e non ha trovato gli scarponcini.
Ma questo fine settimana andrà con suo figlio sulla neve, quella che ghiaccia le mani entrando traditrice nei guanti.
E quando scenderà la sera, si fermeranno in un posto dal nome sconosciuto, si siederanno in silenzio sul bagagliaio aperto della macchina e aspetteranno di vedere piccoli presepi illuminarsi tra le colline col profumo dei camini che pizzica il naso.

Anastasia Coppola - Peyote View More

di Leonardo Dragoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

Corre voce che “la combinazione del Peyote” sia un miscuglio fatto di colla di calzolaio, semi di “Gorilla Glue” e qualche altro intruglio chimico dagli effetti apocalittici.
Una dose mi costa come l’incasso di un turno di notte.

Sono le tre e un quarto quando il display s’illumina e il cicalino mi segnala la corsa.
A quest’ora mi aspetto una prostituta che ha lavorato a domicilio e torna a casa. Nei due minuti che mi separano dall’indirizzo cerco di immaginare che profumo avrà, come potrà essere.
Scommetto con me stesso che si tratta di una transessuale di colore.

Invece sale un tizio anonimo che si siede davanti, di fianco a me.
Almeno così ho creduto, perché cento metri più avanti m’accorgo che invece quel tizio è seduto dietro.
Mi accorgo anche che non è affatto anonimo, perché è un nano.
Sono confuso. Deve essere qualche effetto collaterale di questa robaccia.
Comincio a guardarlo dal retrovisore e lui se ne accorge. Allora anche lui comincia a fissarmi.

Vorrei domandargli cosa ci faccia lì dietro, visto che un minuto prima s’era seduto davanti. Invece è lui a parlare per primo:
«Non lo accende il tassametro?»
«Subito, mi scusi!»

Cavolo. Eppure ero sicuro di averlo acceso.

Le sostanze che assumo trasformano le percezioni, ne alterano l’intensità, ma non mi rendono un visionario e non provocano allucinazioni. Quindi non riesco a spiegarmi cosa stia accadendo.
Quando quest’uomo è salito a bordo era una persona di media statura e si era accomodato davanti.
Ne sono certo. Invece mi ritrovo un nano seduto sul sedile posteriore.

«Non sarà mica uno di quei tassisti musoni? Il percorso è abbastanza lungo, parliamo di qualcosa, vuole?»
«Certo, perché no?».

D’un tratto ho l’impressione di viaggiare alla velocità di un razzo.
Il mondo si distorce al mio passaggio.
Mi volto indietro a guardare il cliente, voglio leggere il terrore nei suoi occhi e vedere la sua espressione mentre ci schiantiamo in tangenziale e diventiamo poltiglie al sugo, spappolate sul cruscotto. Invece quello ha un’espressione talmente serafica da convincermi che la velocità è solo un’illusione. Un quadro futurista.
Infatti sto guardando dietro, eppure non ci schiantiamo. Rimango a guardarlo aspettando che urli “guardi avanti!”, ma non lo fa.
Sorride, invece.

«Parliamo del senso della vita. Qual è il senso dell’esistenza, secondo lei?».
Parlare del senso della vita in una notte di ferragosto, imbottito di droga dentro un abitacolo con un nano del cazzo. Riesce difficile immaginare qualcosa di più onirico.

«Non è proprio semplice», dico.
«Provi»
«Trovare delle risposte?»
«Interessante. Ma a quali domande?»
«Non saprei…»
«Provi»
«Forse è proprio trovare delle risposte a domande come la sua, domande come: “qual è il senso della vita?”».
«Forse»
«E lei ne ha trovate?»
«Cosa?»
«Di risposte alla domanda, dico, ne ha trovate?»
«No»
«Ne è certo?»
«Una, forse»
«Sarebbe?»
«Il senso della vita è qualcosa di così grande e profondo, che sarebbe da sciocchi pensare di coglierlo. Non crede?»

Non rispondo, forse ha perfino ragione.
Ai miei lati la città sfreccia in mille colori stonati, luci allungate dall’eccesso di velocità. Sembra un quadro di Balla. La mia tipa mi ha portato a una mostra sul futurismo la settimana scorsa. Mi dico che non è grave, che siamo ancora nell’ambito delle sensazioni. La velocità, non è forse una percezione? Poi però guardo di nuovo nel retrovisore e quel che vedo non è più soltanto un’impressione: quell’uomo ha indossato una strana maschera bianca, da clown. No, non proprio da clown, ma da marionetta. Meglio ancora, non è una maschera.
Quell’uomo non è più un uomo, è diventato una marionetta.

Trasfigurato.
È di legno, e – insisto – lo è davvero, non soltanto nel mio mondo tossico, di percezioni alterate dalla chimica.
Questo deve essere chiaro.

Mi dice: «Non è forse per questa ragione che lei si droga?».

Fa caldo, non ho dubbi neanche su questo.
Ma quando la marionetta parla, dalla sua bocca esce del fumo della stessa consistenza del vapore generato dall’alito caldo a contatto con l’aria fredda.

Cosa diavolo sta succedendo?
Decido di mischiare le carte.
Concentro tutta la pressione che posso sul piede destro e pigio sul freno come un ossesso. Tutto quel che ottengo è rendermi conto di un’altra stranezza. La marionetta non è più da sola, ma con la sua famiglia. Sul sedile posteriore adesso ho quattro marionette.
Padre, madre e due figli. Mi fissano.

Sbotto a ridere.
Stavolta il Peyote m’ha rifilato un allucinogeno pazzesco!

Allora grido ridendo: «Cazzo! siete in quattro adesso!»
«Siamo sempre stati in quattro, signore»
«E se ora freno bruscamente?»
«Cosa?»
«Diventerete otto? Sedici?».

Si guardano come se avessi detto una cazzata e cominciano a parlottare tra loro. Sembra parlino una strana lingua. Forse Amish, uno strano dialetto tedesco. Mentre parlano mi accorgo che in effetti non sono quattro, perché ci sono anche altre piccolissime marionette che camminano sul sedile posteriore. Non le avevo notate prima, forse per le loro dimensioni ridotte, più piccole di un playmobil.

«Ma quanti siete là dietro?»
«Non c’è nessuno qui dietro signore. Siamo tutti nella sua mente».

Giorni fa ho letto un libro sul Biocentrismo.
Non ci ho capito molto, però cercava di convincermi che nulla esiste davvero, al di fuori del mio pensiero.
Forse il nano (perché quello è un nano, una marionetta di nano) mi sta dicendo proprio questo? 
Ma se così fosse, anche lui, il nano – la marionetta, il clown, quel coso insomma – esisterebbe solo nella mia testa.

A questo punto comincio a vedere marionette ancora più piccole camminare anche sul cruscotto.
Qualche impulso proveniente da qualche parte nel mio cervello mi ordina di strizzare forte le palpebre, fino a farmi male.

Poi riapro gli occhi. Sono ancora lì. Sempre più numerosi.

«Ma quanti cazzo siete?»
«Prima che tutto questo divenga il manifesto di un nuovo esistenzialismo, o forse una specie di teatro dell’assurdo, si fermi che siamo arrivati».

Fermo la macchina e ho la sensazione di non essermi mai mosso, di essere già fermo da chissà quanto tempo. Mi volto ancora e la marionetta è sola. Dove sono finiti sua moglie e i suoi figli? E tutte le altre marionette più piccole?

«Allora quanto le devo?»
«Mi deve una spiegazione. E che sia convincente».
«Bene. Tenga pure il resto».

Mi porge qualcosa. Mi caccia qualcosa in mano. Qualcosa di reale che non sono soldi. Non riesco ad aprire la mano finché non è sceso dall’auto e la portiera si è richiusa. Allora l’apro di scatto. È una marionetta. Nella mia mano c’è una piccola marionetta di legno bianco. Una cazzo di nano-clown-marionetta. Uguale a tutte le altre, ma diversa: ha le mie sembianze, la mia faccia.

Sono io.

Liliana Brucato - Girasoli View More

di Gius Petruzzi

Illustrazione di Liliana Brucato

Stamattina mi chiama quello schizzato di Berry e dice di mettermi il costume da bagno.
Lido Verde ci aspetta e sarà pieno così di tette e culi da strizzare.
Sollevo gli occhi al cielo.

Se solo bastasse questo a rimettere insieme i pezzi di me.
Gli rispondo che mi ci vuole tempo. Non è mica facile levarsi di dosso la sbornia del venerdì, e non è facile neanche togliersi dalla testa quella stronza di Diana. Maledetta.
Berry mi dice di muovermi, la statale 16 sarà nevrotica e per arrivare ci metteremo almeno un’ora. Dico ok e riattacco. Sbuffo.
Lo so, sarà un’altra estate di dolore.

Berry affonda il pedale.
La macchina corre veloce sulla statale adriatica.
Dal vetro del finestrino solo nastri colorati. Il nero della strada, il giallo del grano e dei girasoli, il blu del mare, l’azzurro del cielo.
Prendimi vento, trafiggimi, almeno per un minuto fammi dimenticare il dolore, questo mostriciattolo che salta divertito qui in petto. Non ho voglia di ascoltare i pensieri. Giro e rigiro la rotella del volume fino a far ronzare le casse.
Berry che te la ridi sempre, come fai, dimmelo.
Vorrei che la tua felicità fosse anche la mia. Ed è troppo facile, lo so, buttare giù birra su birra, gin su gin, ma serve un modo pratico e veloce per riempire gli spazi, colmare i vuoti, accelerare questo sangue freddo che s’affatica a scorrere.

Neanche mezz’ora di strada che Berry accosta alla piazzola di sosta.
Vuole fare un’altra striscia.
«Che cazzo fai…devi guidare», ma lui se la ride e piazza quella merda sullo schermo del telefono.
«Aspettami – gli dico – ho da pisciare».
Oltre il guard-rail i girasoli mi guardano.
Queste ridenti teste gialle mi mettono angoscia. Mi ricordano Diana.

Lei era un girasole dell’Adriatico e come tutti i girasoli dell’Adriatico non seguono il tramonto verso il mare.
Ma offesi gli voltano le spalle in attesa che proprio da lì, dal cobalto dell’acqua marina, arrivi l’abbraccio di una luce nuova.
Scusami cielo se anche oggi che sei così limpido, vedi queste lacrimucce bagnare l’asfalto duro; ti prego vento lasciale cadere sul terreno, fa’ spuntare una piccola gioia.

«Muoviti!» Grida lo schizzato dalla macchina.
La pipì è finita, le lacrime no.
Sfrego gli occhi e di nuovo via verso il mare. Dalla borsa frigo prendo una birra. Sono già alla quarta. Si deve far veloce prima che si scaldi. Mi sento brillo, sarà il sole su questa faccia scura, la musica a palla o quest’assurda ossessione.
Ho voglia di ascoltare Ciao amore, ciao nella versione di Tenco.
Ho proprio bisogno di te, Luigi. Ora.
Dimmi con la tua voce calda che tutto tornerà al suo posto, che ogni pezzo di questo corpo può ancora tenersi su. Come dici? Sarà proprio così?
E allora voglio volare, le sento le ali sulla schiena. Fuori dal finestrino è tutto più bello: quelli che prima erano girasoli ora sono un mare giallo. Ed io mi ci tuffo.
Ciao amore, ciao.
È tutto finito.

Simona Settembre Una foto un peso View More

di Denise Ciampi

Illustrazione di Simona Settembre

L’odore di mais riempie la camera della posada, perfino il cuscino e gli asciugamani puliti ne restituiscono la fragranza.

Ho l’impressione di lasciare sulla biancheria un’impronta estranea, una traccia discordante con questi luoghi. Asciugandomi il viso, insieme all’acqua, cerco di depositare sul cotone anche il sogno di stanotte: l’immagine ancora nitida di un uomo che cammina su una strada polverosa barcollando verso di me e che, quando mi raggiunge, focalizza lo sguardo rivolgendomi una sola parola: «Gringa», dice.

L’uomo del sogno non aveva l’aspetto di un indigeno: il sole superava la protezione del cappello a falde larghe colpendo i suoi occhi azzurri, innervati di sangue dall’eccesso di alcol e di polvere. Incrociando il suo sguardo ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a uno specchio, uno shock violento mi ha scossa dal sonno.

Scendo nel patio, trovo Luis immerso nella lettura di un quotidiano.
Senza avvisarlo della mia presenza, vado a sedermi anch’io sul divanetto che sta occupando.
Lo vedo recuperare rapidamente il suo ruolo di guida.
Ci siamo conosciuti a Firenze un anno fa, a un convegno organizzato dall’ONG per la quale lavora. Forse, quando mi ha proposto di collaborare a una ricerca sullo sfruttamento delle risorse idriche, neanche lui si aspettava che sarei venuta fin qui.

Abbiamo programmato interviste ad esponenti locali per raccogliere informazioni sulla rete idrica e sulla penuria d’acqua. Oggi però non si lavora, Luis dice che c’è un posto che devo assolutamente vedere.
Ripiega il giornale e mi trascina al mercato della frutta.
Compriamo frutta fresca da consumare in strada, l’uomo dal quale la acquistiamo riempie i bicchieri direttamente da un contenitore pieno di frutti già tagliati. Prima della partenza mi hanno avvertita di non mangiare cose di questo genere se voglio evitare la dissenteria, ma quando Luis mi offre il bicchiere mi trovo ad accettarlo con piacere. 

Cerchiamo un colectivo, ne rimediamo uno in pochi minuti.
In questi giorni ho visto girare per il centro di San Cristóbal dei furgoncini piuttosto moderni, questo è un modello più vecchio e la cosa non mi dispiace affatto. Aspettiamo all’interno del veicolo che il mezzo sia al completo.
Osservo i viaggiatori, mentre, finalmente, Luis mi svela dove siamo diretti.
San Juan Chamula: cerco il pueblo, così si chiamano i centri abitati indigeni, sulla Routard.
Colpisce la mia attenzione la foto di una chiesa bianca con la facciata profilata di verde.
“Riti pre-ispanici e sincretismo religioso”: scorro le informazioni sommariamente, mentre il mio interesse si concentra sulle persone intorno a me.
La festa dei colori, gli odori, le voci e, tra le altre, quella ormai familiare di Luis che mi parla di una montagna. Adesso il suo indice mi mostra il Monte Huitepec cercando di darmi dei punti di riferimento: «La chiamano “la montagna d’acqua”, è un monte sacro ai Maya. Ai piedi del Monte Huitepec c’è lo stabilimento della Coca-Cola, proprio sopra una falda che è la principale risorsa d’acqua della città. Lo stabilimento consuma tantissime risorse idriche e gli abitanti hanno acqua un giorno sì e uno no, per di più non potabile. La multinazionale paga pochi centesimi per ogni metro cubo e la gente rimane a secco».

Il colectivo comincia la sua corsa, gli ammortizzatori scassati fanno oscillare i cappelli degli uomini e le grandi sporte delle donne.
Una passeggera si piega a raccogliere un mango che le è caduto dalla borsa, il movimento mette in risalto il ricamo vivace della sua camicetta.

Lungo la strada scendono passeggeri e ne salgono altri.
Dal finestrino vedo una donna con lunghe trecce nere legate insieme da un nastro.
Quando sale sul mezzo mi accorgo che, nonostante il furgoncino in quel momento sia fermo, la borsa di tela che tiene tra le mani si muove.

Prende posto abbastanza vicino a me, ho modo di continuare a osservarla.
Mi attraggono i suoi lineamenti indigeni, che comunicano una quieta fierezza.
La sue mani sono segnate dal lavoro della terra.
Sento un richiamo provenire dalla borsa, la donna vi infila una mano svelando la presenza di una piccola gallina insofferente della sua prigionia.
Insieme al collo della gallina, il gesto della donna ha scoperto anche quello di una bottiglia di Coca-Cola.
L’etichetta della bottiglia di plastica mi ricorda il racconto di Luis, mi viene in mente che lungo la strada mi è capitato più volte di vedere piccoli spacci che espongono lo stesso marchio.

Anche Luis è stato attratto dal verso dell’animale: «La gallina viene con noi a San Juan Chamula», afferma. Resto in silenzio, aspettando che prosegua. «Nella chiesa che visiteremo si compiono sacrifici di piccoli animali. Si tratta di riti indigeni molto antichi, utilizzati per liberare dal male gli ammalati. Hai visto la bottiglia della Coca-Cola?».

«Sì, ma cosa c’entra adesso la Coca-Cola?».
«Anche quella è utilizzata per espellere il maligno. Una volta gli indigeni usavano una specie di grappa, adesso è stata sostituita dalla Coca-Cola: il gas fuoriesce dalla bocca e la persona si purifica. Ma adesso siamo quasi arrivati, ti renderai conto con i tuoi occhi. Un’unica raccomandazione: non fotografare le persone, secondo le credenze indigene quando si fotografa qualcuno gli si ruba l’anima».

Entrando nel pueblo noto un uomo di passaggio: indossa un cappello a falde larghe simile a quello del sogno.
Non riesco a incrociare il suo sguardo, devo limitarmi a seguire da dietro il finestrino la sua figura che si allontana nella strada polverosa.

Scendiamo dal colectivo che già siamo circondati da un gruppo di bambini.
Mi individuano facilmente come “gringa”: «Una foto un peso, una foto un peso…», una ragazzina mi offre una cintura colorata, mentre un bimbo ripete la sua triste cantilena.

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di Lorenzo Tuci

Illustrazione di Francesco Pioli

Una volta in salvo sul brigantino della Serenissima, cambiatisi gli stracci sozzi e sudati con abiti da cristiani, e ben rifocillati, i cinque naufraghi furono convocati dal capitan Dandolo presso la sua sontuosa cabina, che occupava la maggior parte del cassero a poppa, lasciando due soli corridoi laterali sia ad ospitare le cabine del resto dell’equipaggio sia a schermire l’alloggio del capo dal sole infuocato o dai ceffoni degli alti marosi.

«Allora, signori,» esordì sonoramente Dandolo, stando in piedi dal retro della sua scrivania, non appena i cinque vennero introdotti, «mi è stato detto che vi siete or ora azzuffati. Dico io, proprio ora, a poche ore dall’aver scampato la morte, vi sembra opportuno tra voi venire alle mani? Mi meraviglio di voi Scarpin, che, come me, siete suddito di sua maestà il doge Silvestro Valiero! È forse questo il modo di comportarsi di un veneziano?»

Il padron giurato, addetto all’ordine della nave, che aveva accompagnato i superstiti del naufragio, intervenne: «Chiedo scusa capitano, ma il povero Gianni Scarpin non ha alzato mano, ché anzi lo abbiamo trovato sul ponte, attaccato per il bavero all’albero di trinchetto, mentre il tabarchinolo immobilizzava e il greco giùa menarlo.»

«Oh, questo poi è grave,» disse il capitano, «due forestieri, oltretutto, che attentano alla vita di un veneziano che ha appena scampato la morte, e su una nave veneziana per giunta!»

Scarpin, che ancora ansimava, era soltanto un po’ paonazzo, scomposto e gualcito sul collo del camice, ma non livido né sanguinante.
Quasi non riuscisse per l’affanno a replicare, durante e dopo le parole del padron giurato, si limitava ad annuire, con un ghigno e sfuggevoli occhiate, dirette ai colpevoli, che ne invocavano il castigo.

Dimitri il greco, detto Cleffino, pareva il più indomito.
Era l’unico a non aver voluto cambiarsi gli abiti. Aveva infatti lavato in fretta i vecchi e poi li aveva indossati ancora umidi.
Il respiro gli restava palpitante sotto la fascia rossa di fustagno che affiorava dal corpetto di pelle. Le grosse mani, che si protendevano dalle larghe maniche della camicia, strizzavano rabbiose l’aria e i lunghi baffi erano una metafora di zanne pronte a mordere.
«Gàidaros1 inveì contro Scarpin; poi, rivolto al capitano: «Escusi comandante, non parlo bene la vostra lingua, ma quel Gianni lì è un còiros 2! Voleva noi tutti morti di non bere.»

«In nome di nostro Signore Gesù Cristo,» intervenne il gesuita, che dal naufragio, oltre alla fede, aveva salvato anche la berretta di seta nera a tricorno che gli stava in capo, «siamo salvi! La Divina Provvidenza ci fece la grazia: permarremmo quaggiù qualche ora in più; e lor signori cosa fanno? Danno piglio alla violenza invece di rendere grazie al Cielo!».
«Insomma,» intervenne il capitano, «qui è andato a picco l’Ermagòra, un brigantino della nostra serenissima Repubblica; ci sono decine di cristiani morti e voi, come dice giustamente padre…padre?».
«Don Zenobio» suggerì il gesuita.
«Padre don Zenobio, appunto. Voi, dicevo, voi due signori, signor greco e signor tabarchino, vi accanite contro un cittadino della Serenissima, anziché gioire d’esser scampati alla morte, e mi raccontate poi di non esser riusciti a bere? Come avreste potuto bere in mare, a cavallo tutti quanti di una polena? Perché accusate costui di avervi assetati, anziché accusare il mare o l’implacabile sole d’agosto?».

«Lo spiego mi» intervenne il tabarchino «a voiotra Signoria illustre», e avanzò tenendosi nella mancina il polso destro, da cui affiorava una mano gonfia e paonazza, in contrasto col colore olivigno smorto della pelle e del capo pelato.
«Innanzitutto qual è il vostro nome?» chiese Dandolo perentorio.
«Mi chiamo Gianni, come quello là, onta della stirpe veneziana, che turco dovea nascere anziché veneziano. Gianni Canepa e son tabarchino, genovese d’Africa. Amico di Clettino, gran cuore greco, a cui detti ospitalità nella mia isola di Tabarca e che con me e gli altri qui presenti s’era imbarcato da Taranto sull’Ermagòra. Noi per altri affari, questi per raggiungere Creta e ripartir poi, dalla fortezza di Spinalonga, per guerreggiar contro il demonio turco, oppressoredi terre cristiane e predone del mare Nostru. Ma u Scarpin vostru ci volea far a tutti noitri le scarpe appunto! Ci fe’ patir ‘a sài 3! Niotri saiemu tutti morti de sài!».

«Di che?» chiese capitan Dandolo protendendo il viso verso l’ometto e corrucciando la fronte.
«Di sài, saite, insomma come si dice per farvela intendere?».
«Di sete» intervenne il giovane dalla chioma leonina, che sinora se n’era rimasto in disparte ad ascoltare attento.
«Voi sareste?» lo interrogò il capitano.
«Sono Jacopo Serrati, mercante di lane e stoffe, suddito del gran duca di terra Toscana, sua eccellenza Cosimo de’ Medici. E, se vostra signoria, data la mia spigliata favella natia e la mia pazienza nell’aver ascoltato tutto questo discorrere inconcludente, me lo concederà, vorrò raccontare per filo e per segno cos’è successo a noi sventurati nei tre giorni che passammo in mare, a cavallo di quel rudere di legno. Che sia benedetto quel bastone, scheggia del nobile brigantino Ermagòra, che cavalcammo sulle acque per tre giorni e per tre notti senza affogare».
«Ebbene ve lo concedo» gli rispose Dandolo, e poi ammonì: «E voialtri signori statevi zitti e lasciate parlare sor Jacopo».

«Io non so se il mar Ionio abbia mai visto una procella come quella, fatto sta che a poche ore dall’aver mollato gli ormeggi, sopraggiunta la notte, un vento titano e onde che si confondevano con montagne rovesciarono l’Ermagòra, che per cause oscure aveva iniziato a imbarcare acqua dalla chiglia.
Noi cinque, visto l’inabissarsi della nave, per non fare la fine dei topi in trappola, ci eravamo portati fuori, sul ponte, ma, per non essere sbalzati in mare, ci tenevamo abbarbicati agli alberi – chi a quello di mezzana, chi a quello di maestra e io a quello di trinchetto. La pioggia non solo cadeva su di noi, ci frustava, mentre le folgori scandivano i secondi che accompagnavano lo sprofondare di quel legno negli abissi. A un certo punto io vidi un lampo abbattersi sulla prua, a poca distanza da me. Poco dopo il brigantino iniziò a imbarcare acqua anche da là, sul davanti, dove la saetta gli aveva tagliato il muso. Prima che la nave venisse sommersa, mollai il mio palo e, per un tempo che mi parve interminabile, venni sciabordato come un burattino da quelle acque infernali, cercando soltanto di riprendere fiato non appena io potessi cacciare la testa fuori dall’onda. Quando il mare si acquietò, alla flebile luce delle stelle che tornarono a far capolino, vidi a poche bracciate da me sor Canepa tabarchino e il greco Cleffino avvinghiati al solo legno che dell’Ermagòra fosse rimasto a galla. Li raggiunsi, senza che inizialmente se ne accorgessero. Quando mi issai a cavalcioni su quel legno, lo fecero anche loro, e di lì a poco recuperammo a pelo d’acqua anche i corpi di don Zenobio e di messer Scarpin, che poi scoprimmo essere ancora vivi.

Arrivò l’aurora e, dal conoscerci solo di vista, passammo a raccontarci chi fossimo, mentre tutti e cinque ci trovavamo a cavallo di quella che era stata la polena del brigantino: un solido tronco conico la cui cima, un imponente leone alato di san Marco, era passato dal fendere il vento, indicando la rotta, a dare ospizio a cinque morituri,portandoseli a dorso. Prossimo al podice della belva argentata, sedeva messer Scarpin, dietro a lui don Zenobio gesuita, dietro a questi stavo io e, dietro a me, sor Canepa e infine il greco guerrigliero. Data la precarietà della nostra scialuppa, era difficile cambiare postura. Le gambe poi, dal ginocchio in giù, dovevamo lasciarle quasi tutto il tempo in ammollo, così come il leone veneto immergeva zampe e Vangelo, mentre sulle nostre teste, anche se coperte con stracci o cappelli, martellava, nelle ore pomeridiane, la rivalsa del sole sulla passata tempesta.

Il primo giorno e la prima notte, su quella bizzarra cavalcatura, passarono per noi sì con fastidio, ma non ancora con tormento. Il secondo giorno però, le cose cambiarono. Già dal mattino, avendo dormito pochissimo, per la paura che quell’abisso là sotto potesse essere il nostro anonimo sarcofago, ci sentivamo stanchi e ormai indolenti, anche a discorrere tra di noi. L’unica voce inarrestabile era quella di don Zenobio, che continuava a salmodiare e a sfogliare le paginette fradice e increspate del suo breviario.

Ben presto iniziammo a lamentarci per la fame e poi per la sete. La fame, dopo averci fatto mugolare i visceri, con la fierezza del Re di Franciaa cui si diserti un abboccamento, se n’andò sdegnata; ma la sete… quella no! con la tenacia d’un usuraio giudìo, presentava irriducibile il conto. Allora io dissi agli altri che, benché ciò potesse solo prolungare la nostra agonia prima della fine, a tracolla avevo una bisaccia piena del vin leggero delle mie vigne, che ero aduso a portare sempre meco viaggiando. Ne avrei lasciato sorseggiare a ciascuno giusto la quantità contenuta dal palmo concavo della sua mano.
E così tutti ne avemmo un sorso, che poco poco ci ristorò.

Giunse la notte e, vinti dalla stanchezza, riuscimmo un po’ a dormire, ciascuno caduto prono sul dorso di chi gli stava davanti e sor Scarpin sulla schiena del leone. Quando fu giorno, sempre con davanti quel deserto d’acqua e cielo, fame e sete tornarono ad affliggerci. Prima che qualcuno me lo chiedesse, sul volgere del mezzogiorno, offrii di nuovo, ai naufraghi compagni,il vino nel palmo, come la sera prima. E dopo che lo avemmo trincato, don Zenobio si rivolse a sor Scarpin in un modo che lasciò tutti perplessi.
Gli disse infatti: “Perché non vi conducete anche voi come messer Jacopo e dividete con gli altri ciò che avete?”
“E cosa g’ho mi più de voaltri? Furse la fam o la sete?” rispose il veneziano.
“Vi ho visto, sapete!?” replicò lesto il sacerdote, “Quando ancora non era giorno, voi stavate mangiando. Esurivi enim, et dedisti mihi manducare…” 4Sitivi et dedisti mihi bibere 5, com’ho fatto io con tutti voi” completai io la citazione evangelica.
“Appunto,” proseguì don Zenobio, che si era brevemente voltato con approvazione verso di me, felice di avere in simili circostanze un compagno di favella latina, “fate come recita il Vangelo di Matteo,” riprese in direzione di Scarpin,“dividete con tutti da buon cristiano e Dio ve ne renderà grazia, ché forse presto sarete al Suo cospetto”.

A queste parole, avvertii i due dietro di me agitarsi e presto passare a rivolgere contumelie contro costui che nascondeva il desinare. Dopo aver per un po’ sgomitato nel tentativo di allontanare le mani del tabarchino e del greco, che cercavano di strattonarlo passando sopra le spalle mie e di don Zenobio, mentre noi, dal canto nostro, cercavamo di riportarli a più miti consigli, sor Scarpin gridò: “Xiti! Fermi! Scolte’!” 6 e, acquietando gli animi con questo annuncio di un discorso incipiente, si distese poggiando il fianco sinistro sul dorso del leone per vedere tutti meglio con quella postura. Poi riprese: “G’ho co mi dea carne salada, ma no vea darò miga in cambio degnente. Mi so’ un mercante e so che el mondo pende da un piato de stadera. Tanto qua morimo tuti, e mi vojo morir mbriago, par patir de manco” 7 e rivolgendosi a me disse: “Se ti, toscan, te me dà el vin avansà, mi te do ‘a carne salada” 8.
Al che, io non sapevo davvero cosa rispondere.
I miei due compagni a tergo mi dicevano di non barattare; don Zenobio spostava lo sguardo da me a Scarpine riprese a salmodiare: “Domine Deus, amo Te super omnia et proximum meum propter Te…” 9

Dopo molto indugio, non fui io a decidermi, ma il veneziano a farmi una nuova proposta: “Ti, se te gheun fiorin de oro, ‘a monea toscana, ‘a metemo qua drento” e mostrò un piccolo fagotto di pelle chiudibile con una cordicella, “e ghe metemo anca na bea lira venexiana. Dopo te tiri su e…la moneda chea vien su la xe el voler de Gesù: si te tiri fora el fiorin te dago ‘a carne, coa lira teme de’ el vin.”10

Io, che di cibo non ne avevo quasi punto, ma di fiorini un po’ di più, accettai, e porsi a sor Scarpin la mia bella moneta d’oro, che risaltava accanto alla lira argentata, ma spenta dall’ossido, ch’egli mostrava tra le dita,voltatosi verso di noi. Preso ch’ebbe il mio fiorino, tornò a darci le spalle e appoggiò la bisaccia sul dorso del leone. Poi fece vista di aprirla e di mettervi le due diverse monete. Nel frattempo, don Zenobio si era sporto di sottecchi sopra le spalle del nostro amante della sorte e, riabbassatosi subito, si era messo a recitare ad alta voce, voltato a guardarmi, un salmo latino che giammai avevo sentito, né in Santa Maria del Fiore né in Santo Spirito oltrarno, né scritto sui Vangeli né in bocca di predicatore: “Fuscos tantum nummos in culleo posuit!”, ossia nel sacco ci ha messo solo monete scure.

E io, compreso dal messaggio in codiceavere lo Scarpin riposto solo ducati nella bisaccia, risposi,pur’io nell’antica favella, salmodiando: “Ora pro nobis ac ne hoc impedìeris!”11.
Così, quando Scarpin mi porse la sacca da cui estrarre la moneta, sotto lo sguardo sbigottito del nostro curato, io, facendo finta di niente, v’infilai la mano ed estrassi; ma, prima che si potesse vedere cosa avessi tirato su, mi feci cadere il metallo di mano lasciando che si perdesse negli abissi.

“La ghera ‘na lira, la g’ho vista!” 12 disse subito Scarpin, ma io lo contradii subito: “No, era un fiorino, era d’oro!”.
Sennonché, lesto come un fulmine, don Zenobio gli strappo la bisaccia dalla mano e disse: “Non è difficile sapere cosa ha estratto sor Serrati, basterà guardare cosa c’è rimasto qui dentro”. E così, signor Capitano, chi ci voleva far passare da bischeri, mettendo due lire in saccoccia e il mio fiorino nelle mutande, bischero fu».

Gli sguardi dei salvati e dei marinai presenti puntavano tutti dritti come sciabole sguainate verso il volto del mercante, che, in cerca di qualcosa da dire, dissentiva oscillando il capo.
«Siete un’onta per la Città che vi diede i natali!» affermò Dandolo, «avete comunque salvata la vita, ma non fate ch’io vi incontri di nuovo, né per mare né per terra».
E poi, sottovoce, «Slandron da ciapar a peae intel dadrìo!»13


[1] Lett. “asino”

[2] Lett. “maiale”

[3] Lett. “sete”

[4] Vangelo secondo Matteo 25.35: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”

[5] Ibidem: “Avevo sete e mi avete dato da bere”

[6] “Zitti, fermi, ascoltate!”

[7] “Ho con me della carne secca, ma non ve la darò certo in cambio di niente. Sono un mercante e so che il mondo pende da un piatto di stadera (antica bilancia portatile usata dai mercanti N.d.A.) Tanto qua moriremo tutti, e io voglio morire ubriaco, per patir meno”

[8] “Se tu, o toscano, mi dai il vino rimanente, io ti do la carne secca”

[9] Dalla preghiera cattolica Atto di carità: “O Signore, ti amo sopra ogni cosa e il mio prossimo accanto a te”

[10] “Se hai un fiorino d’oro, la moneta toscana, la mettiamo qua dentro, e ci mettiamo anche una bella lira veneziana. Dopo tu estrai e… la moneta che ne esce è il volere di Gesù. Se tiri fuori il fiorino ti darò la carne, con la lira tu mi dai il vino”

[11] “Prega per noi e non fermarlo”

[12] “Era una lira, l’ho vista!”

[13] “Lazzarone da prendere a calci nel deretano!”

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di Jolanda

Illustrazione di Anastasia Coppola

«E sbrigate! Alle sei dobbiamo cerca’ de sta lì dai!»
«Ma perché il concerto inizia alle sei? Ma poi, sono le quattro! Boh, io non ti capisco».
«Non è che inizia, però, metti mezz’ora per arrivare con la macchina ad Anagnina, piglia la metro, cambia, poi arriva a Pietralata, fatti il pezzo a piedi fino all’Arci, metti pure che sbajo col navigatore, se so fatte le sette e mezza e lo vediamo col binocolo, anzi, col cazzo lo vediamo Giancane».
«Eeeh ma che te vuoi fa sudà addosso da Giancane?».
«SI, STAVOLTA DEVO STA’ SOTTO AL PALCO, ME DEVONO ARRIVA’ LE GOCCE SUE. SBRIGATE, Costà!».

Da quell’ultimo sincero, sentito, imperiosissimo “sbrigate” ci avevo ricavato solamente una mezz’ora di ritardo.
Ero soddisfatta.
Alle 16.30 eravamo in macchina, pronte, ed io ero già lì ad immaginarmi in prima fila – no, dai, seconda – a fare una delle più belle sudate da concerto mai viste prima.
Mentre pogavamo dovevamo scivolare l’uno sull’altro.

Macchina parcheggiata, metro presa, cambio a Termini, metro B direzione Pietralata – quasi vuota – e…
«Ah, aspetta!»
«Eh vabbè Costà so’ trent’anni che te conosco, fammela na volta sta sorpresa de arriva’ in orario da qualche parte prima de ave’ circumnavigato Roma. Che è successo, che te sei dimenticata?»
«Parti col pregiudizio: perché devo essermi dimenticata qualcosa?».
Respiro profondamente per evitare scenate e con un tono di voce estremamente calmo, rispondo: «E allora cosa?»
«No niente, c’hai ragione, mi sono dimenticata la bandana gialla. Dobbiamo andarla a prendere».

Costanza ed io siamo amiche, a conti fatti, da circa trent’anni ed un suo tremendo difetto è l’ingenuità con cui fa qualsiasi cosa, qualsiasi azione. Per lei è tutto reversibile, nulla con delle conseguenze, nulla a cui non si possa rimediare.
Costanza è perfettamente l’opposto del mio cinismo, che poi “cinismo” è il nome che la gente dà al realismo quando non è capace di sopportare la realtà per quella che è.
Tralascio tutto il calendario che avrei voluto urlarle e rimango in silenzio.
Mi limito a rovistare impazientemente nella sacca che porto a spalla io, prendo i biglietti della metro e gliene porgo uno.
Alla fine del concerto – dopo almeno tre birre a testa ed un tamburo martellante nelle orecchie – Costanza mi avrebbe detto ridendo: «C’avevi na faccia prima, stavi incazzata nera, ma facevi ride».
Facevo “ride”.
Mi stava partendo l’embolo, ma facevo “ride”.
Non batto ciglio perché so che di questa bandana giallo limone non se ne può proprio fare a meno.

Avevamo quindici anni quando, in una giornata estiva, mentre mangiavamo un gelato, immerse nella nostra spensierata noia del momento, Costanza mi raccontò un episodio accadutole quando era molto piccola, non specificandomi età o altro.
Il padre era un interprete italiano, laureato in lingue orientali, molto richiesto dalle più grandi aziende petrolifere italiane e questo lo portava a viaggiare moltissimo, soprattutto in Libia ed in Marocco. In uno dei suoi viaggi portò Costanza con sé e, mentre camminavano l’uno accanto all’altra in uno dei grandi ed affollati mercati, Costanza sparì.
Il suo racconto non aveva particolari dettagli, se non il fatto che il padre, prima di uscire, le avesse fatto indossare una bandana gialla.
Fu proprio quella che premise al padre di ritrovare Costanza in una bancarella di spezie, accanto alla curcuma.
Costanza diceva di non avere paura della folla, quanto, piuttosto, di aver paura di  perdersi in posti affollati e quella dannatissima bandana giallo limone era il lasciapassare per addentrarsi nella fiumana; la mia unica, sola, gialla ed imperdibile possibilità di andare a vedere sto cazzo di Giancane.

Da due settimane ripenso continuamente a quel concerto: il meno sudato e con la peggiore visuale di sempre – ultima fila, facevamo praticamente servizio d’ordine – ma il più bello ed il più spensierato, prima che tutto finisse, prima di non poterti più dire «ci vediamo domani».

Adesso non so dove sei e non so dove cercarti, quindi ho messo io la tua bandana giallo limone così magari riuscirai a trovarmi tu.

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Storie e intrecci di vita sul tram 3, vettura num. 1503

di Marcello Manzoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

La notizia l’ho appena letta sul gazzettino della mia città, nella terz’ultima pagina, con il rischio che il fatto passi inosservato: vogliono mandare in pensione il tram numero 3, serie 1500, vettura 1503.
Chi sta leggendo magari ha appena fatto spallucce, non considerando come questo evento sia tremendo nella mia vita.

Il tram numero 3 è un eroe vestito dalla tradizionale livrea verde bitonale, con due lunghe panche longitudinali e il decoro del tempo che fu.
Classe 1928, è sopravvissuto ai bombardamenti alleati forse grazie al suo mimetismo di fabbrica.
Nei decenni seguenti, ormai sicuri che non ci sarebbero stati ulteriori bombardamenti, il colore della serie 1500 fu modificato in uno spavaldo arancione ministeriale, ma quello della vettura 1503 rimase inalterato.

Per me il 1503 non è solo un mezzo di trasporto, ma lo considero un amico fidato, ritardatario, ma fidato.
Da bambino lo aspettavo in compagnia di mamma per andare a scuola.
Dodici fermate, e nel frattempo rileggevo i compiti svolti a casa. Con il passare degli anni prendere il tram da solo divenne un simbolo di indipendenza di cui andavo molto fiero.
Alle superiori, le dodici fermate mi occorrevano per fare i compiti dimenticati.
Quando iniziai l’università, servivano solo cinque fermate per giungere alla metro e avere a disposizione così poco tempo, mi permise di porre maggiore attenzione alle persone che vivevano quotidianamente il 1503.

La signora elegante fu certamente la principale habitué.
Al tempo, quando la notai, avrà avuto circa ottant’anni e ogni giorno era vestita con estremo garbo.
Non penso che la signora dovesse effettivamente andare da qualche parte: amava girare per la città e mettersi in mostra per chi saliva, magari inducendo qualche avventore a chiedersi dove una signora di tale eleganza si stesse dirigendo.
Al mio secondo anno di magistrale, di punto in bianco, la signora smise di frequentare il suo salotto motorizzato.
Chiesi tempo dopo a Giuseppe, lo storico manovratore del 1503, se sapesse qualcosa della signora elegante.
Rispose di no e giurò di non ricordare un periodo così lungo senza la sua presenza.
Non la vidi più.

Uno sgradevole personaggio che iniziò a frequentare il 1503 fu un tipo in impermeabile, che soprannominai in seguito “il Toccaculi”.
L’uomo prediligeva gli orari di punta, con i pendolari ammassati e iniziava la sua attività molesta per poi darsi alla macchia.
Divenne noto sulla linea del numero 3 e tenuto perentoriamente d’occhio da Giuseppe, finché toccò le natiche sbagliate e si prese un tacco dodici dritto in mezzo alle gambe.
Giuseppe bloccò il tram e lo lanciò di peso sulla pensilina. Lo vidi altre volte sul 1503, ma restava in disparte, ormai famigerato.

In quegli anni le panche longitudinali furono un invito per rubare sguardi alle ragazze.
Il tipo di seduta faceva il mio gioco e le “maledette” si sforzavano a guardare in ogni direzione, ma mai la mia o a leggere qualsiasi cosa avessero sottomano.
Ricordo quella volta in cui incrociai lo sguardo con una bellissima ragazza mora e lei non distolse lo sguardo.
Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata. Mi guardò ancora e fece un gentile sorriso: rimasi così estasiato che persi la fermata e in fondo chissenefrega, dovevo solo seguire una lezione di Archivistica, quindi assolutamente sacrificabile per un ennesimo sorriso.
La ragazza scese poche fermate dopo e io rimasi imbambolato sul tram.
Mi diedi dell’idiota per le successive tre fermate.
Poi scesi e mi diressi alla morbosa lezione, dove non feci altro che rimuginare sul mancato approccio.
Le settimane successive sperai di incrociarla nuovamente e mi capitò persino di scendere alla sua fermata, auspicando in un casuale incontro.
Ma non successe.
Infine, dopo alcuni mesi la vidi salire sul 1503: era più bella di come la ricordassi.
Inizialmente ponderai la possibilità di lasciare che fosse lei a lanciare il primo sguardo, ma già nei due secondi successivi iniziai a fissarla avidamente e con un sorriso ebete.
La ragazza si accorse della mia presenza e ricambiò il mio sorriso con uno dei suoi, meraviglioso.

Ero a un bivio: se l’avessi lasciata andare senza rivolgerle la parola lo avrei rimpianto per tutta la vita.
Appena il posto a fianco al suo si liberò, mi alzai e mi sedetti a fianco a lei.
Le rivolsi la parola:
«Ciao, non so se ti ricordi di me, ma ci siamo visti proprio qui sul tram alcuni mesi fa. Avrei voluto conoscerti già allora e questa volta non potevo farmi scappare l’occasione».
La ragazza mi sorrise ancora più splendidamente e mi rispose:
«Che pensiero carino! Se hai trovato il coraggio significa che Dio ti ha infuso la forza».
«Dio…cosa?» Chiesi istintivamente.
«Sì, Dio muove ogni nostra azione, capisci?».
Attese che annuissi e poi riprese a parlare: « Noi del Sacro Amore di Dio pensiamo che le cose belle che ci succedono tutti i giorni siano frutto dell’amore del Signore».
«E le cose brutte?», domandai, mordendomi la lingua subito dopo.
«Le cose brutte no, ovviamente». Lo disse con un tono piuttosto sdegnato.
Quindi fece una magistrale pausa, degna del miglior Vittorio Gassman e come ricordandosi che Dio la volesse vedere sorridere aggiunse: «Se vuoi puoi venire a un nostro incontro di preghiera».
Non avevo niente contro i ferventi cattolici, ma quella volta rimasi spiazzato, soprattutto perché nei mesi mi ero creato diversi scenari, ma mai niente del genere.
«Guarda ci penso un po’ su…» vile menzognero che non sono altro.
«Ora devo scendere, non posso proprio perdere la lezione di Archivistica, ciao!».
Sì, mi avevano bocciato al precedente appello.
Non l’ho più vista e chissà come si chiamava.
Tempo dopo in televisione guardai uno speciale sulle Bestie di Satana e mi sembrò di riconoscerla, ma non poteva certo essere lei.

Vi sto scrivendo dal tram 1503, con il quaderno aperto sulle gambe, il gazzettino ripiegato e dopo quarant’anni di frequentazione giornaliera sto come nel mio salotto.
Ahimè ancora per poco.

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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«Questo è uno dei segreti del Turco»,
mi disse guardando verso il famedio del PCI.

Andavo sempre a farmi una passeggiata al Verano quando mi sentivo inquieta senza un motivo apparente.
Prendevo il 71 a Via Nazionale perché mi piaceva passare per le vie con i nomi di tutti quelli che avevo studiato pensando che la politica italiana fosse una cosa seria, e parlarci mentalmente chiedendo a loro in cosa avessero sbagliato. Perché qualcosa, gli dicevo, dovete avere sbagliato se adesso ci ritroviamo in questo teatrino di pupari. O eravate marionette anche voi, anche allora?
Il tempo di farmi queste domande inutili e mi ritrovavo all’ entrata principale, guardavo verso la statua del Silenzio e, come obbedendole, smettevo di fare domande. Di solito mi sedevo in un posto a caso e aspettavo.
A volte uno di loro veniva a trovarmi.

«Come fate a sapere chi di noi saprà tenere il segreto?» gli avevo chiesto, e lui mi aveva risposto che quello, a sua volta, era un altro segreto.
Il segreto del Turco.
Fu così che conobbi la storia del Turco.

Il Turco era arrivato a Roma quando le cose si erano messe male per lui, a Istanbul. Roba di femmine, pare, ma i più sospettavano ci fossero di mezzo i servizi segreti e il loro coinvolgimento in Bulgaria negli anni ’50. Qualcuno diceva fosse un lontano discendente addirittura di Ataturk, qualcun altro che fosse solo un volgare spacciatore. Qualsiasi fosse la verità, tutti abbassavano la testa quando passava lui, e molti giravano al largo. Ma tutti, proprio tutti, ascoltavano le sue storie.

«Erano le storie migliori che avessimo mai sentite. Si sedeva al sole, si accendeva una sigaretta e cominciava con un “Mi ricordo quando ero a Istanbul…”. Piano piano arrivavamo da tutte le parti, nessuno voleva perdersi una storia del Turco».

«Come sarebbe, che si accendeva una sigaretta?» chiesi un po’ perplessa al mio interlocutore. Mi guardò come se avessi chiesto cosa volesse dire che c’era il sole.

«Fumava. E tanto. Sennò che turco sarebbe stato?»

«Ma…»provai ad obiettare, ma venni zittita da un perentorio «Non interrompermi con queste sciocche domande, la vuoi sapere la storia del Turco o no?»

Adesso che mi aveva detto che fumava la volevo sapere eccome.

Il Turco conosceva tutti quelli che contavano davvero a Istanbul.
Non quelli che tutti pensano contare, cioè, ma gli altri, quelli che nessuno conosce e che possono assicurarti la migliore delle vite possibili.

«E chi sono costoro?» chiesi davvero curiosa di sapere chi potesse assicurare loro la vita migliore.

«Macellai, pescivendoli, giornalai, portieri d’albergo, ricche signore sole, fiorai, farmacisti, proprietari di bar e ristoranti, ma anche di tintorie ed elettrodomestici. E pasticcieri. Il Turco conosceva tutti i migliori pasticcieri di Istanbul».

Non riuscivo proprio a capire cosa se ne potesse fare di farmacisti e proprietari di tintorie, ma venni liquidata con uno sguardo severo al solo provare ad aprire bocca.

Fu proprio un pasticciere che lo aiutò nella sfortunata storia di Afet, bellissima e amata dal Turco fin dal primo loro incontro in Piazza Sultanahmet, dove il Turco andava ogni giorno in cerca di notizie fresche, così diceva. Rimasta orfana in giovanissima età, Afet non si era mai legata a nessuno ed era sempre riuscita a sfuggire con astuzia ai tentativi dei suoi spasimanti di farla loro. Diffidente e altezzosa, rifiutò anche le lusinghe del Turco e rispondeva con piccoli sbuffi di impazienza ai suoi goffi tentativi di farla ridere.

«Eppure le barzellette del Turco erano le più spassose, aveva un modo di raccontarle che da solo bastava a farti ridere», ci tenne a precisare il mio nuovo amico.

La bella Afet sembrava proprio non avere alcun interesse per il Turco. Allora lui decise di seguirla, per capire dove andasse e cosa le piacesse.
Le avrebbe dato tutto ciò che lei desiderava, e anche quello che non sapeva di desiderare. Quando il Turco si metteva una cosa in testa, non si fermava finché non la otteneva.
Non esiste nulla che non si possa prendere, è solo questione di quanto veloce sai correre” era la sua massima preferita.

Scoprì che Afet andava pazza per l’aşure, che consumava con voluttà una volta a settimana, da sola, nei giardini del Topkapi.
La fortuna o gli dèi vollero che il proprietario della pasticceria in cui si riforniva Afet fosse uno dei migliori amici del Turco.
Le fece trovare ciotole piene di aşure al Topkapi tutti i mercoledì, sotto al suo albero preferito, con un biglietto recante una sola parola: salvami.

Da cosa lo dovesse salvare, Afet non lo seppe mai, ma alla fine capitolò più per la curiosità di sapere chi fosse il suo misterioso benefattore, che per il gesto in sé. Continuò sempre a dimostrare una certa noncuranza nei confronti del Turco, ma da quel giorno non si separò mai più da lui.
Il Turco, dal canto suo, non faceva altro che pensare a come sorprenderla, blandirla, deliziarla. Organizzava banchetti da mille e una notte per lei, e faceva arrivare le migliori stoffe da Parigi per la sua amata, che andava a prendere di persona al porto per poi correre  a potergliele di persona. Non di rado se le vide rifiutare con una sola, piccola ma inequivocabile arricciata di naso, e allora il Turco tornava al porto a sbraitare col mercante che “Quegli stracci se le mettessero le parigine, a Istanbul abbiamo gusti sopraffini, la mia Afet vuole solo roba di prima scelta!”

E poi un giorno non la trovò più.
Sparita, volatilizzata, Afet non era in nessuno dei posti che era solita frequentare e a casa non fece ritorno.
L’aspettò, il Turco, per un mese intero, sotto casa, rimase ad attendere che tornasse. Lo si vedeva sotto il sole cocente ad ansimare dal caldo e zuppo come un pulcino sotto la pioggia. Fermo, immobile, sotto la sua finestra. Afet non tornò mai più, qualcuno disse che era stata investita da un tram e poiché non aveva parenti era stata seppellita alla svelta senza tante storie.

Da allora il Turco cominciò a odiare Istanbul e a pensare di partire, andare in un luogo che non gli ricordasse la sua amata. Non Parigi, delle cui sete la ricopriva, né Londra, da cui faceva venire le rose più profumate per lei. Roma, sede di antiche divinità, gli sembrò una buona scelta.
Avrebbe chiesto loro di intercedere per fargliela rincontrare, se non in questa almeno nell’altra vita. Non si decideva mai a partire però, e fu soltanto quando incontrò il contrabbandiere di piume che infine si risolse.

«Il contrabbandiere di…piume?» chiesi asciugandomi una mezza lacrimuccia che la storia del Turco e Afet mi aveva fatto scendere.

«Che fai, piangi?» mi chiese lui.

«No, no, sono un po’ allergica» mentii, girando un po’ la faccia perché non vedesse che me ne stava scendendo un’altra. «Ma cos’è un contrabbandiere di piume?» chiesi di nuovo.

«Eh, quella è un’altra storia e io adesso devo proprio andare. Mi aspettano per la cena».

«Ma sono solo le cinque».

«Sta tramontando, e anche tu devi andare, fra poco il cimitero chiude. Mi ha fatto piacere conoscerti, se tornerai forse ti racconterò la storia del Turco e del contrabbandiere di piume, e di come il Turco stava per perderci un occhio. Ciao!»

Non feci in tempo e dire neanche ciao che già se n’era andato, veloce e silenzioso com’era venuto.
Sulla coscia, mi accorsi, aveva lasciato una piuma.
Bianca e nera, piccola piccola. Chissà dove l’aveva presa, non volevo saperlo, me la passai sotto al naso per farmi il solletico.
Mentre ridacchiavo, mi sentiti chiamare da una signora.

«Le ha lasciato una piuma?» mi chiese avvicinandosi.
«Credo di sì, non lo so, me la sono trovata addosso».
«Lo fa con tutti quelli che gli piacciono, per questo lo chiamiamo anche Piumino. Il Turco è un grande cacciatore, ahinoi, di uccellini».
«Come, il Turco? È lui il Turco?».
«Sì, lo abbiamo trovato a Piazzale Ankara da piccolo. Era stato investito e le mosche carnarie stavano già riempiendo la sua ferita all’occhio. Pensavamo lo avrebbe perso e invece si è salvato.
Per questo e per la sua passione per le sigarette, al gattile lo chiamiamo il Turco».
«Le fuma?» chiesi, ormai in piena confusione.

La donna scoppiò a ridere:
«Ahahah, no no! Ne abbiamo viste di tutti i colori, ma un gatto che fuma ancora non lo abbiamo visto. Gli piace giocarci, appena vede un pacchetto di sigarette, cerca di aprirlo e tirarne fuori una. Bisogna pure stare attenti, una volta se la stava quasi mangiando, e il tabacco è super tossico per loro».

Come no, mangiarla, pensai.
Quel furbacchione se la voleva fumare, altroché. Guardai la mia piumetta e me la passai delicatamente su una guancia, poi la riposi nel portamonete. Salutai la signora e le dissi di non dire al Turco che mi aveva vista.

«Certo che no, cerchiamo di lasciargli la loro vita segreta» mi disse lei, come se la nostra fosse la conversazione più normale del mondo e non una totale follia.

Il segreto del Turco, dunque, era che solo lui sapeva chi avrebbe saputo tenere il segreto del Turco. Chissà se avrebbe portato anche a me un regalo diverso per ogni volta che ci fossimo incontrati, come aveva fatto con Afet, mi dissi.

Mentre passavo sotto Silenzio, la guardai e mi avvicinai il dito indice alle labbra, e sorrisi come mai avevo fatto prima d’allora.
Presi il cellulare e digitai “pasticcerie arabe a Roma”.
Mi era venuta una gran voglia di aşure.

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pt. 2

di Federico Cirillo

Illustrazione di Simona Settembre

Nella cella

“FIERI, MASCHI, SPAVALDI! GLI ITALIANI DI SERGIO PANCALDI!” è la scritta verde che copre parte del volantino, stagliandosi davanti ad un sé stesso in divisa militare.
Il suo sguardo è sicuro e rivolto verso un punto lontano, nella stessa direzione indicata dal dito della sua mano.
Spaventato, ma anche curioso, Sergio decide di inserire tutta la testa dentro la cella.

Sergio Pancaldi è un leader politico, salito alla ribalta dopo un’elezione vinta con l’ 80% di consensi, un plebiscito.
Il suo partito Sempreverde Italia” è nato dal nulla a Centocelle, il quartiere dove ha sempre vissuto.
Il simbolo è un arbusto.
«Noi siamo – ha affermato la Gran Guida Sergio Pancaldi, nel suo discorso di insediamento – come il mirto: rustici, semplici, di facile e rapida propagazione! Partiti dal nostro frutteto familiare, abbiamo risposto alle esigenze di tutti. Ora siamo come fummo e come sempre saremo: sempreverdi ed immortali! All’Italia!».
Sergio, dalla sua finestrella su questo nuovo mondo non ci crede.
In un attimo riemerge dalla luce verso la stanza buia per poi tornare a guardare lo strano spettacolo.
Ora la scena è cambiata: fumi e incendi, strade devastate e sirene che si rincorrono. Una folla, cantando, sfila verso una grande piazza in cui lui, la Gran Guida Pancaldi con la divisa lacera e divelta sul petto, giace con il volto segnato e livido. 
«A morte l’infame!» gridano. Uno sguardo di terrore negli occhi di una donna si incrocia con quello della Gran Guida Pancaldi: è un attimo.
I fucili urlano insieme alla folla: è la sua fine.

Urla anche Sergio (il nostro) che, terrorizzato, cade a terra nella stanza.

Tutto tranne che Sergio

“Sei tutto, tranne che Sergio” continua a ripetergli la voce dell’uomo dentro la sua testa “va avanti, coraggio, guarda!”.
Così, si avvicina alla seconda cella di luce.

Su un manifesto di un cinema, c’è lui vestito da cowboy.
Tiene al lazzo una donna.
Sulla locandina si legge “I tre gringos e Mirta, vedova del West con Sergio Pancaldi, il re della risata! Oggi la prima”.
Dallo stesso cinema esce Sergio, la star, abbracciato a due giovani ragazze sorridenti: è inseguito da una folla acclamante e un mare di paparazzi.

Giornalisti impazziti cercano di avvicinarlo: «Sergio, di qua Sergio! Commenti? Altri progetti dopo questo successo? Cosa farai ora?». Con un gesto della mano la star blocca le domande, abbassa gli occhiali da sole e guardando a turno le due ragazze esclama: «Beh, It’s going to be a Hard Day’s Night» e, terminata la frase con un occhiolino, entra in una Cadillac dorata con le due donne.

Neanche il tempo di spostare lo sguardo che Sergio si trova ad assistere ad una scena diversa.
In un’aula di tribunale c’è di nuovo lui, la star, ammanettato.
Un giudice sta per leggere una sentenza, mentre lui prova a nascondere il viso con le mani. «Stupro! Colpevole! Minorenni! Omicidio colposo! Sedia elettrica!» le urla che escono fuori dall’aula accompagnano i titoli dei giornali e i flash dei fotografi, ora come mine esplosive, sembrano distruggere il terreno sotto i piedi dell’attore in lacrime. 

“Porca puttana!” pensa Sergio tornando con tutto il corpo nel buio della stanza circolare.
Suda freddo.
Ma ancora la voce dell’uomo non si ferma, non è sazia: “Tutto tranne che Sergio” gli ripete. “Guarda ancora, non aver paura”.

Nella terza cella c’è un Sergio artista di quadri meravigliosi e tormentati che lo hanno portato alla ribalta. Soldi, fama ma anche una forma di psicosi che lo isola dal mondo e lo porta in un vortice di pazzia, finché non viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico. 

Nella quarta è l’idolo dei teenager per aver vinto un talent show musicale con il pezzo: “Serg’Io” del suo album “Amore in Piazza Mirti” tenuto in mano dallo stesso Sergio mentre esala l’ultimo respiro in un angolo di un edificio abbandonato dopo l’ultima dose letale.

Nella quinta è un calciatore spinto al suicidio per essersi ritirato troppo giovane dopo un grave infortunio al ginocchio…e così via fino alla centesima cella.
L’ultima. 

Ultima cella. 7 Gennaio ore 07:00.

Qui la luce è meno intensa, l’immagine è quella della sua stanza in Via dei Girasoli.
Sergio l’ingegnere si alza dal letto e si sposta lentamente in cucina.
Saluta Fabio che, cuffie e sguardo verso il pc, nemmeno lo ascolta.
Doccia veloce e barba: esce e va verso la metro Mirti.
San Giovanni, Metro A fino a Termini, Metro B fino a Castro Pretorio. 10 ore di lavoro in ufficio e ritorno a casa.
Metro B fino a Termini, Metro A fino a San Giovanni, Metro C fino a Mirti.
Anzi no, fino a Centocelle.
Qui un uomo in piedi lo aspetta.
Appena Sergio scende dal treno, l’uomo gli sorride e gli appoggia una mano sulla spalla: «Tutto, ma sempre Sergio. Devi solo scegliere, ora tocca a te» e girandosi verso l’uscita gli indica di nuovo le cento celle, questa volta spente, che aspettano solo di illuminarsi.

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di Giuseppe Fiore

Illustrazione di Liliana Brucato

Ero solo nella mia macchina e potevo guardare dal finestrino: succedeva tutto senza un vero motivo.
Succedeva tutto e basta.

Già da qualche giorno, sui social e in tv, iniziavano tutti a parlare di questa fine del mondo, di una specie di esplosione. Forse una profezia scritta con il sangue.
Avrebbe dovuto ucciderci tutti, ma c’è qualcuno che ci crede davvero a queste notizie? Gente che si gioca tutto quello che ha, immaginando che il giorno dopo sarà ben che morta? Non credo proprio.

Comunque, quel pomeriggio, mi ero messo in macchina per andare a comprare un panino o un pezzo di pizza. Non avevo troppa fame, giusto un buchetto scomodo da riempire.

Ero nel traffico, con la freccia che ticchettava, una canzone merdosa che scorreva fuori dalla radio, quando vidi, dallo specchietto, il fuoco.
Una specie di bomba, uno scoppio assurdo.
Prima fuoco, poi rumore.

Per qualche attimo non riuscii a sentire nulla, pensavo di essere diventato sordo. Ogni oggetto, per me, aveva perso i suoi confini e il mondo mi sembrava una massa unica. Quasi un flusso uniforme. Solo colori diversi. Come quando, a scuola, da bambino, creavo delle enormi palle con plastiline di diversi colori. Il risultato finale era piacevole, ma confusionario.

Per qualche minuto rimasi immobile.  Non riuscivo a costruire un pensiero, a passare da un nodo ad un altro. Una bomba, un pazzo esaltato, la fine del mondo: non potevo saperlo. Avevo solo visto uno scoppio dallo specchietto. Avevo quasi perso l’udito per l’esplosione.

La gente urlava, usciva dalle macchine e scappava.

Mi rimisi in marcia. Ero inutile e avevo, comunque, pur sempre fame. Esplosione o non esplosione, pizza o panino.

Sciami di camion dei vigili del fuoco, di macchine della polizia, di ambulanze, sfrecciavano nella corsia opposta alla mia, vuota.
C’ero solo io, con la mia vecchia macchina e la voglia di mangiare qualcosa. Non troppo, un boccone.
Giusto lo sfizio pomeridiano.

Un pazzo si era fatto saltare in aria. Ormai non era più una novità così cruda. Si sa che esistono, l’hanno già fatto e lo rifaranno.
Che senso ha perderci la testa dietro?

Poi la gente a cui piace guardare le catastrofi: ecco, quelli non li capisco proprio. C’è qualcuno che ancora sostiene che l’uomo nasce buono, che cattivi si diventa, che Dio ci vuole bene, però poi scoppiano le bombe alle sei del pomeriggio.
In un giorno sceneggiato come tutti gli altri, mentre uno vuole solo mangiare un boccone.

Misi la freccia a destra, ormai arrivato al piccolo negozio.

Fuoco, dallo specchietto. Ancora.
Forse, se possibile, anche più forte del primo scoppio. Frenai di botto a causa del rumore.
Sentivo la testa scoppiare.

Un’altra bomba? Non ci capivo più nulla con quel dolore assurdo alle orecchie.

C’erano urla ovunque.
Il locale “della felicità”, della mia felicità almeno, era chiuso o comunque abbandonato: la gente pensava a scappare, non a sfornare pizze o panini. Allora uno che ha fame cosa diavolo deve fare?
Può essere anche la merdosa fine del mondo, ma uno deve pur riempire i buchi allo stomaco o no? Almeno moriamo sazi.

La strada era vuota. Da brividi.

Cercavo di capire la situazione, ma c’era solo confusione e di tornare indietro, verso casa mia, non se ne parlava proprio.
In quel momento realizzai che casa mia, probabilmente, non era più in piedi. Che quel fuoco doveva aver avuto effetto anche su di lei.
Bombe di merda.
Almeno la macchina era salva.

Non ricordo bene cosa mi passasse per la testa in quel momento. Avevo solo una strada dritta davanti a me e una città infuocata dietro.
Non c’era troppa scelta.

Iniziai a tirare con l’acceleratore.
Non che fossi un grande conoscitore di strade, ma se si va dritti si arriverà sempre da qualche parte. Magari ad una città vicina dove trovare una pizza veloce o un panino, al massimo un tramezzino.

Vidi una donna sulla strada.
D’altronde, c’eravamo solo io e lei.
Era sul ciglio che chiedeva un passaggio, con il pollice in su: vecchia scuola.
Misi la freccia per accostare, sempre ligio alle regole.

Terzo scoppio.
Fuoco, poi il solito rumore, forte, da orecchie bucate.
Non riuscii a frenare per bene.
Quella salì al volo, mentre la macchina ancora camminava e subito ripresi a massacrare l’acceleratore.

«Indiani del cazzo» mi disse la vecchia.
«Crede che siano bombe?»
«Cosa cazzo dovrebbero essere?»
«La fine del mondo, dicevano al tg».

Era abbastanza incazzata con il mondo ma almeno non puzzava.
Era sempre quello il mio problema con gli autostoppisti: la puzza.
Di solito non si lavano e sono sudati da morire. Se c’è una cosa che non sopporto è proprio dover guidare con una puzza costante di sottofondo, non so mai come uscirne.
Quella non puzzava come un autostoppista, perchè non lo era.

Era solo una vecchia che si faceva una passeggiata su una strada a scorrimento veloce.
Non  sapeva nulla della fine del mondo. Era convinta fossero indiani del cazzo, anche se non capivo il maledetto collegamento.

«Indiani del cazzo, sono troppi, ci vogliono mangiare».

Alla fine era vecchia abbastanza per poter dire quello che voleva. Erano solo parole di pura follia.
Forse aveva perso il cervello, forse il tempo l’aveva rosicchiato, poco alla volta. Giorno per giorno.

La nuova città faceva abbastanza schifo.
Sembrava tutta uguale. Le luci erano spente e non c’era nessuno in giro.
Solo io e la vecchia, nel mio carro a motore.
Diceva che la figlia abitava in quella zona. Voleva trovarla.
Doveva avere anche una bambina, ma non un marito.
Mi faceva fermare, si guardava intorno e mi faceva ripartire.

«Più avanti, è più avanti quella merda di palazzo».

Diceva sempre così. Io non avevo idea di dove stessimo andando. Avevo la sensazione che quella fosse totalmente fuori, ma non volevo contraddirla.

«Gira a destra ora».

Tirai su la freccia.
Dallo specchietto vedemmo il fuoco, poi, collegato da un filo invisibile, arrivò il rumore “spacca orecchie”.

 La vecchia continuava ad urlare questa frase.
Come un’isterica.
«Indiani maledetti del cazzo».
Mi faceva paura, quasi più della fine del mondo.
Sbatteva i pugni contro il finestrino, lasciava scorrere le unghie, come la strega di qualche fiaba.

A destra non potevo più girare. Saremmo finiti dritti nel fuoco.
Ripresi a massacrare l’acceleratore e continuai dritto.
La vecchia fissava il fuoco, in velocità. Fissava sua figlia, forse vera o forse no, ma comunque morta. Fissava la sua nipotina bruciata.
Vittime della fine del mondo, come tutti.

Mi sembrava quasi di essere al sicuro nella macchina. Sentivo che se fossimo usciti, respirare quell’aria ci avrebbe uccisi.

La vecchia non sembrava pensarla come me.
Tirò il freno a mano, con una forza impressionante per quelle braccia solo ossa. La macchina sbandò e si fermò, girando per un poco su sé stessa. Le urlai qualcosa contro, ma non mi stava proprio a sentire.
La vecchia scese.
Non morì, non eravamo sulla Luna.

Si mise in ginocchio e guardò il fuoco dietro di noi.
A quel punto scesi anche io, mi accesi una sigaretta e guardai lo spettacolo.

La fine del mondo.
Mi sembrava di essere in spiaggia o ad un cinema all’aperto.
La puzza di bruciato, però, era fastidiosa. Il fuoco sembrava aver voglia di bruciare tutto. Sembrava avere una fame pazza.
Non lo sfizio pomeridiano, ma un pranzo di Pasqua fatto bene.
La vecchia stava zitta, fissava solo.
Forse pensava agli indiani o alla figlia.

Dopo la sigaretta rientrammo in macchina e tornai a massacrare l’acceleratore.

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di Carlo Rossi

Illustrazione di Valentina Scalzo

Non ho mai sentito nessuno urlare in quel modo.

Avvinghiata al cancello, singhiozzava, a tratti usava una lingua incomprensibile, dopo piagnucolava fino ad andare in apnea. E poi ricominciava la supplica: «Aiutatemi! Fatemi uscire!».
Una litania disperata, ripetuta tanto da aver saziato il mio udito, tanto da aver perso ogni significato.

Domenica sera, 2 dicembre, ho fatto quel che dovevo.

Il sabato, la notte aveva calato il suo manto freddo sulle spalle della collina adagiandolo tra cipressi e marmi. Mi stavo occupando del registro.
Lo redigo dopo la chiusura, quando resto solo, così posso concentrarmi meglio e scrivere con grafia chiara, io che ci impiego tempo a vergare le pagine. Annotavo i dettagli e l’orario di tumulazione del povero notaio Nagel nel mentre avvertivo il rumore.
Proveniva dalla camera mortuaria attigua alla segreteria. Il pendolo segnava le ventitré quando mi sono alzato per andare di là.

Nella sala tutto era come doveva essere.
La bara sulla sinistra dell’ingresso era sorvegliata da due lumini che aprivano piccole finestre di luce nell’oscurità. Un solo mazzo di fiori era adagiato sulla destra della camera e il coperchio della cassa poggiava sul muro opposto all’ingresso. Ho avvicinato la lanterna al feretro.
Non la conoscevo.
Era giovane, dai lineamenti gentili. Il suo biancore era equivoco.
La sua pelle non recava il pallore della morte ma lo stesso candore della luna.
Sembrava come sospesa in una dimensione a metà tra questo e l’altro mondo. I suoi capelli erano ondulati come dolci pieghe di mare, ma scuri come gli abissi. Indossava scarpe logore e un abito di modesta fattura, come quelli di cui posso dotare mia moglie.

Sulla bara, in legno di abete, era fissata una targhetta d’ottone:
Elena Caruso, 15 V 903 – 1 XII 928. 

Non ho trovato spiegazione al rumore capace di attirare la mia attenzione. Dopotutto, in questo luogo deputato al silenzio, di notte, anche una foglia secca schiacciata dal passo felpato di un gatto può detonare come una piccola esplosione. Così sono tornato in ufficio per completare l’aggiornamento delle inumazioni. La solita complicata operazione che occupava buona parte del mio servizio notturno di guardiania.

Finito o no, tuttavia, il fischio del treno che sfrecciava veloce lungo i binari della ferrovia che sfiora il lato est del muro di cinta del camposanto, segnava il passo. Ho chiuso il registro e ho proceduto con la solita perlustrazione. L’umido vinceva la fiammella di parecchi lumini e corrodeva le viti che fissano le cornici ai marmi.
C’era sempre qualche riparazione da effettuare.

Soccombevo al freddo che abbracciava le mie ossa mentre in lontananza ancora avvertivo il fischio del treno ad intervalli regolari: invidio i passeggeri al caldo delle cuccette che si abbandonavano dolcemente al dondolio del vagone che li portava in grembo.

Ripristinavo una cornice nel lotto “C” quando, verso le ore due, ho sentito dei passi provenire dalla camera mortuaria.
Il panico mi ha paralizzato.
Ho serrato il martello con una mano e con l’altra ho alzato la lanterna nell’oscurità.
Pochi passi fino all’obitorio e, la bara vuota.

Ho pensato alla stanchezza dei miei cinquantatré anni, ho pensato che quel giorno avevo messo in corpo solo un tozzo di pane, ho pensato che non dormivo bene da qualche tempo.
Ho cercato una spiegazione plausibile, ma non ne ho trovata una.

Guardingo, per tutta – tutta – la notte ho girato tra le lapidi, ho guardato nelle fosse già scavate e pronte ad accogliere nuovi ospiti, ma di lei nessuna traccia.
Iniziavo a credere di non averla mai vista.

Alle sei di domenica mattina ho faticato poco per convincere Ruggero a non darmi il cambio. Gli ho promesso un litro di latte fresco e gli ho chiesto di inventarsi una scusa da porgere a mia moglie.
Nell’orario di apertura mi sono piantato all’ingresso del cimitero per analizzare le pochissime entrate e, soprattutto, le uscite.
Ho studiato i lineamenti di coloro che lasciavano il camposanto perché ho anche pensato che lei potesse celarsi sotto mentite spoglie, per ingannarmi e fuggire.
Ma non ho ritrovato il suo viso in nessun viso.
Nulla è accaduto finché il sole non è calato. Ero stanco, angosciato e avevo la mente ottenebrata.

Alle diciassette ho sbarrato il pesante cancello di ferro dell’ingresso. Sono tornato ad indagare ogni centimetro del mio territorio in cerca di un indizio, ma non ho trovato neanche un’impronta nella terra umida. Poi, dopo la chiusura pomeridiana, quelle urla laceranti hanno squarciato il silenzio. Sbucata dal nulla, correva come il vento.
Il suo biancore autentico era mutato in pallore, i suoi capelli, ora, erano increspati come un mare in tempesta e i suoi occhi, spalancati, erano iniettati di sangue.
Urlava con il viso tra le sbarre del cancello, percuotendolo fino a farsi strappare le carni dai palmi delle mani.

Era arrivata al cimitero senza respiro, non poteva uscirne risuscitata.
Non è concesso, me l’ha detto Don Orazio: «c’è stato un solo Lazzaro: chi entra da morto nel camposanto non può uscirne vivo, se non è il diavolo». Mi sono fatto coraggio e l’ho raggiunta. Poi l’ho afferrata per il collo e ho stretto più forte che potevo mentre pregavo: «L’eterno riposo dona a lei, o Signore».
Il passaggio di un altro treno, il suo clangore sulle rotaie, il suo insistente fischiare hanno coperto le sue urla al resto del paese.

Poi, il silenzio, rassicurante, è tornato a regnare tutt’attorno.
Quando l’ho riposta nella sua bara aveva riacquisito il suo originario candore. Le ho messo in ordine gli abiti, ho scrostato il fango dalle scarpe logore e ho pettinato i suoi capelli con le mie lacrime.

Era bella.
Bianca come la luna che rischiarava cipressi e marmi,
domenica 2 dicembre 1928.