Anastasia Coppola - Il grande scherzo View More

di Gino Ciaglia

Illustrazione di Anastasia Coppola

In attesa del supplente spingevamo Luca per i corridoi simulando il rombo del motore.
A scuola era l’unico in sedia a rotelle, altrimenti io, Luca e Vito avremmo organizzato un carrozzella GP.
Puntai i talloni a terra e mi arrestai di colpo: per un pelo non disarcionò.
Camilla, la ragazza dei miei sogni, stava affiggendo un foglio A4 nella bacheca.  

La gioia della conversione

Viaggio A/R con pullman GT

Hotel *** pensione completa

Assistenza tecnica e spirituale durante il soggiorno

Alla modica cifra di 248 euro, l’Unitalsi di Parma organizzava un viaggio a Lourdes.

Fu in quell’istante che quella folle idea mi azzannò la mente.

I genitori di Luca lo misero di fronte a una scelta: pomodori o pesche, scegliesse pure lui cosa andare a cogliere.
Vito e io ci offrimmo di fare una colletta, ma Luca non accettò.

Eravamo noi due.
Ci giocammo a morra chi doveva interpretare l’invalido.

Indovinate un po’?

Mia madre ne fu entusiasta (da allora frequenta assiduamente un gruppo di preghiera), tuttavia pensò che affrontavo il viaggio per amore di una ragazza e non della Madonna.
E di certo non immaginava come lo avrei affrontato.

Il giorno dopo telefonai alla sottosezione dell’Unitalsi di Borgotaro chiedendo se avevano delle carrozzine in più.
Vito, accanto a me, rideva a crepapelle.

«Possiamo accontentarla, signor…?»

«Scalzi».

«… Ma al ritorno dovrà restituirla in sede».

«È il meno che io possa fare».

L’ultima cosa che pensavo era tenermela!

A quel punto c’era da capire come arrivare al pullman con la sedia a rotelle col padre di Vito presente.
In quell’istante non sapeva ancora nulla del nostro progetto diabolico.

«Oh, ma mi stai ascoltando?» mi chiese Vito ripassando il piano come da esperto stratega.

«Sì, sì.» Mentii: in quel momento stavo facendo a pugni con la mia coscienza.

«… Quindi – riprese Vito con fare talmente serio da sembrare, a ripensarci, fortemente grottesco – non farmelo dire a me che devi andare in bagno. A mio padre ci penso io, tranquillo. Tu quando esci siediti sul marciapiede, io fermo un passante che possa prenderti in braccio e portarti al pullman, è tutto chiaro?»

Nulla da ridire.
La ciliegina su quella torta di menzogne era bella succosa, ma dentro di me sentivo che era proprio la torta a essere avariata.
Mi allungò la mano.
Gliela strinsi.

La notte, prima della partenza, sognai che sfilavo sul red carpet, flash, flash, tanti flash, tutti volevano intervistarmi, accaparrarsi l’esclusiva.

Malauguratamente il piano di Vito filò liscio.

Una volta saliti sul pullman non riuscivamo a smettere di ridere.

Una suora si voltò verso di noi ed esclamò: «E poi dicono che i giovani di oggi sono tutti depressi!».

Dopo dieci minuti di viaggio era sceso il diluvio universale.
A contatto con l’acqua, i sudici finestroni del pullman erano diventati fumé.

Una coppia di anziani, lui col bastone tra le gambe, lei con una busta di plastica, dalla quale spuntava la punta di una tovaglia, guardavano come in trance i poggiatesta di fronte; un ragazzo, con una montatura da optometria, dava l’idea di essere seduto sulla poltrona dell’oculista, parlottava e gesticolava tra sé; una bimba con un maglioncino rosa dormiva in braccio alla mamma; avanti a noi, un uomo dalla folta barba e un altro così secco che dalla camicia sbottonata era visibile la sagoma dello sterno.  

Camilla è davanti, in piedi e parla con l’autista, proprio sotto l’avviso “Non parlare al conducente“.
Stavo per alzarmi ma Vito mi stampa una mano su un ginocchio.
La signora con la bambina poggiò una tempia al vetro per poi ritrarla subito, di scatto: voltandosi si notava un taglio degli occhi a mandorla e un epicanto pronunciato.

«Sei molto bella» disse l’autista a Camilla. Poi sbirciò nell’elefantesco specchietto, come per accertarsi che la lusinga non avesse oltrepassato la bolla della sua lascivia. Camilla sorrise.

«Va be’, te lo avranno già detto un miliardo di… Sai che mio fratello lavora nel cinema? Si occupa dei casting» continuò viscido l’autista.

Facemmo la prima fermata all’autogrill, ma col microfono ci disse di non scendere se non avevamo impellenze urgenti, eravamo lì solo per accogliere due nuove passeggere. Camilla si sedette accanto alla zia.

«Bonsoir» disse il pingue autista.

«Merci, mon chèr, tu es très jolie» rispose la spilungona con gli occhiali. La più bassa, invece, fece un lieve inchino.

«Piove?»

«Non, c’est de la sueur».

L’autista rise e scosse la testa come Stevie Wonder: «Basta un sorriso per schiarire un cielo bigio».

Che simpatico!

Quando le due si accomodarono, diede gas.

«Io stesso ho fatto la comparsa in film importanti» continuò la sua pispilloria, «Lo hai visto “L’amore malato” di Alberto Lattesi?» Camilla scrollò la testa «E “Apriti cielo” di Andrea Galiberti?».

Ma chi li ha mai sentiti ’sti film?

«Comunque pensaci, parla con i tuoi. Cerca ProZack su Facebook».

Ti cerco io, pensai, mangia maionese a tradimento!

Alle sette di sera arrivammo a Lourdes.

Preghiera, cena e branda.

Il giorno dopo, arrivati alla Grotta, ci piazzammo in prima fila. Era piena zeppa di pellegrini, di ogni nazionalità e colore. Piena all’inverosimile. C’erano volti di tutte le forme, tratti somatici di ogni continente, ascoltavamo lingue mai sentite prima. Dieci minuti dopo l’inizio del Rosario, Vito mi diede un colpo di gomito.
Annuii e…non riuscivo più ad alzarmi dalla sedia.

Riprovai.
Niente.
Nada.
Nothing.
Rien.
Nichts.

«Su, idiota» mi sussurrò, sgranando gli occhi.

Aprivo la bocca per rispondergli, ma non riuscivo a darle fiato.

«Gino… mi metto a bestemmiare forte, eh?»

Ed eccoci qui.
A. D. 2022.

Vi posterei volentieri una foto, ma credereste a uno scherzo.
Da diciotto anni vivo in carrozzella.

Sapete qual è la cosa strana?
Ho accettato da subito la mia nuova vita; con una serenità che tutti, al principio, hanno equivocato come depressione.

Oggi scrivo.
Ho preso il patentino di pubblicista, collaboro con varie testate giornalistiche, scrivo storie per bambini e gioco a Powerchair Football con i VipersMan di Parma.

A morra ci gioco, con mio nipote ‒ naturalmente senza scommettere ‒ ma non riesco proprio a fargli entrare nella testa che è la carta ad avere la meglio sul sasso.

Annalisa Coppola - Sindrome da Sacco vuoto View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Eleonora non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. E nemmeno da quando la sua mente, ad un certo punto delle settimane di avvento, si chiude come un riccio.

Centro commerciale, metà pomeriggio di un giorno feriale a pochi giorni da Natale. Non ha grandi alternative per cercare un paio di scarponcini da neve. A meno di non avventurarsi nel traffico cittadino per cercare un negozio di attrezzature sportive. Per risparmiare tempo e preservare i nervi si illude che sia la soluzione migliore sapendo in partenza che ne uscirà sconfitta.

E sconfitta ne esce, non solo per non aver trovato quello che cercava.

Sceglie sempre il solito parcheggio, quello distante il giusto per aumentare in maniera considerevole i passi giornalieri e per non incastrarsi in punti dai quali nemmeno saprebbe uscire. Le auto però arrivano a fiumi, come un disgelo anzitempo che investe tutte le arterie.
La sensazione di vuoto intorno alla sua macchina dura il tempo di avvicinarsi all’ingresso.
Entra.
Si concentra sull’obbiettivo ma borse gigantesche e pacchi preincartati di Natale vanno a spasso con gambe che nemmeno vedono dove vanno.
Si concentra di nuovo, restringe la visuale costringendo i suoi occhi ad una finta miopia. Cerca di sfumare il contorno ma anche solo per trovare le scale mobili deve fronteggiare un orso di sette metri ricoperto di lucine. Dal soffitto pendono decorazioni dai diametri mostruosi ricoperte di filamenti luminosi che si attorcigliano a formare doni, slitte, animali del bosco. C’è profumo di waffle, candele alla vaniglia e caffè aromatico ovunque; non distingue più le note di una canzone dall’altra. Le servono gli scarponcini da neve ma le sembra di soffocare. C’è fila per i bagni, fila per entrare nei negozi, fila per pensare ai regali di Natale che mancano.
Una congestione generale che si espande nel suo corpo con una sensazione di calda nausea.

Entra nel negozio, fa lo slalom tra commessi accerchiati e stand razziati, affretta il passo verso lo scaffale della montagna che già da lontano piange miseria. Niente da fare.
Non respira e non è colpa della mascherina.

Appena si distrae giungono come veleno alle sue orecchie conversazioni sui regali ancora da comprare. Ora una sorta di tremolio sale dalle gambe e le arriva alla testa. Il tempo è agli sgoccioli e anche lei non ha ancora terminato di riempire il suo sacco, forse dovrebbe attardarsi e fare il giro di tutti i negozi della galleria commerciale. Di sicuro troverebbe qualcosa ma cosa? Un rattoppo, una spesa inutile, l’ennesimo riciclo del prossimo anno. Niente da fare.
È in ritardo su quel suo tempo che comincia a fine estate, quando pensa a qualcuno vedendo una vetrina di paese in un giorno qualsiasi dell’anno senza che il conto alla rovescia per il Natale sia già cominciato.

Riscende le scale sfidando di nuovo l’enorme bestia e le luci le sembrano raddoppiate rispetto a prima. Cerca di aumentare la sua miopia fino all’uscita, cerca di non guardare la pista di pattinaggio al terrazzo del primo piano; sembra un carillon vittoriano impazzito con la musica di una discoteca.
La neve scende in filamenti di lucine azzurre, non sa per niente di fresco.

Finalmente il buio del garage le dà un po’ di tregua ma quando si reimmette nel raccordo sembra che le luminarie del centro commerciale siano divenute tentacoli infiniti. Appena può si stacca come da una ventosa, ancora frastornata e infastidita dalla sua stessa idea di essere andata fin lì.

Entra in casa e chiude la porta alle sue spalle. Lancia tutto sulla poltrona e cerca di riprendere un respiro normale, rimanendo nel buio leggero della stanza illuminata dalla sera che entra dalle finestre.
Fissa il profilo delle colline a nord, uno spiffero pungente la pizzica.

Lo Scania raccoglieva dai lembi estremi del sud della provincia studenti e lavoratori. La campagna ghiacciata teneva in pugno i fagotti che lungo la strada lo attendevano. Chi aveva la fortuna di avere una pensilina, chi un muretto, chi nulla. Eleonora si riparava dai venti incrociati di entroterra e laguna dietro ad un albero, affacciandosi di tanto in tanto per controllare. Alto, blu, imponente e caldo. Era lui.
Ma bisognava stare all’erta, schivare i camion e mettere fuori il braccio al momento giusto altrimenti avrebbe glissato, con il suo carico di sonno, fino al capolinea.

Eleonora saliva in compagnia del solito signore, un uomo alto, secco e cordiale che lavorava nella centrale termoelettrica di Fusina. Occupava i primi posti perché lì dietro c’erano i diavoli del mattino: volti intirizziti dall’attesa, occhi stanchi per notti di studio e alzatacce. L’autista spegneva le luci per dar loro ancora tregua. L’autobus proseguiva così in mezzo ai campi e nel crepuscolo si vedevano qua e là, in giardini di case isolate, alberi secchi decorati con fili di luce asimmetrici. Erano solo piccole apparizioni nel buio.

Con questo ricordo il battito si quieta e la testa smette di impazzire dietro al pensiero di corse folli per acquisti tardivi. Eleonora ha l’impressione di ritrovare, almeno per un poco, il senso delle cose e l’atmosfera che si nasconde nel silenzio di uno spazio aperto, nel profumo dell’erba ghiacciata, nel tempo di un impasto per i biscotti o di una cartolina.

Non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. Il suo sacco è ancora vuoto e non ha trovato gli scarponcini.
Ma questo fine settimana andrà con suo figlio sulla neve, quella che ghiaccia le mani entrando traditrice nei guanti.
E quando scenderà la sera, si fermeranno in un posto dal nome sconosciuto, si siederanno in silenzio sul bagagliaio aperto della macchina e aspetteranno di vedere piccoli presepi illuminarsi tra le colline col profumo dei camini che pizzica il naso.

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di Giulio Iovine

Illustrazioni di Ponzzz e Anastasia Coppola

Era uno di quegli autobus vecchi, vecchissimi, che non capisci come abbiano fatto a rimanere in servizio fino ad oggi, che abbiamo quelle astronavi a fisarmonica attaccate ai fili elettrici come balenotti alle loro mamme.
Era in ghisa, con la vernice gialla sbreccata, i cerchioni delle ruote coperti di polvere grigia, l’odore di nafta e di pelle umana, il vibrato possente dell’intelaiatura. Il gradino per arrivare dal marciapiede alle poltrone avrebbe stroncato più di un anziano.
Io me la cavai con lo stacco di gamba di cui, a quindici anni, cominciavo ad essere abbastanza disperato da potermi vantare.

Eppure Annachiara aveva detto che sì, potevo andare a studiare a casa sua! Annachiara portava sempre la salopette di jeans e questi maglioni amorfi, pieni del suo seno. Volevo dormirci in mezzo.
M’immaginavo il profumo.
Mentre l’autobus sputava, ringhiava e partiva, io continuavo a pensare a dormire abbracciato a lei nuda, ma in adorazione, senza offenderla con goffe richieste fisiche.

Per arrivare a casa sua ci sarebbe voluta almeno una mezz’ora.
Fissavo i giardini attorno alle case, la strada che si alzava, il cemento rotto dalle radici e dalle erbe. Era primo pomeriggio e non eravamo tantissimi a bordo. Nessuno che conoscessi, una mamma con due bambini, quattro o cinque vecchietti di sesso incerto, forse qualche coetaneo, uno zaino abbandonato su una sedia di pelle.
Lì per lì non capii perché appena prendevamo un rettilineo, l’autista accelerasse come se avesse il diavolo alle spalle.
Distratto come sempre, solo troppo tardi mi accorsi che eravamo usciti prima dalla città, poi dalla strada, poi dal sentiero, e insomma arrancavamo su una collina piantata a olivi. Cominciavano a venir fuori i primi sussulti di panico:

«Ma dove stiamo andando».
«Autista, scusi».
«Ehi».
«Si fermi, che cazzo fa».

Battevano coi pugni sul gabbiotto.
Ma era chiuso.
L’autista brandiva il volante con destrezza. Non rispondeva alle urla.

«Non prende il cellulare».
«Dove siamo?».
«Un sequestro?».
«Ma perché noi?».
«Ho paura».
«Cos’è questa luce?».

In effetti cominciavamo a non riconoscere più gli oggetti al di fuori dei finestrini. Gli alberi, i solchi della terra, le colline in lontananza, si fondevano con la luce e il cielo e si sformavano e riformavano e si scioglievano, i boschi montagne, le montagne mari, i mari deserti, i deserti paludi; il sole e la luna giravano in tondo nel cielo in preda a un furore quasi copulatorio, su e giù su e giù su e giù.
Tutta l’intelaiatura di ghisa tremava e il motore mandava un rombo sbrindellato. Mi acquattai tra sedile e sedile e mi strinsi allo zaino. Cominciai ad avere gli occhi lucidi. Avevo detto ad Annachiara le quattro, quattro e mezza.
E ora?

Ci fermammo: il conducente gridò CAPOLINEA SI SCENDE.
Io non mi alzai, rimasi immobile nel mio buco.
Perché, direte voi.
Ma perché avevo più o meno capito che non eravamo alla fermata Don Sturzo del 55 collinare. E poi perché non si poteva veramente scendere, il conducente era ironico. Nessuno stava scendendo, erano tutti terrorizzati e incollati ai loro sedili mentre dalle portiere salivano uno, due, dieci…
cosi.

di Anastasia Coppola

I cosi non erano molto alti, avevano la pelle liscia e azzurra, non un pelo né un capello, nessun naso visibile e nessuna palpebra, e credo nessuna bocca.
Avevano solo gli occhi, che coprivano ciascuno mezza testa.
Non ero sicurissimo sul numero delle braccia, frenetiche come zampe di una scolopendra.

Il conducente parlava, evidentemente con loro.
Loro lo guardavano senza rispondere.
O forse rispondevano senza parlare.

«…almeno trenta – finiva di dire il conducente – di tutte le età. Ci sono alcuni anziani, ma pochi. Il viaggio nessun problema, quattrocento milioni di anni in due minuti e mezzo. No, prima di così è impossibile. Non ci sarebbe abbastanza ossigeno nell’atmosfera. Non ci sono abbastanza piante sulla terraferma, prima di questo periodo. Ma certo che potete portarli fuori. Da qui in avanti di aria ce n’è. È prima che…ok, ve lo spiego di nuovo».

O non erano sveglissimi, o avevano qualche problema con la lingua che parlava lui.

«Bè, perfettamente sani non lo so, valuterete poi voi. Lasciate perdere gli anziani, fatene concime subito e chissenefrega. Piuttosto, quando verrò pagato?»

Uno dei cosi fece un gesto spazientito.
Al conducente esplose la testa, col suono di quando stappi un cartone di vino. La testa atterrò in mezzo alle due file dei sedili, proprio davanti a dove mi ero nascosto.
Mio malgrado, ci scambiammo uno sguardo complice. Il conducente rimase in piedi, decapitato, a muovere le braccia. Poi cadde con un tonfo.

I cosi cominciarono ad agguantare i passeggeri urlanti, e a buttarli fuori dall’autobus a calci e pugni. Le madri gridavano, i bambini piangevano. Un anziano fu trascinato di peso. Io rimasi immobile per un’eternità.
Infine ci fu silenzio abbastanza perché uscissi dal mio pertugio, e mi sedessi sul sedile dell’autobus abbandonato.

Quello che vidi fuori dai finestrini mi parve contemporaneamente una cosa mai vista prima, e – per via di qualche dettaglio – orribilmente familiare. Tirai fuori dallo zaino il libro di scienze, lo aprii sulle ere geologiche.
A pagina 326 c’era una figura che riproduceva un ipotetico paesaggio del Siluriano.
Cominciai ad andare con gli occhi dalla figura al paesaggio fuori dai finestrini, e in effetti tornava tutto. Lì c’era un fiume e intorno una specie di acquitrino. Come nel libro.
Tutto il terreno era cosparso da queste piante vascolari, alte meno di un metro, briofite, tracheofite, felci primitive, colorate in duecento tonalità diverse di verde vomito. Quello che camminava sotto la felce a occhio e croce era un millepiedi primitivo. A dieci metri dall’acquitrino le piante sparivano e una distesa di roccia nuda andava fino all’orizzonte: montagne bianche come panna, una bella giornata senza nuvole.
Ero in un autobus fermo non so dove, quattrocento milioni di anni prima di quando ero partito.

Mi alzai.
Il sole radente, di primo mattino, attraversava l’autobus da parte a parte.
Mi sedetti al volante.
So guidare un pochino, m’insegna nonno tutte le estati sul trattore.
Allora, i pedali ci sono, il cambio è questo, il volante c’è…c’era anche un mazzo di chiavi ancora inserite.
Pigiai la frizione e le girai.
Lo scassone si accese traballando e mugghiando.
Mollai delicatamente la frizione, toccando appena l’acceleratore, e via, in giro per l’acquitrino, spiaccicando non so quanti miriapodi.
Aprii il finestrino: sentivo caldo.
Mi arrivò l’odore della terra umida e il marcio del muschio.

Fu lì che cominciai ad urlare.

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di Stefania Coco Scalisi

illustrazione di Egle Pellegrini

Uscito dalla stazione dei treni mai si sarebbe immaginato di ritrovarsi in mezzo a quella bufera di neve.
Eppure, i meteorologi l’avevano detto: in arrivo quest’autunno una perturbazione polare di grandi proporzioni, una cosa mai vista, insomma. Non avevano proprio detto così ma l’avevano lasciato intendere.
Tutti l’avevano presa come un altro strano fenomeno di quello stranissimo anno, e sulla preoccupazione per quello che avrebbe potuto comportare per la vita quotidiana, prevalse la curiosità di vedere quanto ancora sarebbero riusciti a sopportare.

Persi tra meme e battute sulla sfiga che si era abbattuta da quel 1° gennaio 2020, nessuno, insomma, aveva davvero capito la portata di quell’evento. Così, complice la temperatura anestetizzante dei vagoni e lo spettacolo desolante delle gallerie, fu davvero una sorpresa inaspettata quella coltre bianca sopra la città. Muta e infreddolita, la gente attorno lui correva qua e là, come impazzita, presa dalla frenesia di raggiungere un riparo.
Lui che di solito percorreva quei 2 chilometri scarsi fino a casa a piedi, si ritrovò pervaso dalla stessa ansia di mettersi al coperto, per cui, invece di imboccare la solita strada, si precipitò verso un autobus che lo avrebbe condotto proprio sotto il suo portone senza dover temere di morire di freddo.

Una volta sul bus, l’aria tiepida dei riscaldamenti mischiata al tepore della gente a bordo, fu la conferma che aveva fatto la scelta giusta.
Si accomodò accanto a un finestrino libero e si mise a contemplare lo spettacolo delle auto incolonnate sotto la neve che continuava a fioccare davanti ai vetri.
Le auto sembravano quasi un presepe, rosse, gialle e luminose.
Ma soprattutto immobili.
Come le statuette dei pastori fermi a contemplare la natività, anche loro restarono fissi ad ammirare quello strano spettacolo della natura. Dopo qualche insistenza, l’autista esperto riuscì a divincolarsi dall’ingorgo e partì.

«Speriamo di farcela ad arrivare a casa in tempo», disse all’improvviso un passeggero seduto proprio dietro di lui.
«In che senso?», chiese voltandosi.
«Beh, non lo sa che oggi è entrato in vigore il coprifuoco? Dalle 22 niente più mobilità, tutti fermi a casa».
«Vabbè ma mica possiamo restare così, in mezzo alla strada. Il bus finirà il suo giro!».
«Ma no guardi che questo è l’ultima corsa del giorno. Anche i mezzi pubblici devono adeguarsi, hanno cambiato tutti gli orari. L’hanno pure detto al telegiornale, sa?»

Perplesso, si girò.
Certo che quel tizio era proprio scemo, credere che tutto il paese si bloccasse come stessimo giocando ad un’enorme partita di un due tre stella. Rassicurato da quel pensiero, tornò a guardare la strada.
L’autobus, seppure lentamente, procedeva.
Non si fermò quasi mai, solo una volta per far salire un ciccione che con fatica si schiantò a sedere, sudando come fosse piena estate.

Mancavano solo due fermate da casa, che di nuovo ci si bloccò.
Un motociclista stava ferocemente litigando con il conducente di una macchina che aveva sfiorato nel tentativo di superarlo. L’autista, infastidito dall’intralcio, iniziò a suonare selvaggiamente per far spostare quei due. Tra le urla dei litiganti e il clacson del bus, passarono i minuti, ma nessuno sembrava voler fare qualcosa.
Senza rendersene conto, gli occhi si posarono sull’enorme orologio a led appeso sopra la testa del conducente: le 21.54.
In teoria se fosse stato vero quello quanto detto dall’altro passeggero, aveva circa 6 minuti per riuscire a rientrare.
Senza capire perché, inizio ad agitarsi.
Prese a fare gestacci ai due per la strada picchiando selvaggiamente sul polso, li dove c’era l’orologio. Quelli, quasi alle mani, sembrarono capire immediatamente, e, come spinti da una forza esterna, salirono sui propri mezzi e filarono via.
La loro fretta gli mise addosso ancora più inquietudine.
L’autobus riprese la corsa: 21.56. Se tutto filava liscio, ce l’avrebbe fatta. Ma perché credeva a quell’assurdità? Continuava a ripeterselo, mentre le lancette scorrevano.
Alle 21.58, l’autobus imboccò il viale dove si trovava il suo appartamento. 21.59: vedeva quasi casa, era a giusto due isolati da li.

22.00: l’autobus si fermò.

«Mi dispiace signori, ma ci fermiamo qui!»
Poco male, pensò, era praticamente arrivato.
Si alzò, prese le sue cose e si diresse verso le porte d’uscita.
«Dove va, mi scusi?».
«Sono arrivato, se apre faccio gli ultimi metri a piedi, grazie».
«No, mi dispiace. C’è il coprifuoco, non posso aprirle».
«Sta scherzando, vero? Mi faccia scendere immediatamente! Altrimenti chiamo la polizia, è sequestro di persona».
«Chiami chi vuole! Io ho disposizioni chiare: alle 22 fermo tutto. Se la faccio scendere, lei viola il coprifuoco e la colpa sarà anche mia».

Si girò di scatto verso gli altri passeggeri: tutti erano d’accordo con l’autista. «Ha ragione lui!» o ancora, «Colpa nostra che abbiamo fatto tardi!», furono le cose che sentì ritornando a sedere.

Gli sembrava tutto così surreale, che non riuscì più a dire nulla.
Vide l’autista prendere una copertina dal cruscotto e reclinare il sedile. La gente attorno a lui iniziava a chiamare casa per avvisare che non sarebbero tornati prima delle 6 del mattino. A un certo punto un passeggero disse:

«Se vi va possiamo metterci a coppie così da scaldarci, giuro che non ho cattive intenzioni!», ma mentre lo diceva guardò l’unica ragazza a bordo che, schifata, distolse subito lo sguardo.

Lui invece guardò il ciccione: era sudato sì, ma con tutto quel grasso lo poteva davvero tenere al caldo. Stava per andare a fargli quella proposta indecente, quando l’autista tuonò:

«Siete pazzi! E il distanziamento sociale? Ritornate subito ai vostri posti, nessuno si tocchi!».
Nessuno lo fece, aveva ragione l’autista.
Tutti tornarono a sedere.

Guardò l’orologio: le 22.07.
Di sicuro a quel punto sarebbe già stato a casa, vicino ai termosifoni caldi, con le pantofole ai piedi.
Con quell’ultima immagine in mente, si voltò di nuovo verso il finestrino.

La neve continuava a cadere, rendendo tutto perfettamente immobile.

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di Davide Ceraso

Illustrazione di Simona Settembre


Il 4 è come un bisturi affilato, taglia l’asfalto al suo passaggio e lo ricuce dietro a sé con binari metallici, una cicatrice che divide a metà la città deserta.

Alzo lo sguardo e vedo la nebbia della sera deformare i contorni di case e automobili, ologrammi offuscati di altre esistenze le cui dinamiche, oggi,appaiono insignificanti,lontane anni luce dal mio interesse. D’improvviso sporco e umidità solleticano i gas ionizzati che di rimando scintillano sul pantografo del tram, un lampo accecante che ferma il tempo soltanto per un attimo prima di riavvolgerlo su se stesso. Mi volto e le luci stroboscopiche della discoteca costringono le mie pupille a contrarsi. Poi la scorgo tra le ciglia di occhi socchiusi,poco prima che il cervello metta a fuoco l’immagine.

Ride. Alza un calice di vino. Sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Ci salutiamo. Parla muovendo le mani. Fisso le sue labbra. L’incavo del collo profuma di mandarino, sandalo e vaniglia. Dita intrecciate. Macchie di rimmel sulla mia camicia. Rossetto sbavato. I nostri respiri si perdono uno nell’altro.
Viola abbraccia il mio corpo, nuda, mi stringe e sento i suoi seni premere contro il petto mentre promette che sarà per sempre…

Il tram sobbalza su uno scambio, una mioclonia notturna che riporta la realtà in primo piano e spezza il filo dei ricordi. Lo stridio dei freni rallenta la corsa in prossimità della fermata. Una coppia si alza. La donna, magrissima, è fasciata in un abito rosso plissettato, l’uomo vestito con un impeccabile smoking le tiene una mano intorno alla vita. Sembrano fantasmi, forme vacue, pennellate di colore in panorami vuoti, come i ballerini nei dipinti di Vettriano.
Le porte scorrono verso l’esterno e la notte penetra fulminea nella carrozza con freddi tentacoli che avvolgono le mie gambe provando a tirarmi ancora più a fondo. Resisto, i muscoli irrigiditi dall’acido lattico. Intanto la coppia scende sulla strada buia, il tram riparte con uno scossone e il finestrino sudicio riflette i protagonisti dell’ultima corsa di giornata,volti celati da maschere alla disperata ricerca di momenti che valga la pena ricordare. La vita, d’altronde, è solo un susseguirsi di attimi, ma ci sono attimi che dividono la vita stessa in un prima e in un dopo. E questo è certamente un dopo.

I Blur sussurrano alle mie orecchie quanto sia tenero dormire con qualcuno disteso al tuo fianco.
Impreco sottovoce. Questa notte sarò da solo, per la prima volta dopo molti anni, l’insonnia quale unica confidente cui chiedere il perché Viola abbia raccolto la sua roba e sia andata via per sempre. Non abbiamo avuto figli. Li abbiamo cercati senza che fossero mai una priorità, andava bene a entrambi, una sorta di muta rassegnazione condivisa.
Ci piaceva viaggiare ma ho più fotografie che ricordi.
Leggevamo uno a fianco dell’altra, separati da centimetri che parevano distanze sconfinate,perduti in storie più attraenti della nostra. Forse non era abbastanza.

Sfilo le cuffiette e sento in sottofondo i singhiozzi sincopati di una ragazza che piange e i respiri profondi di un uomo che sonnecchia disteso senza scarpe sui seggiolini. Davanti a me, un poco a sinistra,siede una madre con un bimbo sulle ginocchia. È vestita a strati, quasi indossasse ogni capo del suo esiguo guardaroba. La pelle del viso è un dedalo di rughe profonde che corrono lungo i lineamenti spigolosi, i capelli sono arruffati come pelo di cane randagio. Il bambino, avrà sì e no cinque anni, dondola in sincronia con il tram, la schiena dritta, le braccia lungo il corpo. Sua mamma lo abbraccia, gli carezza le guance, la fronte.
Quella donna non ha nulla, né soldi, né fortuna, né un lavoro, forse neanche un futuro, ma il figlio è il pieno che riempie il vuoto di una vita intera.

Una voce metallica gracchia monotona, avverte i passeggeri che la fermata successiva sarà il capolinea. Io sarei dovuto scendere prima, così da rinviare l’eco dei miei passi tra i muri spogli di una casa ormai priva di sogni, ma non riesco a distogliere lo sguardo dalla donna con il bambino. È il modo in cui lo stringe a sé che contorce le budella, che intorpidisce i sensi, che blocca il diaframma nel mezzo di un respiro. Poi il tram si ferma di colpo, le luci sfrigolano e le porte mostrano il mondo esterno con un ronzio. Mi guardo attorno e nessuno si muove.

Allora rimango anch’io qui, immobile, in apnea, testa china, seduto dentro la carrozza di un tram fermo al capolinea e aspetto senza far nulla, aspetto come tutti quelli che non vogliono scendere da vite a loro modo al capolinea…

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di Federico Cirillo

Alle 2 di notte la vita sul 90 è sempre uguale: tanti posti liberi, qualche passeggero che riposa testa e pensieri sul vetro unto e opaco, un paio di ragazzi che, in piedi, cercano di reggere se stessi e tutto l’alcool che hanno mandato giù, biascicando commenti mentre scorrono la timeline di chissà quale social.

Tutto questo e poi io, che come ogni giovedì ho finito il turno intermedio e aspetto a Termini che ‘sto bus, già in moto, riparta e la smetta di vibrare.  Tutto è come sempre qui dentro e così decido che  anche per me è arrivato il momento di staccare il cervello e di abbronzarmi la faccia con lo schermo dello smartphone.

Non faccio in tempo a sbloccarlo che, come in un testo Shakespeariano, mi ritrovo in compagnia di tre entità: tre donne, una di fianco e due di fronte, si materializzano e mi guardano, come in attesa che io faccia un gesto, un qualcosa, un…

F: Aó, ma te voi sbriga’?

I: eddaje e sblocca

F: dai su Paoletto che c’hai già ‘na notifica…eccola!

Paolo: ma che cazzo? Ma chi siete? Come conoscete il mio nome?

(ridono tutt’e tre)

T: buongiornoDaniele, buongiornoLuca, BuongiornoSonia, BuongiornoPaolo

Paolo: buon…giorno, ma che??

I: il tuo nome? Ahahah ma noi conosciamo tutto di te…

F (inizia a leggere da uno smartphone che tira fuori dalla tasca dei jeans): Paolo Miccari, 33 anni, single, ti piacciono le donne, nato il 18 aprile 1986, ateo, lavori presso FS Ferrovie dello Stato, hai frequentato la facoltà di Ingegneria di Tor Vergata dal 2005 al 2013 – 8 anni, complimenti, ce la siamo presa comoda eh? – 1132 amici, vivi a Roma ma sei nato a Lanuvio, iscritto ai gruppi: sei di Lanuvio se…, Lanuvio unita per il clima, Sardine dei Castelli tutt* in Piazza, Lanuvio Bella&Brutta, Teneri Musetti (lo guarda con aria ironica a sfottò)

Paolo: sì…vabbè era per la mia ex, le mandavo…oh ma insomma??

F: (riprendendo) Smezziamo nel Mezzo del Racconto – mica male bravo – Cuore Giallorosso, Il Romanzo della Roma. Libri preferiti: le frasi più belle di Oisho…continuo?

I: No te prego fermate…guarda Paolè, lascia perde mi zia che sta sempre a fasse i cazzi degli altri…ci facciamo un selfino? (si mette in posa abbracciando voluttuosamente Paolo e clicca) ecco qua: filtro Juno che qua c’è poca luce, hashtag picoftheday, viaggioinbus, Rome, noidue – basta che poi so’ troppi – e ci registriamo a…Terrazza Termini, fa un sacco cool. Dai, postala, che famo rosica’ tutti. Poi facciamo anche una storia, anzi una decina con un po’ di musica, un po’ di GIF, loghi…

T: Greta Thunberg fotografata con la madre su una poltrona da 9.000€ in vera pelle di animale: ritwitto?

F: ma che ritwitti, guarda qua (prende il telefono di Paolo) ci sta un gattino piccolo dolcissimo, lo postiamo con un po’ di glitter e una frase in maiuscolo: QSTO GATTINO E’ PER IL BUONGIORNO DAL MIO CUORICINO, KONDIVIDI IL MICETTO PER UN GIORNO PERFETTO, SE IL GATTINO HAI IGNORATO I TUOI AMICI HAI INDINNIATO, BASTA NEGRI CHE SPACCIANO ALLA STAZIONE DI LANUVIO, STOP AL DEGRADO, TOLLERANZAZERO ETCETCETCETC….che dici posto??

T: L’Europa ci affossa! Italia fuori dall’Euro, ORA! Il Parlamento Europeo è tutta una montatura pan Germanica ecco la dimostrazione. Che faccio Ritwitto e Commento?

I: aó cì, guarda che Laterizio2005 sta live adesso…che dici gli facciamo sapere che ci siamo????

(si accavallano una dopo l’altra)

Paolo: oooh e basta un po’!!! Ma che Laterizio2005 è il figlio di mio cugino (riprende il telefono), e tu (girandosi verso T) che ritwitti e commenti, manco ce l’ho mi sa l’account Twitter

T: Ce l’hai: iscrizione effettuata il 5 maggio 2012. Primo Tweet un’accozzaglia inutile forse copiata dal Laboratorio di Satira di Spinoza e modificata per farla sembrare tua (patetico), hai pure sbagliato l’hashtag…

Paolo: no, è che ai tempi…aó ma fatti i cazzi…anzi fatevi i cazzi vostra…e tu (girandosi verso F che prova a riprendere il telefono) fermate che me fai posta’‘ste cose brutte, ‘ste cose da…cinq..

F: NO! Non dire 50enni che me incazzo!!! Io sono nata coi pischelli, postavamo cose fighissime neanche ieri…

I: eh e mo te ritrovi coi vecchi davanti ai cantieri. Rassegnate zia, è così…spazio ai giovani. Piacere Instagram me trovi nelle app, nella cartella Social, so’a più fashion…me posti?? (accattivante).

Paolo (imbarazzato ma un po’ lusingato e ammaliato): pi…piacere mio…Paolo…che…che devo fa’?

F: Ma lo vedi che sei aggressiva? Non lo vedi che lo spaventi? Basta che metti in mostra ‘ste due…’ste due cose (indicandole il seno) e pensi che sei sulle timeline de tutti i regazzini. Che poi guarda (indica un giovane che con cuffie e telefono si riprende e commenta un gioco ad alta voce) te stanno a preferì Twitch ah bella, altro che tette! Voi fa’ la fine del mio ex marito Youtube eh? Che mo se sta a accolla’ ai terrapiattisti?? Sfigato!!
Comunque piacere mio, (rivolgendosi di nuovo a Paolo) sono Facebook, mi riconosci, sono sempre attiva e ho ben due app. Perché non condividiamo qualcosa, dai…posso riattivare i poke se me lo chiedi,  dai mettiamo un like a CommentiMemorabili?? Giochiamo a PetSociety o a Farmville? Te lo ricordi…avevi certe zucchine! Dai…

Paolo: Mamma mia è un incubo…e tu quindi saresti…(rivolgendosi a T)

T: (meccanica) Twitter piacere, scusa sono presa da una miriade di informazioni non riesco a seguirvi e poi mi sa…aspetta…(urla) TIE’ (Facebook e Instagram si addormentano come svenute improvvisamente proprio mentre il bus si ferma ad uno stop) #Instagramdown e #Facebookdown ! Che figata…guarda come viaggio adesso, ah ridicole! Hashtag “e allora Bibbiano!” Hashtag “mai con Salvini!” Hashtag “Governo Giallorosso!” “Sapevi che la curcuma può guarire dalle lesioni alla spina dorsale? Clicca qui…”, l’ho trovato su Telegram, il mio fratellino piccolo. Dai clicca qui, qui, qui…qui RITWITTAMI!!

Si svegliano F e I e insieme                                                                                  

F,I: aó uccellino del malaugurio nun ce prova’ più, eh? Paolo è dei nostri vero? (strattonandolo)

T: No Paolo, usa me! Informati, diffondi, debunka, analizza, crea una nuvola di hashtag…(cercando di portarlo verso di lei)

Ad un tratto si fermano tutt’e tre e, vedendo che Paolo a iniziato a sorridere a una ragazza seduta dall’altro lato, si girano prima verso di lei e poi di nuovo, guardando Paolo…

F: aó , ma che stai a fa’??

I: ah cì,  guarda che stai a fa’‘na cazzata!

T: Ah coso, quella è minorenne

I: ma guarda questo, se vole butta su TikTok

F: ah bello, a noi quelli come te ce fanno schifo.

T: Ma sai che famo? Te scaricamo noi.

I: ciao sfigato (facendo il segno dell’ hashtag)

L’autobus si ferma al capolinea, Paolo scende e nel mentre disinstalla tutte le app Social dal telefono.

Paolo: oddio che incubo…meglio WhatsApp a sto punto guarda…ma che… (arriva un messaggio proprio da WhatsApp nello stesso momento):

“Ciao Paolo, a Mamma, ti volevo dire che da oggi Whatsapp sarà a pagamento. Se vuoi mantenerlo gratuito invia questo messaggio a 400 persone…”
Paolo: NOOOO!!

Fine.


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di
Federico Cirillo

Gli altri. È sempre pieno di altri qui sul 23.
Tutti diversi ma tutti così diversamente accomunati da una cosa: il tragitto. Anzi no, in realtà da due cose: il tragitto e farsi i cazzi degli altri
Ed eccoli qua: 

«Te dico che è così a Fa’…non ce volevo crede!» 
«Si, ma è assurdo! Ma lei non se n’è mai accorta?» 
«Ma chi, Camilla? Macché! La conosci mi sorella no? Se fidava. D’altronde stanno insieme da quando so’ regazzini!» 
«Si, però checcazzo! Io posso pure capi’ co n’altra, lo posso accetta’: ma così è pesante eh» 
«Pesante sì. Pensa che l’ha sgamato a vede pure i video sull’internet: gli ha preso il telefono e ha trovato di tutto! Foto, video, messaggi co tutti quelli come lui!» 


«Assurdo, assurdo, n’ce se crede. Ma poi così, senza un cenno de preavviso o un sintomo?» 
«Eh, così, all’improvviso. Che poi comunque lui ha sempre fatto parte del gruppo nostro e noi bene o male, stiamo sempre a parla’ de quello. Però, guarda, te posso dì che sinceramente lo vedevo sempre un po’ diverso, sempre sulle sue e a disagio quando se ne parlava…tipo faceva il vago, interveniva poco, non se schierava mai…». 


«Vabbè, ma che c’entra? Uno può pensa’ che non abbia il chiodo fisso e ok.  Ma addirittura così diverso no, dai! Così dell’altra sponda, te l’aspettavi? Eddaje Riccardi’…così no: guarda, io non ce lo facevo proprio. Ma senti, mica l’ha saputo tuo padre? Magari l’ha sentito in giro…? No perché ‘ste cose, lo sai è n’attimo che…». 
«No, no fermate, per adesso no. Gliela stiamo a tene’ nascosta…capirai se devono pure sposa’. Pora Camilla, guarda che pena…st’infame». 
«E tu madre? Che dice tu madre?» 
«E che deve di’? S’è fatta tre segni della croce e s’è rimessa a stende’ i panni…ma che doveva fa’ quella pora donna? Non ce se crede…dopo anni…e ce lo siamo pure portati dentro casa… ‘tacci sui» 
«Assurdo…me fa schifo» 

Così, quella sera, tra Lungotevere Tebaldi e Lungotevere Aventino, sul 23 era scesa una pesante cappa di silenzio.  
 
Poi, d’improvviso, il coraggio di un uomo. Vabbè un ragazzotto in realtà: alto bene o male la metà dei due energumeni e largo quanto l’avambraccio tatuato di uno di essi.  
Occhialetti da vista tondi, pashmina bordeaux e ciuffo scomposto ondulante, decide di affrontare le curate sopracciglia, in quel momento corrugate, dei tipi.

«Bestie – urla non riuscendo a trattenere la rabbia – e trogloditi! Ecco cosa siete! Ma vi rendete conto voi di quello che dite?  “Me fa schifo”, “assurdo” “diverso” e “quelli come lui”.
Sapete una cosa? Siete voi che mi fate specie…e no – azzittendo con fermezza uno dei due con un movimento repentino di un dito – non cercate di interrompermi che ho ragione.
Come potete fare commenti del genere su un ragazzo che ha capito la sua vera natura? Come potete, voi, giudicarlo diverso?
Ignoranti, buzzurri e trogloditi! Ancora con questi luoghi comuni sugli omosessuali e sugli orientamenti sessuali. Che pena, mi fate!». 
Così, girandosi di scatto, scende stizzito a Marmorata, continuando a bofonchiare. 

«Che cazzo ha detto? » riprende uno dei due, sbigottito e mezzo imbarazzato: «Che c’entrano i froci mo’? Mica perché sei della Lazio devi esse pure frocio…e poi – sporgendosi dal finestrino per urlare in direzione del tipo ormai lontano – me stanno pure simpatici a me…- tornando a parlare con l’amico – i froci, mica i laziali!». 
«Anfatti». 

E soddisfatti scendono dal 23, ad Ostiense. 

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di
Lorenzo Desirò

Illustrazione di Ponzzz

504, ultima corsa del giovedì, ore 23:37.

L’ultima corsa dal capolinea è sempre quella più desolante.
Anagnina è una stazione deserta. Pochi autobus pronti a partire, pochi autobus pronti ad arrivare. San Valentino qua non arriva. Nella notte vedo un paio d’ombre in attesa sulla banchina.
Delle loro nere sagome ogni tanto la sigaretta ne accende e ne accenna il volto. 

Pochi suoni e distinti: il rumore del motore acceso dell’autobus; una sirena d’ambulanza che si avvicina, urla più forte e va sfumando fino a diventare un lontano sibilo; qualche colpo di clacson in lontananza; il rombo di qualche macchina che sfreccia nella strada accanto.

Con l’autobus deserto si siede accanto a me una ragazza dai capelli argento. Non la guardo e continuo a guardare fuori dal finestrino, ignorandola.
Mi tocca la mano poggiata sul ginocchio e avvicinando le sue labbra al mio orecchio sussurra: «Stasera morirai».

Lentamente allontana le labbra dal mio orecchio e le fa passare accanto alla mia guancia fino a sfiorarla. Sento il suo calore e il suo profumo dolce. Chiudo gli occhi e immagino che quando li riaprirò lei sarà scomparsa, come un fantasma. Ma non è così.
Lei, i suoi capelli argento e il suo profumo dolce sono ancora accanto a me. La guardo negli occhi. Il suo profumo è così dolce…
Lei è seria e continua a fissarmi con i suoi grandi occhi.
Le dico: «Me lo dici sempre, stai diventando monotona».
Come arrabbiata, si alza di scatto ed esce dall’autobus per poi scomparire nella notte.

Si chiudono le porte e l’autobus parte.
I passeggeri siamo io e il profumo della ragazza dai capelli argento.

Durante il tragitto non faccio altro che cercare di capire in che modo posso perdere la vita: guardo l’autista per capire se sta bene, se ha bevuto, se è in condizione di guidare o meno.
Guardo la strada. Cerco di capire se questo 504 stia andando troppo veloce oppure no.  Penso ad ogni metro del tragitto che percorreremo e a quale curva andremo fuori strada; cerco di intuire se il camion nella direzione opposta possa o non possa venirci addosso provocando uno scontro frontale.  Guardo il cielo e in cerca di asteroidi in avvicinamento…
Dal polso controllo i miei battiti. Mi guardo riflesso nel finestrino e passo in rassegna il mio viso per cercare di capire (ammesso che ci sia un modo) se posso avere qualche malattia. Mi ritrovo a pensare a quanto era bello poter morire solo per una religione e a dove ancora oggi potrei andare per fare la stessa fine di San Valentino.

Poi arrivo alla mia fermata.
Scendo dall’autobus e con cautela attraverso la strada.
Anche stasera salirò a casa, mi metterò a letto e con gli occhi rivolti alla radiosveglia sul comodino aspetterò mezzanotte e un minuto per poi addormentarmi.

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di
Federico Cirillo

Come ogni sera, il 23 riportava stralci di umanità alle proprie case.
Come ogni sera verso le 21, affreschi di vita incrociavano momentaneamente i propri destini dentro quell’autobus. Come ogni sera, sul 23 salivano ritratti di esistenza che arrivavano precisi ad un appuntamento con gli altri: un appuntamento mai preso e per questo spesso rispettato.

Ma quella sera era San Valentino, la festa dell’amore, anche se i passeggeri avevano più l’aria del santo nel momento del suo martirio. Mattia odiava quella festa: che palle portarla sempre fuori a cena per forza (“Ma è San Valentino amore!” diceva sempre). Almeno st’anno me so’evitato la cena, pensava all’altezza di Marmorata/Galvani, Mattia, continuando a toccarsi la gamba dolorante per il post-partita.

 «Mortacci Cla’, ancora me fa male la gamba: quel pezzo demmerda m’è caduto addosso pesante!», disse strattonando Claudio che aveva da poco chiuso gli occchi.

Claudio si girò con la bocca impastata di sonno: «Uhm, guarda che sei te che sei uscito “a valanga”, je stavi quasi a rompe la tibia a quer poraccio».

 «Che cazzo dici? Me pari l’arbitro! Quello m’è piombato addosso quando il pallone ce l’avevo già io, era carica a Cla’, altro che fallo».

«Sè vabbè, Matti’, era fallo…l’abbiamo visto pure noi, dai. Ma poi che cazzo t’ha detto la testa de usci’ così fori dall’area? Pure tiro libero contro ci hai fatto prende. Te devi da’ una calmata Matti’. ’St’anno so già 5 ammonizioni che te pijii, o pe’ fa’ ste uscite o perché devi sbrocca’ all’arbitro. E abbiamo fatto 8 partite. Da quando te sei… vabbè su, lascia sta’».

 «Da quando me so’ cosa?» scattò Mattia. Si conoscevano dall’infanzia e Claudio sapeva di aver toccato un nervo scoperto. «A parte il fatto che de quelle 5 ammonizioni, 3 so’ molto contestabili…non ho capito, finisci la frase: da quando me so’?».

 «Dai Matti’ lo sai, da quando te sei lasciato co’ Valeria sei strano, nervoso. Sbrocchi pe tutto e co tutti: hai attaccato ’na polemica con l’arbitro prima dell’inizio per il fatto che se dovevamo mette noi le casacche…che poi te sei il portiere e manco te la mettevi. E su!».

«Ma che c’entra Cla’, quello è perché me dà fastidio che ‘n se vede lo sponsor de papà. Ma poi che cazzo c’entra Valeria? Che me frega de Valeria? Quella stronza. Anzi proprio oggi so contento che nun devo anna a quella cazzo de cena de San Valentino der cazzo».

 «Appunto» chiosò Claudio, rigirandosi verso il finestrino «e smettila de magnatte le unghie, che schifo» aggiunse irritato.

Il silenzio, accompagnato dal rosichìo nervoso di Mattia, si impossessò nuovamente del 23, lasciando spazio ai rumori di fondo.

Fu allora che Mattia la vide.

«Ao, ma quella?» fece Mattia, ridestando di nuovo Claudio con una gomitata mentre il bus rallentava sull’Ostiense «Guarda che gnocca, Cla’!»

Indicò fuori dal bus un finestrone ben illuminato della palestra che, sul lato opposto della strada, pullulava di vita fitness. Claudio si girò di scatto.

 «Ma chi? La bionda? A Matti’ ma me sa che…».

 «Sì, sì… la bionda! Davanti alla finestra, attaccata alla colonna. Guarda Clà! M’ha visto, me sta a guarda’! Guarda che canottierina che c’ha, co’ tutta la panza de fori! La devo conosce Clà, questo è un segno del destino, proprio stasera che sto da solo dopo…beh…dopo tutti l’anni co Valeria, quella stronza. J’assomija pure, però ammazza se è più fica de Valeria, aoh me guarda Clà…dai scendiamo, scendiamo cazzo, la devo vede’ da vicino, la devo conosce, dai dai». Il viso gli si era tutto acceso e si era spostato verso le porte centrali spingendo freneticamente la richiesta di fermata.

 «Ma che scende Matti’, è fica, ok ma è…» disse Claudio tentando invano di trattenerlo.

«Bella! No fica Cla’, bella!» lo interruppe Mattia offeso «Ti pregherei di sciacquarti la bocca quando parli della donna mia! Dai scendiamo, daiiii».

 «’A donna tua? Ma te sei scemo. Dai che palle Matti’ ma non lo vedi che è…vabbè vaffanculo scendiamo ma ce vai da solo! E pijate la borsa tua, cazzo!» disse Claudio sbattendogli la borsa del calcetto che aveva trascinato fino alle porte.

«Ok, come sto?» chiese tutto eccitato Mattia aggiustandosi i capelli alla fermata e appoggiando i guanti da portiere sul borsone «vabbè ’sti cazzi, tanto è sudata pure lei.  Guarda quanto è bella, me continua a guarda’, sicuro che non vieni?»

 «None! Te credo che te guarda, è na f… »

«Ho detto che non devi parla’ così della donna mia! Fata, si dice è una fata, ok?»

 «No Matti’, intendevo, che è ’na f…»

Mattia già attraversava tutta l’Ostiense preso da un fomento innaturale: «Me lo dici dopo, guardame la borsa» urlò a Claudio correndo «20 euro che me dà il numero?»

Dall’altra parte Claudio urlò di rimando «20 euro che fai ’na figura demmerda?»

 «Annata!» sputò fuori Mattia entrando nella palestra.

Fu tutto rapido e (non) indolore. La ragazza bionda attaccata alla colonna che guardava fisso verso l’esterno. Claudio attaccato di schiena al palo della fermata, in attesa del successivo 23. Mattia che arriva in sala accompagnato da un istruttore. Mattia che arriva accanto alla ragazza. L’istruttore che ride. I frequentatori della sala che ridono indicando Mattia. Mattia che abbassa la testa, si gira sconsolato e torna sui suoi passi. La ragazza bionda che, sempre attaccata alla colonna, guarda sempre fisso all’esterno. Mattia che torna da Claudio, lemme lemme.

«Me devi 20 euro» fece Claudio, secco.

 «Te li do domani. Però me lo potevi di’ che era ‘n poster, ’na cazzo de foto pubblicitaria».

 «C’ho provato, nun m’hai fatto parla’, stavi infojato. Ultimamente ‘n te se pò di’ gnente, da quando…vabbè famo che me ne dai 10. Sali va.».

In silenzio, risalirono sul 23 successivo che, ancora più vuoto di quello di prima, li ospitò senza giudicare.

«Che poi Valeria» disse Mattia con un filo di voce «era pure più fica».

 «Beh, di certo era più in HD».

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di
Leonardo Vigoni


Come al solito
, sali sull’autobus delle 7:35 e, come al solito, siedi al tuo posto (è uno dei quattro in fondo all’autobus, meglio se nel verso di marcia).

Poggi il piede destro tra i due sedili davanti a te e sfili l’iPod dalla tasca sinistra con la mano opposta.
Lo fai scivolare dall’alto sotto la maglietta tenendo le cuffiette ai lati del collo – ognuna nel verso giusto – e lo accendi. Come al solito, conti i quattro secondi e mezzo che impiega per accendersi, resetti il brano in esecuzione, alzi il volume di due, mandi in play come al solito dal tasto laterale, alzi nuovamente il volume – questa volta fino al massimo – e, come al solito, lo riponi nella stessa tasca con il jack rivolto a sinistra.

Come al solito, sistemi lo zaino davanti a te, cinghie allo schienale.

La lampo più grande è chiusa simmetricamente rispetto alle altre? Sì.
Le stringhe scendono dritte ai lati? Sì.

Lo hai posizionato esattame … Diavolo! Possibile che quel tipo al posto dietro l’autista con i capelli rasati e un neo a due terzi tra l’orecchio e l’asta destra dei suoi occhiali blu notte poggiati sulla testa non sia in grado di non ripetere io ogni otto parole (tredici quando il tono della voce è più basso)?! Dannazione, ti ha pure distratto.

E per non farti mancare nulla, una goccia di condensa è caduta dal sistema di areazione dritta sul tuo maglione marrone, creando una macchia più scura larga almeno cinque fibre. Considerando la forza con cui è caduta e risalendo alla sua probabile dimensione originaria, prevedi che si allarghi di almeno due fibre per lato.

Quell’uomo seduto al posto dei disabili che è salito tre fermate prima non si è nemmeno accorto che la sua cravatta ha una piega a sinistra del nodo. Deve essere un principiante; probabilmente è anche destrorso. Sì, le unghie della mano destra lo confermano. Sono tagliate in modo disgustoso.

Finalmente l’egoista ha interrotto la chiamata. Deve aver commesso qualcosa di grosso: non fa altro che sfregarsi la mano, ora.

E questa vecchia seduta davanti a te vicino al finestrino? Accidenti, capisco che non hai un’anima a farti compagnia e vuoi parlare “di tuo marito morto nella Battaglia di Vittorio Veneto il 26 ottobre durante i festeggiamenti per aver respinto gli invasori”. Peccato che tu soffra di demenza senile e sia fuggita da una casa di cura. Il braccialetto al tuo polso ne porta anche il nome. Ah, tanto per la cronaca: la battaglia è terminata il 4 novembre, dunque cercati un’altra storia.

E quei tre alle porte centrali? Andiamo, che urto i fidanzatini talmente innamorati da non rendersi conto di come la propria compagna sia invece innamorata di un altro – proprio del terzo della compagnia, a quanto pare… fratello di lui? In fondo lo spessore delle labbra è lo stesso e le sopracciglia sono uguali; entrambi, poi, hanno gli occhi azzurri chiazzati di rosso, sintomo di un albinismo oculare difficile da scambiare per coincidenza.

Dio… ancora dieci fermate! Questa mattina è un’agonia. Quella donna accanto alle porte se non chiude immediatamente quella borsetta che lascia intravedere quell’assorbente rosa, farà una brutta fine.

E quell’idiota dell’impiegatuccio annodatore-incapace che ha dimenticato il portafogli sul sedile?
Andiamo, Cristo, è troppo facile così! E quando è troppo facile non ti diverti, ma piuttosto cazzo ti imbestialisci!

Oh sì, se ti imbestialisci… e lo sai cosa succede quando accade, sì?!

Devono tutti ringraziarti, però… l’assassino-per-caso egoista che ha finalmente mostrato i calzini bianchi macchiati di sangue ancora fresco… la signorina adultera che tradisce il compagno addirittura con il fratello, il quale – mi dispiace, tesoro – è un omosessuale con tendenze suicide (i tagli sui polsi ti eccitano? Che pervertita!)… per non parlare di quella lì, che va al lavoro fingendo di avere il ciclo per salvarsi dalle ramanzine del capo! Ci vai già a letto, vero bellezza? O vuoi dirmi che quella cravatta nella borsa è tua?! La nonnina, poi, non la devi nemmeno considerare: dal colorito della sclera le puoi dare un’altra settimana prima che il tumore le mangi il cervello e cada in coma, se la fortuna è dalla sua parte.

Beh, almeno una ricompensa ce l’hai: è il portafogli dell’impiegatuccio. Ora ti alzi e lo prendi, così scopri dove abita. Ma guarda… il documento è di un altro! Divertente…

Facciamo così: appena torniamo a casa, io e te, e riprendiamo la pistola che da idiota hai lasciato all’ingresso, prenderò io il controllo e farò una visitina al fortunato che si è fatto derubare da qualcuno che con quelle mani farebbe meglio a farsi un nodo scorsoio attorno al collo con la cravatta …

Un caricatore sarebbe bastato, se l’avessimo avuta con noi fin dall’inizio?

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di
Annalisa Maniscalco

 

«Lasci stare la ragazza.»

Ha la stessa età di mia figlia, realizzò Morelli, e strinse di più la presa.

L’uomo lo fissò interdetto, lo sguardo colmo di una strana, smisurata dolcezza. Morelli, di colpo dubbioso, lo lasciò andare, ma non si arrese: «È passato senza biglietto, devo farle la multa».

«Ho l’abbonamento, solo che… l’ho lasciato a casa

Morelli sbuffò, ma l’uomo pareva sincero.

«Facevo due passi sotto al mio vecchio liceo» spiegò. «Sono andato in pensione un mese fa, e avevo, non so dirle, nostalgia».

Morelli, impietoso, compilava il verbale.

«A volte andavo a scuola a piedi, specie in una giornata così, ha visto che sole?» tentò l’uomo, invano. «Ma oggi, fuori da quel cancello, per la prima volta mi sono sentito… stanco. Così ho deciso di prendere la metro; e quando sono arrivato qui ho scoperto di non avere la tessera».

Alcuni ragazzi rallentarono, cincischiando ai varchi e ridacchiando fra loro.

«Sono solo quattro fermate» mormorò l’uomo.

«Non c’entra» ribatté Morelli, a voce alta per farsi sentire dagli studenti. «Una, quattro oppure cento, lei ha commesso una violazione. Avanti» abbaiò ai ragazzi, «passate e liberate quei tornelli.»

«Non se la prenda» gli bisbigliò l’uomo, «ce l’hanno con me: il vecchio professore colto sul fatto

Morelli lo guardò. Quell’uomo era in pensione da un mese e ancora non si rassegnava. Qualcosa, all’improvviso, glielo avvicinò: specie ora che la sua vita ricominciava, a cinquant’anni suonati, neanche Morelli osava pensare al giorno in cui avrebbe dovuto lasciare il lavoro.

«Senta» concesse infine «io non posso non farle la multa. Ma se lei va a prendere l’abbonamento e me lo porta qui entro due ore, vedrò di annullarle il verbale».

Un sorriso minuto si insinuò tra le rughe dell’uomo. Dichiarò le proprie generalità senza esitare, e un paio di studenti, salutandolo, ne confermarono il nome.

 

Il nome che campeggia sul verbale della multa.

Il 502 percorre un viale Don Bosco fitto di automobili. Morelli, che da ragazzo frequentava quel quartiere, ricorda quando la linea A della metro era ancora in costruzione, e il tram sferragliava dove ora s’aggrumano i parcheggi. Il tram: lo aveva preso con una ragazza, lungo la stessa direzione, in un giorno di gennaio 1980; erano le ultime corse di quella linea, lui era giovane e non lavorava ancora per l’Azienda.

Sorrise tra sé e sé, perché quel giorno erano saliti senza biglietto.

L’aveva incontrata davanti agli studi di Cinecittà: lei sognava di diventare attrice, e nel frattempo faceva la comparsa. Morelli aveva finto di riconoscerla, di averla vista in un film di Comencini, e lei, lusingata, si era lasciata offrire un caffè.

Si chiamava Marina. Avevano parlato a lungo, sempre più vicini, poi lui l’aveva convinta a farsi accompagnare a casa. Sul tram avevano giocato a indovinarsi le battute dei film, e Morelli si divertiva a depistarla perché il sorriso di lei, dopo il cruccio, era come il profumo del pane quando si svolta un angolo. A piazza dei Tribuni erano scesi saltando dal predellino, e la gonna di Marina si era sollevata per una folata di vento

 

«Attento…!»

Morelli si sbilancia in avanti e sente il vuoto nelle budella. Poi, all’ultimo, uno strappo, e si ritrova tra le braccia polverose di un operaio.

Ai suoi piedi, una voragine oscura lo attira dal cuore dell’asfalto.

«Per poco non s’ammazza» esclama l’operaio.

Il sangue di Morelli si diluisce, disertandogli il volto. Si rimette sui suoi piedi e si allontana incespicando.

Marina, pensa per calmare il cuore, Marina! Ma ha la vertigine nelle viscere e il sudore nel colletto. Abbiamo vagato per il quartiere, ripete tra sé, cercando un panorama che non esiste più. Davanti alla sua porta l’ho baciata come in un film, ricorda, le labbra secche. Cinque anni dopo ci siamo sposati, si consola invano, annaspando.

E ora, Marina se n’è andata via.

 

Morelli batte le palpebre per mettere a fuoco il verbale, insegue il civico del multato, si arena davanti a un gradino. Nulla più di una ruga di pietra, ma è il primo di una scala che si inabissa verso un seminterrato.

Le mani di Morelli tremano senza scampo. È per la pensione, si incoraggia, ma dentro di sé si divincola: la scala gli sembra il buco in cui prima stava precipitando. Ho passato i miei migliori anni sottoterra, si ripete, ma quel pensiero, per la prima volta, gli suona nero: perché è per questo che Marina lo ha lasciato.

È per mia figlia, e per il suo bambino, tenta infine, stringendo i pugni, e si convince.

In fondo alla scala c’è un vecchio cancello, che cigola ma si lascia aprire. Poi, una porta socchiusa: Morelli bussa e spalanca il buio.

Il pavimento scricchiola di detriti; gli interruttori non rispondono. Morelli sblocca il tablet con dita malferme e la multa rischiara un disordine inerte, antico.

«Professore» chiama Morelli con voce che cede.

Silenzio. L’aria è spessa di deserto e d’abbandono.

Sul tavolo impolverato, qualcuno ha posato un mazzo di chiavi, come se contasse di riprenderlo di lì a poco.

Sul muro, un po’ sbilenco, un calendario del 2011.

Poi, dal buio emerge il profilo solido di un divano, con un’ombra immobile rannicchiata intorno a un bracciolo.

Un’ombra scavata, distorta, troppo ferma, con indosso un soprabito leggero: di quelli che si portano a primavera, nelle giornate di sole.

Tra le dita consumate, la ricevuta pallida di una multa, e un vecchio abbonamento della metro.

 

«È lei che ci ha chiamati?»

«Sì.»

«Lo conosceva?»

«Non proprio.»

Aveva l’età che ho io adesso, pensa di colpo Morelli, e si stringe nella giacca.

«Perché era a casa sua, allora?»

«Per quella multa. Per riscuoterla

Ma il professore è morto prima di pagarla. La scientifica, il giudice, il liquidatore: ci vorrà del tempo.

Molto tempo.

Il commissario lo osserva. «Si sente meglio, adesso?»

Morelli espira. La sua pensione può aspettare.

«Meglio, sì.»

Il commissario lo lascia andare. Morelli si è appena avviato quando il poliziotto lo richiama.

«Sa se c’è qualcuno che possiamo avvertire?»

L’auricolare di Morelli si mette a vibrare. È sua figlia.

Io sono l’ultimo che lo ha visto vivo, realizza Morelli, col ricevitore che gli trema insieme alle dita.

Io sono l’unico che è venuto a cercarlo.

Morelli scuote la testa e se ne va, il cuore vivo e spaccato in fondo al petto.

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di
Annalisa Maniscalco

 

«Resta solo una vecchia questione» dice l’impiegata, fissando il monitor.

«Come sarebbe a dire» esclama Massimo Morelli, controllore del trasporto pubblico cittadino.

«È quasi tutto a posto» lo blandisce la donna, «salvo…»

«Impossibile.»

«…una multa del 2011…»

«Il mio stato di servizio è impeccabile.»

«…mai pagata

Morelli sente che le sue mani hanno ripreso a tremare. Gli capita sempre più spesso, ultimamente. Per punirle, le sprofonda nelle tasche.

Inspira. «Lei saprà di certo suggerirmi la soluzione

«Non io» si schermisce l’impiegata, «ma le ultime direttive della sua Azienda. Il pensionamento viene approvato solo se non ci sono pendenze».

Morelli alza gli occhi al cielo: «Sono passati solo dieci anni, del resto».

«Ci sarà pure un ufficio di recupero crediti.»

«Ci sarebbe. Ma vede» ammette Morelli, e per la prima volta esita, «devo proprio andarci, in pensione

L’impiegata lo guarda di sottecchi e Morelli sente che, dopotutto, quella donna ha pietà di lui.

«Risolverò la cosa» annuncia, raddrizzandosi. «La riscuoterò di persona.»

 

«Ecco, lo sapevo.»

«Stai tranquilla, ti dico. Sto già andando a cercare il multato

In piedi a una fermata dei bus, l’auricolare ben calcato in un orecchio, Morelli sblocca il tablet, apre il verbale della multa, confronta l’indirizzo con i toponimi sulla palina e decide per il 502, direzione Tribuni.

«Si può sapere chi è questo stronzo?»

«Francesca, abbassa la voce» sibila Morelli nell’auricolare. «Chi vuoi che sia, un poveraccio. Il nome non mi dice niente.»

«Vabbè, mi chiamano per l’ecografia. Trovalo e sistema la faccenda, ti voglio libero e pensionato entro la trentaseiesima settimana. Papà» aggiunge, di colpo mormorando «almeno tu… ci conto».

Morelli si toglie l’auricolare, ignorando le dita che tremano. Il suo respiro si è fatto corto ma, pur di non ammetterlo, si convince che i lacci delle scarpe si sono allentati, e solo per questo si autorizza a sedersi sotto la pensilina. Quando lacci e respiro sono tornati a posto, Morelli si concentra sui dati del multato: nato a Roma dieci anni prima di lui, pensionato. Fin qui, tutti dati irrilevanti; ma è la data del verbale a colpirlo — un lunedì di primavera del 2011 — perché Morelli riconosce il primo giorno del suo reimpiego sul campo.

Stai a vedere, pensa, che questa è stata la mia prima multa.

 

Dieci anni prima, la carriera di Morelli aveva registrato una svolta. L’Azienda, in crisi profonda, aveva coinvolto fino all’ultima risorsa per risollevarsi: ogni multa comminata era un gradino della lunga scala che doveva portare tutti fuori dal burrone. Morelli, bloccato da anni nello stesso paludoso ufficio, inviso ai colleghi per la sua puntigliosità, aveva colto al balzo l’occasione per farsi reimpiegare; l’Azienda gli aveva affidato i varchi della metro e lì Morelli si era distinto grazie a doti fino ad allora inespresse: individuava con un’occhiata i contravventori, agiva con slancio e a dovere, mai stanco della missione, mai rassegnato al disordine. Così, giorno dopo giorno, ai tornelli di questa o quella stazione, affrontando la folla che sciamava nei tunnel, Morelli si era sentito come se gli avessero dato le ali, e gli avessero spalancato una finestra.

 

Arriva il 502; il controllore sale e, per deformazione professionale, cerca lo sguardo dei viaggiatori, per scoprire quel disagio un po’ umido con cui si manifesta il torto; ma il bus a quest’ora viaggia vuoto. Allora Morelli prende posto vicino al finestrino, apprezzando l’ampiezza del vetro, la luce che lascia filtrare, nonostante le impronte di pioggia fuori e, dentro, le tracce di fronti ignote.

La sua carriera era decollata quando l’Azienda lo aveva promosso ai mezzi di superficie, dove si annidano i furbetti più inveterati, quelli che contano sull’assenza dei tornelli per farla franca. Morelli, inflessibile con chi si ostinava a infrangere una regola tanto chiara — ma come si fa, pensava, a essere così cretini! — aveva dispensato multe senza appello, accettando i doppi turni al posto dei colleghi e arrivando ad aggiudicarsi un premio aziendale.

Ma ormai i contributi erano maturi, il bambino di sua figlia era in arrivo, e quelle maledette mani tremavano sempre più spesso, da quando sua moglie, stanca di aspettarlo, lo aveva lasciato per un collega meno zelante.

 

Morelli respinge quel pensiero, respira a fondo finché le dita si calmano un poco, e ricostruisce il suo primo giorno sotto la metro.

Quel lunedì i suoi colleghi, più per calcolo che per cortesia — l’Azienda prometteva il rinnovo del contratto ai controllori più rigorosi —, lo avevano messo a guardia degli ingressi, perché la sua presenza ricordasse agli utenti di munirsi del biglietto. Quando ormai Morelli disperava di poter dimostrare il suo valore, dai vicini licei si era riversata nei tunnel una turba di adolescenti sudaticci e famelici, disarmonici e ostili. Ma anche questi avevano tutti l’abbonamento, e lo esibivano con irriverenza, lanciandosi gridolini da un tornello all’altro.

«Ammazza aoh, i controllori pure oggi! Se vede proprio che stanno nella merda!» aveva bisbigliato un ragazzo biondiccio, ma in modo che Morelli sentisse, dando di gomito a un coetaneo irto di brufoli.

«’Sti morti de fame» aveva confermato il compare, che mostrava l’abbonamento con dita molli, tenendolo sottosopra.

Morelli soffiava dal naso e cercava una preda, per far vedere a quei mocciosi di cosa era capace. Fu allora che notò quell’uomo: attempato, dimesso, insospettabile, con un movimento sinuoso si era accodato a una studentessa e, il corpo incollato alla sua schiena, il naso premuto sulla sua nuca, le mani chissà dove, aveva eluso il tornello approfittando del passaggio di lei.

Lo stupore per un’infrazione così spudorata, l’imbarazzo per una scena che puzzava di viscido, e l’impressione che il tutto si fosse svolto sotto i suoi occhi, ostentatamente, nonostante lui, erano deflagrati, nell’animo frustrato di Morelli, in un impeto incontenibile di rivalsa. Aveva lasciato che l’uomo lo superasse, a occhi bassi e sulla scia della ragazza; poi, con uno scatto da leonessa, l’aveva ghermito per il gomito e l’aveva costretto a voltarsi.

 

[continua – Parte seconda]

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una serie
di:
Arundo Donald

 

 

 Satif non era una persona. Non era un semplice gruppo e soprattutto non era l’acronimo di una partecipata dei rifiuti. Satif era un’idea. La migliore idea della storia….

 

 Capitoli:

 

 1 Personaggi

2 Uno, due e tlé

3 Piano infallibile

4 Tondini

5 Avanti tutta

6 Tutti presenti

7 Voglio andare alle Canarie!

8 Finale epico

 

(I personaggi di questo racconto potrebbero essere di fantasia)

vai all’episodio #01

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di
Arundo Donald

Capitolo ottavo. Finale epico

 

Andre e Viky si erano conosciuti al liceo artistico. Lui un cazzone, lei una secchiona, durante i primi anni non si erano mai neanche notati. A legarli fu la musica. Un giorno, andando in gita a Pompei, lei gli si era seduta vicino sul pullman (solo perché i posti erano tutti finiti) e lui le aveva passato l’auricolare. In un certo senso la loro amicizia fu siglata dai R.A.T.M. durante un campo scuola di merda ai piedi del Vesuvio. Non proprio come se Zack de la Rocha li avesse presentati durante un festino a base di droga su una spiaggia di Cisco. Ma comunque era fico, si poteva raccontare. Conan lo avevano conosciuto strafatto a qualche festa nei centri sociali di Roma, a base di erba e rock da paura. L’idea di Satif era nata per caso, una sera.
Di tutt’altra pasta invece, tra le varie tecniche apprese sotto le armi, oltre ai microsonni diurni e allo smercio di riveste porno, Nando si era specializzato nel corpo a corpo col fucile a baionetta. In pratica. caricare qualunque cosa respirasse, travolgendola. Più che per la destrezza nell’uso del fucile, in quella disciplina il parà si distingueva per la stazza e per la perseveranza nell’attacco, tipica, forse, solo del cinghiale gravido nordafricano.

 

Tiziano scaricò una tripletta sibilando come un compressore ben caricato. Nell’atto fu tanto composto che per un attimo il gesto sembrò innocuo. Uno strumento a fiato ben accordato aveva suonato tre lunghe note dentro l’autobus. Brevi, invece, furono i due secondi che bastarono a far ricredere tutti i presenti. I sedili più vicini quasi si sciolsero per le esalazioni e gli occhi delle persone cominciarono a lacrimare come fontane impazzite.

Nando fece ancora qualche passo verso la testa dell’autobus puntando il Pomata, ma la mancanza di ossigeno cominciò a stordirlo. Se la sua espressione poteva ricordare quella di tanti anni prima, il suo cervello era ormai poco più che una medusa abbandonata al sole. Fece un altro urlo, colossale, e sollevò il fucile verso l’alto come uno scimpanzé incazzato sfoggerebbe il suo bastone.

Sconvolto da tanta mascolinità, Tiziano azzardò un’ultima nota, che per le dimensioni sembrò un accordo a due mani e l’aria fu saturata del tutto da orribili mix di gas naturali. Tutti cominciarono a sragionare. I Coli intestinali dell’artista avevano sconfitto il microclima locale. In quell’autobus, ora, non valevano più le leggi della troposfera, ma le teorie tetraedriche dei combustibili gassosi.
Il giovane conducente si ritrovò a Imola a schiacciare sul pedale. Finalmente il suo sogno di pilota professionista si era avverato e lanciava il filobus a tutta velocità verso gli archi di Porta Pia. Ormai neanche la guardava più, la strada.

C’era gente che ballava. Un paio di anziani nuotavano abbracciandosi sul pavimento. Il Pomata non provava più quel terribile prurito al culo ed era collassato a terra col sorriso di un bambino. Conan faceva surf sulla schiena di una signora. Andre e Viky pomiciavano di santa ragione come fossero a letto nella loro prima notte d’amore.

L’autobus si era trasformato in una grande festa di colori a base di allucinogeni. Franci intonò Give Peace a Chance di John Lennon e i passeggeri cominciarono a sbattere i piedi seguendo il ritmo. Tiziano, che sentiva la canzone per la prima volta, ne apprezzò il ritmo e si mise a cantare improvvisando le parole.

L’autista, colto da chissà quale allucinazione, svoltò bruscamente verso Castro Pretorio, evitando Porta Pia, e si diresse correndo verso la Tiburtina. A causa della sbandata improvvisa, lo zaino con la tanica di benzina fu catapultato fuori dal finestrino oltre le mura Aureliane, finendo nella fontana dell’ambasciata inglese. In quel momento si svolgeva il meeting annuale della diplomazia. L’esplosione creò un gioco pirotecnico favoloso che lasciò a bocca aperta i diplomatici di tutto il mondo. Il giorno seguente Virginia Raggi avrebbe dichiarato di aver organizzato lei la sorpresa sotto consiglio del movimento cinque stelle, ma Beppe Grillo avrebbe poi smentito tutto sul web.

 

Intanto era scesa la sera. L’autobus in poco tempo aveva raggiunto le campagne romane dalle parti dei Castelli e i partecipanti alla festa avevano deciso di far tappa per cantine. Tiziano Farro prese a bere solo bollicine, nella speranza di sintetizzare nuovi fluidi psicotropi.

Al gruppo del 60 express si aggiungevano sempre nuovi componenti e non se ne perdevano mai dei vecchi. Persino diversi monaci dell’Abbazia Greca di Grottaferrata furono visti salire a bordo intonando inni e partecipando alla grande festa. La natura, tutt’intorno, accompagnava quel viaggio creando un copione tanto bello da sembrare scritto apposta. L’autobus attraversò campi, guadò fiumi, s’inerpicò sugli Appennini, facendo alzare in volo le cicogne e mettendo in fuga interi branchi di cinghiali selvatici.

Nando finalmente raggiunse il Pomata. Non ricordava affatto il motivo per cui prima provasse tanto odio. In realtà non ricordava neanche che cazzo stesse facendo su quell’autobus. I due si abbracciarono e condivisero un quartino di Malvasia Gialla Puntinata di Montecompatri, che scolarono alla goccia. Poi passarono al rosso sincero, freddo di frigo.

Da quel momento in poi, nessuno vide più quell’autobus.

 

Qualche leggenda dell’entroterra turco narra di un gruppo di stranieri (yabancıların) che furono visti festeggiare in un pullman (otobüs) vicino al confine con l’Armenia. Mentre dei pescatori indiani avvistarono un autobus italiano sfrecciare su una spiaggia del Kerala con a bordo molte divinità scalmanate.

Negli anni successivi, di pochi si ebbe nuovamente traccia. Ida e Franci si stabilirono con Karlos Marranos in Brasile e cominciarono a lavorare nella sua ONG. Viky, che da Andre ebbe due gemelli, diventò il capo di una multinazionale molto importante. Tiziano Farro non tornò più. Diverse persone giurarono di averlo visto in giro per il modo ad assistere a molti dei più bei concerti metal della storia. C’è chi giura perfino di averlo visto cantare e mangiare piccoli volatili insieme ad Ozzy Osbourne.  Il mondo, alla fine, fu dunque un pianeta migliore.

A morte il trash!!!

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di
Arundo Donald

 

Capitolo settimo. Voglio andare alle Canarie

 

Le fresie erano veramente freschissime ed emanavano un profumo pungente. Tiziano infilò il naso dritto nel mazzo e fece una bella sniffata, lasciando che l’aroma lo pervadesse inebetendolo. Ogni fibra del suo corpo si contorse rabbrividendo e il cervello gli si sciolse nel cranio colando giù fino ai piedi.

Aveva indosso dei grandi occhiali neri marca VIP che usava per nascondersi e passare inosservato. Al collo portava il suo foulard arancio selvatico preferito, con sopra ricamati i pappagallini colorati. Era alla fermata e aspettava.  Il cornetto al lampone era stato ottimo ma ora si sentiva gonfio e costipato. La pancia premeva contro i pantaloni e una fitta gli opprimeva le budella. Si guardò intorno. Poi scorreggiò.

L’aria circostante la fermata divenne rarefatta per un raggio di due metri. Pareva via di Malagrotta nel mese di luglio. Provò a trattenersi, ma quella fu solo la punta di un iceberg.

 

A bordo del 60 express la situazione procedeva timidamente. Sembrava quasi che prede e predatori si studiassero a vicenda. Se in fondo all’autobus Nando escogitava il modo per ottimizzare l’offensiva, tra le file centrali Satif cercava il posto migliore dove posizionarsi. Il Pomata era distrutto e aveva abbandonato la fronte contro un finestrino. Ida si chiedeva se Franci avrebbe mai fatto in tempo per la colazione.

Viky lentamente spostò il braccio allontanandolo dal fianco e, con dolcezza e disinvoltura hollywoodiane, afferrò delicatamente la mano di Andre. Il cuore le pulsava a mille e non stava respirando. Quando anche lui, lentamente, ricambiò il gesto serrando la mano, finalmente ricominciò a prendere aria. I due non si guardarono né si parlarono.

L’autobus rallentò, emettendo il rantolo affaticato dei freni esausti. Si fermò accucciandosi leggermente dal lato delle porte e sbuffando aria si concesse a Franci. Masticando l’ultimo pezzo di mela, il ragazzo salì dal retro. Con grande borghesia, gettò fuori il torsolo finito e si pulì le mani sui calzoni. Poi le porte si richiusero, ingoiandolo.

Lasciatevi alle spalle ogni pensiero, non fate cose azzardate, ma fate la cosa giusta. Volate alle Canarie!

I neuroni di Conan erano partiti. Nel senso che per la prima volta sentiva di aver avuto un’intuizione, di aver capito le cose. Forse solo… di avere dei neuroni! Non poteva morire senza aver mai volato; visto altri paesi; essere andato a letto con un’erasmus sbronza sopra un pedalò. Insomma, non poteva finire così.

«Io mollo» disse timidamente agli altri.

Ma Andre e Viky neanche lo sentirono. Stavano avendo un dialogo bellissimo, una discussione intensa senza parole, solo attraverso quella stretta di mano.
La mano di Andre stava dicendo: «Sì, è vero che ti ho sempre definito stronza e probabilmente perché lo sei, però quando ti vedo tutto va meglio. Il sangue è più fluido, la vista migliora, perfino il mondo sembra non essere poi solo una grande cacca cosparsa di vegetazione».

E la mano di Viky rispondeva: «Ma lo so, sciocchino, ricordati che tu fai quello che dico io, perché sei l’uomo e quindi l’essere inferiore. Comunque mi piaci da morire e poi quello che hai detto tu però sempre un po’ di più».

«Io mollo! Ma mi state ascoltando? … Ehi? Ho detto che mollo!! Stop; fine; caput!!!»

Andre fece per ribattere alle parole di Conan, ma improvvisamente fu distratto dalle grida delle persone nell’autobus.

«Avete visto? È lui… è Tizianone Farro!!!»

«Guardate… sta per salire alla fermata!»

L’autobus aveva raggiunto la fermata successiva. Quando le porte si aprirono, da quella anteriore comparve un’accozzata di colori con sopra la testa di Tiziano Farro e un leggerissimo lezzo di cavoli cotti si percepì nell’aria.

Conan afferrò Andre dalla maglietta e lo portò vicino.

«Non possiamo farlo oggi… non oggi, cazzo!»

«Smettila!!!» ribatté Andre, stringendo in una mano la stringa dello zaino e liberandosi con l’altra dalla stretta dell’amico.

La gente continuava ad animarsi vistosamente.

«È lui, è lui, ne sono sicura!»

«Ma dici?!?!»

«Sì, sì, al cento per cento!»

Le grida poi esplosero letteralmente, diventando fortissime. C’era perfino qualcuno che sbatteva i pugni ai finestrini. Andre si chiese come fosse possibile. Neanche al concerto dei Guns a Bilbao aveva visto scene del genere. Le grida aumentarono copiosamente: «Aiuto, aiuto!!» Andre non ci voleva credere. Poi un ruggito grottesco ammutolì per un istante il marasma generale: «Dove sei?!? Dov’è il sudicio maiale maledetto?!?!»

Nando imbracciava minaccioso il fucile. Aveva fatto la sua mossa.

Tutti ripresero subito a strillare più forte, così che nell’autobus non si riusciva neanche a sentire i propri pensieri. Era l’Inferno dantesco rappresentato in un unico girone. Era l’inizio del caos.

 

Nonostante il mezzo fosse già teatro di guerra, quel giardino delle delizie metropolitano avrebbe presto visto un ultimo atto; un finale eclatante e imprevedibile, partorito da personaggi senza vergogna e disposti a tutto pur di completare il loro percorso.

Viky si strinse ad Andre con tutta la forza. Conan, in trance, ripeteva di voler andare alle Canarie. Come se chiamato in causa, Tiziano fece un peto eclatante, talmente colossale che tutti nell’autobus cominciarono a tossire. Il terrore lo aveva contratto a tal punto che un vulcano d’aria tossica era fuoriuscito dal suo corpo, liberandolo.

 

L’atmosfera ora era mefitica e l’autobus un pandemonio. Sembrava un pianeta lontano. Forse il Pianeta ATAC.

L’autista accelerò, puntando Porta Pia.

[continua – Vai al finale epico! – capitolo #08]