Anastasia Coppola - Peyote View More

di Leonardo Dragoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

Corre voce che “la combinazione del Peyote” sia un miscuglio fatto di colla di calzolaio, semi di “Gorilla Glue” e qualche altro intruglio chimico dagli effetti apocalittici.
Una dose mi costa come l’incasso di un turno di notte.

Sono le tre e un quarto quando il display s’illumina e il cicalino mi segnala la corsa.
A quest’ora mi aspetto una prostituta che ha lavorato a domicilio e torna a casa. Nei due minuti che mi separano dall’indirizzo cerco di immaginare che profumo avrà, come potrà essere.
Scommetto con me stesso che si tratta di una transessuale di colore.

Invece sale un tizio anonimo che si siede davanti, di fianco a me.
Almeno così ho creduto, perché cento metri più avanti m’accorgo che invece quel tizio è seduto dietro.
Mi accorgo anche che non è affatto anonimo, perché è un nano.
Sono confuso. Deve essere qualche effetto collaterale di questa robaccia.
Comincio a guardarlo dal retrovisore e lui se ne accorge. Allora anche lui comincia a fissarmi.

Vorrei domandargli cosa ci faccia lì dietro, visto che un minuto prima s’era seduto davanti. Invece è lui a parlare per primo:
«Non lo accende il tassametro?»
«Subito, mi scusi!»

Cavolo. Eppure ero sicuro di averlo acceso.

Le sostanze che assumo trasformano le percezioni, ne alterano l’intensità, ma non mi rendono un visionario e non provocano allucinazioni. Quindi non riesco a spiegarmi cosa stia accadendo.
Quando quest’uomo è salito a bordo era una persona di media statura e si era accomodato davanti.
Ne sono certo. Invece mi ritrovo un nano seduto sul sedile posteriore.

«Non sarà mica uno di quei tassisti musoni? Il percorso è abbastanza lungo, parliamo di qualcosa, vuole?»
«Certo, perché no?».

D’un tratto ho l’impressione di viaggiare alla velocità di un razzo.
Il mondo si distorce al mio passaggio.
Mi volto indietro a guardare il cliente, voglio leggere il terrore nei suoi occhi e vedere la sua espressione mentre ci schiantiamo in tangenziale e diventiamo poltiglie al sugo, spappolate sul cruscotto. Invece quello ha un’espressione talmente serafica da convincermi che la velocità è solo un’illusione. Un quadro futurista.
Infatti sto guardando dietro, eppure non ci schiantiamo. Rimango a guardarlo aspettando che urli “guardi avanti!”, ma non lo fa.
Sorride, invece.

«Parliamo del senso della vita. Qual è il senso dell’esistenza, secondo lei?».
Parlare del senso della vita in una notte di ferragosto, imbottito di droga dentro un abitacolo con un nano del cazzo. Riesce difficile immaginare qualcosa di più onirico.

«Non è proprio semplice», dico.
«Provi»
«Trovare delle risposte?»
«Interessante. Ma a quali domande?»
«Non saprei…»
«Provi»
«Forse è proprio trovare delle risposte a domande come la sua, domande come: “qual è il senso della vita?”».
«Forse»
«E lei ne ha trovate?»
«Cosa?»
«Di risposte alla domanda, dico, ne ha trovate?»
«No»
«Ne è certo?»
«Una, forse»
«Sarebbe?»
«Il senso della vita è qualcosa di così grande e profondo, che sarebbe da sciocchi pensare di coglierlo. Non crede?»

Non rispondo, forse ha perfino ragione.
Ai miei lati la città sfreccia in mille colori stonati, luci allungate dall’eccesso di velocità. Sembra un quadro di Balla. La mia tipa mi ha portato a una mostra sul futurismo la settimana scorsa. Mi dico che non è grave, che siamo ancora nell’ambito delle sensazioni. La velocità, non è forse una percezione? Poi però guardo di nuovo nel retrovisore e quel che vedo non è più soltanto un’impressione: quell’uomo ha indossato una strana maschera bianca, da clown. No, non proprio da clown, ma da marionetta. Meglio ancora, non è una maschera.
Quell’uomo non è più un uomo, è diventato una marionetta.

Trasfigurato.
È di legno, e – insisto – lo è davvero, non soltanto nel mio mondo tossico, di percezioni alterate dalla chimica.
Questo deve essere chiaro.

Mi dice: «Non è forse per questa ragione che lei si droga?».

Fa caldo, non ho dubbi neanche su questo.
Ma quando la marionetta parla, dalla sua bocca esce del fumo della stessa consistenza del vapore generato dall’alito caldo a contatto con l’aria fredda.

Cosa diavolo sta succedendo?
Decido di mischiare le carte.
Concentro tutta la pressione che posso sul piede destro e pigio sul freno come un ossesso. Tutto quel che ottengo è rendermi conto di un’altra stranezza. La marionetta non è più da sola, ma con la sua famiglia. Sul sedile posteriore adesso ho quattro marionette.
Padre, madre e due figli. Mi fissano.

Sbotto a ridere.
Stavolta il Peyote m’ha rifilato un allucinogeno pazzesco!

Allora grido ridendo: «Cazzo! siete in quattro adesso!»
«Siamo sempre stati in quattro, signore»
«E se ora freno bruscamente?»
«Cosa?»
«Diventerete otto? Sedici?».

Si guardano come se avessi detto una cazzata e cominciano a parlottare tra loro. Sembra parlino una strana lingua. Forse Amish, uno strano dialetto tedesco. Mentre parlano mi accorgo che in effetti non sono quattro, perché ci sono anche altre piccolissime marionette che camminano sul sedile posteriore. Non le avevo notate prima, forse per le loro dimensioni ridotte, più piccole di un playmobil.

«Ma quanti siete là dietro?»
«Non c’è nessuno qui dietro signore. Siamo tutti nella sua mente».

Giorni fa ho letto un libro sul Biocentrismo.
Non ci ho capito molto, però cercava di convincermi che nulla esiste davvero, al di fuori del mio pensiero.
Forse il nano (perché quello è un nano, una marionetta di nano) mi sta dicendo proprio questo? 
Ma se così fosse, anche lui, il nano – la marionetta, il clown, quel coso insomma – esisterebbe solo nella mia testa.

A questo punto comincio a vedere marionette ancora più piccole camminare anche sul cruscotto.
Qualche impulso proveniente da qualche parte nel mio cervello mi ordina di strizzare forte le palpebre, fino a farmi male.

Poi riapro gli occhi. Sono ancora lì. Sempre più numerosi.

«Ma quanti cazzo siete?»
«Prima che tutto questo divenga il manifesto di un nuovo esistenzialismo, o forse una specie di teatro dell’assurdo, si fermi che siamo arrivati».

Fermo la macchina e ho la sensazione di non essermi mai mosso, di essere già fermo da chissà quanto tempo. Mi volto ancora e la marionetta è sola. Dove sono finiti sua moglie e i suoi figli? E tutte le altre marionette più piccole?

«Allora quanto le devo?»
«Mi deve una spiegazione. E che sia convincente».
«Bene. Tenga pure il resto».

Mi porge qualcosa. Mi caccia qualcosa in mano. Qualcosa di reale che non sono soldi. Non riesco ad aprire la mano finché non è sceso dall’auto e la portiera si è richiusa. Allora l’apro di scatto. È una marionetta. Nella mia mano c’è una piccola marionetta di legno bianco. Una cazzo di nano-clown-marionetta. Uguale a tutte le altre, ma diversa: ha le mie sembianze, la mia faccia.

Sono io.

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di Luca Cassarini

illustrazione di Anastasia Coppola

“Per quanto il mondo possa sembrarti assurdo, non dimenticare mai che offri un bel contributo a questa assurdità                                con il tuo agire o con il tuo astenerti.”

(Arthur Schnitzler, “Libro dei motti e degli aforismi”)

«Biglietto, prego».

Il controllore Antonio Prevosti era sempre lo stesso, da anni.
Decano dell’azienda municipale di trasporti in quella piccola cittadina di frontiera, assieme a cappellino e divisa d’ordinanza indossava sempre un leggero profumo a buon prezzo.
In quel momento attendeva che uno dei pochi passeggeri della corsa delle 10 e 23 esibisse il proprio titolo di viaggio. Teneva chino lo sguardo sotto una montatura di occhiali alla moda, dando ogni tanto leggeri colpi di tosse.
Abile nel suo mestiere, riconosceva a prima vista biglietti scaduti o tarocchi, ed aveva fiuto per quelli usati più del dovuto.
Non sembrava questo il caso, fortunatamente.

«Ecco a lei», annunciò il passeggero dopo una ricerca parsa infinita.
«…Grazie».
«A lei».
«Buon proseguimento di viaggio».
«Hmm-hmm».

Il viaggiatore, uomo sulla cinquantina, barba rada a coprirgli il viso, tornò a sprofondare nel seggiolino della corriera. Sapeva che il viaggio non sarebbe stato troppo breve, ma erano passati anni, se non decenni, dall’ultima volta che si era prestato ad un’esperienza del genere. Solitamente andava in macchina, tuttavia per un malaugurato incastro del destino la vettura era dal meccanico e lui aveva un appuntamento inevitabile, sicché aveva scrutato con rassegnazione l’orario dei mezzi pubblici che collegavano le sua città con la destinazione voluta.
Bestemmiando leggermente, aveva visto che ne passava uno ogni ora e mezza, per cui si era ulteriormente rassegnato a prendere il primo disponibile per poi aspettare, una volta giunto nella città di K., il tempo dovuto.
Un bar o una panchina della piazza non avrebbero fatto troppa differenza.
In fondo, era un tipo paziente.
Lo dicevano tutti quanti, ed era vero.
Con la sua stoica pazienza si sistemò dunque sul sedile, ed iniziò presto a sonnecchiare.

«Biglietto, prego».

Il controllore, che di nome faceva sempre Antonio Prevosti, lo destò dal suo torpore.
Erano già arrivati? L’uomo sulla cinquantina, ma potevano essere anche poco più di quarantacinque, in quelle fasce d’età indefinite dove sfumano le differenze nette, guardò dapprima fuori, quindi verso il proprietario di quella voce. Per un attimo pensò di aver cambiato linea alla fermata immaginaria dei suoi sogni. Notò con sospetto che era lo stesso di prima, e si chiese come mai tornasse a chiedergli la medesima cosa. Forse se n’era dimenticato, oppure era la prassi dell’azienda. Per certi aspetti avrebbe voluto protestare, ma la richiesta era tutto sommato legittima e garbata, e contro la legge sempre meglio non avere grane.
Mai, e di nessun tipo.
Sbuffando leggermente, tirò fuori il suo biglietto.

«Ecco a lei».
«…Grazie».
«A lei».
«Buon proseguimento di viaggio».
«Hmm-hmm».

Cercò di cogliere punti di riferimento per capire quanto potesse mancare  all’arrivo, ma la strada era abbastanza omogenea nel suo imperterrito scorrere, i cartelli sfrecciavano troppo in fretta perché potesse leggerli bene, forse si sarebbero fermati da qualche parte e avrebbe potuto fare mente locale.
Era certo che sarebbero arrivati a breve, questioni di decine di minuti, al più.
Iniziò a guardare fuori dal finestrino cercando di cogliere qualcosa di interessante al suo sguardo, e che lo aiutasse a passare il tempo.
Tanto valeva arrangiarsi con quel che offriva il convento.
Ovvero, un paesaggio che scorreva sempre uguale a se stesso.
Rimase presto ipnotizzato dal viaggio.

«Biglietto, prego».

Il controllore, che si chiamava ancora Antonio Prevosti, d’altronde c’era solo lui a compiere quella noiosa incombenza sulla tratta, stavolta lo prese veramente alla sprovvista. In effetti, si era incantato nel loop del viaggio.
Il rollio delle ruote sull’asfalto era sottofondo costante e, per certi aspetti, soporifero.
L’uomo, che poteva anche avere un’età quasi prossima alla pensione, stemperò la tensione in corpo con una dose d’ironia, canticchiandosi in testa: “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più…?”.
Quanto tempo era trascorso? Mezz’ora, un’ora? A breve sarebbero pur dovuti giungere a destinazione, no?

Si azzardò a dire: «Scusi, ma…».
«Biglietto. Prego», ripetè il controllore, con la pazienza di chi ne aveva viste tante. Abbastanza nervoso, l’uomo glielo porse mezzo sgualcito e spiegazzato.
«A lei».
Il controllore impiegò un tempo infinito nello scrutarlo adeguatamente, su ambo i lati, onde evitare brutte sorprese. I cosiddetti portoghesi erano una costante nel tempo e nello spazio, leggende tramandate da generazioni di controllori.
«Grazie», disse infine allo stralunato passeggero, con un reiterato cenno professionale.
«…»
«Buon proseguimento di viaggio».
«…»

Non ci stava capendo più nulla.
Presto sarebbero arrivati a destinazione, ne era certo.
Gli pareva che il sole fosse stabile lassù in cielo, ma le giornate sembravano avere una durata immensa, d’estate.
E la strada somigliava ad una striscia di asfalto senza fine, dilatata dallo spazio e dal tempo.
Ad un certo punto sentì distintamente uno strambo rumore.
Si guardò veloce attorno, sulla corriera era rimasto solo lui.
Ignorava dove potessero esser scesi tutti gli altri, era sicuro non fosse stato l’unico passeggero a salire su quel mezzo, chissà quanto tempo prima, chissà dove.
Stava perdendo ogni riferimento spazio-temporale, in quell’andirivieni costante ed assurdo.

Antonio Prevosti, il medesimo controllore di poc’anzi, e prima, e prima ancora, sgusciò tutt’un tratto in mezzo al corridoio dell’autobus.
La sua faccia era ermetica come quelle dei tutori dell’ordine.

«Biglietto, prego» chiese puntiglioso, scandendo bene le parole.
Il passeggero, di un’età indefinita e abbastanza stravolto, per poco non si mise a piangere, o gridare.

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di Giulio Iovine

Illustrazione di P.Black

Si conobbero sulla Stellidaura, la linea della metropolitana che va da un capo all’altro dell’Universo.
Si partiva da Livonia, un pianeta colonizzato di fresco nella galassia MACS0647-JD, e si percorreva l’asse maggiore della grande ellisse fino alla stazione di ricerca Panuozzo sul pianeta Torre Annunziata nella galassia GN-z11, per un totale di una settantina di miliardi di anni luce.
Siccome era un diretto faceva solo quattro fermate (Amphiparnaso, Y, Wren e Curculione), grosso modo in un’ora di tempo, il che era perfetto per Irma, che abitava nell’unica città di Livonia (gli appartamenti in periferia costano meno) ma lavorava da qualche mese come amministrativa nell’ufficio centrale della stazione Panuozzo.

Irma fu teletrasportata a bordo della metro ancora imbacuccata nel suo cappotto con sciarpa a quadretti e guanti, perché in quell’emisfero di Livonia era inverno; era sola.
Si sedette, la testa appoggiata al cuscino del sedile, cercando di sdormicchiare per almeno una mezz’oretta.
Fece appena in tempo, prima di chiudere gli occhi, a vedere dal finestrino le stelle che si allungavano e si fondevano mentre il treno entrava in curvatura, e la sua galassia che rimpiccioliva rapidamente alle loro spalle.

Fu svegliata ad Amphiparnaso dal rumore del teletrasporto.
Altri dieci o quindici passeggeri.
Uno, un ragazzo più o meno della sua età, si sedette davanti a lei e senza volerlo si scambiarono uno sguardo.

Prossima fermata: Y.

Irma provò a leggere sul suo tablet.
Anche il ragazzo sconosciuto provò a fissare le stelle fuori dal finestrino che, ipnotiche, tornavano ad allungarsi.
Ma bastarono pochi minuti per tornare a guardarsi avidamente.
Volevano copulare.

Provarono a resistere cinque minuti.
Ma si sa che più l’umanità procede nei secoli, più si libera delle sue pastoie morali, e più è disinibita.
Scattarono in piedi, si avvinghiarono l’uno all’altra, si dissero i reciproci nomi (Irma, Clemente) e cominciarono a spogliarsi e strusciarsi.
Gli altri passeggeri, sospirando un po’ per invidia un po’ per tenerezza, si misero chi le cuffie e chi il visore per vedersi un telefilm; ci fu chi provò ad attaccare bottone per parlare dell’ultima crisi di governo.
L’argomento riuscì ad assorbire i partecipanti alla conversazione a tal punto da non sentire, ripartiti alla volta di Wren, le urla d’amore e i sospiri sudati di questi due.

La carrozza cominciò leggermente a oscillare, poi a sbandare proprio.
Gli abiti di Irma e Clemente, buttati in giro per il pavimento, scivolarono da un capo all’altro.
Si sentì la voce del conducente all’altoparlante:

Attenzione. Il motore a curvatura in servizio su questo treno è parzialmente empatico.
I passeggeri Irma Michelini e Clemente Ricci sono pregati di interrompere o moderare l’attività sessuale in corso, in modo da non causare disagio ai meccanismi di propulsione.

(Per raggiungere velocità come quelle che ti servono per andare da un capo all’altro dell’Universo in tempo utile, devi fare certi pasticci con lo spazio-tempo. Nulla di pericoloso, ma c’è il problema che il motore sente il livello di ormoni nei paraggi, dopamina ossitocina endorfine eccetera, quello che altri scrittori hanno chiamato l’orgone, quando scopiamo tutti all’ammucchiata e per un secondo ci scordiamo dell’assenza di significato del Tutto.
Se lo fai in una carrozza di pochi metri quadrati questo può incidere sulla tenuta di strada.)

A Wren alcuni scesero, altri salirono.
Clemente cambiò posizione, montando da dietro Irma, la quale si teneva ad uno dei piloni di sicurezza mordendosi l’avambraccio per non gridare “chiamami puttana”. Lui, non cogliendo, badava a dire – con mozziconi di frasi – che era tanto che non praticava e che lei era fantastica eccetera.
La carrozza ripartì da Wren, le stelle si allungarono nuovamente, e il livello di ormoni cominciò a fare cose con la realtà.
Quando si fermarono a Curculione, Clemente si ritrovava un membro di un metro, percorso da nervi e canali; Irma una vagina larga come la bocca di una megattera, e due seni e due chiappe gonfi di amore come due melograni immersi nell’olio. Liquori e sudori schizzavano un po’ ovunque sul pavimento. I due corpi cominciarono a diventare incandescenti e a fondere il metallo intorno, sparando scariche elettriche a caso nel vagone.
Arrivarono a Torre Annunziata che la carrozza non rispondeva più ai comandi.
Dalla stazione teletrasportarono via tutti i viaggiatori e il conducente, ma non Clemente e Irma, parzialmente fusi con la struttura atomica della carrozza che schizzò in avanti, si incendiò, penetrò nei cieli di Torre Annunziata.

Era estate in quell’emisfero, una mattinata fresca.
Clemente stava per concludere, ma siccome Irma ancora no, si trattenne.
Il treno senza guida, i suoi atomi percorsi dal fremito di quell’amore in corso, sbandò, puntò dritto su un’isola verde in mezzo ad un mare azzurro chiaro, sorvolò la sua foresta.
Irma ordinò a Clemente di venire anche lui (“ORA, TE LO ORDINO” “SIIII”).
La carrozza andò a sbattere contro una montagna, e se Dio vuole i due vennero.

Il treno si aprì in due.
Tutt’intorno al luogo dell’impatto la materia coagulò, si fece energia e tornò materia;
fu il terremoto, il maremoto, la luce accecante, e dalla cima della montagna si aprì un buco e ne uscirono mischiati come un fiotto di acque vulcaniche metallo, carne, capelli, sperma e sangue.

Poco dopo si ritrovarono tra i rottami del treno, nudi e illesi sul fianco della montagna, mano nella mano, rincoglioniti dalla sazietà. La foresta intorno a loro fioriva.
Nascevano foglie sui tronchi, gli alberi morti tornavano in vita, gli animali ringiovanivano, le piume e il pelo ricrescevano, le acque stagnanti si agitavano e tornavano a scorrere.
Sui loro corpi traslucidi e trasparenti correva un reticolo di arterie, vene e nervi – si vedeva ogni globulo, ogni enzima, ogni ovulo, ogni spermatozoo.

«Buon controllo dei tempi», mormorò lei.
«Mi ha insegnato la mia prima ragazza», rispose lui: «Ha insistito molto».
«Ha fatto bene», approvò lei.

Fiammeggiava sul mare sotto di loro e su tutto il bosco intorno un sole generoso.
Si addormentarono abbracciati.

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di Denise Ciampi

Illustrazione di Serena Saia

Ti lascio andare: solo l’ombra si attarda nel campo visivo, prima di scomparire.

Rimango sotto la pensilina della biglietteria, nella quiete assolata del porto. Cominciano ad arrivare macchine e furgoni. Famiglie, uomini soli.
Sui portapacchi piccoli mobili, elettrodomestici e altri oggetti, legati con cinghie e teli colorati.
Forse tornando a casa ti sarai fermato a bere un caffè al bar della piazza, dove ieri sera abbiamo chiacchierato a lungo, trascurando rigorosamente le cose che contano.

Inizia l’imbarco dei mezzi, il mio camper è tra i primi.
I gesti bruschi del personale mi orientano verso la zona di sosta.
Al momento di lasciare il porto mi affaccio alla balaustra, come facevo da bambina, quando insieme ai miei genitori andavo in Sicilia per trascorrere le vacanze con i nonni.

Una ragazzina dai colori magrebini e dal capo scoperto si diverte a guardare il porto che si allontana e ride assottigliando ancora di più il taglio dei suoi occhi.
Vicino a lei c’è un bambino più piccolo che gioca, sorvegliato a distanza da una giovane donna.
Il vestito fucsia della bambina si gonfia come un piccolo paracadute.

Anche il mio abito raccoglie il vento e, mentre raggiungiamo il mare aperto, aderisce al corpo e si solleva in forme allungate che seguono lo stesso andamento dei miei capelli sciolti, divisi in ciocche dall’aria salmastra.
Ho la sensazione di perdere la mia forma.
Anche la pelle cambia: si ispessisce, per una scorza invisibile e fresca, impastata dal vento con acqua e sale.

Indossa una gonna bianca, ben stirata; una camicetta, anche quella bianca e ordinata. La ragazza dell’equipaggio ha occhi chiari e grandi, che una volta devono averle dato un’aria ingenua.
Adesso no: sono gli occhi di un marinaio che scruta l’orizzonte, mentre fuma.
La sigaretta stretta tra il pollice e l’indice, rivolta verso l’alto, ad ogni boccata una smorfia, quasi di dolore. In quelle espressioni la pelle bruciacchiata dal sole si arriccia e si distende, con un ritmo lento che fa pensare al movimento di un mammifero marino.
Guardiamo entrambe la scia lasciata dalla nave: una traccia lunga e stranamente persistente di schiuma bianca, intensamente azzurra al centro. Eppure scomparirà, mi viene da pensare, e per un attimo vorrei che la nave fosse in grado di lasciare un segno indelebile, lungo quella rotta che da Civitavecchia ci porterà a Palermo, da dove – senza di me – proseguirà per Tunisi.

Ti lascio andare, e ancora una volta mi illudo che sia qualcosa di definitivo.

La ragazzina è ancora sul ponte: corre e gioca con il bambino di prima.
La giovane donna viene ad appoggiarsi alla balaustra, vicino a me e non molto distante dalla ragazza dell’equipaggio.
Distoglie la mia attenzione dalla scia.
Le dico qualcosa sui bambini: si somigliano, le chiedo se sono fratelli.
Ha lo stesso sorriso della bambina, avrà appena vent’anni.
Dice di sì; capisce l’italiano e lo parla, con qualche difficoltà.
Il velo chiaro che le copre la testa si muove, sollecitato dal vento e dai movimenti vagamente ritrosi del capo.
Le dico che viaggio con il camper, sorride e mi fa capire che, con tutto quello che hanno imbarcato, un camper avrebbe fatto comodo anche a loro.

Mi ricordo delle macchine e dei furgoni stracarichi di roba, mi spingo a chiederle che ne faranno di tutte quelle cose.
Sono regali, per i parenti e per gli amici.
Hanno comprato una televisione usata per un fratello di suo marito e un mobiletto per la casa dei suoceri.
Portano qualcosa a chi li ha aiutati a partire, si usa così.

Il bambino si sposta, corre su per le scalette e la madre lo segue.
Solo adesso mi accorgo che anche la ragazza dell’equipaggio se ne è andata. Mi è venuta fame.
Buffo avere una cucina e non poter cucinare.

Finisco al bar esterno, i panini sono come quelli dell’autogrill: mi sembra che l’unica differenza sia che costano di più.

Dopo aver mangiato mi dirigo verso il bagno.
In piedi, vicino ad una porta a vetri, ci sono la giovane donna e i due bambini. Noto che adesso il vestito fucsia della bimba è sgualcito dal viaggio, ho nostalgia del piccolo paracadute.
Mi viene spontaneo sorridere ai bimbi e fermarmi un attimo vicino a loro. Tu non hai figli? No, non ne ho. Sei sola? Sì, viaggio sola.
Intanto, oltre la porta, un uomo nordafricano fuma e guarda nella mia direzione.
Spiego alla madre che sono nata in Sicilia ma non ci torno da tanti anni, che voglio conoscere il posto da dove vengo.
Allora sei straniera anche tu…
Forse, non ci ho mai pensato.

Raggiungo davvero il bagno. Mi preparo per la notte, soprattutto ho bisogno di sciacquarmi la faccia. Tornando nella sala mi guardo intorno: i passeggeri sono sistemati ai tavolini o sui divanetti, quasi nessuno sta consumando; la sala è piena di voci che si intrecciano in lingue diverse, con misteriosi punti di contatto. Cerco con lo sguardo la donna e i bambini, ma di loro non c’è più traccia.

Si è infilata un cardigan sopra la divisa, forse non è in servizio.
È appoggiata alla balaustra: sembra attratta da qualcosa, nell’acqua. Traffico un po’ intorno al camper e continuo ad osservarla cercando di non dare nell’occhio.
Buonanotte, mi dice.
Ha un tono gentile, che oggi pomeriggio avrei faticato a immaginare. Rispondo e, per pudore, mi infilo subito nel veicolo.
Sarà la stanchezza, ma penso che non mi stupirebbe se, domani, qualcuno raccontasse di averla vista tuffarsi e scomparire a nuoto nella notte.

Continuo a rivolgerti questa cronaca silenziosa del mio viaggio, anche adesso, che con gli occhi fissi al soffitto dell’abitacolo, cerco di prendere sonno.
Quante parole ancora dovrò pensare, prima di trovare un linguaggio capace di riempire il silenzio? Qui, in mezzo al mare, tra lingue e dialetti nati per comunicare, l’incomunicabilità mi affligge anche di più.

Nel dormiveglia il mio sguardo si confonde con quello della ragazza dell’equipaggio.
Sento in sottofondo una musica araba.
La ragazza mi guida tra le ombre profonde del mare.

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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«Questo è uno dei segreti del Turco»,
mi disse guardando verso il famedio del PCI.

Andavo sempre a farmi una passeggiata al Verano quando mi sentivo inquieta senza un motivo apparente.
Prendevo il 71 a Via Nazionale perché mi piaceva passare per le vie con i nomi di tutti quelli che avevo studiato pensando che la politica italiana fosse una cosa seria, e parlarci mentalmente chiedendo a loro in cosa avessero sbagliato. Perché qualcosa, gli dicevo, dovete avere sbagliato se adesso ci ritroviamo in questo teatrino di pupari. O eravate marionette anche voi, anche allora?
Il tempo di farmi queste domande inutili e mi ritrovavo all’ entrata principale, guardavo verso la statua del Silenzio e, come obbedendole, smettevo di fare domande. Di solito mi sedevo in un posto a caso e aspettavo.
A volte uno di loro veniva a trovarmi.

«Come fate a sapere chi di noi saprà tenere il segreto?» gli avevo chiesto, e lui mi aveva risposto che quello, a sua volta, era un altro segreto.
Il segreto del Turco.
Fu così che conobbi la storia del Turco.

Il Turco era arrivato a Roma quando le cose si erano messe male per lui, a Istanbul. Roba di femmine, pare, ma i più sospettavano ci fossero di mezzo i servizi segreti e il loro coinvolgimento in Bulgaria negli anni ’50. Qualcuno diceva fosse un lontano discendente addirittura di Ataturk, qualcun altro che fosse solo un volgare spacciatore. Qualsiasi fosse la verità, tutti abbassavano la testa quando passava lui, e molti giravano al largo. Ma tutti, proprio tutti, ascoltavano le sue storie.

«Erano le storie migliori che avessimo mai sentite. Si sedeva al sole, si accendeva una sigaretta e cominciava con un “Mi ricordo quando ero a Istanbul…”. Piano piano arrivavamo da tutte le parti, nessuno voleva perdersi una storia del Turco».

«Come sarebbe, che si accendeva una sigaretta?» chiesi un po’ perplessa al mio interlocutore. Mi guardò come se avessi chiesto cosa volesse dire che c’era il sole.

«Fumava. E tanto. Sennò che turco sarebbe stato?»

«Ma…»provai ad obiettare, ma venni zittita da un perentorio «Non interrompermi con queste sciocche domande, la vuoi sapere la storia del Turco o no?»

Adesso che mi aveva detto che fumava la volevo sapere eccome.

Il Turco conosceva tutti quelli che contavano davvero a Istanbul.
Non quelli che tutti pensano contare, cioè, ma gli altri, quelli che nessuno conosce e che possono assicurarti la migliore delle vite possibili.

«E chi sono costoro?» chiesi davvero curiosa di sapere chi potesse assicurare loro la vita migliore.

«Macellai, pescivendoli, giornalai, portieri d’albergo, ricche signore sole, fiorai, farmacisti, proprietari di bar e ristoranti, ma anche di tintorie ed elettrodomestici. E pasticcieri. Il Turco conosceva tutti i migliori pasticcieri di Istanbul».

Non riuscivo proprio a capire cosa se ne potesse fare di farmacisti e proprietari di tintorie, ma venni liquidata con uno sguardo severo al solo provare ad aprire bocca.

Fu proprio un pasticciere che lo aiutò nella sfortunata storia di Afet, bellissima e amata dal Turco fin dal primo loro incontro in Piazza Sultanahmet, dove il Turco andava ogni giorno in cerca di notizie fresche, così diceva. Rimasta orfana in giovanissima età, Afet non si era mai legata a nessuno ed era sempre riuscita a sfuggire con astuzia ai tentativi dei suoi spasimanti di farla loro. Diffidente e altezzosa, rifiutò anche le lusinghe del Turco e rispondeva con piccoli sbuffi di impazienza ai suoi goffi tentativi di farla ridere.

«Eppure le barzellette del Turco erano le più spassose, aveva un modo di raccontarle che da solo bastava a farti ridere», ci tenne a precisare il mio nuovo amico.

La bella Afet sembrava proprio non avere alcun interesse per il Turco. Allora lui decise di seguirla, per capire dove andasse e cosa le piacesse.
Le avrebbe dato tutto ciò che lei desiderava, e anche quello che non sapeva di desiderare. Quando il Turco si metteva una cosa in testa, non si fermava finché non la otteneva.
Non esiste nulla che non si possa prendere, è solo questione di quanto veloce sai correre” era la sua massima preferita.

Scoprì che Afet andava pazza per l’aşure, che consumava con voluttà una volta a settimana, da sola, nei giardini del Topkapi.
La fortuna o gli dèi vollero che il proprietario della pasticceria in cui si riforniva Afet fosse uno dei migliori amici del Turco.
Le fece trovare ciotole piene di aşure al Topkapi tutti i mercoledì, sotto al suo albero preferito, con un biglietto recante una sola parola: salvami.

Da cosa lo dovesse salvare, Afet non lo seppe mai, ma alla fine capitolò più per la curiosità di sapere chi fosse il suo misterioso benefattore, che per il gesto in sé. Continuò sempre a dimostrare una certa noncuranza nei confronti del Turco, ma da quel giorno non si separò mai più da lui.
Il Turco, dal canto suo, non faceva altro che pensare a come sorprenderla, blandirla, deliziarla. Organizzava banchetti da mille e una notte per lei, e faceva arrivare le migliori stoffe da Parigi per la sua amata, che andava a prendere di persona al porto per poi correre  a potergliele di persona. Non di rado se le vide rifiutare con una sola, piccola ma inequivocabile arricciata di naso, e allora il Turco tornava al porto a sbraitare col mercante che “Quegli stracci se le mettessero le parigine, a Istanbul abbiamo gusti sopraffini, la mia Afet vuole solo roba di prima scelta!”

E poi un giorno non la trovò più.
Sparita, volatilizzata, Afet non era in nessuno dei posti che era solita frequentare e a casa non fece ritorno.
L’aspettò, il Turco, per un mese intero, sotto casa, rimase ad attendere che tornasse. Lo si vedeva sotto il sole cocente ad ansimare dal caldo e zuppo come un pulcino sotto la pioggia. Fermo, immobile, sotto la sua finestra. Afet non tornò mai più, qualcuno disse che era stata investita da un tram e poiché non aveva parenti era stata seppellita alla svelta senza tante storie.

Da allora il Turco cominciò a odiare Istanbul e a pensare di partire, andare in un luogo che non gli ricordasse la sua amata. Non Parigi, delle cui sete la ricopriva, né Londra, da cui faceva venire le rose più profumate per lei. Roma, sede di antiche divinità, gli sembrò una buona scelta.
Avrebbe chiesto loro di intercedere per fargliela rincontrare, se non in questa almeno nell’altra vita. Non si decideva mai a partire però, e fu soltanto quando incontrò il contrabbandiere di piume che infine si risolse.

«Il contrabbandiere di…piume?» chiesi asciugandomi una mezza lacrimuccia che la storia del Turco e Afet mi aveva fatto scendere.

«Che fai, piangi?» mi chiese lui.

«No, no, sono un po’ allergica» mentii, girando un po’ la faccia perché non vedesse che me ne stava scendendo un’altra. «Ma cos’è un contrabbandiere di piume?» chiesi di nuovo.

«Eh, quella è un’altra storia e io adesso devo proprio andare. Mi aspettano per la cena».

«Ma sono solo le cinque».

«Sta tramontando, e anche tu devi andare, fra poco il cimitero chiude. Mi ha fatto piacere conoscerti, se tornerai forse ti racconterò la storia del Turco e del contrabbandiere di piume, e di come il Turco stava per perderci un occhio. Ciao!»

Non feci in tempo e dire neanche ciao che già se n’era andato, veloce e silenzioso com’era venuto.
Sulla coscia, mi accorsi, aveva lasciato una piuma.
Bianca e nera, piccola piccola. Chissà dove l’aveva presa, non volevo saperlo, me la passai sotto al naso per farmi il solletico.
Mentre ridacchiavo, mi sentiti chiamare da una signora.

«Le ha lasciato una piuma?» mi chiese avvicinandosi.
«Credo di sì, non lo so, me la sono trovata addosso».
«Lo fa con tutti quelli che gli piacciono, per questo lo chiamiamo anche Piumino. Il Turco è un grande cacciatore, ahinoi, di uccellini».
«Come, il Turco? È lui il Turco?».
«Sì, lo abbiamo trovato a Piazzale Ankara da piccolo. Era stato investito e le mosche carnarie stavano già riempiendo la sua ferita all’occhio. Pensavamo lo avrebbe perso e invece si è salvato.
Per questo e per la sua passione per le sigarette, al gattile lo chiamiamo il Turco».
«Le fuma?» chiesi, ormai in piena confusione.

La donna scoppiò a ridere:
«Ahahah, no no! Ne abbiamo viste di tutti i colori, ma un gatto che fuma ancora non lo abbiamo visto. Gli piace giocarci, appena vede un pacchetto di sigarette, cerca di aprirlo e tirarne fuori una. Bisogna pure stare attenti, una volta se la stava quasi mangiando, e il tabacco è super tossico per loro».

Come no, mangiarla, pensai.
Quel furbacchione se la voleva fumare, altroché. Guardai la mia piumetta e me la passai delicatamente su una guancia, poi la riposi nel portamonete. Salutai la signora e le dissi di non dire al Turco che mi aveva vista.

«Certo che no, cerchiamo di lasciargli la loro vita segreta» mi disse lei, come se la nostra fosse la conversazione più normale del mondo e non una totale follia.

Il segreto del Turco, dunque, era che solo lui sapeva chi avrebbe saputo tenere il segreto del Turco. Chissà se avrebbe portato anche a me un regalo diverso per ogni volta che ci fossimo incontrati, come aveva fatto con Afet, mi dissi.

Mentre passavo sotto Silenzio, la guardai e mi avvicinai il dito indice alle labbra, e sorrisi come mai avevo fatto prima d’allora.
Presi il cellulare e digitai “pasticcerie arabe a Roma”.
Mi era venuta una gran voglia di aşure.

Anastasia Coppola - Consegne View More

di Stefano Tarquini

Illustrazione di Anastasia Coppola

Mi sono svegliato presto e ho visto l’alba davanti la pescheria Jolly.  
La luce fredda colorare i quattro scalini che la signora Marisa spazza tutte le mattine, riempiendo d’acqua di mare il marciapiede di fronte.
Una volta aveva preso pure una denuncia perché un signore anziano c’era scivolato, mandando all’aria il femore e al creatore…varie ed eventuali.
La cosa poi era finita lì, ma più che a tarallucci e vino, con una bella fornitura di orate, spigole e gamberi reali. Tutti felici.

Mi passo una mano tra i capelli lasciando cadere i sogni ed i segni della notte passata, non ho di certo un buon odore, nè tutta sta voglia di affrontare la giornata.
Coccia sale in macchina senza salutare, col volume altissimo delle cuffiette che però non mi infastidisce. Si limita a fare un cenno con le labbra, le socchiude un attimo in un strettissimo ciao.
Lo vado a prendere tutte le mattine perché l’ex moglie gli ha levato macchina e mutande. Sono di strada e mi fa compagnia. Ci fermiamo al bar per colazione e gratta e vinci. Pago sempre io e non vinco mai.

Entro, timbro, leggo in bacheca il numero delle consegne: «Non c’è nessuno di famoso oggi?»

Leggo alla svelta i cognomi: «Rossi, Campoli, Marini, Guglielmo, Ciacci, Marini,ma chi Valeria?». Bestemmio senza farci caso.
«Sse, dai non scherzare!» dice.
«Leggi tu stesso!».
Ma dai, sarà un’omonimia, penso.
Anche perché in vent’anni di consegne mi era capitato solo Pippo Franco. Ma in quel periodo ogni giorno si veniva a sapere di qualcuno che aveva beccato l’indirizzo di qualche vip.
Pratesi sapeva dove abitava la De Filippi.
Santini, l’avvocato Taormina.
Vergari, Bruno Vespa…«a me belle fregne mai è!» Autoironia.

Coccia prende la consegna stropicciandosi gli occhi: «Non ci posso credere, Valeria Marini…».

Fare il corriere a Roma.
Una enorme rottura di coglioni che girano sempre almeno come gira su se stesso il Grande Raccordo. In qualsiasi direzione, a qualsiasi ora, una processione lenta e costante che trasforma il giorno in notte, le uscite in finte vie di fuga, il sangue un turista che non fa fotografie.

«Chissà come sarà Valeria Marini dal vivo?» dice il Coccia «t’è mai capitato qualcuno famoso?».
«No» rispondo.
«Ah si una volta ho consegnato un pacco ad una pornostar, aspetta come si chiamava? Ah si, tua madre!».
E scoppia a ridere mollandomi un bel diretto spalla destra.

Siamo amici da quando eravamo veramente piccoli.
Mai scuole insieme ma stessa via, stessa vita e stessa capoccia.
Tempo fa si presentò con una foto della prima comunione.
Damerini dai capelli arruffati e papillon.

Una volta avevamo anche provato a mettere su un gruppo musicale.
Lui cantava, io alla chitarra elettrica. Avevamo pure sistemato la cantina di mio padre, raccolto innumerevoli cartoni delle uova per tappezzare le pareti ma non facevamo altro che rimediare cazziatoni da tutto il palazzo e allora lasciammo stare.

Intanto arriviamo sotto casa di Valeria…
«Andiamo insieme?»…
«e si eh!».
Di solito io guido e aspetto sotto. Lui scende, fa la consegna, fa firmare la bolla e via.
Si attacca al citofono. «Prego salite pure io sono la – cazzo – cameriera di Valeria». Sbruffona.
Una ragazza splendida, di un est indefinito, alta, occhi chiari da ipnosi.

«Ma Valeria Valeria?» le faccio.
«In che senso?» risponde.
«Lasci perde mi scusi, ecco il pacco, una firma qui!».
«Deve pesare molto se lo portate in due» fa lei ironica.
«Ehm si, in effetti pesa molto…no, non è vero è solo che volevamo vedere se c’era la signora».

Il ghiaccio orami è frantumato.
«Sa, ma una foto insieme alla signora secondo lei si potrebbe fare? Giusto per far rosicare un po’ i nostri colleghi».
Ma a lei della cosa non gliene frega niente. Comincia a prenderci in giro. «Sapete fare anche altre cose in due oltre a sollevare questo enorme pacco pesantissimo?» Risate.

Ma dove vuole arrivare? Penso.
Cioè non ci sta provando con noi? Mi chiedo.
Sto sicuramente capendo male.
E invece no stavo capendo benissimo.

«Accomodatevi, vi faccio il caffè!»
«No signora non possiamo, andiamo di fretta, non si preoccupi»
«Insisto!» e sparisce dietro una parete piena di foto di vip, targhe, uno specchio immenso che arriva fino al pavimento.

Coccia gironzola per la stanza, io mi lancio sul divano che quasi mi inghiotte.
Chiudo appena gli occhi lasciando il cervello leggero sulla schienale, fino a farlo quasi cadere all’indietro, per poi riaprirli all’altezza della porta da dove quella era sparita.

Ricompare al contrario.
A testa in giù. Si ferma un attimo per farsi vedere.
Attira l’attenzione con un colpo di tosse.  
Allora rialzo la testa, mi volto con tutto il corpo spalmato sul divano e la guardo.
E’ completamente nuda.
Gelo totale.
Silenzio.
Non c’ha fatto di certo il caffè. Vertigine.
Dio mio, dio mio questa è matta penso. Coccia se la guarda, poi guarda me. Non ci crede. Non ci credo.

«Comunque io sono Mika, piacere!». Mica cazzi, penso.
«Il piacere è solo nostro guardi».
In un minuto non avevamo più i pantaloni.
Mika quel giorno voleva fare sesso ed eravamo capitati noi.
Poteva andargli meglio tutto sommato, ma si accontentò.
Dopo che eravamo venuti tutti e tre ci raccontò della sua vita ma senza piangersi addosso. Viveva solo all’ombra di qualcuno altro.

Si stava facendo tardi e noi dovevamo assolutamente finire il giro. Mika ci lasciò il suo numero di cellulare, l’indirizzo lo sapevamo.
«Scrivetemi quando volete, sono sempre qui da sola, ah e grazie mi ci voleva proprio, mi avete rimessa al mondo!»
Noi a te? Tu a noi mi sa, pensai.

La lasciamo lì, coi suoi pensieri fatti cadere ad un ad uno mentre va a farsi la doccia in silenzio e filiamo via. Giù di corsa per il cortile del palazzo, tra le fontane e le siepi ben curate e i salici piangenti che fanno tanta ombra. Di quelli coi rami forti, dove puoi legare due corde ad un pezzo di tavola ed improvvisare un’altalena.
O semplicemente far sedere i bambini in cerchio per la merenda.

Ed eccola là proprio davanti a noi: una Valeria Marini in incognito, che scende goffamente da una BMW grigio metallizzata con autista, un cappotto da uomo lungo fino ai polpacci, ben nascosta dietro la montatura eccentrica dei suoi occhiali da sole, appare.

 «Buongiorno!».
E scompare velocemente nel portone del palazzo.

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di Fabrizio Sani

Illustrazione di Anita Zanetti

Tra Garbatella e Basilica San Paolo non si volta lo sguardo: si esce e si entra sempre a sinistra.

Le luci della metropolitana di Roma cambiano in base alla stagione.
I grugni della metropolitana anche, pur se in misura minore.
Le persone che fanno serpentine e il sapore amaro delle unghie sporche quando le mordicchi, non cambiano.

Remo non diventerà un sismologo, e probabilmente non lo ha mai voluto. Al capolinea passerà un’altra volta la tessera dei mezzi sopra il lettore per tornare indietro. La sua stazione è passata da tre fermate: ha deciso di percorrere l’intera tratta, vedere tutta la gente che sale e scende, con un fasullo e immobile sorriso, rimastogli sospeso sulla faccia soltanto perché non saprebbe più nemmeno da che parte buttarsi.
Perfino quello che gli è sempre piaciuto fare, lo intristisce: guardare la gente e immaginarsi quale sarebbe il loro rapporto se si conoscessero, in che modo gli parlerebbero e se magari, per Capodanno, gli manderebbero o meno un messaggio di auguri e una foto dei fuochi.

Il suo amico è da poco partito per Berlino, «lì sì che si trova lavoro».
Fra otto mesi sua moglie partorirà un bambino, suo figlio, e lui non ha nessuno a cui raccontarlo.

A Roma l’inverno si mostra in ruggine, sui campi e le piante, sui tetti, sui binari e sui deboli esseri che su queste cose passeggiano.
In questa stagione, sapere da che parte guardare è faticoso come sapere dove posare le mani su una donna.
Remo le posa sul grembo della sua fidanzata e la convince a fare le valigie. Le giunge per chiedere un favore alla padrona di casa, senza sfiorarla.
Le accosta alle guance di sua mamma per salutarla.
Cambierà appartamento, condominio, quartiere e città.
Remo prenderà un aereo per Berlino.

In un bar pieno di beige, il suo amico indosserà un maglione bianco facendo sembrare tutto sporco.
Ordinando due birre in inglese, spiegherà a Remo che il tedesco non è semplice, sta imparando.
Che fare il magazziniere qui è comunque meglio che farlo in Italia, ma si aspetta certamente di trovare di meglio.
Racconterà orgoglioso quell’avventura con una signora di una certa età, «perché con il freddo, si è più focose. Qua le donne si guardano intorno alla ricerca di un partner, esattamente come gli uomini».
Li divertirà per molti minuti.
Remo parlerà al suo amico del figlio che sta arrivando, dirà «a Berlino sì che un bambino può crescere bene».

Remo penserà che il suo amico sia meno esuberante di prima, ma non lo sarà di meno.
Penserà che sia la sua voce ad essere un po’ arrochita, ma non sarà diversa.
Penserà che sia sicuramente qualcosa nel suo aspetto, nei suoi capelli o nel contorno dei suoi occhi, a ispiragli, per la prima volta da quando lo conosce, una qualcosa che non sa affatto definire ma sa di subalternità, eppure né nei capelli, né attorno né negli occhi stessi, ci sarà una cosa diversa da prima.

Remo fisserà il vecchio stereo che disperde una nenia dolce e violenta di sottofondo, intanto che le spie del volume si arrampicheranno sul suo volto.

«Ti ricordi la tombola a casa di Valentina?»
«Certo. “La gatta”». Risponderà Remo.
«La gatta», ribatterà, allusivo, l’amico. «Non siamo più tornati da lei», e di nuovo si metteranno a ridere entrambi.
«Abbiamo vinto noi quella volta.»
«Che abbiamo fatto, poi, con quei soldi?» domanderà l’amico.
Remo gli guarderà il polso, l’amico s’imbarazzerà un attimo e chiuderà le spalle, ma dandogli di gomito Remo dirà: «ormai è tuo, non ci pensare», e si sentirà sollevato nel percepire il suo volto distendersi.

Chiederanno il conto in inglese, ma uscendo dal locale l’amico dirà: Hallo.
«Io prendo l’autobus qui, tu devi andare laggiù e attendere il 163.»
«Dov’è che ti sei sistemato?»
«Per il momento sono a Hohenschönhausen, ma è provvisorio, senz’altro. Appena tutto avrà preso la strada giusta mi avvicinerò al centro.»
Remo annuirà e farà un cenno di saluto con il mento.
«Ci sentiamo domani», dirà incamminandosi.

Il 163 sarà pieno e lui noterà quella creatura alla sua destra.
Con lo sguardo desolato come tutti quelli con cui spartisce la corsa. Minuta e bassa; caspita quanto è bassa, penserà.
Tanto da chiedersi se mai ce la farà.

Lei starà lì, con quegli stivali blu, la sua maglia blu, i suoi jeans blu chiari e i suoi occhi blu che guardano quello strano attrezzo a forma di goccia che pende dall’asta con aria di sfida.
Si renderà conto presto che non può farcela e senza prendersela metterà le cuffie nelle orecchie.
Poi alla fermata degli operai cambieranno i cartelli.
Remo penserà che qua rinnovino sempre tutto. L’autobus si arresterà un po’ prima e un motorino inopinato lo supererà a destra – nemmeno fossimo in Italia – mentre la donna bassa scende.
La corsa si interromperà per circa sei minuti, il tempo sufficiente per poter dire che non sei rimasto indifferente.
Un signore eletto a Dio notificherà che non c’è più niente da fare.
E l’autobus ripartirà.

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pt. 1

di Federico Cirillo

Illustrazione di Simona Settembre

Sergio Pancaldi è un signor nessuno.
La sua storia è con la lettera minuscola, le sue pagine social sono anonime. Il suo gatto Olmo era più popolare di lui, poi l’ha regalato agli zii in campagna.

Ore 07:00

La vita di Sergio è piatta.
Ogni mattina si sveglia nella sua stanza in Via dei Girasoli, saluta il suo coinquilino Fabio, si fa il suo caffè in capsule e dopo una veloce doccia con barba, esce.

Via dei Giunchi, Via degli Ontani, Via dei Glicini, Via dei Castani, Piazza dei Mirti, Metro. Ne avesse mai vista una, poi, di quelle piante.
“Che so ‘sti ontani? – si chiede – e i mirti? Io l’ho giusto bevuto in quella taverna sarda anni fa, non pensavo fosse un fiore, ’na pianta, un frutto...che cazzo è il mirto? Ah già, non prende qua” e mentre lascia naufragare l’idea di controllare su Google, abbandona il suo smartphone nella tasca dei  pantaloni. 
Metro C fino a San Giovanni, Metro A fino a Termini, quindi Metro B fino a Castro Pretorio: 10 ore di lavoro in ufficio e ritorno: “Cavolo – pensa, mentre viene pressato nel vagone – mi sono scordato di controllare che cos’ è il mirto. Vabbè mo non prende” e così via. 

ore 09:00

La vita di Sergio è piatta anche il fine settimana.
O va in campagna dai parenti o va a pranzo da Enzo, l’unico amico che ha a Roma: “A Roma…a Tomba de Nerone, ‘tacci sua” .
«Daje Sergio, io e Mara ti aspettiamo: ho preso la porchetta e le bistecche, metto su la griglia. Porta il vino e la pasta speciale per te. Ps: c’è una sorpresa!1!» gli ha scritto Enzo anche questa domenica.

“La sorpresa – pensa – sarà Silvia, la solita amica di Mara, che ansia. Vabbè so le 9: se esco alle 10, metro Mirti, San Giovanni, scendo a Flaminio e per le 13 ce dovrei sta”. 

Ore 20:00

Bella giornata de merda”, pensa Sergio mentre aspetta la metro C per tornare a casa.
È brillo: il vino rosso che ha portato, gli aveva dato subito alla testa e arrivati al ragù di carne stava già arrancando mentre annuiva, senza ascoltare, ad un discorso che Silvia gli faceva su un sistema di banche fantasma che controllano altre banche e Mario Draghi…boh: era già brillo e annoiato da quelle chiacchiere complottiste.
A seguire: porchetta, bistecca e il video di Paoletto, figlio di Enzo, 7 anni, “una promessa del calcio a’ Se’: questo me diventa come Chinaglia. Ma che ce parlo a fa co’ te, ‘n ce capisci ‘n cazzo de pallone”.  Ed era pure vero.
Dopo 3 bottiglie di vino, due di amari e una di limoncello la domenica era andata.
A chiudere, Paoletto gli aveva mandato il pallone  sul  limoncello, rovesciandoglielo sui pantaloni. 
Sente la  puzza di cedro stantio anche ora che aspetta la metro a San Giovanni, ma “almeno porto un po’ di odore di piante a piazza Mirti. Che poi che è il mirto? Poi vedo. Se avessi saputo che a 37 anni mi sarei ritrovato così me ne sarei andato, come Guido: Azzorre! Si è aperto una pizzeria…ah no, so celiaco. Cavolo, non fossi stato celiaco, non fossi stato un ingegnere! Se fossi stato, che so: un politico, uno statista! Anzi no, un artista: un cantante, oppure un profeta che si è inventato una nuova religione, o un pilota de formula uno, un calciatore, un divo: CAZZO, TUTTO TRANNE SERGIO!”.

Senza accorgersene, ha urlato ma la banchina è praticamente deserta.
C’è solo un barbone appoggiato al muro che a malapena ha alzato gli occhi e un uomo, che lo guarda e si avvicina: “Mo me ammazza – pensa Sergio – o me mena. Prima me mena, poi m’ammazza. Non potrebbe fa il contrario? Ecco che alza la mano” .
La mano si appoggia delicatamente sulla sua spalla e il gesto è accompagnato da un sorriso e da un: «Sicuro?».
Poi un black-out momentaneo e, tornata la luce, Sergio è di nuovo solo. L’uomo non c’è più.
Al suo posto un odore di “Mirto! Questo è mirto…ma perchè lo so? Vabbè…è stata sicuramente un’ allucinazione da sbronza” pensa e sale sul vagone. 

Il viaggio è tranquillo ma Sergio, addormentato sul sedile, ha mancato la fermata e si è risvegliato a Centocelle.
Non fa in tempo a bestemmiare che scende al volo e sente la testa svuotata: deve appoggiarsi alla parete con la schiena e respirare forte. “Non c’ ho più il fisico pe’ le sbronze. Torno a piedi: na bella camminata tra le piante che non esistono e tra le luci di Natale…cazzo è già 23” .

Ore 21:00

La metro Centocelle è silenziosa. Troppo.
Nessuno in giro, nessun rumore, neanche quello delle scale mobili in funzione. Anzi: della scala mobile.
Ce n’è solo una, lunghissima, che sale.
Sergio non ci bada, tiene gli occhi chiusi e pensa: “potevo essere un attore di cinema muto, un attore porno, anzi no un gigolò, un astronauta, un astro…”. Prima di finire il pensiero, apre gli occhi e non capisce.
Dietro di lui la scala continua a scorrere silenziosa. Davanti, un’enorme sala circolare. Rabbrividisce: la stanza è fredda e buia, i muri neri delle pareti sembrano accerchiarlo.
Un lampadario sbilenco, al centro, manda una luce fioca.
Sotto di esso, un uomo: quell’uomo

Ha un’aria da anziano signore, con una giacca lisa e un po’ impolverata, una barba sfatta bianco sporco. L’iniziale impressione rassicurante da gentil vecchietto si incrina nel guardargli gli occhi: uno nero e uno celeste ghiaccio, quasi bianco. Lo guarda e gli sorride, mostrando denti irregolari ma così bianchi da far luce tutta loro.
Sembra quasi che illuminino la lampadina che pende.

Ore 34:00,00?

«Ma dove…?» la domanda di Sergio si ferma a metà, travolta da una sensazione di fiato spezzato, mista a rigurgito alcolico: girandosi non vede più la scala ma solo una curva infinita fatta di oscurità. 
«Ciao Sergio. Non preoccuparti: sei esattamente dove avresti voluto sempre essere».
La voce dell’uomo, ferma e netta, riecheggia creando delle onde sonore che avvolgono completamente il cervello ovattato di Sergio.
La pausa che segue sembra durare un’eternità per poi venire spezzata dalla frase «La domanda non è dove né quando: la domanda è come» che anticipa tutti gli interrogativi dell’ingegnere.
Il sorriso dell’uomo in piedi al centro della sala sembra sottolineare ogni sillaba.
La paura di Sergio è passata non appena la prima parola è uscita dalla bocca dello sconosciuto. Ogni lettera è arrivata al suo cuore e alla sua mente, causandogli sensazioni positive legate a ricordi dimenticati: l’abbraccio di suo padre dopo la prima caduta dalla bici, la mano di suo nonno mentre camminano insieme verso l’edicola, lo sguardo sorridente e stanco di sua madre subito dopo il parto. 

«Vedi?» riprende l’uomo aprendo le braccia e le mani che mostrano cicatrici sui palmi «La risposta non è lontana: sei già nella risposta. Se “tutto tranne Sergio” è il punto, ora sei tutto, tranne Sergio».
Come in un teatro di posa vuoto e abbandonato, ad una ad una, con lo stesso “tac” dei riflettori quando si accendono, cento diverse finestre intorno ai due iniziano ad illuminarsi. Quadrati di luce che pulsano e si riempiono di un bianco accecante. Ora è il cerchio che risplende, mentre al centro è di nuovo buio. L’uomo è scomparso ma non la sua voce che Sergio sente chiara.

«Calma, Sergio: sono qui. Sono ovunque. Le vedi le finestre? In ognuna ci sei tu: lì dentro sei tutto, tranne Sergio. Non aver paura, guarda, sono le tue vite».
Sergio si avvicina ad una delle celle illuminate e brillanti. La sua mano sinistra, spinta da una involontaria attrazione, viene calamitata verso la luce. Mille domande viaggiano nel suo cervello come auto impazzite: “Che c’è oltre la luce? E nelle altre? Che vuol dire “tutto tranne che Sergio”? Ma io so Sergio?”.
La mano scompare e riappare dall’altra parte della cella.
Afferra qualcosa: un volantino stropicciato con la sua faccia e il busto in primo piano.

…continua

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di Giulio Iovine

Illustrazioni di Ponzzz e Anastasia Coppola

Era uno di quegli autobus vecchi, vecchissimi, che non capisci come abbiano fatto a rimanere in servizio fino ad oggi, che abbiamo quelle astronavi a fisarmonica attaccate ai fili elettrici come balenotti alle loro mamme.
Era in ghisa, con la vernice gialla sbreccata, i cerchioni delle ruote coperti di polvere grigia, l’odore di nafta e di pelle umana, il vibrato possente dell’intelaiatura. Il gradino per arrivare dal marciapiede alle poltrone avrebbe stroncato più di un anziano.
Io me la cavai con lo stacco di gamba di cui, a quindici anni, cominciavo ad essere abbastanza disperato da potermi vantare.

Eppure Annachiara aveva detto che sì, potevo andare a studiare a casa sua! Annachiara portava sempre la salopette di jeans e questi maglioni amorfi, pieni del suo seno. Volevo dormirci in mezzo.
M’immaginavo il profumo.
Mentre l’autobus sputava, ringhiava e partiva, io continuavo a pensare a dormire abbracciato a lei nuda, ma in adorazione, senza offenderla con goffe richieste fisiche.

Per arrivare a casa sua ci sarebbe voluta almeno una mezz’ora.
Fissavo i giardini attorno alle case, la strada che si alzava, il cemento rotto dalle radici e dalle erbe. Era primo pomeriggio e non eravamo tantissimi a bordo. Nessuno che conoscessi, una mamma con due bambini, quattro o cinque vecchietti di sesso incerto, forse qualche coetaneo, uno zaino abbandonato su una sedia di pelle.
Lì per lì non capii perché appena prendevamo un rettilineo, l’autista accelerasse come se avesse il diavolo alle spalle.
Distratto come sempre, solo troppo tardi mi accorsi che eravamo usciti prima dalla città, poi dalla strada, poi dal sentiero, e insomma arrancavamo su una collina piantata a olivi. Cominciavano a venir fuori i primi sussulti di panico:

«Ma dove stiamo andando».
«Autista, scusi».
«Ehi».
«Si fermi, che cazzo fa».

Battevano coi pugni sul gabbiotto.
Ma era chiuso.
L’autista brandiva il volante con destrezza. Non rispondeva alle urla.

«Non prende il cellulare».
«Dove siamo?».
«Un sequestro?».
«Ma perché noi?».
«Ho paura».
«Cos’è questa luce?».

In effetti cominciavamo a non riconoscere più gli oggetti al di fuori dei finestrini. Gli alberi, i solchi della terra, le colline in lontananza, si fondevano con la luce e il cielo e si sformavano e riformavano e si scioglievano, i boschi montagne, le montagne mari, i mari deserti, i deserti paludi; il sole e la luna giravano in tondo nel cielo in preda a un furore quasi copulatorio, su e giù su e giù su e giù.
Tutta l’intelaiatura di ghisa tremava e il motore mandava un rombo sbrindellato. Mi acquattai tra sedile e sedile e mi strinsi allo zaino. Cominciai ad avere gli occhi lucidi. Avevo detto ad Annachiara le quattro, quattro e mezza.
E ora?

Ci fermammo: il conducente gridò CAPOLINEA SI SCENDE.
Io non mi alzai, rimasi immobile nel mio buco.
Perché, direte voi.
Ma perché avevo più o meno capito che non eravamo alla fermata Don Sturzo del 55 collinare. E poi perché non si poteva veramente scendere, il conducente era ironico. Nessuno stava scendendo, erano tutti terrorizzati e incollati ai loro sedili mentre dalle portiere salivano uno, due, dieci…
cosi.

di Anastasia Coppola

I cosi non erano molto alti, avevano la pelle liscia e azzurra, non un pelo né un capello, nessun naso visibile e nessuna palpebra, e credo nessuna bocca.
Avevano solo gli occhi, che coprivano ciascuno mezza testa.
Non ero sicurissimo sul numero delle braccia, frenetiche come zampe di una scolopendra.

Il conducente parlava, evidentemente con loro.
Loro lo guardavano senza rispondere.
O forse rispondevano senza parlare.

«…almeno trenta – finiva di dire il conducente – di tutte le età. Ci sono alcuni anziani, ma pochi. Il viaggio nessun problema, quattrocento milioni di anni in due minuti e mezzo. No, prima di così è impossibile. Non ci sarebbe abbastanza ossigeno nell’atmosfera. Non ci sono abbastanza piante sulla terraferma, prima di questo periodo. Ma certo che potete portarli fuori. Da qui in avanti di aria ce n’è. È prima che…ok, ve lo spiego di nuovo».

O non erano sveglissimi, o avevano qualche problema con la lingua che parlava lui.

«Bè, perfettamente sani non lo so, valuterete poi voi. Lasciate perdere gli anziani, fatene concime subito e chissenefrega. Piuttosto, quando verrò pagato?»

Uno dei cosi fece un gesto spazientito.
Al conducente esplose la testa, col suono di quando stappi un cartone di vino. La testa atterrò in mezzo alle due file dei sedili, proprio davanti a dove mi ero nascosto.
Mio malgrado, ci scambiammo uno sguardo complice. Il conducente rimase in piedi, decapitato, a muovere le braccia. Poi cadde con un tonfo.

I cosi cominciarono ad agguantare i passeggeri urlanti, e a buttarli fuori dall’autobus a calci e pugni. Le madri gridavano, i bambini piangevano. Un anziano fu trascinato di peso. Io rimasi immobile per un’eternità.
Infine ci fu silenzio abbastanza perché uscissi dal mio pertugio, e mi sedessi sul sedile dell’autobus abbandonato.

Quello che vidi fuori dai finestrini mi parve contemporaneamente una cosa mai vista prima, e – per via di qualche dettaglio – orribilmente familiare. Tirai fuori dallo zaino il libro di scienze, lo aprii sulle ere geologiche.
A pagina 326 c’era una figura che riproduceva un ipotetico paesaggio del Siluriano.
Cominciai ad andare con gli occhi dalla figura al paesaggio fuori dai finestrini, e in effetti tornava tutto. Lì c’era un fiume e intorno una specie di acquitrino. Come nel libro.
Tutto il terreno era cosparso da queste piante vascolari, alte meno di un metro, briofite, tracheofite, felci primitive, colorate in duecento tonalità diverse di verde vomito. Quello che camminava sotto la felce a occhio e croce era un millepiedi primitivo. A dieci metri dall’acquitrino le piante sparivano e una distesa di roccia nuda andava fino all’orizzonte: montagne bianche come panna, una bella giornata senza nuvole.
Ero in un autobus fermo non so dove, quattrocento milioni di anni prima di quando ero partito.

Mi alzai.
Il sole radente, di primo mattino, attraversava l’autobus da parte a parte.
Mi sedetti al volante.
So guidare un pochino, m’insegna nonno tutte le estati sul trattore.
Allora, i pedali ci sono, il cambio è questo, il volante c’è…c’era anche un mazzo di chiavi ancora inserite.
Pigiai la frizione e le girai.
Lo scassone si accese traballando e mugghiando.
Mollai delicatamente la frizione, toccando appena l’acceleratore, e via, in giro per l’acquitrino, spiaccicando non so quanti miriapodi.
Aprii il finestrino: sentivo caldo.
Mi arrivò l’odore della terra umida e il marcio del muschio.

Fu lì che cominciai ad urlare.

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di Marco Di Travertino

Illustrazione di Stefania Brandini

Quella specie di tartaruga è un uomo: intabarrato nel pastrano stinto in un alba che potrebbe esser livida, ma è il mondo reale e, quindi, un’alba di merda.
Esita nell’atrio del casermone scrostato, fatto apposta coi piedi per farti sentire inferiore. Il chiarore fuori è un riverbero grigio tra le pozze fangose increspate da pioviggine e vento, spasmi terminali di una notte squassata dalla tempesta.

Le sette meno un quarto: l’ora del raccapriccio.
Strattona il cancello e si lascia investire dalla tramontata.
Quel po’ di stufelettrica-moka-carezzalgatto, disperso in un attimo.
La tartaruga incassa le gocce, rabbrividisce e allunga il passo.
Va a lavoro coi mezzi, che non passano o sono in sciopero, zeppi di carne o prendono fuoco. Ci sarebbe da ridere ma è lunedì.
La sera ha bevuto e mancano otto mesi alle ferie.
La tartaruga si sente truffata e stanca.
Un inizio giornata tragico. Anche eroico, però: il lavoratore che soffre a testa alta… Un eroe proletario!
Bell’eroe del cazzo, pensa la tartaruga, che tra mutuo, alimenti e spese varie non può mandare tutto a puttane.

Da quando ha lasciato la patente in mano a un appuntato – guida in stato di ebbrezza – ha bisogno ogni giorno di una metro e due bus.
L’attesa del primo è febbrile, non ci si abitua mai. Al momento giusto guadagna un buco senza troppi complimenti nel marasma umido: cappotti impregnati di fritto, ombrelli, zainetti cenciosi, adipe, membra, respiro.
La tartaruga non riesce a timbrare il biglietto e se ne cruccia.
La forza dell’abitudine.
Se ne guarda bene il controllore dal mischiarsi a cotanta canaglia…
È al bar, mastica una bomba alla crema. Lo zucchero gli atterra sul golfino alla faccia di quel quarantotto di monossido di carbonio, cipolla-sudore e alitosi impiegatizie al cappuccino-cornetto.

Il traffico? Un patimento.
Si striscia lungo la dolorosa arteria di periferia, un tempo industriale. Fracasso persistente di clacson punteggiato di cordiali vaffanculo.
Un fiaterello di operai, alcol stantio, si incunea nell’aria già di per sé vivace. Sciami di motorini zigzagano tra le vetture ferme, il medio dal finestrino è quasi un “baci ai pupi”. L’orologio non fa sconti.
La tartaruga reprime una loffa.
«Se avessi il teletrasporto – pensa – sarei ancora a letto. Farei la doccia solo qualche minuto prima di arrivare a lavoro fresco e pulito, in orario. Ma se avessi il teletrasporto, avrei bisogno di lavorare?».

Il metrò: l’ingresso è una bocca sdentata in cima alla salita.
Mandrie intere, armenti ferrigni giù per le scale sdrucciolevoli per la fanghiglia. Si lotta per guadagnare terreno.
Un ragazzotto in pettorina spinge in mano alla gente un “notiziario” gratuito: monnezza, propaganda, merda. La tartaruga ha fretta, lo maledice gettando l’almanacco com’è verso un bidone.
Manca il bersaglio, le pagine tutte per terra e neanche un minuto per raccoglierle. Un colpo al suo senso civico.
Tre raccapriccianti fermate: porte che frollano arti, asfissia generale, gomiti in testa, per aria, nel culo. Due ragazzine commentano il fatto del giorno: un tizio ha sparato alla moglie davanti alla figlia, ha sparato alla figlia davanti al cane, poi s’è sparato.
Non bisogna far male agli animali, pensa la tartaruga.

«SAN GIOVANNI», gracchia l’altoparlante.
Una marea solo vagamente umana, partecipe della stessa convulsione si riversa all’allungo finale: il bus delle sette e trequarti, ultimo possibile per l’altra parte del mondo.
La tartaruga corre e ridacchia: assurdo che esistano corse delle otto meno un quarto da “prendere o lasciare”, ritardi, contestazioni disciplinari e lavori da sciacquatazzine.
Ride come un cretino e corre: mica è semplice farlo assieme.
Il ragazzo ha talento ma viene bloccato da un semaforo.
Il “ragazzo”, non il talento: quello è pietrificato da tante cose.
Depressione, pigrizia, un discreto alcolismo, autostima zero fin dalla culla e quasi quarant’anni di sfiducia nel prossimo. Flusso infernale di macchine e il rosso più lungo dell’universo. Tre minuti più preziosi dell’acqua persi per sempre, la lancetta lunga in fuga sull’orologio del Laterano e le gambe a friggere. Le automobili continuano a sfrecciare…
Il 714, Dio Cristo, l’autobus!
Miseria impotente.
Quel serpentone verde, quella cazzo di fiera dell’est che ci mette venti minuti per fare tre metri, stamani inforca la curva sciolto come una ballerina russa! La tartaruga realizza, s’arrende, lo dice ad alta voce perché trova giusto assaporarne il peso esistenziale: Sono In Ritardo.
Il transito è ancora impedito. Un leggero tamponamento ha l’effetto d’ingigantire l’ingorgo.

Fuoristrada manovrano per rubacchiare mezzo metro di strisce pedonali.
Il frastuono è ovunque. Assoluto filosofico: clacson come urla di strazio. Ominidi in piena escandescenza a rantolare tricchetracche di madonne dietro a finestrini appannati, capacissimi di ammazzarsi a vicenda.
Ma ecco il pezzo forte: un vigile urbano tutto marziale, maschio latore del nerbo quirite, farsi largo come un centurione tra SUV e berline per fischiare contro tutti e nessuno, gesticolando come il Direttore Maligno dell’Orchestra dell’Indistricabile.
Fa casino anche peggio!
La mischia appiedata ondeggia su e giù dal marciapiede decisa a saltargli alla gola, a quel pezzo di merda frapposto tra la luce verde e l’altra sponda selvaggia…
Scatta l’arancione, è troppo!
Esonda, lo lascia ecce homo al pizzardone: culo a terra e ben gli sta! Il nostro è nel mucchio, ma il mezzo è già oltre.
Inutile pure affacciarsi alla traversa: perso quello persi tutti.

 Il taxi lo scarica a qualche metro dal bar.
Venti euro per incassarne quaranta e un quarto d’ora di ritardo.
«Alla buonora!», sibila la cassiera dall’alto del suo sgabello. Quel paio di metri.
Insulti soffocati dalla porta della cucina.
Il capo è già all’opera. La tartaruga afferra il caffè che un qualche collega gli lancia sul banco e lo butta giù incendiandosi lingua, esofago e budella: sofferenza sorda che è innesco a curvare la schiena e sgobbare anche oggi.

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di Alessandro Mambelli

Illustrazioni di Simona Settembre e Anastasia Coppola

“Ci aspettiamo tutti più di quel che c’è.”
Charles Bukowski, “Il grande

“Non ricordo più, ma sono sicuro di avere amato una donna indimenticabile.”
Stefano Benni, “Pantera

La nebbia avvolge la stazione come un asciugamano il viso di un uomo seduto su una vecchia poltrona scheggiata nel salone di un triste barbiere di paese e le luci sui binari assomigliano alle lampade fredde al neon sopra lo specchio che tolgono ogni gentilezza al negozio.

La gente cammina su e giù per l’enorme atrio, attraverso le porte a vetri delle biglietterie. Le teste abbassate tracciano i pensieri nelle fughe delle mattonelle e nei rilievi gialli e blu per i non vedenti e per i carrellini degli addetti. Qualcuno ogni tanto alza la testa per leggere le scritte arancioni delle partenze e per accertarsi che il suo treno arrivi ancora al solito binario.

Nell’angolo buio fra l’atrio e l’edicola, una vecchia chiede qualche spicciolo per comprarsi un caffè; poco lontano una donna coi capelli corti ammicca ai passanti promettendo voluttà che non può mantenere.
Sul binario 1, uomini in cappotti lunghissimi e senza pieghe camminano spediti per prendere l’Intercity della notte, maledicendo le riunioni di lavoro in altre città.
Uno di questi è probabilmente un medico, perché sta spiegando al suo smartphone che quando siamo gastrule si forma prima l’ano e poi la bocca:
– No, no, gastrule… sì… no, non siamo montati al contrario.

Al binario 2 il treno arriva in ritardo di venti minuti; alcuni bambini sbuffano perché sono stanchi e hanno freddo; il capotreno scende come un eroe di guerra, sudato e afflitto; un uomo tutto sporco e sciancato si
avvicina brandendo l’indice e chiede:

– Va a Venezia questo?
– Sì.
e poi sale senza biglietto.

Seduti su una panchina, posizionata senza motivo fra un negozio di intimo e uno di vestiti, due amici discutono animatamente di qualche storia d’amore finita:

L’amore è effervescente, sai?
– Cosa?
– Hai mai provato a scioglierlo in un bicchiere d’acqua?
– …
– Fidati di me, ascolta Renato Zero.

Mentre parlano una ragazza bionda e bellissima passa loro davanti dondolando come una di quelle bamboline hawaiane sui cruscotti delle auto, ma nessuno dei due amici riesce a stabilire chi si è innamorato
prima e così la guardano sfilare via per sempre dalle loro vite ancorate alla panchina.

La stazione continua a vorticare intorno ai rappresentati, agli studenti pendolari, agli spazzini, alle commesse dei negozi, all’uomo col caffè americano appoggiato contro la parete del bar, alle amiche che vanno a fare shopping, ai vecchi barboni che ciondolano senza meta al binario 3, agli occhi di Vanessa che aspetta il regionale per Piacenza, ai gelati spiaccicati e sciolti sulla banchina del 4, al binario 5 che non è mai esistito,
ai treni ad alta velocità che transitano al 7, portando con loro cartacce volanti e teste di centinaia di persone mentre il tempo scorre scandito dalle partenze e dagli arrivi.

Un elettricista cambia un led nel corridoio sotterraneo davanti all’ingresso per gli ultimi binari; un inserviente svuota i cestini dentro un enorme sacco nero; un agente della sicurezza dà indicazioni a due turisti.
Al binario 8 una ragazza seduta sul suo zaino ripassa una qualche materia fitta di appunti mentre poco più in là, anche lei assorta, un’altra ragazza legge qualche libro di cui nasconde la copertina con una mano.

Il binario 6 è gremito di persone: alcuni, troppo impazienti, si affacciano oltre la linea gialla sperando di veder arrivare il treno; altri si distraggono col telefonino, giocando o messaggiando con chissà chi e ridendo di nascosto per non sembrare stupidi; gli ultimi, i più soli, si guardano i piedi tenendo le mani in tasca, avvolte in pesanti guanti di cotone termico.

illustrazione di Anastasia Coppola
Illustrazione di Anastasia Coppola

Il treno arriva e i viaggiatori tornano a casa dopo una giornata di lavoro, di studio o di svago; la gente sulla banchina all’improvviso comincia a spingere e a strattonare quelli davanti, tutti speranzosi di riuscire a trovare un posto a sedere: non vicino a quelli che puzzano, però, per favore, non vicino a loro e neanche a quelli che stendono le gambe o allargano i gomiti, per favore, loro no, e neanche in piedi o in mezzo al corridoio…

Fra la gente che scende e che sale c’è chi va, chi torna e chi rimane sospeso fra l’atrio e i binari senza decidersi mai.
Ogni persona che riempie lo spazio-tempo della stazione ha la sua storia, e quelle più interessanti hanno quasi sempre due protagonisti: due amici, un genitore con il figlio che parte, due amanti che si baciano.
Le più storie più brutte, invece, sono quelle in cui lei lo lascia salendo sul treno e sparisce oltre le porte scorrevoli, immergendosi nell’appiccicume dei regionali veloci mentre lui rimane fermo in piedi sul binario come una statua o come quei vecchi barboni che non possono permettersi un biglietto, e la guarda sparire insieme al treno finché il treno non viene mangiato dalla notte e chi li vede pensa a cosa farà lui quella sera ora che è solo, se guarderà un film o un varietà alla televisione o se magari andrà a letto presto, e poi si chiede cosa facciano in generale gli amanti abbandonati per ingannare il tempo.

Il binario 6
illustrazione di Anastasia Coppola

Quando arrivo al binario 6 il treno è ormai partito e io l’ho perso per poco.
Sulla banchina non c’è già più nessuno e così mi siedo su una di quelle freddissime sedie di metallo finalmente libere per aspettare il treno successivo pensando alla vecchia, ai tabelloni, alla bionda, agli elettricisti, ai caffè, agli occhi di Vanessa, alla polvere, alle mani di una donna passata velocemente e agli amanti non amati che forse sono già tornati a casa.

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di Luca G. Manenti

Illustrazione di Liliana Brucato

«Tipo costruttivo dotato di estese funzionalità sonore, motorizzazione con massa volanica e cerchiature di aderenza. Deflettori negli ingressi all’estremità della vettura. Colorazione in blu oceano con righe zigzaganti d’oro puntinate d’argento. Due fanali di coda rossi commutati in modo digitale. Illuminazione garantita da diodi esenti da manutenzione a luce bianca calda. Pantografo monobraccio e carrello anteriore con vomeri scaccia sassi. Telaio del rodiggio finemente dettagliato. Respingenti in esecuzione incurvata e piatta».

Leggere nel catalogo da collezione “Materiale rotabile” la descrizione minuziosa del treno perfettamente riprodotto su cui era seduto, gli dava un piacere al cubo, impossibile da comprendere per i profani del ferromodellismo.
Il mezzo che lo stava trasportando era stato concepito a partire da una miniatura dedotta, a sua volta, dal veicolo originario, di cui erano andati perduti esemplari e progetti ingegneristici.
I complementi d’arredo ben definiti, le poltrone rivestite di pelle in tinta caffellatte con schienale reclinabile, i divisori in cristallo, le cappelliere, i portabagagli, l’insieme armonioso e opportunamente disposto, insomma, della carrozza, gli provocava, man mano che si rendeva conto del grado di fedeltà esibito (da intendere, dunque, così: fedeltà a un formato in scala ridotta fedele a un archetipo reale che, se davvero tali le fedeltà, era identico al convoglio in movimento calcato sulla maquette, e così via), una sensazione di goduria quasi sessuale.

Dal finestrino scorrevano immagini che avrebbero potuto essere di un diorama.
Nulla mancava: l’erba verde brillante, i passeggeri in attesa sotto la pensilina, il ponte ad archi in mattoni, la galleria che forava il monte, la casa cantoniera, la torre dell’acqua, il villaggio con la locanda e la chiesa, l’edificio del casellante.
Trascorsi due minuti, ancora: l’erba verde brillante, i passeggeri in attesa sotto la pensilina, il ponte ad archi in mattoni, la galleria che forava il monte, la casa cantoniera, la torre dell’acqua, il villaggio con la locanda e la chiesa, l’edificio del casellante. Dopo centoventi secondi, da capo: la medesima erba, i medesimi passeggeri, e poi il ponte, la galleria, la casa, la torre, il villaggio, la locanda, la chiesa, l’edificio: tutto era uguale a prima.

Il «tipo costruttivo dotato di estese funzionalità sonore, motorizzazione con massa volanica e cerchiature di aderenza» proseguiva con ritmo monotono, indefettibile, accompagnato da un lungo e sottile ronzio, senza mai fermarsi alla stazione, scivolando dinnanzi alle figure immobili degli aspiranti viaggiatori che pazientavano invano, muti, con i piedi saldamente incollati alla banchina.

Si guardò attorno, accorgendosi d’essere l’unica presenza nel vagone. Sebbene ordinato, pulito, razionale, l’ambiente appariva, a uno sguardo più attento, stranamente artefatto, come di plastica. Toccò il sedile, i braccioli, le paratie: plastica. Il tavolino, l’appendiabiti, il poggiatesta: plastica.
Deluso, si chiese se perlomeno la scocca fosse in metallo.

Posò gli occhi sulla pagina della rivista, scorgendo nella foto, al di là del vetro della locomotiva artisticamente ritoccata per renderla più simile al prototipo, la cui impeccabile imitazione, ricavata da una copia di piccole dimensioni, stava ripassando, in quell’esatto momento, sul ponte ad archi in mattoni, un viso conosciuto. Il suo.

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di Davide Ceraso

Illustrazione di Simona Settembre


Il 4 è come un bisturi affilato, taglia l’asfalto al suo passaggio e lo ricuce dietro a sé con binari metallici, una cicatrice che divide a metà la città deserta.

Alzo lo sguardo e vedo la nebbia della sera deformare i contorni di case e automobili, ologrammi offuscati di altre esistenze le cui dinamiche, oggi,appaiono insignificanti,lontane anni luce dal mio interesse. D’improvviso sporco e umidità solleticano i gas ionizzati che di rimando scintillano sul pantografo del tram, un lampo accecante che ferma il tempo soltanto per un attimo prima di riavvolgerlo su se stesso. Mi volto e le luci stroboscopiche della discoteca costringono le mie pupille a contrarsi. Poi la scorgo tra le ciglia di occhi socchiusi,poco prima che il cervello metta a fuoco l’immagine.

Ride. Alza un calice di vino. Sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Ci salutiamo. Parla muovendo le mani. Fisso le sue labbra. L’incavo del collo profuma di mandarino, sandalo e vaniglia. Dita intrecciate. Macchie di rimmel sulla mia camicia. Rossetto sbavato. I nostri respiri si perdono uno nell’altro.
Viola abbraccia il mio corpo, nuda, mi stringe e sento i suoi seni premere contro il petto mentre promette che sarà per sempre…

Il tram sobbalza su uno scambio, una mioclonia notturna che riporta la realtà in primo piano e spezza il filo dei ricordi. Lo stridio dei freni rallenta la corsa in prossimità della fermata. Una coppia si alza. La donna, magrissima, è fasciata in un abito rosso plissettato, l’uomo vestito con un impeccabile smoking le tiene una mano intorno alla vita. Sembrano fantasmi, forme vacue, pennellate di colore in panorami vuoti, come i ballerini nei dipinti di Vettriano.
Le porte scorrono verso l’esterno e la notte penetra fulminea nella carrozza con freddi tentacoli che avvolgono le mie gambe provando a tirarmi ancora più a fondo. Resisto, i muscoli irrigiditi dall’acido lattico. Intanto la coppia scende sulla strada buia, il tram riparte con uno scossone e il finestrino sudicio riflette i protagonisti dell’ultima corsa di giornata,volti celati da maschere alla disperata ricerca di momenti che valga la pena ricordare. La vita, d’altronde, è solo un susseguirsi di attimi, ma ci sono attimi che dividono la vita stessa in un prima e in un dopo. E questo è certamente un dopo.

I Blur sussurrano alle mie orecchie quanto sia tenero dormire con qualcuno disteso al tuo fianco.
Impreco sottovoce. Questa notte sarò da solo, per la prima volta dopo molti anni, l’insonnia quale unica confidente cui chiedere il perché Viola abbia raccolto la sua roba e sia andata via per sempre. Non abbiamo avuto figli. Li abbiamo cercati senza che fossero mai una priorità, andava bene a entrambi, una sorta di muta rassegnazione condivisa.
Ci piaceva viaggiare ma ho più fotografie che ricordi.
Leggevamo uno a fianco dell’altra, separati da centimetri che parevano distanze sconfinate,perduti in storie più attraenti della nostra. Forse non era abbastanza.

Sfilo le cuffiette e sento in sottofondo i singhiozzi sincopati di una ragazza che piange e i respiri profondi di un uomo che sonnecchia disteso senza scarpe sui seggiolini. Davanti a me, un poco a sinistra,siede una madre con un bimbo sulle ginocchia. È vestita a strati, quasi indossasse ogni capo del suo esiguo guardaroba. La pelle del viso è un dedalo di rughe profonde che corrono lungo i lineamenti spigolosi, i capelli sono arruffati come pelo di cane randagio. Il bambino, avrà sì e no cinque anni, dondola in sincronia con il tram, la schiena dritta, le braccia lungo il corpo. Sua mamma lo abbraccia, gli carezza le guance, la fronte.
Quella donna non ha nulla, né soldi, né fortuna, né un lavoro, forse neanche un futuro, ma il figlio è il pieno che riempie il vuoto di una vita intera.

Una voce metallica gracchia monotona, avverte i passeggeri che la fermata successiva sarà il capolinea. Io sarei dovuto scendere prima, così da rinviare l’eco dei miei passi tra i muri spogli di una casa ormai priva di sogni, ma non riesco a distogliere lo sguardo dalla donna con il bambino. È il modo in cui lo stringe a sé che contorce le budella, che intorpidisce i sensi, che blocca il diaframma nel mezzo di un respiro. Poi il tram si ferma di colpo, le luci sfrigolano e le porte mostrano il mondo esterno con un ronzio. Mi guardo attorno e nessuno si muove.

Allora rimango anch’io qui, immobile, in apnea, testa china, seduto dentro la carrozza di un tram fermo al capolinea e aspetto senza far nulla, aspetto come tutti quelli che non vogliono scendere da vite a loro modo al capolinea…

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di
Luca Betti

Stamattina sono stato piccolo piccolo (e mi è piaciuto molto).
Ore 8:20: autostrada A14 tra Castel San Pietro e San Lazzaro di Savena, corsia di sorpasso.
Velocità: una decina di km oltre i limiti.

All’improvviso un patacca.
Un patacca dalle nostre parti è uno sbruffone. Di quelli che li vedi da lontano.
Con la sua utilitaria smaragliata (elaborata, pimpata, personalizzata e chi più ne ha più ne metta) lo vedi farsi largo nello specchietto retrovisore a velocità smodata.
Chi mi segue o lo precede si butta a destra per fargli posto. Pista arriva il patacca.

Tocca a me. Solo una cosa in autostrada mi dà più fastidio di chi mi “fa gli abbaglianti”, quelli che ti si incollano al paraurti. È pericoloso stare ai 140 km/h a 10 cm di distanza. È per questo che hanno inventato la distanza di sicurezza.
Il patacca opta per la doppietta: si aggancia e inizia a “farmi gli abbaglianti”.

Alle 8:20 di stamattina divento piccolo piccolo.
Non rallento, non accelero e, solo dopo mezzo minuto, decido di farmi a destra.
Lo guardo mentre mi sorpassa per fargli sapere cosa sto pensando di lui. Il patacca fa la stessa cosa. La convinzione sua è che se la sua macchina fa i 160 km/h lui ha diritto di fare i 160 km/h sempre e nessuno lo deve intralciare.

Torno della mia dimensione, potrei restare “piccolo” e mettermi alle sue spalle facendogli gli abbaglianti, ma sono tornato grande e maturo e non lo faccio. Smetto di pensare al patacca e mi riconcentro sulla guida. 3 minuti dopo devo uscire. A San Lazzaro.

Ed ecco all’improvviso la grande livellatrice: la sbarra del casello.

All’improvviso torno piccolo piccolo.

I miei occhi scorgono in fila per il pagamento in contanti l’utilitaria smaragliata del patacca. Sono sempre più piccolo. E non mi tengo più.
Rallento quanto basta per immettere la sagoma della mia utilitaria nella corsia dell’uscita con Telepass. E lo guardo.
Il patacca è innervosito dall’attesa. Spero che quello davanti a lui si sia fermato lontanissimo e non riesca a mettere i soldini o a darli al casellante. E il patacca sta perdendo tempo. E io ora sono piccolo piccolo e mentre io passo e lui sta fermo voglio che lui sappia che io so. Deve saperlo.
E allora suono il clacson e lo guardo.
Sono piccolo piccolo, lo guardo e lui mi guarda e sono certo che ha capito.

E io godo.

In modo infinitamente piccolo godo.

 

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 di
Annalisa Maniscalco


Sul 117, direzione Popolo

Oggi è una di quelle giornate da ultima volta. Sarà per via del sole d’ottobre, non si sa mai quanto può durare. È anche un venerdì 13, e l’aria è lievitata, densa d’avvertimenti ma pure di luci succose. Per evitare rischi e rimpianti, rinuncio ai tunnel della metro e salgo piuttosto sul 117, uno di quei minibus elettrici che ogni tanto spariscono dalle strade di Roma, come le blatte d’inverno.

Il bus punta il Colosseo ma poi devia di colpo verso il Celio, passando in una feritoia tra certe mura vetuste e altre che sono solo molto vecchie. A via Claudia — pare sia più antica dell’Appia, con quel suo senso di pietra ineluttabile, gli alberi stupiti e i ciottoli a quattro ruote — sale una ragazzina: dodici anni, forse tredici, una treccia rossiccia sulla schiena, il busto ancora compresso e le gambe invece lunghe, ma immature, con ginocchia sbozzate sotto le calze bianche di non so che divisa scolastica. Batte tre colpetti sul vetro della cabina di guida; l’autista la guarda dallo specchietto e le risponde con un cenno, un pugno chiuso e un pollice in su. Quel gesto è una domanda, forse una consuetudine fra loro due, e la ragazzina risponde a occhi bassi, con un tremito del mento.

Il bus riparte, la ragazzina si siede composta di fronte a me, la cartella sotto il braccio e una custodia nera sulle pieghe della gonna; ma il suo piede destro, nella ballerina di vernice, batte un tempo asimmetrico e convulso.

Alla fermata del Colosseo — che è sempre una sorpresa, quando appare: un miracolo candido e massiccio, solido come certe improvvise decisioni — salgono tre liceali voluminosi, con le cuffie intorno alla gola e gli zaini semivuoti sopra gli omeri.

«Scusa Tommà, come hai fatto a saltarla?» sbotta una ragazza con un libro tra le braccia.

«Oh, senti, non ho fatto in tempo» risponde Tommaso, lanciando lo zaino in fondo al bus.

«Però la sapevi. No?»

Il ragazzo incrocia le braccia, appoggia la spalla a un sostegno e sogghigna.

«E ride! Te lo scordi che passo un altro pomeriggio a farti studiare.»

«Angè» interviene il terzo, biondo e sottile, che non ha smesso di guardarla da quando sono saliti, «l’hai capito, finalmente».

«Ieri, due ore solo sulla Monaca di Monza» si lagna lei, con un grazioso moto di riccioli neri, «e oggi questo ha il coraggio di lasciarla in bianco».

Si guardano, Angelica e il biondo, concordi su un punto e forse, chissà, volendo anche su altri, e l’equilibrio si sposta. Tommaso, che è imponente, sì, ma d’improvviso è anche solo, afferra il sostegno e tende le braccia.

«Ma sì che la sapevo» ammette, buttando gli occhi altrove, eppure tutto teso verso Angelica. E, a sorpresa, cita: «Non le bastava l’animo di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio».

E non è nemmeno il passo più famoso . Angelica, il biondo, io, la ragazzina: lo guardiamo tutti. E Tommaso, ch’era già imponente e ora è tornato anche centrale, guadagna un sedile e si piazza le cuffie sulle orecchie.

A via Panisperna sale una donna, di quelle che possono pensarsi solo con un “Signora” davanti. Disdegna lo zaino di Tommaso con una specie di passo di danza, e bussa — non ha guanti, ma tra qualche giorno li indosserà di certo — sul vetro dell’autista.

«Mi scusi.»

L’autista le mostra il profilo.

«È vero che questa linea sarà soppressa?»

«Sospesa, signò. Da lunedì.»

La Signora si volta, appena sconcertata (il tutto si limita a una curva più acuta delle sopracciglia color ambra) e si accomoda accanto alla ragazzina, che d’istinto ha raccolto le caviglie sotto il sedile e ha raddrizzato la schiena.

E ora guarda fuori, verso via Nazionale, mentre Angelica finge di leggere, il biondo racconta una prodezza in motorino, Tommaso lo contraddice con occhiate scettiche, la Signora si liscia la borsa.

Ma in realtà l’aria è ferma, risentita, color ambra. Finché, davanti al Palazzo delle Esposizioni — un’altra visione in bianco —, la ragazzina si agita sul sedile, come se facesse no con tutto il corpo. Le tremano le dita di risolutezza mentre apre la custodia nera, monta un flauto traverso lucido di cure e d’esercizio, respira a fondo e si avvicina lo strumento alle labbra.

Il bus si ferma a un incrocio. La Signora batte le palpebre; qualcuno — forse il biondo — tossicchia.

E la ragazzina indovina la prima nota. Come se ce la aspettassimo tutti, come la suoneremmo tutti se solo sapessimo farlo. Lunga e pungente, ostinata come un’obiezione, poi sfuggente come un dubbio, infine sofferente: un pianto che squassa il torace. Il suono si divincola fra capriole e rovelli ma alla fine esce corposo e pulito, continuo e affidabile come una promessa, una rassegnazione — un accordo, quasi, se non fosse che ha una voce sola. E pare che non abbia gli anni della ragazzina, ma che riecheggi da sempre tra una finestra aperta e un muro di cinta.

C’è tutto questo, dentro al flauto della ragazzina, e in fondo al suo petto. Ma all’improvviso, a via del Babuino, l’ultima nota si svuota di colpo non appena le porte si aprono.

Nessuno ha prenotato la fermata, nessuno aspetta accanto alla palina. E nessuno fiata, nel bus: soltanto un sospiro metallico spira dalla cuffia di Tommaso, dimenticata sulle clavicole. L’autista fissa la treccia della ragazzina da dietro il vetro, come un pesce dal suo acquario, confuso — eppure, penso, lui è l’unico che sa, e le sta dando tutto il tempo che le serve.

La ragazzina guarda un punto davanti a sé, dentro un vicolo laterale; rabbrividisce, si alza e fa un piccolo inchino. Poi, senza fretta né ripensamenti, scende dal bus e prende un’altra strada.

Lasciando il flauto sul sedile.

Un momento ancora; e, alla fine, le porte si chiudono.