Annalisa Coppola - Sindrome da Sacco vuoto View More

di Rachele Fattore

Illustrazione di Anastasia Coppola

Eleonora non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. E nemmeno da quando la sua mente, ad un certo punto delle settimane di avvento, si chiude come un riccio.

Centro commerciale, metà pomeriggio di un giorno feriale a pochi giorni da Natale. Non ha grandi alternative per cercare un paio di scarponcini da neve. A meno di non avventurarsi nel traffico cittadino per cercare un negozio di attrezzature sportive. Per risparmiare tempo e preservare i nervi si illude che sia la soluzione migliore sapendo in partenza che ne uscirà sconfitta.

E sconfitta ne esce, non solo per non aver trovato quello che cercava.

Sceglie sempre il solito parcheggio, quello distante il giusto per aumentare in maniera considerevole i passi giornalieri e per non incastrarsi in punti dai quali nemmeno saprebbe uscire. Le auto però arrivano a fiumi, come un disgelo anzitempo che investe tutte le arterie.
La sensazione di vuoto intorno alla sua macchina dura il tempo di avvicinarsi all’ingresso.
Entra.
Si concentra sull’obbiettivo ma borse gigantesche e pacchi preincartati di Natale vanno a spasso con gambe che nemmeno vedono dove vanno.
Si concentra di nuovo, restringe la visuale costringendo i suoi occhi ad una finta miopia. Cerca di sfumare il contorno ma anche solo per trovare le scale mobili deve fronteggiare un orso di sette metri ricoperto di lucine. Dal soffitto pendono decorazioni dai diametri mostruosi ricoperte di filamenti luminosi che si attorcigliano a formare doni, slitte, animali del bosco. C’è profumo di waffle, candele alla vaniglia e caffè aromatico ovunque; non distingue più le note di una canzone dall’altra. Le servono gli scarponcini da neve ma le sembra di soffocare. C’è fila per i bagni, fila per entrare nei negozi, fila per pensare ai regali di Natale che mancano.
Una congestione generale che si espande nel suo corpo con una sensazione di calda nausea.

Entra nel negozio, fa lo slalom tra commessi accerchiati e stand razziati, affretta il passo verso lo scaffale della montagna che già da lontano piange miseria. Niente da fare.
Non respira e non è colpa della mascherina.

Appena si distrae giungono come veleno alle sue orecchie conversazioni sui regali ancora da comprare. Ora una sorta di tremolio sale dalle gambe e le arriva alla testa. Il tempo è agli sgoccioli e anche lei non ha ancora terminato di riempire il suo sacco, forse dovrebbe attardarsi e fare il giro di tutti i negozi della galleria commerciale. Di sicuro troverebbe qualcosa ma cosa? Un rattoppo, una spesa inutile, l’ennesimo riciclo del prossimo anno. Niente da fare.
È in ritardo su quel suo tempo che comincia a fine estate, quando pensa a qualcuno vedendo una vetrina di paese in un giorno qualsiasi dell’anno senza che il conto alla rovescia per il Natale sia già cominciato.

Riscende le scale sfidando di nuovo l’enorme bestia e le luci le sembrano raddoppiate rispetto a prima. Cerca di aumentare la sua miopia fino all’uscita, cerca di non guardare la pista di pattinaggio al terrazzo del primo piano; sembra un carillon vittoriano impazzito con la musica di una discoteca.
La neve scende in filamenti di lucine azzurre, non sa per niente di fresco.

Finalmente il buio del garage le dà un po’ di tregua ma quando si reimmette nel raccordo sembra che le luminarie del centro commerciale siano divenute tentacoli infiniti. Appena può si stacca come da una ventosa, ancora frastornata e infastidita dalla sua stessa idea di essere andata fin lì.

Entra in casa e chiude la porta alle sue spalle. Lancia tutto sulla poltrona e cerca di riprendere un respiro normale, rimanendo nel buio leggero della stanza illuminata dalla sera che entra dalle finestre.
Fissa il profilo delle colline a nord, uno spiffero pungente la pizzica.

Lo Scania raccoglieva dai lembi estremi del sud della provincia studenti e lavoratori. La campagna ghiacciata teneva in pugno i fagotti che lungo la strada lo attendevano. Chi aveva la fortuna di avere una pensilina, chi un muretto, chi nulla. Eleonora si riparava dai venti incrociati di entroterra e laguna dietro ad un albero, affacciandosi di tanto in tanto per controllare. Alto, blu, imponente e caldo. Era lui.
Ma bisognava stare all’erta, schivare i camion e mettere fuori il braccio al momento giusto altrimenti avrebbe glissato, con il suo carico di sonno, fino al capolinea.

Eleonora saliva in compagnia del solito signore, un uomo alto, secco e cordiale che lavorava nella centrale termoelettrica di Fusina. Occupava i primi posti perché lì dietro c’erano i diavoli del mattino: volti intirizziti dall’attesa, occhi stanchi per notti di studio e alzatacce. L’autista spegneva le luci per dar loro ancora tregua. L’autobus proseguiva così in mezzo ai campi e nel crepuscolo si vedevano qua e là, in giardini di case isolate, alberi secchi decorati con fili di luce asimmetrici. Erano solo piccole apparizioni nel buio.

Con questo ricordo il battito si quieta e la testa smette di impazzire dietro al pensiero di corse folli per acquisti tardivi. Eleonora ha l’impressione di ritrovare, almeno per un poco, il senso delle cose e l’atmosfera che si nasconde nel silenzio di uno spazio aperto, nel profumo dell’erba ghiacciata, nel tempo di un impasto per i biscotti o di una cartolina.

Non riesce a ricordare il momento esatto in cui hanno cominciato ad infastidirla le luminarie di Natale. Il suo sacco è ancora vuoto e non ha trovato gli scarponcini.
Ma questo fine settimana andrà con suo figlio sulla neve, quella che ghiaccia le mani entrando traditrice nei guanti.
E quando scenderà la sera, si fermeranno in un posto dal nome sconosciuto, si siederanno in silenzio sul bagagliaio aperto della macchina e aspetteranno di vedere piccoli presepi illuminarsi tra le colline col profumo dei camini che pizzica il naso.

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di Heiko H. Caimi

Illustrazione di Anastasia Coppola

Berlino.
Postdamerstrasse.
Fermata dell’autobus.

Persone salgono, persone scendono.
L’autista, impaziente, le fissa attraverso lo schermo. Le telecamere gli rimandano immagini dall’alto di gente comune che si affretta a salire.
Teste calve, teste appena uscite dal parrucchiere, teste unte, teste tonde, teste quadre.
Le detesta, le detesta tutte.

Attende con impazienza che una vecchietta riesca a fare l’ultimo passo per entrare. Con il desiderio di partire sgommando e di farla cadere.
Improvviso gli ritorna in mente il sogno dell’altra notte: lui alla guida dell’autobus che corre su una strada di campagna a tutto gas, al massimo della velocità consentita dal mezzo. E poi inchioda, all’improvviso. Tutti morti.
Quanti? Quaranta, cinquanta.
Cinquanta teste, cinquanta anonime mediocrità che sono salite sul suo autobus.
Gli piacerebbe, eccome se gli piacerebbe!
Gli piacerebbe che non fosse solo un sogno.

Riesce finalmente a richiudere le porte.
Parte piano, mentre la vecchietta si siede. Quella si lamenta che lui non abbia aspettato: «Così poteva anche farmi cadere!».
Vorrebbe inchiodare, uscire dal posto di guida, prendere la vecchia per le spalle e scaraventarla giù dal finestrino.
Ma non può, deve guidare.
Anche lentamente, perché il traffico procede a passo d’uomo.

Guarda nello specchietto retrovisore.
Cinquanta teste, sedute o in piedi, proprio come nel sogno.
Cinquanta teste in attesa che lui arrivi a destinazione.
No, non gliela darà questa soddisfazione.

Ferma di colpo e tra qualche scossone, tante urla e qualche urto ben assestato, il bus fa fischiare le gomme sull’asfalto per poi bloccarsi, di traverso, in mezzo alle corsie grigie ora strisciate di nero.
Quindi, schiaccia il pulsante che fa aprire le porte anteriori e, quasi fischiettando, esce e scende.
Si incammina in mezzo alla strada immaginando le facce dei passeggeri: il loro smarrimento, la loro paura di non arrivare in tempo, il disorientamento e l’odio.

Poi ci pensa su un attimo.
Torna indietro, quasi con l’aria di chi ha capito l’errore commesso: ma è in errore chi pensa questo.
Infatti, sempre con fare normale, ignorando le espressioni interdette dei passeggeri e le loro iniziali, timide richieste di spiegazioni, aziona dall’esterno i comandi manuali. Le due porte si chiudono contemporaneamente in un sonoro sbuffo d’aria, e le blocca da fuori con il chiavistello che, per sicurezza, porta sempre in tasca, creando una sorta di acquario, mobile ma immobile, fermo di traverso in mezzo al grande viale.
Sorride mentre attraversa la strada col rosso e senza voltare le spalle, senza ascoltare neanche i clacson delle automobili costrette a fermarsi per non prenderlo in pieno.

Di fronte alla fiancata del mezzo, si siede al tavolino di un bar che ha il vantaggio di avere una vista spettacolare: le vetrate del bus.
Popolato adesso da cinquanta teste e cinquanta mezzibusti che si agitano sbattendo i pugni contro gli spessi vetri di quell’acquario fatto d’aria.

«Un caffè americano macchiato, grazie e sì…anche uno di quei croissant al miele: adoro il contrasto del miele con il sapore burroso dell’impasto, sa?», ordina al cameriere che, fermo accanto a lui, non lo ascolta ma, inebetito, guarda impalato verso quel mondo sottovuoto che una volta era un autobus.

Continuando a sorridere, l’autista – ex autista in realtà, ora solamente spettatore interessato, se non artista di un quadro di esistenze sofferenti e iraconde – si gode lo spettacolo: il suo sogno che, bene o male, prende vita.
Beh sì sa, la realtà è sempre diversa da quello che uno immagina, ma anche così questa giornata ha assunto tutto un altro senso.

Sì, questa è proprio la più bella giornata della sua vita.

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Storie e intrecci di vita sul tram 3, vettura num. 1503

di Marcello Manzoni

Illustrazione di Anastasia Coppola

La notizia l’ho appena letta sul gazzettino della mia città, nella terz’ultima pagina, con il rischio che il fatto passi inosservato: vogliono mandare in pensione il tram numero 3, serie 1500, vettura 1503.
Chi sta leggendo magari ha appena fatto spallucce, non considerando come questo evento sia tremendo nella mia vita.

Il tram numero 3 è un eroe vestito dalla tradizionale livrea verde bitonale, con due lunghe panche longitudinali e il decoro del tempo che fu.
Classe 1928, è sopravvissuto ai bombardamenti alleati forse grazie al suo mimetismo di fabbrica.
Nei decenni seguenti, ormai sicuri che non ci sarebbero stati ulteriori bombardamenti, il colore della serie 1500 fu modificato in uno spavaldo arancione ministeriale, ma quello della vettura 1503 rimase inalterato.

Per me il 1503 non è solo un mezzo di trasporto, ma lo considero un amico fidato, ritardatario, ma fidato.
Da bambino lo aspettavo in compagnia di mamma per andare a scuola.
Dodici fermate, e nel frattempo rileggevo i compiti svolti a casa. Con il passare degli anni prendere il tram da solo divenne un simbolo di indipendenza di cui andavo molto fiero.
Alle superiori, le dodici fermate mi occorrevano per fare i compiti dimenticati.
Quando iniziai l’università, servivano solo cinque fermate per giungere alla metro e avere a disposizione così poco tempo, mi permise di porre maggiore attenzione alle persone che vivevano quotidianamente il 1503.

La signora elegante fu certamente la principale habitué.
Al tempo, quando la notai, avrà avuto circa ottant’anni e ogni giorno era vestita con estremo garbo.
Non penso che la signora dovesse effettivamente andare da qualche parte: amava girare per la città e mettersi in mostra per chi saliva, magari inducendo qualche avventore a chiedersi dove una signora di tale eleganza si stesse dirigendo.
Al mio secondo anno di magistrale, di punto in bianco, la signora smise di frequentare il suo salotto motorizzato.
Chiesi tempo dopo a Giuseppe, lo storico manovratore del 1503, se sapesse qualcosa della signora elegante.
Rispose di no e giurò di non ricordare un periodo così lungo senza la sua presenza.
Non la vidi più.

Uno sgradevole personaggio che iniziò a frequentare il 1503 fu un tipo in impermeabile, che soprannominai in seguito “il Toccaculi”.
L’uomo prediligeva gli orari di punta, con i pendolari ammassati e iniziava la sua attività molesta per poi darsi alla macchia.
Divenne noto sulla linea del numero 3 e tenuto perentoriamente d’occhio da Giuseppe, finché toccò le natiche sbagliate e si prese un tacco dodici dritto in mezzo alle gambe.
Giuseppe bloccò il tram e lo lanciò di peso sulla pensilina. Lo vidi altre volte sul 1503, ma restava in disparte, ormai famigerato.

In quegli anni le panche longitudinali furono un invito per rubare sguardi alle ragazze.
Il tipo di seduta faceva il mio gioco e le “maledette” si sforzavano a guardare in ogni direzione, ma mai la mia o a leggere qualsiasi cosa avessero sottomano.
Ricordo quella volta in cui incrociai lo sguardo con una bellissima ragazza mora e lei non distolse lo sguardo.
Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata. Mi guardò ancora e fece un gentile sorriso: rimasi così estasiato che persi la fermata e in fondo chissenefrega, dovevo solo seguire una lezione di Archivistica, quindi assolutamente sacrificabile per un ennesimo sorriso.
La ragazza scese poche fermate dopo e io rimasi imbambolato sul tram.
Mi diedi dell’idiota per le successive tre fermate.
Poi scesi e mi diressi alla morbosa lezione, dove non feci altro che rimuginare sul mancato approccio.
Le settimane successive sperai di incrociarla nuovamente e mi capitò persino di scendere alla sua fermata, auspicando in un casuale incontro.
Ma non successe.
Infine, dopo alcuni mesi la vidi salire sul 1503: era più bella di come la ricordassi.
Inizialmente ponderai la possibilità di lasciare che fosse lei a lanciare il primo sguardo, ma già nei due secondi successivi iniziai a fissarla avidamente e con un sorriso ebete.
La ragazza si accorse della mia presenza e ricambiò il mio sorriso con uno dei suoi, meraviglioso.

Ero a un bivio: se l’avessi lasciata andare senza rivolgerle la parola lo avrei rimpianto per tutta la vita.
Appena il posto a fianco al suo si liberò, mi alzai e mi sedetti a fianco a lei.
Le rivolsi la parola:
«Ciao, non so se ti ricordi di me, ma ci siamo visti proprio qui sul tram alcuni mesi fa. Avrei voluto conoscerti già allora e questa volta non potevo farmi scappare l’occasione».
La ragazza mi sorrise ancora più splendidamente e mi rispose:
«Che pensiero carino! Se hai trovato il coraggio significa che Dio ti ha infuso la forza».
«Dio…cosa?» Chiesi istintivamente.
«Sì, Dio muove ogni nostra azione, capisci?».
Attese che annuissi e poi riprese a parlare: « Noi del Sacro Amore di Dio pensiamo che le cose belle che ci succedono tutti i giorni siano frutto dell’amore del Signore».
«E le cose brutte?», domandai, mordendomi la lingua subito dopo.
«Le cose brutte no, ovviamente». Lo disse con un tono piuttosto sdegnato.
Quindi fece una magistrale pausa, degna del miglior Vittorio Gassman e come ricordandosi che Dio la volesse vedere sorridere aggiunse: «Se vuoi puoi venire a un nostro incontro di preghiera».
Non avevo niente contro i ferventi cattolici, ma quella volta rimasi spiazzato, soprattutto perché nei mesi mi ero creato diversi scenari, ma mai niente del genere.
«Guarda ci penso un po’ su…» vile menzognero che non sono altro.
«Ora devo scendere, non posso proprio perdere la lezione di Archivistica, ciao!».
Sì, mi avevano bocciato al precedente appello.
Non l’ho più vista e chissà come si chiamava.
Tempo dopo in televisione guardai uno speciale sulle Bestie di Satana e mi sembrò di riconoscerla, ma non poteva certo essere lei.

Vi sto scrivendo dal tram 1503, con il quaderno aperto sulle gambe, il gazzettino ripiegato e dopo quarant’anni di frequentazione giornaliera sto come nel mio salotto.
Ahimè ancora per poco.

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di Mariangela Romanisio

illustrazione di Anastasia Coppola

Sono il sessantatré, faccio sempre lo stesso percorso, guidato dal solito autista che non mi strapazza troppo e mi dà quello che mi serve per andare avanti. Però mi annoierei, se non fosse per la varia umanità che mi usa e mi calpesta quotidianamente, o mi verga i sedili con scritte ironiche, tipo: “Quanta fretta, ma dove corri, dove vai?…” o con altre non dirette a me.

Sì, sono guidato, ma il lavoro più pesante lo svolgo io, a piano carico.

Non sono mai stato un autobus con la spocchia, io ricevo tutti quelli che vogliono salire, agevolando (sono predisposto) anche gli invalidi e i portatori di handicap, ma certi personaggi mi stanno sulle sospensioni più di altri.

Come quel giovinastro, oggi, che mi guardava in lungo e in largo col labbro schifato e il naso arricciato, di certo pensando di stare su un mezzo inadeguato a trasportare la sua persona. Mentre era lui ad umiliare me, un autobus militante dalla gran carriera, dal motore rodato, che ha trasportato centinaia, ma che dico centinaia, migliaia di persone in salvo da un capo all’altra della città, e spesso a sbafo. Non sono io a puzzare di mio, è gente come lui che mi fa puzzare!

Lui, col suo collo da giraffa bonsai, un cappello con un residuo filamentoso di nastro argentato da uovo di Pasqua, l’aria da borioso tracotante, il tipo di passeggero che non si fa da parte quando chiunque altro si accorgerebbe di dover lasciare un corridoio sulla piattaforma per l’altrui discesa.
Lui, il tipo di passeggero che si fionda sull’unico posto libero, senza fare circolare lo sguardo in cerca di un anziano, una donna incinta, cui il sedile spetterebbe per consuetudine civile.

Sono stato contento per lo strattone datogli da quell’altro nell’occasione di una fermata affollata, proprio mentre l’autista (che combinazione efficace) mi frenava di colpo, così all’arrogante gli si è staccato anche un bottone del soprabito. Ben gli stava!
Come il mio gas di scappamento addosso, quando è sceso, mentre mi girava dietro per attraversare la strada.

Mi piace percorrere il Viale dei tigli, con le fronde che mi accarezzano le fiancate, è una gradevole sensazione.

Lì l’ho rivisto, stasera, nei pressi di un bar, quel collo da giraffa bonsai col gozzo in evidenza, mentre stava con un altro che lo fissava con uno sguardo obliquo, lui e il suo soprabito stazzonato e strattonato, blaterando di sicuro per recriminazioni del suo quotidiano rapportarsi al prossimo.

È capitato a proposito centrare in velocità con una gomma la pozzanghera che gli ha schizzato una scarpa: quello ha emesso un verso sguaiato e mi ha gridato dietro, anche se non mi ha riconosciuto.

So di essere meglio di lui:  c’è più vento di boria in lui che aria nelle mie gomme, di sicuro, che non sono a terra.
Io sono un mezzo di trasporto al servizio altrui, lui è un mezzo uomo che serve solo al trasporto della sua vana tracotanza fra l’altrui deprecazione.