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di Giulio Iovine

Illustrazione di P.Black

Si conobbero sulla Stellidaura, la linea della metropolitana che va da un capo all’altro dell’Universo.
Si partiva da Livonia, un pianeta colonizzato di fresco nella galassia MACS0647-JD, e si percorreva l’asse maggiore della grande ellisse fino alla stazione di ricerca Panuozzo sul pianeta Torre Annunziata nella galassia GN-z11, per un totale di una settantina di miliardi di anni luce.
Siccome era un diretto faceva solo quattro fermate (Amphiparnaso, Y, Wren e Curculione), grosso modo in un’ora di tempo, il che era perfetto per Irma, che abitava nell’unica città di Livonia (gli appartamenti in periferia costano meno) ma lavorava da qualche mese come amministrativa nell’ufficio centrale della stazione Panuozzo.

Irma fu teletrasportata a bordo della metro ancora imbacuccata nel suo cappotto con sciarpa a quadretti e guanti, perché in quell’emisfero di Livonia era inverno; era sola.
Si sedette, la testa appoggiata al cuscino del sedile, cercando di sdormicchiare per almeno una mezz’oretta.
Fece appena in tempo, prima di chiudere gli occhi, a vedere dal finestrino le stelle che si allungavano e si fondevano mentre il treno entrava in curvatura, e la sua galassia che rimpiccioliva rapidamente alle loro spalle.

Fu svegliata ad Amphiparnaso dal rumore del teletrasporto.
Altri dieci o quindici passeggeri.
Uno, un ragazzo più o meno della sua età, si sedette davanti a lei e senza volerlo si scambiarono uno sguardo.

Prossima fermata: Y.

Irma provò a leggere sul suo tablet.
Anche il ragazzo sconosciuto provò a fissare le stelle fuori dal finestrino che, ipnotiche, tornavano ad allungarsi.
Ma bastarono pochi minuti per tornare a guardarsi avidamente.
Volevano copulare.

Provarono a resistere cinque minuti.
Ma si sa che più l’umanità procede nei secoli, più si libera delle sue pastoie morali, e più è disinibita.
Scattarono in piedi, si avvinghiarono l’uno all’altra, si dissero i reciproci nomi (Irma, Clemente) e cominciarono a spogliarsi e strusciarsi.
Gli altri passeggeri, sospirando un po’ per invidia un po’ per tenerezza, si misero chi le cuffie e chi il visore per vedersi un telefilm; ci fu chi provò ad attaccare bottone per parlare dell’ultima crisi di governo.
L’argomento riuscì ad assorbire i partecipanti alla conversazione a tal punto da non sentire, ripartiti alla volta di Wren, le urla d’amore e i sospiri sudati di questi due.

La carrozza cominciò leggermente a oscillare, poi a sbandare proprio.
Gli abiti di Irma e Clemente, buttati in giro per il pavimento, scivolarono da un capo all’altro.
Si sentì la voce del conducente all’altoparlante:

Attenzione. Il motore a curvatura in servizio su questo treno è parzialmente empatico.
I passeggeri Irma Michelini e Clemente Ricci sono pregati di interrompere o moderare l’attività sessuale in corso, in modo da non causare disagio ai meccanismi di propulsione.

(Per raggiungere velocità come quelle che ti servono per andare da un capo all’altro dell’Universo in tempo utile, devi fare certi pasticci con lo spazio-tempo. Nulla di pericoloso, ma c’è il problema che il motore sente il livello di ormoni nei paraggi, dopamina ossitocina endorfine eccetera, quello che altri scrittori hanno chiamato l’orgone, quando scopiamo tutti all’ammucchiata e per un secondo ci scordiamo dell’assenza di significato del Tutto.
Se lo fai in una carrozza di pochi metri quadrati questo può incidere sulla tenuta di strada.)

A Wren alcuni scesero, altri salirono.
Clemente cambiò posizione, montando da dietro Irma, la quale si teneva ad uno dei piloni di sicurezza mordendosi l’avambraccio per non gridare “chiamami puttana”. Lui, non cogliendo, badava a dire – con mozziconi di frasi – che era tanto che non praticava e che lei era fantastica eccetera.
La carrozza ripartì da Wren, le stelle si allungarono nuovamente, e il livello di ormoni cominciò a fare cose con la realtà.
Quando si fermarono a Curculione, Clemente si ritrovava un membro di un metro, percorso da nervi e canali; Irma una vagina larga come la bocca di una megattera, e due seni e due chiappe gonfi di amore come due melograni immersi nell’olio. Liquori e sudori schizzavano un po’ ovunque sul pavimento. I due corpi cominciarono a diventare incandescenti e a fondere il metallo intorno, sparando scariche elettriche a caso nel vagone.
Arrivarono a Torre Annunziata che la carrozza non rispondeva più ai comandi.
Dalla stazione teletrasportarono via tutti i viaggiatori e il conducente, ma non Clemente e Irma, parzialmente fusi con la struttura atomica della carrozza che schizzò in avanti, si incendiò, penetrò nei cieli di Torre Annunziata.

Era estate in quell’emisfero, una mattinata fresca.
Clemente stava per concludere, ma siccome Irma ancora no, si trattenne.
Il treno senza guida, i suoi atomi percorsi dal fremito di quell’amore in corso, sbandò, puntò dritto su un’isola verde in mezzo ad un mare azzurro chiaro, sorvolò la sua foresta.
Irma ordinò a Clemente di venire anche lui (“ORA, TE LO ORDINO” “SIIII”).
La carrozza andò a sbattere contro una montagna, e se Dio vuole i due vennero.

Il treno si aprì in due.
Tutt’intorno al luogo dell’impatto la materia coagulò, si fece energia e tornò materia;
fu il terremoto, il maremoto, la luce accecante, e dalla cima della montagna si aprì un buco e ne uscirono mischiati come un fiotto di acque vulcaniche metallo, carne, capelli, sperma e sangue.

Poco dopo si ritrovarono tra i rottami del treno, nudi e illesi sul fianco della montagna, mano nella mano, rincoglioniti dalla sazietà. La foresta intorno a loro fioriva.
Nascevano foglie sui tronchi, gli alberi morti tornavano in vita, gli animali ringiovanivano, le piume e il pelo ricrescevano, le acque stagnanti si agitavano e tornavano a scorrere.
Sui loro corpi traslucidi e trasparenti correva un reticolo di arterie, vene e nervi – si vedeva ogni globulo, ogni enzima, ogni ovulo, ogni spermatozoo.

«Buon controllo dei tempi», mormorò lei.
«Mi ha insegnato la mia prima ragazza», rispose lui: «Ha insistito molto».
«Ha fatto bene», approvò lei.

Fiammeggiava sul mare sotto di loro e su tutto il bosco intorno un sole generoso.
Si addormentarono abbracciati.

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di Lorenzo Tuci

Illustrazione di Francesco Pioli

Una volta in salvo sul brigantino della Serenissima, cambiatisi gli stracci sozzi e sudati con abiti da cristiani, e ben rifocillati, i cinque naufraghi furono convocati dal capitan Dandolo presso la sua sontuosa cabina, che occupava la maggior parte del cassero a poppa, lasciando due soli corridoi laterali sia ad ospitare le cabine del resto dell’equipaggio sia a schermire l’alloggio del capo dal sole infuocato o dai ceffoni degli alti marosi.

«Allora, signori,» esordì sonoramente Dandolo, stando in piedi dal retro della sua scrivania, non appena i cinque vennero introdotti, «mi è stato detto che vi siete or ora azzuffati. Dico io, proprio ora, a poche ore dall’aver scampato la morte, vi sembra opportuno tra voi venire alle mani? Mi meraviglio di voi Scarpin, che, come me, siete suddito di sua maestà il doge Silvestro Valiero! È forse questo il modo di comportarsi di un veneziano?»

Il padron giurato, addetto all’ordine della nave, che aveva accompagnato i superstiti del naufragio, intervenne: «Chiedo scusa capitano, ma il povero Gianni Scarpin non ha alzato mano, ché anzi lo abbiamo trovato sul ponte, attaccato per il bavero all’albero di trinchetto, mentre il tabarchinolo immobilizzava e il greco giùa menarlo.»

«Oh, questo poi è grave,» disse il capitano, «due forestieri, oltretutto, che attentano alla vita di un veneziano che ha appena scampato la morte, e su una nave veneziana per giunta!»

Scarpin, che ancora ansimava, era soltanto un po’ paonazzo, scomposto e gualcito sul collo del camice, ma non livido né sanguinante.
Quasi non riuscisse per l’affanno a replicare, durante e dopo le parole del padron giurato, si limitava ad annuire, con un ghigno e sfuggevoli occhiate, dirette ai colpevoli, che ne invocavano il castigo.

Dimitri il greco, detto Cleffino, pareva il più indomito.
Era l’unico a non aver voluto cambiarsi gli abiti. Aveva infatti lavato in fretta i vecchi e poi li aveva indossati ancora umidi.
Il respiro gli restava palpitante sotto la fascia rossa di fustagno che affiorava dal corpetto di pelle. Le grosse mani, che si protendevano dalle larghe maniche della camicia, strizzavano rabbiose l’aria e i lunghi baffi erano una metafora di zanne pronte a mordere.
«Gàidaros1 inveì contro Scarpin; poi, rivolto al capitano: «Escusi comandante, non parlo bene la vostra lingua, ma quel Gianni lì è un còiros 2! Voleva noi tutti morti di non bere.»

«In nome di nostro Signore Gesù Cristo,» intervenne il gesuita, che dal naufragio, oltre alla fede, aveva salvato anche la berretta di seta nera a tricorno che gli stava in capo, «siamo salvi! La Divina Provvidenza ci fece la grazia: permarremmo quaggiù qualche ora in più; e lor signori cosa fanno? Danno piglio alla violenza invece di rendere grazie al Cielo!».
«Insomma,» intervenne il capitano, «qui è andato a picco l’Ermagòra, un brigantino della nostra serenissima Repubblica; ci sono decine di cristiani morti e voi, come dice giustamente padre…padre?».
«Don Zenobio» suggerì il gesuita.
«Padre don Zenobio, appunto. Voi, dicevo, voi due signori, signor greco e signor tabarchino, vi accanite contro un cittadino della Serenissima, anziché gioire d’esser scampati alla morte, e mi raccontate poi di non esser riusciti a bere? Come avreste potuto bere in mare, a cavallo tutti quanti di una polena? Perché accusate costui di avervi assetati, anziché accusare il mare o l’implacabile sole d’agosto?».

«Lo spiego mi» intervenne il tabarchino «a voiotra Signoria illustre», e avanzò tenendosi nella mancina il polso destro, da cui affiorava una mano gonfia e paonazza, in contrasto col colore olivigno smorto della pelle e del capo pelato.
«Innanzitutto qual è il vostro nome?» chiese Dandolo perentorio.
«Mi chiamo Gianni, come quello là, onta della stirpe veneziana, che turco dovea nascere anziché veneziano. Gianni Canepa e son tabarchino, genovese d’Africa. Amico di Clettino, gran cuore greco, a cui detti ospitalità nella mia isola di Tabarca e che con me e gli altri qui presenti s’era imbarcato da Taranto sull’Ermagòra. Noi per altri affari, questi per raggiungere Creta e ripartir poi, dalla fortezza di Spinalonga, per guerreggiar contro il demonio turco, oppressoredi terre cristiane e predone del mare Nostru. Ma u Scarpin vostru ci volea far a tutti noitri le scarpe appunto! Ci fe’ patir ‘a sài 3! Niotri saiemu tutti morti de sài!».

«Di che?» chiese capitan Dandolo protendendo il viso verso l’ometto e corrucciando la fronte.
«Di sài, saite, insomma come si dice per farvela intendere?».
«Di sete» intervenne il giovane dalla chioma leonina, che sinora se n’era rimasto in disparte ad ascoltare attento.
«Voi sareste?» lo interrogò il capitano.
«Sono Jacopo Serrati, mercante di lane e stoffe, suddito del gran duca di terra Toscana, sua eccellenza Cosimo de’ Medici. E, se vostra signoria, data la mia spigliata favella natia e la mia pazienza nell’aver ascoltato tutto questo discorrere inconcludente, me lo concederà, vorrò raccontare per filo e per segno cos’è successo a noi sventurati nei tre giorni che passammo in mare, a cavallo di quel rudere di legno. Che sia benedetto quel bastone, scheggia del nobile brigantino Ermagòra, che cavalcammo sulle acque per tre giorni e per tre notti senza affogare».
«Ebbene ve lo concedo» gli rispose Dandolo, e poi ammonì: «E voialtri signori statevi zitti e lasciate parlare sor Jacopo».

«Io non so se il mar Ionio abbia mai visto una procella come quella, fatto sta che a poche ore dall’aver mollato gli ormeggi, sopraggiunta la notte, un vento titano e onde che si confondevano con montagne rovesciarono l’Ermagòra, che per cause oscure aveva iniziato a imbarcare acqua dalla chiglia.
Noi cinque, visto l’inabissarsi della nave, per non fare la fine dei topi in trappola, ci eravamo portati fuori, sul ponte, ma, per non essere sbalzati in mare, ci tenevamo abbarbicati agli alberi – chi a quello di mezzana, chi a quello di maestra e io a quello di trinchetto. La pioggia non solo cadeva su di noi, ci frustava, mentre le folgori scandivano i secondi che accompagnavano lo sprofondare di quel legno negli abissi. A un certo punto io vidi un lampo abbattersi sulla prua, a poca distanza da me. Poco dopo il brigantino iniziò a imbarcare acqua anche da là, sul davanti, dove la saetta gli aveva tagliato il muso. Prima che la nave venisse sommersa, mollai il mio palo e, per un tempo che mi parve interminabile, venni sciabordato come un burattino da quelle acque infernali, cercando soltanto di riprendere fiato non appena io potessi cacciare la testa fuori dall’onda. Quando il mare si acquietò, alla flebile luce delle stelle che tornarono a far capolino, vidi a poche bracciate da me sor Canepa tabarchino e il greco Cleffino avvinghiati al solo legno che dell’Ermagòra fosse rimasto a galla. Li raggiunsi, senza che inizialmente se ne accorgessero. Quando mi issai a cavalcioni su quel legno, lo fecero anche loro, e di lì a poco recuperammo a pelo d’acqua anche i corpi di don Zenobio e di messer Scarpin, che poi scoprimmo essere ancora vivi.

Arrivò l’aurora e, dal conoscerci solo di vista, passammo a raccontarci chi fossimo, mentre tutti e cinque ci trovavamo a cavallo di quella che era stata la polena del brigantino: un solido tronco conico la cui cima, un imponente leone alato di san Marco, era passato dal fendere il vento, indicando la rotta, a dare ospizio a cinque morituri,portandoseli a dorso. Prossimo al podice della belva argentata, sedeva messer Scarpin, dietro a lui don Zenobio gesuita, dietro a questi stavo io e, dietro a me, sor Canepa e infine il greco guerrigliero. Data la precarietà della nostra scialuppa, era difficile cambiare postura. Le gambe poi, dal ginocchio in giù, dovevamo lasciarle quasi tutto il tempo in ammollo, così come il leone veneto immergeva zampe e Vangelo, mentre sulle nostre teste, anche se coperte con stracci o cappelli, martellava, nelle ore pomeridiane, la rivalsa del sole sulla passata tempesta.

Il primo giorno e la prima notte, su quella bizzarra cavalcatura, passarono per noi sì con fastidio, ma non ancora con tormento. Il secondo giorno però, le cose cambiarono. Già dal mattino, avendo dormito pochissimo, per la paura che quell’abisso là sotto potesse essere il nostro anonimo sarcofago, ci sentivamo stanchi e ormai indolenti, anche a discorrere tra di noi. L’unica voce inarrestabile era quella di don Zenobio, che continuava a salmodiare e a sfogliare le paginette fradice e increspate del suo breviario.

Ben presto iniziammo a lamentarci per la fame e poi per la sete. La fame, dopo averci fatto mugolare i visceri, con la fierezza del Re di Franciaa cui si diserti un abboccamento, se n’andò sdegnata; ma la sete… quella no! con la tenacia d’un usuraio giudìo, presentava irriducibile il conto. Allora io dissi agli altri che, benché ciò potesse solo prolungare la nostra agonia prima della fine, a tracolla avevo una bisaccia piena del vin leggero delle mie vigne, che ero aduso a portare sempre meco viaggiando. Ne avrei lasciato sorseggiare a ciascuno giusto la quantità contenuta dal palmo concavo della sua mano.
E così tutti ne avemmo un sorso, che poco poco ci ristorò.

Giunse la notte e, vinti dalla stanchezza, riuscimmo un po’ a dormire, ciascuno caduto prono sul dorso di chi gli stava davanti e sor Scarpin sulla schiena del leone. Quando fu giorno, sempre con davanti quel deserto d’acqua e cielo, fame e sete tornarono ad affliggerci. Prima che qualcuno me lo chiedesse, sul volgere del mezzogiorno, offrii di nuovo, ai naufraghi compagni,il vino nel palmo, come la sera prima. E dopo che lo avemmo trincato, don Zenobio si rivolse a sor Scarpin in un modo che lasciò tutti perplessi.
Gli disse infatti: “Perché non vi conducete anche voi come messer Jacopo e dividete con gli altri ciò che avete?”
“E cosa g’ho mi più de voaltri? Furse la fam o la sete?” rispose il veneziano.
“Vi ho visto, sapete!?” replicò lesto il sacerdote, “Quando ancora non era giorno, voi stavate mangiando. Esurivi enim, et dedisti mihi manducare…” 4Sitivi et dedisti mihi bibere 5, com’ho fatto io con tutti voi” completai io la citazione evangelica.
“Appunto,” proseguì don Zenobio, che si era brevemente voltato con approvazione verso di me, felice di avere in simili circostanze un compagno di favella latina, “fate come recita il Vangelo di Matteo,” riprese in direzione di Scarpin,“dividete con tutti da buon cristiano e Dio ve ne renderà grazia, ché forse presto sarete al Suo cospetto”.

A queste parole, avvertii i due dietro di me agitarsi e presto passare a rivolgere contumelie contro costui che nascondeva il desinare. Dopo aver per un po’ sgomitato nel tentativo di allontanare le mani del tabarchino e del greco, che cercavano di strattonarlo passando sopra le spalle mie e di don Zenobio, mentre noi, dal canto nostro, cercavamo di riportarli a più miti consigli, sor Scarpin gridò: “Xiti! Fermi! Scolte’!” 6 e, acquietando gli animi con questo annuncio di un discorso incipiente, si distese poggiando il fianco sinistro sul dorso del leone per vedere tutti meglio con quella postura. Poi riprese: “G’ho co mi dea carne salada, ma no vea darò miga in cambio degnente. Mi so’ un mercante e so che el mondo pende da un piato de stadera. Tanto qua morimo tuti, e mi vojo morir mbriago, par patir de manco” 7 e rivolgendosi a me disse: “Se ti, toscan, te me dà el vin avansà, mi te do ‘a carne salada” 8.
Al che, io non sapevo davvero cosa rispondere.
I miei due compagni a tergo mi dicevano di non barattare; don Zenobio spostava lo sguardo da me a Scarpine riprese a salmodiare: “Domine Deus, amo Te super omnia et proximum meum propter Te…” 9

Dopo molto indugio, non fui io a decidermi, ma il veneziano a farmi una nuova proposta: “Ti, se te gheun fiorin de oro, ‘a monea toscana, ‘a metemo qua drento” e mostrò un piccolo fagotto di pelle chiudibile con una cordicella, “e ghe metemo anca na bea lira venexiana. Dopo te tiri su e…la moneda chea vien su la xe el voler de Gesù: si te tiri fora el fiorin te dago ‘a carne, coa lira teme de’ el vin.”10

Io, che di cibo non ne avevo quasi punto, ma di fiorini un po’ di più, accettai, e porsi a sor Scarpin la mia bella moneta d’oro, che risaltava accanto alla lira argentata, ma spenta dall’ossido, ch’egli mostrava tra le dita,voltatosi verso di noi. Preso ch’ebbe il mio fiorino, tornò a darci le spalle e appoggiò la bisaccia sul dorso del leone. Poi fece vista di aprirla e di mettervi le due diverse monete. Nel frattempo, don Zenobio si era sporto di sottecchi sopra le spalle del nostro amante della sorte e, riabbassatosi subito, si era messo a recitare ad alta voce, voltato a guardarmi, un salmo latino che giammai avevo sentito, né in Santa Maria del Fiore né in Santo Spirito oltrarno, né scritto sui Vangeli né in bocca di predicatore: “Fuscos tantum nummos in culleo posuit!”, ossia nel sacco ci ha messo solo monete scure.

E io, compreso dal messaggio in codiceavere lo Scarpin riposto solo ducati nella bisaccia, risposi,pur’io nell’antica favella, salmodiando: “Ora pro nobis ac ne hoc impedìeris!”11.
Così, quando Scarpin mi porse la sacca da cui estrarre la moneta, sotto lo sguardo sbigottito del nostro curato, io, facendo finta di niente, v’infilai la mano ed estrassi; ma, prima che si potesse vedere cosa avessi tirato su, mi feci cadere il metallo di mano lasciando che si perdesse negli abissi.

“La ghera ‘na lira, la g’ho vista!” 12 disse subito Scarpin, ma io lo contradii subito: “No, era un fiorino, era d’oro!”.
Sennonché, lesto come un fulmine, don Zenobio gli strappo la bisaccia dalla mano e disse: “Non è difficile sapere cosa ha estratto sor Serrati, basterà guardare cosa c’è rimasto qui dentro”. E così, signor Capitano, chi ci voleva far passare da bischeri, mettendo due lire in saccoccia e il mio fiorino nelle mutande, bischero fu».

Gli sguardi dei salvati e dei marinai presenti puntavano tutti dritti come sciabole sguainate verso il volto del mercante, che, in cerca di qualcosa da dire, dissentiva oscillando il capo.
«Siete un’onta per la Città che vi diede i natali!» affermò Dandolo, «avete comunque salvata la vita, ma non fate ch’io vi incontri di nuovo, né per mare né per terra».
E poi, sottovoce, «Slandron da ciapar a peae intel dadrìo!»13


[1] Lett. “asino”

[2] Lett. “maiale”

[3] Lett. “sete”

[4] Vangelo secondo Matteo 25.35: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”

[5] Ibidem: “Avevo sete e mi avete dato da bere”

[6] “Zitti, fermi, ascoltate!”

[7] “Ho con me della carne secca, ma non ve la darò certo in cambio di niente. Sono un mercante e so che il mondo pende da un piatto di stadera (antica bilancia portatile usata dai mercanti N.d.A.) Tanto qua moriremo tutti, e io voglio morire ubriaco, per patir meno”

[8] “Se tu, o toscano, mi dai il vino rimanente, io ti do la carne secca”

[9] Dalla preghiera cattolica Atto di carità: “O Signore, ti amo sopra ogni cosa e il mio prossimo accanto a te”

[10] “Se hai un fiorino d’oro, la moneta toscana, la mettiamo qua dentro, e ci mettiamo anche una bella lira veneziana. Dopo tu estrai e… la moneta che ne esce è il volere di Gesù. Se tiri fuori il fiorino ti darò la carne, con la lira tu mi dai il vino”

[11] “Prega per noi e non fermarlo”

[12] “Era una lira, l’ho vista!”

[13] “Lazzarone da prendere a calci nel deretano!”

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pt. 1

di Federico Cirillo

Illustrazione di Simona Settembre

Sergio Pancaldi è un signor nessuno.
La sua storia è con la lettera minuscola, le sue pagine social sono anonime. Il suo gatto Olmo era più popolare di lui, poi l’ha regalato agli zii in campagna.

Ore 07:00

La vita di Sergio è piatta.
Ogni mattina si sveglia nella sua stanza in Via dei Girasoli, saluta il suo coinquilino Fabio, si fa il suo caffè in capsule e dopo una veloce doccia con barba, esce.

Via dei Giunchi, Via degli Ontani, Via dei Glicini, Via dei Castani, Piazza dei Mirti, Metro. Ne avesse mai vista una, poi, di quelle piante.
“Che so ‘sti ontani? – si chiede – e i mirti? Io l’ho giusto bevuto in quella taverna sarda anni fa, non pensavo fosse un fiore, ’na pianta, un frutto...che cazzo è il mirto? Ah già, non prende qua” e mentre lascia naufragare l’idea di controllare su Google, abbandona il suo smartphone nella tasca dei  pantaloni. 
Metro C fino a San Giovanni, Metro A fino a Termini, quindi Metro B fino a Castro Pretorio: 10 ore di lavoro in ufficio e ritorno: “Cavolo – pensa, mentre viene pressato nel vagone – mi sono scordato di controllare che cos’ è il mirto. Vabbè mo non prende” e così via. 

ore 09:00

La vita di Sergio è piatta anche il fine settimana.
O va in campagna dai parenti o va a pranzo da Enzo, l’unico amico che ha a Roma: “A Roma…a Tomba de Nerone, ‘tacci sua” .
«Daje Sergio, io e Mara ti aspettiamo: ho preso la porchetta e le bistecche, metto su la griglia. Porta il vino e la pasta speciale per te. Ps: c’è una sorpresa!1!» gli ha scritto Enzo anche questa domenica.

“La sorpresa – pensa – sarà Silvia, la solita amica di Mara, che ansia. Vabbè so le 9: se esco alle 10, metro Mirti, San Giovanni, scendo a Flaminio e per le 13 ce dovrei sta”. 

Ore 20:00

Bella giornata de merda”, pensa Sergio mentre aspetta la metro C per tornare a casa.
È brillo: il vino rosso che ha portato, gli aveva dato subito alla testa e arrivati al ragù di carne stava già arrancando mentre annuiva, senza ascoltare, ad un discorso che Silvia gli faceva su un sistema di banche fantasma che controllano altre banche e Mario Draghi…boh: era già brillo e annoiato da quelle chiacchiere complottiste.
A seguire: porchetta, bistecca e il video di Paoletto, figlio di Enzo, 7 anni, “una promessa del calcio a’ Se’: questo me diventa come Chinaglia. Ma che ce parlo a fa co’ te, ‘n ce capisci ‘n cazzo de pallone”.  Ed era pure vero.
Dopo 3 bottiglie di vino, due di amari e una di limoncello la domenica era andata.
A chiudere, Paoletto gli aveva mandato il pallone  sul  limoncello, rovesciandoglielo sui pantaloni. 
Sente la  puzza di cedro stantio anche ora che aspetta la metro a San Giovanni, ma “almeno porto un po’ di odore di piante a piazza Mirti. Che poi che è il mirto? Poi vedo. Se avessi saputo che a 37 anni mi sarei ritrovato così me ne sarei andato, come Guido: Azzorre! Si è aperto una pizzeria…ah no, so celiaco. Cavolo, non fossi stato celiaco, non fossi stato un ingegnere! Se fossi stato, che so: un politico, uno statista! Anzi no, un artista: un cantante, oppure un profeta che si è inventato una nuova religione, o un pilota de formula uno, un calciatore, un divo: CAZZO, TUTTO TRANNE SERGIO!”.

Senza accorgersene, ha urlato ma la banchina è praticamente deserta.
C’è solo un barbone appoggiato al muro che a malapena ha alzato gli occhi e un uomo, che lo guarda e si avvicina: “Mo me ammazza – pensa Sergio – o me mena. Prima me mena, poi m’ammazza. Non potrebbe fa il contrario? Ecco che alza la mano” .
La mano si appoggia delicatamente sulla sua spalla e il gesto è accompagnato da un sorriso e da un: «Sicuro?».
Poi un black-out momentaneo e, tornata la luce, Sergio è di nuovo solo. L’uomo non c’è più.
Al suo posto un odore di “Mirto! Questo è mirto…ma perchè lo so? Vabbè…è stata sicuramente un’ allucinazione da sbronza” pensa e sale sul vagone. 

Il viaggio è tranquillo ma Sergio, addormentato sul sedile, ha mancato la fermata e si è risvegliato a Centocelle.
Non fa in tempo a bestemmiare che scende al volo e sente la testa svuotata: deve appoggiarsi alla parete con la schiena e respirare forte. “Non c’ ho più il fisico pe’ le sbronze. Torno a piedi: na bella camminata tra le piante che non esistono e tra le luci di Natale…cazzo è già 23” .

Ore 21:00

La metro Centocelle è silenziosa. Troppo.
Nessuno in giro, nessun rumore, neanche quello delle scale mobili in funzione. Anzi: della scala mobile.
Ce n’è solo una, lunghissima, che sale.
Sergio non ci bada, tiene gli occhi chiusi e pensa: “potevo essere un attore di cinema muto, un attore porno, anzi no un gigolò, un astronauta, un astro…”. Prima di finire il pensiero, apre gli occhi e non capisce.
Dietro di lui la scala continua a scorrere silenziosa. Davanti, un’enorme sala circolare. Rabbrividisce: la stanza è fredda e buia, i muri neri delle pareti sembrano accerchiarlo.
Un lampadario sbilenco, al centro, manda una luce fioca.
Sotto di esso, un uomo: quell’uomo

Ha un’aria da anziano signore, con una giacca lisa e un po’ impolverata, una barba sfatta bianco sporco. L’iniziale impressione rassicurante da gentil vecchietto si incrina nel guardargli gli occhi: uno nero e uno celeste ghiaccio, quasi bianco. Lo guarda e gli sorride, mostrando denti irregolari ma così bianchi da far luce tutta loro.
Sembra quasi che illuminino la lampadina che pende.

Ore 34:00,00?

«Ma dove…?» la domanda di Sergio si ferma a metà, travolta da una sensazione di fiato spezzato, mista a rigurgito alcolico: girandosi non vede più la scala ma solo una curva infinita fatta di oscurità. 
«Ciao Sergio. Non preoccuparti: sei esattamente dove avresti voluto sempre essere».
La voce dell’uomo, ferma e netta, riecheggia creando delle onde sonore che avvolgono completamente il cervello ovattato di Sergio.
La pausa che segue sembra durare un’eternità per poi venire spezzata dalla frase «La domanda non è dove né quando: la domanda è come» che anticipa tutti gli interrogativi dell’ingegnere.
Il sorriso dell’uomo in piedi al centro della sala sembra sottolineare ogni sillaba.
La paura di Sergio è passata non appena la prima parola è uscita dalla bocca dello sconosciuto. Ogni lettera è arrivata al suo cuore e alla sua mente, causandogli sensazioni positive legate a ricordi dimenticati: l’abbraccio di suo padre dopo la prima caduta dalla bici, la mano di suo nonno mentre camminano insieme verso l’edicola, lo sguardo sorridente e stanco di sua madre subito dopo il parto. 

«Vedi?» riprende l’uomo aprendo le braccia e le mani che mostrano cicatrici sui palmi «La risposta non è lontana: sei già nella risposta. Se “tutto tranne Sergio” è il punto, ora sei tutto, tranne Sergio».
Come in un teatro di posa vuoto e abbandonato, ad una ad una, con lo stesso “tac” dei riflettori quando si accendono, cento diverse finestre intorno ai due iniziano ad illuminarsi. Quadrati di luce che pulsano e si riempiono di un bianco accecante. Ora è il cerchio che risplende, mentre al centro è di nuovo buio. L’uomo è scomparso ma non la sua voce che Sergio sente chiara.

«Calma, Sergio: sono qui. Sono ovunque. Le vedi le finestre? In ognuna ci sei tu: lì dentro sei tutto, tranne Sergio. Non aver paura, guarda, sono le tue vite».
Sergio si avvicina ad una delle celle illuminate e brillanti. La sua mano sinistra, spinta da una involontaria attrazione, viene calamitata verso la luce. Mille domande viaggiano nel suo cervello come auto impazzite: “Che c’è oltre la luce? E nelle altre? Che vuol dire “tutto tranne che Sergio”? Ma io so Sergio?”.
La mano scompare e riappare dall’altra parte della cella.
Afferra qualcosa: un volantino stropicciato con la sua faccia e il busto in primo piano.

…continua

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di Giulio Iovine

Illustrazioni di Ponzzz e Anastasia Coppola

Era uno di quegli autobus vecchi, vecchissimi, che non capisci come abbiano fatto a rimanere in servizio fino ad oggi, che abbiamo quelle astronavi a fisarmonica attaccate ai fili elettrici come balenotti alle loro mamme.
Era in ghisa, con la vernice gialla sbreccata, i cerchioni delle ruote coperti di polvere grigia, l’odore di nafta e di pelle umana, il vibrato possente dell’intelaiatura. Il gradino per arrivare dal marciapiede alle poltrone avrebbe stroncato più di un anziano.
Io me la cavai con lo stacco di gamba di cui, a quindici anni, cominciavo ad essere abbastanza disperato da potermi vantare.

Eppure Annachiara aveva detto che sì, potevo andare a studiare a casa sua! Annachiara portava sempre la salopette di jeans e questi maglioni amorfi, pieni del suo seno. Volevo dormirci in mezzo.
M’immaginavo il profumo.
Mentre l’autobus sputava, ringhiava e partiva, io continuavo a pensare a dormire abbracciato a lei nuda, ma in adorazione, senza offenderla con goffe richieste fisiche.

Per arrivare a casa sua ci sarebbe voluta almeno una mezz’ora.
Fissavo i giardini attorno alle case, la strada che si alzava, il cemento rotto dalle radici e dalle erbe. Era primo pomeriggio e non eravamo tantissimi a bordo. Nessuno che conoscessi, una mamma con due bambini, quattro o cinque vecchietti di sesso incerto, forse qualche coetaneo, uno zaino abbandonato su una sedia di pelle.
Lì per lì non capii perché appena prendevamo un rettilineo, l’autista accelerasse come se avesse il diavolo alle spalle.
Distratto come sempre, solo troppo tardi mi accorsi che eravamo usciti prima dalla città, poi dalla strada, poi dal sentiero, e insomma arrancavamo su una collina piantata a olivi. Cominciavano a venir fuori i primi sussulti di panico:

«Ma dove stiamo andando».
«Autista, scusi».
«Ehi».
«Si fermi, che cazzo fa».

Battevano coi pugni sul gabbiotto.
Ma era chiuso.
L’autista brandiva il volante con destrezza. Non rispondeva alle urla.

«Non prende il cellulare».
«Dove siamo?».
«Un sequestro?».
«Ma perché noi?».
«Ho paura».
«Cos’è questa luce?».

In effetti cominciavamo a non riconoscere più gli oggetti al di fuori dei finestrini. Gli alberi, i solchi della terra, le colline in lontananza, si fondevano con la luce e il cielo e si sformavano e riformavano e si scioglievano, i boschi montagne, le montagne mari, i mari deserti, i deserti paludi; il sole e la luna giravano in tondo nel cielo in preda a un furore quasi copulatorio, su e giù su e giù su e giù.
Tutta l’intelaiatura di ghisa tremava e il motore mandava un rombo sbrindellato. Mi acquattai tra sedile e sedile e mi strinsi allo zaino. Cominciai ad avere gli occhi lucidi. Avevo detto ad Annachiara le quattro, quattro e mezza.
E ora?

Ci fermammo: il conducente gridò CAPOLINEA SI SCENDE.
Io non mi alzai, rimasi immobile nel mio buco.
Perché, direte voi.
Ma perché avevo più o meno capito che non eravamo alla fermata Don Sturzo del 55 collinare. E poi perché non si poteva veramente scendere, il conducente era ironico. Nessuno stava scendendo, erano tutti terrorizzati e incollati ai loro sedili mentre dalle portiere salivano uno, due, dieci…
cosi.

di Anastasia Coppola

I cosi non erano molto alti, avevano la pelle liscia e azzurra, non un pelo né un capello, nessun naso visibile e nessuna palpebra, e credo nessuna bocca.
Avevano solo gli occhi, che coprivano ciascuno mezza testa.
Non ero sicurissimo sul numero delle braccia, frenetiche come zampe di una scolopendra.

Il conducente parlava, evidentemente con loro.
Loro lo guardavano senza rispondere.
O forse rispondevano senza parlare.

«…almeno trenta – finiva di dire il conducente – di tutte le età. Ci sono alcuni anziani, ma pochi. Il viaggio nessun problema, quattrocento milioni di anni in due minuti e mezzo. No, prima di così è impossibile. Non ci sarebbe abbastanza ossigeno nell’atmosfera. Non ci sono abbastanza piante sulla terraferma, prima di questo periodo. Ma certo che potete portarli fuori. Da qui in avanti di aria ce n’è. È prima che…ok, ve lo spiego di nuovo».

O non erano sveglissimi, o avevano qualche problema con la lingua che parlava lui.

«Bè, perfettamente sani non lo so, valuterete poi voi. Lasciate perdere gli anziani, fatene concime subito e chissenefrega. Piuttosto, quando verrò pagato?»

Uno dei cosi fece un gesto spazientito.
Al conducente esplose la testa, col suono di quando stappi un cartone di vino. La testa atterrò in mezzo alle due file dei sedili, proprio davanti a dove mi ero nascosto.
Mio malgrado, ci scambiammo uno sguardo complice. Il conducente rimase in piedi, decapitato, a muovere le braccia. Poi cadde con un tonfo.

I cosi cominciarono ad agguantare i passeggeri urlanti, e a buttarli fuori dall’autobus a calci e pugni. Le madri gridavano, i bambini piangevano. Un anziano fu trascinato di peso. Io rimasi immobile per un’eternità.
Infine ci fu silenzio abbastanza perché uscissi dal mio pertugio, e mi sedessi sul sedile dell’autobus abbandonato.

Quello che vidi fuori dai finestrini mi parve contemporaneamente una cosa mai vista prima, e – per via di qualche dettaglio – orribilmente familiare. Tirai fuori dallo zaino il libro di scienze, lo aprii sulle ere geologiche.
A pagina 326 c’era una figura che riproduceva un ipotetico paesaggio del Siluriano.
Cominciai ad andare con gli occhi dalla figura al paesaggio fuori dai finestrini, e in effetti tornava tutto. Lì c’era un fiume e intorno una specie di acquitrino. Come nel libro.
Tutto il terreno era cosparso da queste piante vascolari, alte meno di un metro, briofite, tracheofite, felci primitive, colorate in duecento tonalità diverse di verde vomito. Quello che camminava sotto la felce a occhio e croce era un millepiedi primitivo. A dieci metri dall’acquitrino le piante sparivano e una distesa di roccia nuda andava fino all’orizzonte: montagne bianche come panna, una bella giornata senza nuvole.
Ero in un autobus fermo non so dove, quattrocento milioni di anni prima di quando ero partito.

Mi alzai.
Il sole radente, di primo mattino, attraversava l’autobus da parte a parte.
Mi sedetti al volante.
So guidare un pochino, m’insegna nonno tutte le estati sul trattore.
Allora, i pedali ci sono, il cambio è questo, il volante c’è…c’era anche un mazzo di chiavi ancora inserite.
Pigiai la frizione e le girai.
Lo scassone si accese traballando e mugghiando.
Mollai delicatamente la frizione, toccando appena l’acceleratore, e via, in giro per l’acquitrino, spiaccicando non so quanti miriapodi.
Aprii il finestrino: sentivo caldo.
Mi arrivò l’odore della terra umida e il marcio del muschio.

Fu lì che cominciai ad urlare.

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di
Federico Cirillo

Come ogni sera, il 23 riportava stralci di umanità alle proprie case.
Come ogni sera verso le 21, affreschi di vita incrociavano momentaneamente i propri destini dentro quell’autobus. Come ogni sera, sul 23 salivano ritratti di esistenza che arrivavano precisi ad un appuntamento con gli altri: un appuntamento mai preso e per questo spesso rispettato.

Ma quella sera era San Valentino, la festa dell’amore, anche se i passeggeri avevano più l’aria del santo nel momento del suo martirio. Mattia odiava quella festa: che palle portarla sempre fuori a cena per forza (“Ma è San Valentino amore!” diceva sempre). Almeno st’anno me so’evitato la cena, pensava all’altezza di Marmorata/Galvani, Mattia, continuando a toccarsi la gamba dolorante per il post-partita.

 «Mortacci Cla’, ancora me fa male la gamba: quel pezzo demmerda m’è caduto addosso pesante!», disse strattonando Claudio che aveva da poco chiuso gli occchi.

Claudio si girò con la bocca impastata di sonno: «Uhm, guarda che sei te che sei uscito “a valanga”, je stavi quasi a rompe la tibia a quer poraccio».

 «Che cazzo dici? Me pari l’arbitro! Quello m’è piombato addosso quando il pallone ce l’avevo già io, era carica a Cla’, altro che fallo».

«Sè vabbè, Matti’, era fallo…l’abbiamo visto pure noi, dai. Ma poi che cazzo t’ha detto la testa de usci’ così fori dall’area? Pure tiro libero contro ci hai fatto prende. Te devi da’ una calmata Matti’. ’St’anno so già 5 ammonizioni che te pijii, o pe’ fa’ ste uscite o perché devi sbrocca’ all’arbitro. E abbiamo fatto 8 partite. Da quando te sei… vabbè su, lascia sta’».

 «Da quando me so’ cosa?» scattò Mattia. Si conoscevano dall’infanzia e Claudio sapeva di aver toccato un nervo scoperto. «A parte il fatto che de quelle 5 ammonizioni, 3 so’ molto contestabili…non ho capito, finisci la frase: da quando me so’?».

 «Dai Matti’ lo sai, da quando te sei lasciato co’ Valeria sei strano, nervoso. Sbrocchi pe tutto e co tutti: hai attaccato ’na polemica con l’arbitro prima dell’inizio per il fatto che se dovevamo mette noi le casacche…che poi te sei il portiere e manco te la mettevi. E su!».

«Ma che c’entra Cla’, quello è perché me dà fastidio che ‘n se vede lo sponsor de papà. Ma poi che cazzo c’entra Valeria? Che me frega de Valeria? Quella stronza. Anzi proprio oggi so contento che nun devo anna a quella cazzo de cena de San Valentino der cazzo».

 «Appunto» chiosò Claudio, rigirandosi verso il finestrino «e smettila de magnatte le unghie, che schifo» aggiunse irritato.

Il silenzio, accompagnato dal rosichìo nervoso di Mattia, si impossessò nuovamente del 23, lasciando spazio ai rumori di fondo.

Fu allora che Mattia la vide.

«Ao, ma quella?» fece Mattia, ridestando di nuovo Claudio con una gomitata mentre il bus rallentava sull’Ostiense «Guarda che gnocca, Cla’!»

Indicò fuori dal bus un finestrone ben illuminato della palestra che, sul lato opposto della strada, pullulava di vita fitness. Claudio si girò di scatto.

 «Ma chi? La bionda? A Matti’ ma me sa che…».

 «Sì, sì… la bionda! Davanti alla finestra, attaccata alla colonna. Guarda Clà! M’ha visto, me sta a guarda’! Guarda che canottierina che c’ha, co’ tutta la panza de fori! La devo conosce Clà, questo è un segno del destino, proprio stasera che sto da solo dopo…beh…dopo tutti l’anni co Valeria, quella stronza. J’assomija pure, però ammazza se è più fica de Valeria, aoh me guarda Clà…dai scendiamo, scendiamo cazzo, la devo vede’ da vicino, la devo conosce, dai dai». Il viso gli si era tutto acceso e si era spostato verso le porte centrali spingendo freneticamente la richiesta di fermata.

 «Ma che scende Matti’, è fica, ok ma è…» disse Claudio tentando invano di trattenerlo.

«Bella! No fica Cla’, bella!» lo interruppe Mattia offeso «Ti pregherei di sciacquarti la bocca quando parli della donna mia! Dai scendiamo, daiiii».

 «’A donna tua? Ma te sei scemo. Dai che palle Matti’ ma non lo vedi che è…vabbè vaffanculo scendiamo ma ce vai da solo! E pijate la borsa tua, cazzo!» disse Claudio sbattendogli la borsa del calcetto che aveva trascinato fino alle porte.

«Ok, come sto?» chiese tutto eccitato Mattia aggiustandosi i capelli alla fermata e appoggiando i guanti da portiere sul borsone «vabbè ’sti cazzi, tanto è sudata pure lei.  Guarda quanto è bella, me continua a guarda’, sicuro che non vieni?»

 «None! Te credo che te guarda, è na f… »

«Ho detto che non devi parla’ così della donna mia! Fata, si dice è una fata, ok?»

 «No Matti’, intendevo, che è ’na f…»

Mattia già attraversava tutta l’Ostiense preso da un fomento innaturale: «Me lo dici dopo, guardame la borsa» urlò a Claudio correndo «20 euro che me dà il numero?»

Dall’altra parte Claudio urlò di rimando «20 euro che fai ’na figura demmerda?»

 «Annata!» sputò fuori Mattia entrando nella palestra.

Fu tutto rapido e (non) indolore. La ragazza bionda attaccata alla colonna che guardava fisso verso l’esterno. Claudio attaccato di schiena al palo della fermata, in attesa del successivo 23. Mattia che arriva in sala accompagnato da un istruttore. Mattia che arriva accanto alla ragazza. L’istruttore che ride. I frequentatori della sala che ridono indicando Mattia. Mattia che abbassa la testa, si gira sconsolato e torna sui suoi passi. La ragazza bionda che, sempre attaccata alla colonna, guarda sempre fisso all’esterno. Mattia che torna da Claudio, lemme lemme.

«Me devi 20 euro» fece Claudio, secco.

 «Te li do domani. Però me lo potevi di’ che era ‘n poster, ’na cazzo de foto pubblicitaria».

 «C’ho provato, nun m’hai fatto parla’, stavi infojato. Ultimamente ‘n te se pò di’ gnente, da quando…vabbè famo che me ne dai 10. Sali va.».

In silenzio, risalirono sul 23 successivo che, ancora più vuoto di quello di prima, li ospitò senza giudicare.

«Che poi Valeria» disse Mattia con un filo di voce «era pure più fica».

 «Beh, di certo era più in HD».

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di
Lorenzo Desirò

«…e tu perché sei dentro?» 

«Per un errore» dice, accennando un sorriso. 

«Un errore, certo. Dicono tutti così.» 

Silenzio.  

«Qui ti chiamano tutti Settantotto. Cos’è, il numero di quelli che hai fatto fuori?» 

«Che cazzo dici? Settantotto persone…» e Settantotto ride: una risata affilata. 

«Cazzo ridi? Pensi che qui dentro non c’è gente che ha fatto stragi?» 

E poi ancora silenzio. Ma in lontananza un cigolio, forse di una brandina. 

«Senti, io la mia storia te l’ho raccontata. Tu non vuoi parlare? Cazzi tuoi. Ma stiamo nella stessa fottutissima cella, e finché non mi dici perché sei qui io ti giuro che non ti parlo, cazzo.» 

«Non me ne frega assolutamente un cazzo» 

«Ok, facciamo così: ora mi butto su questo fantastico letto, e se vuoi parlare ti ascolto, altrimenti ti giuro che resto in silenzio e non ti dico più un cazzo! Non ti rispondo nemmeno se mi chiedi l’ora. Passerai tutti questi fottutissimi anni senza dire una cazzo di parola. E lo sai che qui il tempo non passa mai se non parli con qualcuno. Le giornate sono lunghe, lunghissime e non passano mai, mai, mai…»

E di nuovo silenzio. In lontananza un altro cigolìo, un accendino che scatta.
Ma, su tutto, il ronzìo delle mosche.    

«Che cagacazzi» dice piano Settantotto. Fissa una macchia di muffa sul soffitto e comincia 

«Era il 17 Agosto. Due e mezza del pomeriggio. Faceva caldo, un cazzo di caldo… e sudavo. Puzzavo. Le gocce di sudore mi scendevano dalla testa dritte dentro gli occhi. Ero in una piazza e non c’era nessuno: nessun negozio aperto, nessun bambino che giocava, niente. Niente di niente… La città ad agosto è un fottuto deserto. C’era solo la puzza dell’asfalto bollente e il silenzio. Neanche un filo d’aria.
All’improvviso mi viene una cazzo di voglia di gelato che tu non hai idea: un gelato… fresco… cioccolato… crema… stracciatella… e un po’ di panna. Non puoi capire che cazzo di voglia di gelato che avevo. Mi guardo intorno e non c’era niente. Né un bar, né un fottuto negozietto, niente. Neanche un Bangla di merda aperto. 
Poi, all’improvviso, un flash, un’illuminazione: c’era un gelataio nel quartiere! Subito dopo il ponte, vicino all’incrocio grande! …ma chissà se esisteva ancora.» 

Settantotto lentamente si accende una sigaretta.  

«Avevo appena fatto tre anni qui dentro per un’altra storia. Magari in quei tre anni la gelateria aveva chiuso. Guarda che in tre anni uno non se ne accorge, ma cambiano un sacco di cose.
Cambia il quartiere, cambiano i punti di riferimento che avevi prima. Magari piccole cose: il tabaccaio dove compravi sempre le sigarette che si sposta qualche negozio più in là, la pizza a taglio sotto casa che cambia gestione, negozi cinesi che spuntano ovunque, nuove fermate della metro… succede di tutto, in tre anni.»  

E poi ancora silenzio. In lontananza la branda continua a cigolare, un altro accendino scatta, le mosche continuano il loro lamento. 

«Io mi ricordavo che questo gelataio stava a una ventina di minuti da quella piazza. Ma venti minuti a piedi alle due e mezza del pomeriggio, ad Agosto, con tutto quel caldo, non li avrei fatti nemmeno sotto tortura. E proprio mentre stavo pensando a come ci potevo arrivare… Eccolo lì! Si ferma al capolinea e apre le porte. Non scende nessuno. Secondo me io e l’autista di quell’autobus eravamo gli unici esseri viventi nel raggio di qualche chilometro. Mi avvicino al tipo e gli faccio: “Capo, mi porti dal gelataio?”. “Che cosa?!”. “Capo, portami dal gelataio, fa un caldo di Cristo! Dai, quello che sta dopo il ponte, vicino all’incrocio”. L’autista comincia a ridere e mi fa: “Questo è un autobus, mica un taxi! Vacci a piedi!”. Io non la smettevo di sudare. “Fa caldo, capo! Fa un cazzo di caldo!”.
Ma quello inizia a ridere, e ride, ride…» 

Un lento e profondo respiro di nicotina, prima di proseguire. 

«E poi, boh. Sarà stato il caldo, o la voglia di gelato che avevo, o la risata di quella faccia da cazzo, non lo so. Succede che tiro fuori il tirapugni e gli salto addosso. Quello non ha neanche il tempo di spostarsi, neanche di urlare… forse perché gli ho spaccato subito la mandibola. E lo colpisco, lo colpisco… non la smetto di colpirlo.
Dopo neanche un minuto sembrava un bambolotto buttato sul sedile del guidatore, un peluche insanguinato. Lo butto a terra e mi metto al suo posto. Ancora non avevo capito se il coglione era svenuto o se era già morto. Chiudo le porte del 78 e metto in moto…»  

«Ah. Ecco perché Settantotto.» 

«…chiudo le porte del 78 e parto. Supero il ponte, arrivo all’incrocio, ed eccola lì. La gelateria c’era ancora, cazzo. Scendo dall’autobus, entro e dico: “Capo, fammi un cono, bello grande. Cioccolato, crema, stracciatella e un po’ di panna”.» 

Settantotto fa un altro lungo tiro di sigaretta; poi, senza neanche averla finita, lancia lontano la cicca e continua a fissare la macchia di muffa. 

«Il tizio vestito di bianco dietro il bancone mi serve il cono e trema tutto. Nemmeno i soldi ha voluto. Avevo i vestiti e la faccia tutti sporchi di sangue. Prendo il cono e, credimi: non faccio neanche in tempo a toccarlo con la punta della lingua che nella gelateria imbocca un intero squadrone di guardie. Mi puntano i cannoni addosso, mi buttano per terra e mi ammanettano. Non l’ho neanche assaggiato, quel cazzo di gelato!» 

«Assurdo! Tutta questa storia… per un gelato?!» e ride.  

Ma Settantotto non sorride più, non guarda nemmeno il soffitto. Non sente neanche più le mosche urlanti 

«L’ho scoperto dopo, quando ero già in galera. Ma all’epoca io… ero incinta.»