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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«E questa?»

«E questa cosa?»

«E questa l’ha pagato il biglietto?»

È stato allora che l’ho accoltellata, non la sopportavo più.
Avevo il coltellino svizzero che mi ha regalato mio nonno quando ho fatto l’esame di quinta elementare, e non so come mi sono ritrovato col coltello in mano a conficcarlo in quelle chiappe oscene.

Ovviamente cercare di spiegarlo a Fabio è stato inutile, lui non faceva altro che urlare.
Insulti, per lo più. A mia madre, in massima parte.
Pora mamma, meno male che non mi ha dovuto vedere umiliato dal figlio della sora Cecilia.
Lei me lo diceva sempre che “Quel ragazzo non mi piace, ha qualcosa di marcio nello sguardo, staje alla larga Paolé”.
E invece io gli sono rimasto attaccato, nonostante tutti i guai in cui mi ha ficcato.
Lui scappava, e io venivo beccato.
A scuola quando lui scriveva “preside venduto” e io facevo da palo, all’università quando mi mandava a fare gli esami al posto suo senza dirmi che la foto della carta d’identità era di quando si era tinto di biondo, e perfino in questura quando ho dovuto far finta di essere io alla guida della sua macchina quando ha investito quel poveraccio.
Aveva un provino importante lui, non poteva “fottersi la carriera per un vecchio che attraversa sulle strisce”. E infatti la carriera l’aveva fatta, lui. “Stamme vicino Paolé, che quanno divento famoso te svolto pure a te”. Diceva sempre così.

L’aveva detto pure ieri, quando mi ha chiamato alle 3 di notte per chiedermi di lei.
La voleva, ne aveva bisogno per la prova generale del suo nuovo grande successo da regista di teatro.

« Paolé, è quello per cui abbiamo sempre lavorato, me devi aiuta’».

Capirai, chissà di quale apporto intellettuale pensavo avesse bisogno.
E invece il solito servizio da schiavetto, da contratto occasionale come tuttofare quale sono.
Non sembrava comunque una cosa difficile.
La potevo trovare con facilità, ce ne stanno per tutti i gusti. Alte, basse, grasse, magre, con i capelli come vuoi, gli occhi che preferisci. E sono anche poco care.
Insomma, avete capito.

La dovevo portare all’Eliseo alle 14, per le prove generali.
Dopo trent’anni di frequentazione, sospettavo si trattasse più di una sua depravazione che di un’esigenza artistica, ma dopo tanto tempo ho smesso di chiedere.
Dicevo, non era una cosa difficile. Non dovevo neppure preoccuparmi del traffico, perché a fine agosto le strade sono ancora piuttosto libere. Eh già, perché il grande spettacolo in realtà erano due misere date quasi fuori cartellone, rimediate grazie alle solite conoscenze familiari.
Quindi, dicevo, si trattava di un lavoretto fin troppo facile, un passaggio in macchina e via.

Ma quando sei un tuttofare pagato a nero – eh sì il contratto occasionale l’ho detto per dire, manco quello mi vuole fare – anche la tua macchina ti si addice.
La mia dolce Micra proprio stamattina ha deciso di tirare le cuoia.
Ventitré anni e trecentomila chilometri di onorato servizio, neppure le posso rimproverare nulla.

« A Pa’, stavolta giusto l’unzione per gli infermi je potemo da’», mi ha detto il meccanico quando è venuto a guardarla. Chissà perché mi sentivo che qualcosa sarebbe andato storto, mi ero svegliato alle sette ed ero andato a provare la macchina.
Il resto è storia.

Da Magliana a via Nazionale con i mezzi pubblici ad agosto a Roma? Non sapevo se scegliere il percorso con “meno trasbordi” o quello con “pochi tratti a piedi”. Alla fine mi sono deciso per il secondo, perché il caldo l’avrebbe afflitta. E anche perché non mi andava di farmi vedere in giro con lei, in verità. E qui mi si è aperto l’atroce quesito. Ferrovia metropolitana FL1 o 719?
Che ingenuo, pensavo di avere la scelta.
Dopo un’ora alla stazione a sentire le cancellazioni o aspettare treni con orari invernali, ce ne siamo andati alla fermata del 719. Che era pure passato, eh. Ma poi si è rotto. Sulla via del Trullo, così, senza un lamento. Come se si fosse addormentato. E siamo rimasti lì, io lei e una signora anziana con un ombrello per ripararsi dal sole. A guardarci male. A borbottare “la gente non si vergogna più di niente ormai”.
Dopo venti minuti sotto al sole, la signora ha chiamato la nipote per farsi portare via in macchina, e noi due siamo rimasti lì a sperare in un intervento divino che mandasse una nuvola sotto cui ripararci.
Quello che è arrivato invece è una macchina con due ragazzi dentro. La volevano portare via, quei vigliacchi.
«Ah bella – le dicevano – ce fai fa un giro pure a noi, che siamo giusti e giusti due» dicevano. Ma io l’ho difesa, sapete. E poi ho cominciato a correre. Sì, sono scappato, sotto il sole di agosto e con questa appresso.
E chi lo sentiva Fabio sennò senza la sua signorina speciale.

A un certo punto mi ha visto un signore. M’ha detto: «Aó, ma ‘ndo vai co quella, nu lo vedi che se rovina co ‘sto caldo?» E si è messo a ridere.

Io non avevo neppure il fiato per respirare, ma in qualche modo sono riuscito a spiegargli la situazione e quello si è offerto di darmi un passaggio fino alla Stazione Trastevere, che lui doveva andare a prendere il figlio.

«Lo faccio pe’ lei porella, guarda come è sciupata» e ha ricominciato a ridere.

Alla Stazione Trastevere siamo scesi, l’abbiamo ringraziato e abbiamo finto di non sentire quando le ha gridato dietro: «Ah bella quanno che diventi famosa ricordate de Giorgio Santoni che t’ha dato un passaggio sotto al sole de agosto. E stai attenta a quel ben di dio che t’aritrovi eh». E giù a ridere.

Ero uscito di casa già da tre ore e mi sentivo come Leonardo Di Caprio in Revenant, a parte l’evidente differenza di temperatura. Quattordici fermate mi separavano dalla meta, e molte domande si affollavano nella mia mente.

“Lei resisterà?”

“L’autobus passerà?”

Ma una in particolare si fece strada nella mia mentre disidratata come tutto il resto del mio corpo: “Che cosa vuole quel tizio che mi sta facendo segno di avvicinarmi?”

Spaventato, ho provato a girare la faccia dall’altra parte, sperando che l’autobus passasse presto, ma era l’ennesimo pensiero infantile di quella giornata. Vi avevo detto quale meraviglioso autobus dovevo prendere? L’autobus H.
Dopo altri dieci minuti di attesa – che nell’universo del trasporto pubblico romano possono essere considerati come due ore svedesi o 5 secondi dominicani – mi sono ritrovato l’uomo vicino che mi chiedeva come si chiamava la mia amica e se per 50 euro gliela prestavo per un quarto d’ora.
Sì, avete capito bene, se gliela “prestavo” mi pagava a me.
Lì per lì volevo dargli una testata in bocca, ma sapete lui era decisamente più alto di me e tutto sommato cinquanta euro mi facevano comodo. Così le ho chiesto cosa ne pensava lei, le ho detto che se non voleva non se ne faceva niente, che in fondo quel giorno lei era un’attrice. Lei mi ha guardato con quel suo sguardo significativo e io ho aspettato in fermata quindici minuti.
Mi domanderò per sempre dove diavolo se la fosse portata, e non scorderò mai lo stato in cui è tornata.

«Aó, e che sarà mai, dai. Tiè, aiutala con questi». E mi ha passato dei fazzoletti che ho usato per ripulirle un po’ la faccia. Me lo sogno ancora di notte. Poi mi sveglio e vomito.

Incredibilmente dopo questa atrocità, è passato l’autobus.
Era vuoto, per fortuna.
Il bello di Roma d’estate è che gli autobus sono vuoti.
Ma quando mai, il bello di Roma d’estate è solo Roma, il resto è da suicidarsi.
Tutti dicono che Roma d’estate è bellissima, e poi vanno in vacanza da qualche altra parte.

Quando l’autobus è ripartito da Piazza Venezia, ecco che mi si para davanti questo qua. Biglietto prego, dice. E gli mostro l’abbonamento.

«E questa?» mi dice guardandole il sedere. Pure porco.

«E questa cosa?» gli rispondo io, passandole un braccio protettivo intorno alle spalle.

«E questa l’ha pagato il biglietto?» mi chiede il controllore, ridacchiando.

Non c’ho visto più.
Mi dispiace.
Forse è stata la disidratazione, non lo so.
Ho affondato il coltellino nella sua gola plastificata, nelle sue guance perennemente spalancate mentre i suoi occhi mi continuavano a lanciare quell’eterno sguardo inespressivo.
Il controllore ha cercato di fermarmi mentre le bucavo quel sedere di plastica gigante, sempre disponibile da quella posa inginocchiata.
L’aveva voluta inginocchiata e rossa di capelli, quel porco di Fabio, e io gliela portavo, la sua attrice speciale per la grande prova generale.
Tanto di pallone gonfiato in teatro bastava e avanzava lui.

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di Federico Cirillo

Illustrazione di Tern Pat

Non prende. Niente da fare.
Come dentro la B1, come dal profondo ventre di Sant’Agnese Annibaliano, anche qui a Re di Roma non prende il telefono.
Questo vuol dire smettere di, nell’ordine:

  • eliminare la sottoscrizione ad una mailing list che mi perseguita da anni con offerte di lavoro nell’ambito del settore “creativo”;
  • smettere di far caricare la pagina google “come cancellarsi da una miling list” (sì lo so, ho scritto male, ma la grande G ha capito lo stesso);
  • doverla smettere di polemizzare all’interno di un gruppo WhatsApp.

Fortuna che ho un po’ di musica dall’offline di Spotify, così posso applicare qualsiasi colonna sonora al mondo circostante, affrescato con le espressioni imbarazzate e smarrite dei passeggeri improvvisamente privati dei loro giga: meraviglioso.

Tom Waits non ha fatto in tempo ad arrivare nelle mie orecchie con il refrain di Downtown Train che qualcosa, qualcuno, mi spinge con la schiena verso la parete della metro, facendomi anche sbattere contro il giornale del tipo che da quando sono salito era sulla stessa pagina. Mi giro di scatto e noto che, quasi fosse un Mar Rosso nel pieno dell’azione che l’ha reso famoso, la folla si è aperta per far da cornice ad uno spettacolo primordiale.
Il letto del fiume di gente è infatti occupato da due ragazzi, alti, palestrati e pieni di tatuaggi che si spintonano, strattonano e scalciano, come due gladiatori all’interno dell’arena.

Ho ancora le cuffie e non riesco a sentire cosa si sputano addosso, faccia contro faccia, fronte contro fronte, pugno contro pugno.
Me lo posso immaginare facilmente però: un insulto alla Mamma (Nun t’azzardà manco a nominalla, hai capito)? Un’offesa alla Squadra del Cuore (ah zozzo!)? Un biasimo o una polemica nei confronti dei metodi di allenamento di uno dei due (e quelli li chiami porpacci? Ah secco)? Uno sguardo di traverso di troppo (aoh, ma che cazzo te guardi)? Un apprezzamento non richiesto alla ragazza dell’altro (ah coso, ma nun lo vedi che è a’donna mia? Abbassa quell’occhi si nun te voi ritrova’ cieco!)?

Non lo so, ma con la voce di Tom nelle orecchie, tutto diventa così surreale: i “mortacci tua” sono sostituiti da “Will i see you tonight”, le bestemmie che si lanciano contro da “On a downtown train”, i “nun me tocca’” dai “Every night, It’s just the same, You leave me lonely”, e così via.

A Termini si aprono le porte della metro e i due, che ancora non hanno finito di menarsi selvaggiamente, tra un pugno e un calcio si avvicinano pugnacemente all’uscita.
Decido di capire: che cazzo è successo?
Tolte le cuffie, dalla nuvola di botte che i due energumeni hanno creato esce fuori quello che non ti aspetti:
«Servo Tullio!» urla uno dei due, tenendo per la gola l’altro e pulendosi del sangue dalla bocca. «Anco Marzio!» risponde l’altro con la voce rotta e sfiatata mentre cerca di sferrare l’ennesimo pugno che, visto il braccio, abbatterebbe un toro.

«T’ho detto Servo Tullio, Servo Tulliooo!» fa in tempo a gridare il primo, nell’attimo esatto in cui il destro del secondo gli atterra sulla guancia, accompagnato da un «Anco…Marziooooo!! Era Anco Marzio!!», e la spinta è così forte che, finalmente, i due precipitano insieme fuori dal vagone.

«Assurdo» penso ad alta voce, rivolgendomi ad un ragazzo vicino che, come me, ha assistito a tutta la scena «Ma che cazzo è successo? Perché litigavano? Che c’entra Servo Tullio?»
«Ma boh» risponde il ragazzo in tuta mentre si aggiusta gli occhiali da vista.«Hanno iniziato a litiga’ a Re Di Roma su chi fosse stato il secondo re di Roma, appunto. ‘Na cosa tira l’altra, non si sono trovati d’accordo, ed ecco che l’hanno risolta nel modo più peripatetico possibile: se so’ presi a pizze».
«Assurdo» commento mimando un “no” non la testa e guardando verso la porta della metro ancora aperta sulla banchina di Termini «Ma come se fa a litiga’ per una cosa del genere? Quei due, poi? Mah. Che poi si sa»azzardo con tono saccente,«il secondo Re di Roma è stato Tarquinio Prisco, era facile».

Non l’avessi mai detto. Il mite ragazzo dagli occhiali spessi gira di scatto lo sguardo verso di me, e un lampo di follia e rabbia repressa gli illumina gli occhi. Carica corpo e braccia, digrigna i denti e con ira funesta, improvvisa e inaspettata, mi spinge fuori dalla carrozza e anche io mi ritrovo eiettato sulla banchina, culo per terra e faccia sorpresa.

«Ma che cazzo dici a’scemo: era Numa Pompilio!» mi urla il ragazzo, proprio mentre le porte si chiudono e il treno riparte direzione Battistini.

Rimango così: fermo per terra, a fissare il treno che mi scorre davanti. Riprendo il telefono in mano e mentre la voce nelle cuffie si dissolve in un “All my dreams fall like rain”, sempre da terra controllo rapido su google, sempre con gli occhi sgranati e con il cuore che mi batte a mille. Il telefono adesso prende. Tom Waits ha smesso di cantare. La mail è rimasta è in bozze.

Il gruppo ha cinquanta nuovi messaggi. Google rapidamente mi dà la risposta: cazzo, aveva ragione.

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di
Stefano Pupazzi

Faccio petizione, Signora Sindaca, urgente e accorata petizione.

Mica contro gli immigrati, Signora Sindaca; non contro gli sbevazzoni della movida.
Io faccio petizione contro i ciccioni, ecco.
Sì, perché il problema è diventato pesante (è il caso di dirlo).

Che fastidio mi danno le trippe? Glielo spiego subito, e credo che Lei potrà trarne profitto: se non sbaglio ha qualche grana con l’azienda dei trasporti… Mi chiede che ci azzecca il lardo con gli autobus, vero? Mi faccia esporre i miei argomenti con calma e saprà.

Lei forse non immagina quale squisita esperienza estetica sia per me prendere i mezzi la mattina. Ogni giorno io prendo il 20 e mi ritrovo immerso nell’arte: mi si fanno dinnanzi ridondanti matrone, veneri callipigie; vedo le pance fiamminghe dei piccoli borghesi e i visi incitrulliti dei putti di Botero. E soffoco, fra seni felliniani e cosce elefantiache. Tutto ciò, Signora Sindaca, mi capita quando riesco a salire; non è raro, però, che un muro adiposo mi costringa ad attendere l’autobus successivo.

Dunque? Dunque c’è un problema di spazio: perché le persone normali come me devono arrivare tardi al lavoro o, comunque, rischiare l’asfissia? Non Le dico poi l’olezzo di stallatico emanato da alcuni dei nostri ben pasciuti amici.

Tutto qui? No, Signora Sindaca, io non penso solo a lamentarmi; io ho in mente qualcosa di grande per la nostra azienda di trasporti. E allora mi ascolti: offriamo ai cicciabomba una bella cura dimagrante. Forzata, ovviamente. Si tratterebbe di fare una liposuzione obbligatoria a chiunque sia in sovrappeso (scelga Lei i parametri per definire che cosa si intenda per persona in sovrappeso: un aficionado di Pitran, un frequentatore seriale di fast food ecc.).

Vedrà allora che lo spazio negli autobus sarà di nuovo sufficiente: questo vuol dire che non ci sarà bisogno di aumentare la flotta (son paoli sparambiati, badi bene) e che tutti arriveremo puntuali al lavoro (con conseguente aumento del PIL). Ma siccome non si butta niente, io ho un’altra proposta da farLe: usiamo il grasso raccolto per lubrificare i motori degli autobus, così magari non prenderanno fuoco dopo una settimana di utilizzo (nessuna polemica, per carità).

Ecco perché faccio petizione, Signora Sindaca: perché io voglio trasformare i problemi in opportunità.

Cordialmente Suo,

Stefano Pupazzi

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di
Leonardo Vigoni


Come al solito
, sali sull’autobus delle 7:35 e, come al solito, siedi al tuo posto (è uno dei quattro in fondo all’autobus, meglio se nel verso di marcia).

Poggi il piede destro tra i due sedili davanti a te e sfili l’iPod dalla tasca sinistra con la mano opposta.
Lo fai scivolare dall’alto sotto la maglietta tenendo le cuffiette ai lati del collo – ognuna nel verso giusto – e lo accendi. Come al solito, conti i quattro secondi e mezzo che impiega per accendersi, resetti il brano in esecuzione, alzi il volume di due, mandi in play come al solito dal tasto laterale, alzi nuovamente il volume – questa volta fino al massimo – e, come al solito, lo riponi nella stessa tasca con il jack rivolto a sinistra.

Come al solito, sistemi lo zaino davanti a te, cinghie allo schienale.

La lampo più grande è chiusa simmetricamente rispetto alle altre? Sì.
Le stringhe scendono dritte ai lati? Sì.

Lo hai posizionato esattame … Diavolo! Possibile che quel tipo al posto dietro l’autista con i capelli rasati e un neo a due terzi tra l’orecchio e l’asta destra dei suoi occhiali blu notte poggiati sulla testa non sia in grado di non ripetere io ogni otto parole (tredici quando il tono della voce è più basso)?! Dannazione, ti ha pure distratto.

E per non farti mancare nulla, una goccia di condensa è caduta dal sistema di areazione dritta sul tuo maglione marrone, creando una macchia più scura larga almeno cinque fibre. Considerando la forza con cui è caduta e risalendo alla sua probabile dimensione originaria, prevedi che si allarghi di almeno due fibre per lato.

Quell’uomo seduto al posto dei disabili che è salito tre fermate prima non si è nemmeno accorto che la sua cravatta ha una piega a sinistra del nodo. Deve essere un principiante; probabilmente è anche destrorso. Sì, le unghie della mano destra lo confermano. Sono tagliate in modo disgustoso.

Finalmente l’egoista ha interrotto la chiamata. Deve aver commesso qualcosa di grosso: non fa altro che sfregarsi la mano, ora.

E questa vecchia seduta davanti a te vicino al finestrino? Accidenti, capisco che non hai un’anima a farti compagnia e vuoi parlare “di tuo marito morto nella Battaglia di Vittorio Veneto il 26 ottobre durante i festeggiamenti per aver respinto gli invasori”. Peccato che tu soffra di demenza senile e sia fuggita da una casa di cura. Il braccialetto al tuo polso ne porta anche il nome. Ah, tanto per la cronaca: la battaglia è terminata il 4 novembre, dunque cercati un’altra storia.

E quei tre alle porte centrali? Andiamo, che urto i fidanzatini talmente innamorati da non rendersi conto di come la propria compagna sia invece innamorata di un altro – proprio del terzo della compagnia, a quanto pare… fratello di lui? In fondo lo spessore delle labbra è lo stesso e le sopracciglia sono uguali; entrambi, poi, hanno gli occhi azzurri chiazzati di rosso, sintomo di un albinismo oculare difficile da scambiare per coincidenza.

Dio… ancora dieci fermate! Questa mattina è un’agonia. Quella donna accanto alle porte se non chiude immediatamente quella borsetta che lascia intravedere quell’assorbente rosa, farà una brutta fine.

E quell’idiota dell’impiegatuccio annodatore-incapace che ha dimenticato il portafogli sul sedile?
Andiamo, Cristo, è troppo facile così! E quando è troppo facile non ti diverti, ma piuttosto cazzo ti imbestialisci!

Oh sì, se ti imbestialisci… e lo sai cosa succede quando accade, sì?!

Devono tutti ringraziarti, però… l’assassino-per-caso egoista che ha finalmente mostrato i calzini bianchi macchiati di sangue ancora fresco… la signorina adultera che tradisce il compagno addirittura con il fratello, il quale – mi dispiace, tesoro – è un omosessuale con tendenze suicide (i tagli sui polsi ti eccitano? Che pervertita!)… per non parlare di quella lì, che va al lavoro fingendo di avere il ciclo per salvarsi dalle ramanzine del capo! Ci vai già a letto, vero bellezza? O vuoi dirmi che quella cravatta nella borsa è tua?! La nonnina, poi, non la devi nemmeno considerare: dal colorito della sclera le puoi dare un’altra settimana prima che il tumore le mangi il cervello e cada in coma, se la fortuna è dalla sua parte.

Beh, almeno una ricompensa ce l’hai: è il portafogli dell’impiegatuccio. Ora ti alzi e lo prendi, così scopri dove abita. Ma guarda… il documento è di un altro! Divertente…

Facciamo così: appena torniamo a casa, io e te, e riprendiamo la pistola che da idiota hai lasciato all’ingresso, prenderò io il controllo e farò una visitina al fortunato che si è fatto derubare da qualcuno che con quelle mani farebbe meglio a farsi un nodo scorsoio attorno al collo con la cravatta …

Un caricatore sarebbe bastato, se l’avessimo avuta con noi fin dall’inizio?

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 di
Annalisa Maniscalco


Sul 117, direzione Popolo

Oggi è una di quelle giornate da ultima volta. Sarà per via del sole d’ottobre, non si sa mai quanto può durare. È anche un venerdì 13, e l’aria è lievitata, densa d’avvertimenti ma pure di luci succose. Per evitare rischi e rimpianti, rinuncio ai tunnel della metro e salgo piuttosto sul 117, uno di quei minibus elettrici che ogni tanto spariscono dalle strade di Roma, come le blatte d’inverno.

Il bus punta il Colosseo ma poi devia di colpo verso il Celio, passando in una feritoia tra certe mura vetuste e altre che sono solo molto vecchie. A via Claudia — pare sia più antica dell’Appia, con quel suo senso di pietra ineluttabile, gli alberi stupiti e i ciottoli a quattro ruote — sale una ragazzina: dodici anni, forse tredici, una treccia rossiccia sulla schiena, il busto ancora compresso e le gambe invece lunghe, ma immature, con ginocchia sbozzate sotto le calze bianche di non so che divisa scolastica. Batte tre colpetti sul vetro della cabina di guida; l’autista la guarda dallo specchietto e le risponde con un cenno, un pugno chiuso e un pollice in su. Quel gesto è una domanda, forse una consuetudine fra loro due, e la ragazzina risponde a occhi bassi, con un tremito del mento.

Il bus riparte, la ragazzina si siede composta di fronte a me, la cartella sotto il braccio e una custodia nera sulle pieghe della gonna; ma il suo piede destro, nella ballerina di vernice, batte un tempo asimmetrico e convulso.

Alla fermata del Colosseo — che è sempre una sorpresa, quando appare: un miracolo candido e massiccio, solido come certe improvvise decisioni — salgono tre liceali voluminosi, con le cuffie intorno alla gola e gli zaini semivuoti sopra gli omeri.

«Scusa Tommà, come hai fatto a saltarla?» sbotta una ragazza con un libro tra le braccia.

«Oh, senti, non ho fatto in tempo» risponde Tommaso, lanciando lo zaino in fondo al bus.

«Però la sapevi. No?»

Il ragazzo incrocia le braccia, appoggia la spalla a un sostegno e sogghigna.

«E ride! Te lo scordi che passo un altro pomeriggio a farti studiare.»

«Angè» interviene il terzo, biondo e sottile, che non ha smesso di guardarla da quando sono saliti, «l’hai capito, finalmente».

«Ieri, due ore solo sulla Monaca di Monza» si lagna lei, con un grazioso moto di riccioli neri, «e oggi questo ha il coraggio di lasciarla in bianco».

Si guardano, Angelica e il biondo, concordi su un punto e forse, chissà, volendo anche su altri, e l’equilibrio si sposta. Tommaso, che è imponente, sì, ma d’improvviso è anche solo, afferra il sostegno e tende le braccia.

«Ma sì che la sapevo» ammette, buttando gli occhi altrove, eppure tutto teso verso Angelica. E, a sorpresa, cita: «Non le bastava l’animo di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio».

E non è nemmeno il passo più famoso . Angelica, il biondo, io, la ragazzina: lo guardiamo tutti. E Tommaso, ch’era già imponente e ora è tornato anche centrale, guadagna un sedile e si piazza le cuffie sulle orecchie.

A via Panisperna sale una donna, di quelle che possono pensarsi solo con un “Signora” davanti. Disdegna lo zaino di Tommaso con una specie di passo di danza, e bussa — non ha guanti, ma tra qualche giorno li indosserà di certo — sul vetro dell’autista.

«Mi scusi.»

L’autista le mostra il profilo.

«È vero che questa linea sarà soppressa?»

«Sospesa, signò. Da lunedì.»

La Signora si volta, appena sconcertata (il tutto si limita a una curva più acuta delle sopracciglia color ambra) e si accomoda accanto alla ragazzina, che d’istinto ha raccolto le caviglie sotto il sedile e ha raddrizzato la schiena.

E ora guarda fuori, verso via Nazionale, mentre Angelica finge di leggere, il biondo racconta una prodezza in motorino, Tommaso lo contraddice con occhiate scettiche, la Signora si liscia la borsa.

Ma in realtà l’aria è ferma, risentita, color ambra. Finché, davanti al Palazzo delle Esposizioni — un’altra visione in bianco —, la ragazzina si agita sul sedile, come se facesse no con tutto il corpo. Le tremano le dita di risolutezza mentre apre la custodia nera, monta un flauto traverso lucido di cure e d’esercizio, respira a fondo e si avvicina lo strumento alle labbra.

Il bus si ferma a un incrocio. La Signora batte le palpebre; qualcuno — forse il biondo — tossicchia.

E la ragazzina indovina la prima nota. Come se ce la aspettassimo tutti, come la suoneremmo tutti se solo sapessimo farlo. Lunga e pungente, ostinata come un’obiezione, poi sfuggente come un dubbio, infine sofferente: un pianto che squassa il torace. Il suono si divincola fra capriole e rovelli ma alla fine esce corposo e pulito, continuo e affidabile come una promessa, una rassegnazione — un accordo, quasi, se non fosse che ha una voce sola. E pare che non abbia gli anni della ragazzina, ma che riecheggi da sempre tra una finestra aperta e un muro di cinta.

C’è tutto questo, dentro al flauto della ragazzina, e in fondo al suo petto. Ma all’improvviso, a via del Babuino, l’ultima nota si svuota di colpo non appena le porte si aprono.

Nessuno ha prenotato la fermata, nessuno aspetta accanto alla palina. E nessuno fiata, nel bus: soltanto un sospiro metallico spira dalla cuffia di Tommaso, dimenticata sulle clavicole. L’autista fissa la treccia della ragazzina da dietro il vetro, come un pesce dal suo acquario, confuso — eppure, penso, lui è l’unico che sa, e le sta dando tutto il tempo che le serve.

La ragazzina guarda un punto davanti a sé, dentro un vicolo laterale; rabbrividisce, si alza e fa un piccolo inchino. Poi, senza fretta né ripensamenti, scende dal bus e prende un’altra strada.

Lasciando il flauto sul sedile.

Un momento ancora; e, alla fine, le porte si chiudono.