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Ultimo Indizio

di Stefania Coco Scalisi

Illustrazione di Anastasia Coppola

Quelle parole le risuonavano in testa mentre si rigirava nel letto, sperando di convincere il sonno a usarle la gentilezza di degnarla di un po’ d’attenzione.

Cosa poteva significare?
Era da quando aveva lasciato quel ragazzo delle consegne sotto l’albero un paio d’ore prima che ci pensava.
Castelli in quella città non ce ne erano, o meglio, c’era una specie di fortezza normanna, di quel solido color grigio pietra che a tutto faceva pensare fuorché al verde.

No, non poteva essere quello il castello verde dell’indizio: quella fortezza evocava saccheggi e catene, l’unica cosa verde a cui poteva associarlo era quello delle muffe delle sue celle sotterranee. Doveva concentrarsi su altro. Forse era il verde la chiave di volta dell’enigma? Forse erano i colori il grimaldello per scoprire la verità?
Fu a quella conclusione che giunse mentre finalmente le si chiusero gli occhi e il suo corpo iniziò a scivolare lentamente nel sonno dei giusti.

Quando la mattina si risvegliò, ci mise un attimo prima di capire dove fosse.
Aveva la bocca impastata e la fronte imperlata di sudore, complice il caldo innaturale e la massa di capelli che aveva dimenticato di raccogliere dietro la nuca. Un vero schifo.
Fu solo il bip del cellulare che riportò definitivamente la sua attenzione alla stanza e a quel letto.
Che fosse un altro indizio?
Con un fremito ingiustificato lo prese in mano e mise a fuoco il testo sullo schermo:

“Non dimenticate il vostro appuntamento per il vaccino. Ore 10.20, Unità Vaccinale Mobile, Piazza Federico di Svevia”.

Il vaccino! Come aveva fatto a dimenticarlo? Aveva preso quell’appuntamento settimane prima e ora, presa da quella smania, l’aveva totalmente rimosso. Forse era il segnale definitivo che quella storia le stava sfuggendo di mano, che doveva smettere di cercare quel bar segreto, che stava diventando pazza in nome di un cocktail.

Guardò l’orologio.
Erano le 9.30.
Si lavò rapidamente e nel giro di mezz’ora era già sulla sua vespa diretta verso il luogo dell’appuntamento.
La strada era piuttosto trafficata ma conosceva la città come le sue tasche e si muoveva sul motorino come uno scippatore in fuga con una borsetta.
Sarebbe arrivata in tempo.

E infatti, alle 10.10, era già davanti alla tendostruttura bianca e leggera, che spiccava nel suo candore in quella piazza sovrastata dall’enorme castello dietro di lei. Castello.
Quello era il castello normanno della città. Che fosse…?
Parcheggiò il motorino davanti l’entrata dell’unità vaccinale, in un angolino che sembrava aspettare solo lei, all’angolo con la macelleria Verde Pascolo. Castello, verde.

Ebbe un giramento di testa. E se..? No, non doveva farsi illusioni, non era così.
Non poteva essere così.
E se non fosse stato così, il suo povero cuore non avrebbe retto.
Scacciò quel pensiero dalla mente. Erano comunque le 10 del mattino e certamente un bar segreto non poteva aprire a quell’ora. Si mise in fila. C’era parecchia gente, ma tutti rispettavano il proprio turno ordinatamente.
Si entrava pochi per volta, ognuno secondo il numerino che aveva ricevuto al momento della prenotazione.

Alle 10.20 in punto, la chiamarono.
Compilò dei moduli piuttosto lunghi e dettagliati e dopo qualche minuto fu invitata a entrare per la sua dose.
Il medico che la accolse era un ragazzo piuttosto giovane, forse appena laureato, che tentò subito di metterla a suo agio parlandole un po’ del più e del meno.

«Allora, pronta per il vaccino?»

«Si, grazie. A dire il vero l’avevo proprio dimenticato. Se non avessi ricevuto un messaggio sul cellulare non mi sarei presentata».

«Ma davvero? Eppure non si parla di altro in questi giorni!»

«Sì, ma sono stata presa da altro. Una scemenza a dire il vero. Guardi se ci penso mi viene da ridere».

«Sono indiscreto se le chiedo di cosa si trattava?»

Lo guardò.
Era un modo di metterla a suo agio o era semplicemente un ficcanaso?
Rispose con un misto di riluttanza ed imbarazzo.

«Ma guardi, difficile da spiegare. Una specie di caccia al tesoro a indizi. L’ultimo era castello verde.
Ma davvero, non mi faccia dire di più che mi sento una stupida!»

«Come ha detto scusi?»

«Che mi sentirei una stupida»

«No prima. Ha parlato di una caccia al tesoro e un indizio, castello… »

«Castello Verde. Una cosa senza senso. È più di una settimana che perdo la testa dietro questi indizi. Sarà la solita scemenza tipo catena di Sant’Antonio e ci sono finita dentro».

Il medico si fece improvvisamente silenzioso.
Le fece la puntura in tutta fretta e le mise un cerotto.

«Mi segua».

«Prego?»

«Mi segua da questa parte. Deve compilare un ultimo modulo».

«Ok».

Fece per seguirlo.
Lo vide imboccare un piccolo corridoio e scostare una grossa tenda bianca.
Quel posto era molto più grande di quanto potesse sospettare.
Scostò anche lei la tende e all’improvviso le sue ginocchia cedettero.

«Alla fine ci ha trovati! Brava!».

Davanti a lei un piccolo bancone bar, pieno di bottiglie e bicchieri. E dietro al bancone, il medico di prima.

«Non era facile vero? Gli indizi cambiavano sempre perché ci spostiamo in continuazione. E poi non aveva senso farli troppo facili, sennò dove sta il divertimento?»

Lei fece di si con la testa, totalmente incapace di parlare.

«L’idea c’è venuta così, una mattina. Tutto è partito dal fatto che abbiamo un frigo in più che restava sempre vuoto. Poi come vedi- posso darti del tu?- di spazio ce ne è e di tempi morti pure. Di solito serviamo i drink quando gli appuntamenti finiscono. Ma se vuoi possiamo fare un’eccezione. Che ti servo?».

Continuava a fissarlo come un’ebete. Non capiva se per lo stupore o per la gioia.

«Un oldfashioned si può avere? Cioè a me piace quello col succo di mirtilli, però non so…»

«No mi dispiace. Noi possiamo solo servire cose classiche, sai, è pur sempre un centro vaccinale!»

«Certo, scusa. Va bene un oldfashioned classico allora?».

«Un po’ fortino a quest’ora ma ok. Però promettimi che non ti muovi di qui per almeno mezz’ora, in caso ti girasse la testa».

Annuì.
Lui le porse il cocktail.

«Fanno 8 euro, grazie!».

Pagò.
Lui le diede il resto.

«Ora devo andare. Tu resta quanto vuoi! E goditi il tuo drink. Te lo sei meritato».

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Primo indizio

di Stefania Coco Scalisi

Illustrazione di Serena Saia

Parola in codice: rosso di sera.

Chissà perché avevano scelto quelle parole, ma a quel punto non si poneva più molte domande.
Forse era stato il fatto che da mesi i colori erano diventati la chiave di volta per capire il tuo grado di libertà: giallo, tutti a fare i brunch; arancio, inizia a sfogliare il catalogo Netflix; rosso, riprendi in mano quel lavoro all’uncinetto che avevi iniziato l’anno prima.

Poi però, era venuta a sapere di quella forma di ritrovo clandestina, una cosa molto esclusiva, dei bar mobili, stile speakeasy, che agli eletti in grado di trovarli e pronunciare la parola segreta, schiudeva le porte di un aperitivo sorseggiato con calma, con musica di sottofondo e barista pronto a fare il pieno a un tuo cenno della testa. Galvanizzata dalla sensazione di essere una newyorchese pronta a sfidare le rigide regole del proibizionismo, prese il suo vecchio motorino e si mise alla ricerca di quel santuario del piacere.
Ma non aveva molti dettagli,  le era stato solo detto che il luogo si trovava accanto a un obelisco e che la parola in codice era “rosso di sera”.

Con un misto di perplessità ed eccitazione per quell’inutile vaghezza nelle indicazioni, iniziò a peregrinare per le strade della città vuota.
La vespa, ormai sempre parcheggiata, iniziò a borbottare infastidita da tutta quell’attività che di colpo le era richiesto di fare.
Ma non le importava, voleva un Manhattan e avrebbe attraversato i chilometri a piedi, se necessario, per averne uno.
L’unico problema era però che non aveva idea di dove si potesse trovare un obelisco. Lei in tanti anni non ne aveva mai visto uno. Ma se avevano parlato di un obelisco doveva per forza significare qualcosa. Cercò su Google, ma di obelischi neanche l’ombra.
Rilesse attentamente il messaggio che aveva ricevuto quella mattina, ma niente, c’era solo scritto: “Obelisco. Rosso di sera”.

Perse una decina di minuti per raggiungere un posto dove era quasi sicura di aver visto una cosa che ricordava un obelisco, ma con sommo disappunto si accorse essere invece una pagoda all’ingresso di un ristorante cinese, maledetta memoria che si inventa le cose per farti felice. Senza più idee, si rivolse a un passante. 
Quello vedendola, fece un balzo all’indietro.
Ed in effetti, tra casco, occhiali da sole e mascherina, poteva sembrare una tipa poco raccomandabile.
Realizzato il malinteso, il signore si offrì di aiutarla.

«Obelisco, dice? Mhmm, non so se si può aiutarla, ma mi pare di ricordare un obelisco vicino lo Stadio, dall’altra parte della città».
Ma si certo, come aveva fatto a non pensarci prima?
L’obelisco vicino allo stadio!

Senza perdere altro tempo, mise il turbo alla vespa e partì.
Le strade erano vuote e l’unico rumore che sentiva era quello del motore a scoppio e del vento sulla faccia.
Passò i semafori, tutti verdi, felici come lei per quella piccola gioia che stava per ricevere.
Vide da lontano una volante della Polizia, rallentò per evitare problemi.
Ma quelli erano distratti e non si accorsero neanche del suo passaggio.
Accelerò di nuovo. Nel giro di pochi minuti, vide lo stadio.
Parcheggiò.

Cercò con gli occhi l’obelisco, ma l’unica cosa che vide fu una mezza colonna rotta.
Ricontrollò sul cellulare la foto di un obelisco.
Non è che ci assomigliasse molto, ma magari era solo rotto. Magari se ci fosse stata la punta, allora si che poteva essere un obelisco.
C’era solo una casa, accanto il quasi obelisco.
Suonò.

Rispose una voce maschile, vagamente impastata, magari proprio dall’alcol:
«Chi è?»
«Rosso di sera»
«Chi è?»
«Rosso di sera!» urlò più forte.
«Bel tempo si spera. Arrivederci!»
«Aspetti, non è questo il bar…».

Terminò la frase per se stessa.
L’altro le aveva chiaramente chiuso il citofono in faccia.
Sconsolata andò verso la vespa. Mentre agganciava il casco, sentì una leggera vibrazione del cellulare. Lo prese, vide un messaggio: “Piramide. Blu notte”.

Sorrise.
La caccia ricominciava.

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