Liliana Brucato - Ombretta View More

di Eleonora Santamaria

Illustrazione di Liliana Brucato


Trentotto minuti ogni giorno da Anagnina a Battistini in metro A, nelle ore di punta, quando non si distinguono i propri piedi da quelli degli altri.

Ombretta vedeva dietro di sé una massa indistinta di cappotti, giornali e cellulari, un organismo pluricellulare che si spostava con diecimila scarpe, tutte in ritardo.
Fino a qualche anno fa, anche lei era costretta a stare al centro della folla; cartella di cuoio e occhi verdi, invisibile.

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura?
Per Ombretta, in metro, significava sapere cosa la folla avrebbe mangiato a pranzo, nelle loro valigette che fingevano di contenere documenti, invece trasportavano cotolette e insalate di riso.
Nei trentotto minuti Anagnina-Battistini, Ombretta diventava, nel migliore dei casi, un sostegno per i gomiti di chi non aveva fatto in tempo a lavarsi le ascelle; nel peggiore, non aveva scelta su dove andare, trota in un mare di pesce spada, si ritrovava sulla banchina sbagliata, scendeva dalla metro, agganciata a qualche ombrello, a qualche zainetto, a qualcuno con più odio in corpo del normale.
Ogni volta, lei si scrollava di dosso l’umiliazione e ripartiva verso il call center dove avrebbe dovuto cominciare il turno.

La sua voce non era bassa;
quando la ringraziavano a telefono senza dirle “adorabile”, “piccola” o “chicca”, sentiva in gola il sapore dell’emancipazione.
In trent’anni le avevano cucito addosso tutti i nomi più piccini, infiocchettati e offensivi che si potessero concepire.
Al liceo era “la tipa alta un metro e una ciabatta”;
all’università, con gli omini con cui usciva “non era un problema che fosse così bassa”, eppure lei non aveva mai detto loro che non fosse un problema che fossero così stupidi.
Al lavoro, per la nuova policy politicamente corretta dei call center, era quella dai pizzicotti sulle guance, la mascotte, il jolly, mai una carta vera, mai la regina di cuori.

Quella mattina in metro, poté concedersi il lusso di occupare lo spazio vitale che il suo metro e mezzo richiedeva; aveva il turno dalle sei a mezzogiorno, certo, si sarebbe presa le maledizioni delle persone svegliate dalle telefonate alle sei, ma in metro poteva prendersi la sua vendetta.
Era il conte di Montecristo sui binari.
Seduta con le gambe e le braccia a stella, allungava schiena e collo per i centimetri che meritava. A Re di Roma, una signora si era seduta accanto a lei, una sfida, forse; le occhiaie di chi stava tornando e non andando da qualche parte e la ricrescita grigia, le sorrise; Ombretta la perdonò.
La donna delle occhiaie abbassò lo sguardo sui piedi penzoloni di Ombretta, poi cercò i suoi occhi.
Sentiva chi era, l’aveva riconosciuta come essere umano, al di là della bassezza, al di là di tutto, forse.
“Certo che sei coraggiosa a uscire… così”

La compassione.
Ecco cos’era quello sguardo.
Ombretta aveva il cuore gelato.
Decise che basta così, non le bastava prendersi le rivincite graziose mentre nessuno guardava, all’alba, a stella.
Lei non era coraggiosa a uscire di casa; anzi, aveva deciso di punire il disagio e la compassione degli abitanti della metro che la incrociavano.
Li avrebbe sottoposti tutti i giorni alla sua presenza bassa, magari avrebbero ragionato su come si sentivano, su come la trattavano.
Dopo un po’ di tempo, si sarebbero vergognati del loro disagio, della pietà, dei pizzicotti sulla guancia, delle ascelle altezza fronte, non più della mia fronte altezza ascelle.
La madre l’aveva sempre chiamata “topina”, lei avrebbe combattuto nel sottosuolo: sarebbe diventata autista di metro.

Superò le perplessità dei parenti, il primo, il secondo, il terzo colloquio ed ecco il suo primo giorno di lavoro: metro A direzione Anagnina.
«Sarà ‘nturno difficile, subbito dopo la quarantena» le avevano detto, ma le sembrarono parole in replica.
Si posizionò al suo posto di guida, solo una vetrata grigiastra la separava dalla folla, Ombretta in vetrina.
Dopo le prime due fermate, il primo vagone aveva iniziato a sussurrare della fatina che guidava;
il secondo di Campanellino al comando;
il terzo di un pasticcino autista.
Tutti gli altri vagoni si spostarono dietro alla vetrata per assaggiare con gli occhi la delizia della bassa.

Ombretta neanche si accorse della gente, l’una sull’altra, con il naso attaccato allo sporco del vetro.
«Aò, è la prima cosa carina dopo tutto sto periodo de merda! Io me la pijo» si sentì a Termini e la folla spalancò la porta che la divideva da Ombretta.

La presero sotto le braccia e se la passarono tra loro, lanciandola da una testa all’altra del primo vagone.
Ombretta si agitò, protestò ma la sua voce aizzava la folla.
Uno di loro, dopo aver rubato la scarpa dell’autista, ne sentì il profumo e nella frenesia esclamò: «Me la magnerei».
La gente smise di passarsi Ombretta ed emise un unico enorme sospiro d’amore, tutte le pupille si riversarono sull’autista, affamate di gioie, di chicche, di fatine e pasticcini.
Ombretta si sentì gazzella nella savana, urlò e li maledisse tutti: sarebbero morti a breve, li avrebbe uccisi tutti.
La metro A direzione Anangnina, ormai senza autista, si schiantò a San Giovanni; non sappiamo se la folla riuscì, prima di morire, a mangiare Ombretta.

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di Stefania Coco Scalisi

illustrazione di Egle Pellegrini

Uscito dalla stazione dei treni mai si sarebbe immaginato di ritrovarsi in mezzo a quella bufera di neve.
Eppure, i meteorologi l’avevano detto: in arrivo quest’autunno una perturbazione polare di grandi proporzioni, una cosa mai vista, insomma. Non avevano proprio detto così ma l’avevano lasciato intendere.
Tutti l’avevano presa come un altro strano fenomeno di quello stranissimo anno, e sulla preoccupazione per quello che avrebbe potuto comportare per la vita quotidiana, prevalse la curiosità di vedere quanto ancora sarebbero riusciti a sopportare.

Persi tra meme e battute sulla sfiga che si era abbattuta da quel 1° gennaio 2020, nessuno, insomma, aveva davvero capito la portata di quell’evento. Così, complice la temperatura anestetizzante dei vagoni e lo spettacolo desolante delle gallerie, fu davvero una sorpresa inaspettata quella coltre bianca sopra la città. Muta e infreddolita, la gente attorno lui correva qua e là, come impazzita, presa dalla frenesia di raggiungere un riparo.
Lui che di solito percorreva quei 2 chilometri scarsi fino a casa a piedi, si ritrovò pervaso dalla stessa ansia di mettersi al coperto, per cui, invece di imboccare la solita strada, si precipitò verso un autobus che lo avrebbe condotto proprio sotto il suo portone senza dover temere di morire di freddo.

Una volta sul bus, l’aria tiepida dei riscaldamenti mischiata al tepore della gente a bordo, fu la conferma che aveva fatto la scelta giusta.
Si accomodò accanto a un finestrino libero e si mise a contemplare lo spettacolo delle auto incolonnate sotto la neve che continuava a fioccare davanti ai vetri.
Le auto sembravano quasi un presepe, rosse, gialle e luminose.
Ma soprattutto immobili.
Come le statuette dei pastori fermi a contemplare la natività, anche loro restarono fissi ad ammirare quello strano spettacolo della natura. Dopo qualche insistenza, l’autista esperto riuscì a divincolarsi dall’ingorgo e partì.

«Speriamo di farcela ad arrivare a casa in tempo», disse all’improvviso un passeggero seduto proprio dietro di lui.
«In che senso?», chiese voltandosi.
«Beh, non lo sa che oggi è entrato in vigore il coprifuoco? Dalle 22 niente più mobilità, tutti fermi a casa».
«Vabbè ma mica possiamo restare così, in mezzo alla strada. Il bus finirà il suo giro!».
«Ma no guardi che questo è l’ultima corsa del giorno. Anche i mezzi pubblici devono adeguarsi, hanno cambiato tutti gli orari. L’hanno pure detto al telegiornale, sa?»

Perplesso, si girò.
Certo che quel tizio era proprio scemo, credere che tutto il paese si bloccasse come stessimo giocando ad un’enorme partita di un due tre stella. Rassicurato da quel pensiero, tornò a guardare la strada.
L’autobus, seppure lentamente, procedeva.
Non si fermò quasi mai, solo una volta per far salire un ciccione che con fatica si schiantò a sedere, sudando come fosse piena estate.

Mancavano solo due fermate da casa, che di nuovo ci si bloccò.
Un motociclista stava ferocemente litigando con il conducente di una macchina che aveva sfiorato nel tentativo di superarlo. L’autista, infastidito dall’intralcio, iniziò a suonare selvaggiamente per far spostare quei due. Tra le urla dei litiganti e il clacson del bus, passarono i minuti, ma nessuno sembrava voler fare qualcosa.
Senza rendersene conto, gli occhi si posarono sull’enorme orologio a led appeso sopra la testa del conducente: le 21.54.
In teoria se fosse stato vero quello quanto detto dall’altro passeggero, aveva circa 6 minuti per riuscire a rientrare.
Senza capire perché, inizio ad agitarsi.
Prese a fare gestacci ai due per la strada picchiando selvaggiamente sul polso, li dove c’era l’orologio. Quelli, quasi alle mani, sembrarono capire immediatamente, e, come spinti da una forza esterna, salirono sui propri mezzi e filarono via.
La loro fretta gli mise addosso ancora più inquietudine.
L’autobus riprese la corsa: 21.56. Se tutto filava liscio, ce l’avrebbe fatta. Ma perché credeva a quell’assurdità? Continuava a ripeterselo, mentre le lancette scorrevano.
Alle 21.58, l’autobus imboccò il viale dove si trovava il suo appartamento. 21.59: vedeva quasi casa, era a giusto due isolati da li.

22.00: l’autobus si fermò.

«Mi dispiace signori, ma ci fermiamo qui!»
Poco male, pensò, era praticamente arrivato.
Si alzò, prese le sue cose e si diresse verso le porte d’uscita.
«Dove va, mi scusi?».
«Sono arrivato, se apre faccio gli ultimi metri a piedi, grazie».
«No, mi dispiace. C’è il coprifuoco, non posso aprirle».
«Sta scherzando, vero? Mi faccia scendere immediatamente! Altrimenti chiamo la polizia, è sequestro di persona».
«Chiami chi vuole! Io ho disposizioni chiare: alle 22 fermo tutto. Se la faccio scendere, lei viola il coprifuoco e la colpa sarà anche mia».

Si girò di scatto verso gli altri passeggeri: tutti erano d’accordo con l’autista. «Ha ragione lui!» o ancora, «Colpa nostra che abbiamo fatto tardi!», furono le cose che sentì ritornando a sedere.

Gli sembrava tutto così surreale, che non riuscì più a dire nulla.
Vide l’autista prendere una copertina dal cruscotto e reclinare il sedile. La gente attorno a lui iniziava a chiamare casa per avvisare che non sarebbero tornati prima delle 6 del mattino. A un certo punto un passeggero disse:

«Se vi va possiamo metterci a coppie così da scaldarci, giuro che non ho cattive intenzioni!», ma mentre lo diceva guardò l’unica ragazza a bordo che, schifata, distolse subito lo sguardo.

Lui invece guardò il ciccione: era sudato sì, ma con tutto quel grasso lo poteva davvero tenere al caldo. Stava per andare a fargli quella proposta indecente, quando l’autista tuonò:

«Siete pazzi! E il distanziamento sociale? Ritornate subito ai vostri posti, nessuno si tocchi!».
Nessuno lo fece, aveva ragione l’autista.
Tutti tornarono a sedere.

Guardò l’orologio: le 22.07.
Di sicuro a quel punto sarebbe già stato a casa, vicino ai termosifoni caldi, con le pantofole ai piedi.
Con quell’ultima immagine in mente, si voltò di nuovo verso il finestrino.

La neve continuava a cadere, rendendo tutto perfettamente immobile.

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di Matteuccia Francisci

Illustrazione di e con Simona Settembre

La finestra sbatte.

C’è vento, e sbatte. Non le va di chiuderla, vuole che entri aria e luce in casa in primavera ed estate, almeno tanto quanto la vuole chiusa in inverno. L’inverno non esiste, è un passaggio dell’anima, buio.
Ogni anno sembra impossibile da superare, e quando arriva la primavera vorrebbe aprire anche i muri, vivere solo di luce e di calore.

Sbam!


Che fastidio il vento.
Neanche il vento le piace, le fa anche paura, sembra un’entità invisibile che si aggira intorno a noi e che può spazzarci via senza che neanche vediamo da dove arrivi.

Sbam!

La signora si alzò e riaprì il finestrino del vagone della metro B.
I vagoni della metro B erano ancora quelli vecchi, quelli della A li avevano cambiati e non si potevano più aprire perché c’era l’aria condizionata, quelli della B ancora si potevano tenere aperti, unica fonte di aria (schifosa) nei millemila gradi che si sviluppavano d’estate.
Era il 30 luglio, l’ultimo appello della sessione, e l’avevano bocciata.
Aveva studiato due libri su tre, le avevano chiesto Peròn.
Però stava nel terzo libro.
Bocciata all’esame facoltativo.
“Clap, clap! Per gli autografi dopo, grazie” pensò mentre l’aria sporca e calda le veniva in faccia dal finestrino.

«Può chiudere per favore?» chiede il signore alla donna seduta sotto il finestrino.
«Ma fa caldo!» risponde la donna.
«Sì, ma l’aria in faccia mi dà fastidio» replica il signore.

È un po’ anziano, ha una camicia bianca a maniche corte e dei pantaloni grigi con le pinces, da vecchio insomma. Alla ragazza piacciono i pantaloni con le pinces, lei non li trova da vecchio, si dice da sola come se qualcuno avesse fatto quel commento ad alta voce.

«Io ho caldo, se chiudo soffoco» Replica la donna, con poca grazia.
Il vecchio, inaspettatamente veloce, con uno scatto repentino si sporge in avanti e chiude il finestrino.
Sbam!
«Ma vaffanculo, va!»

Hai capito il vecchietto, pensa la ragazza, e le scappa un sorriso.
La signora si rialza e riapre il finestrino.
«‘A stronzo!»,e si risiede.
«Allora sei de coccio!» dice il vecchio, e richiude il finestrino.
Sbam!

No, non è vero, è solo il rumore della finestra che sbatte.
Le ha ricordato quando sulla metro si creavano delle vere e proprie faide su “finestrino aperto/finestrino chiuso” perché d’estate i vagoni erano caldissimi, ma l’aria che entrava era fastidiosa se ti arrivava in faccia.
E lei non sapeva mai che parte prendere perché avevano ragione tutti e due.
Ci ripensa quasi con nostalgia, adesso che deve stare chiusa in casa in questa nuova vita a “Fasi” che sembra tanto la stessa storia dell’Anno Nuovo, che è uguale a quello vecchio.

Non è vero neanche questo.
Ma quale nostalgia. Di cosa?

Dei mezzi pubblici affollati, dei turisti che salgono a Colosseo tutti sudati? Delle conversazioni altrui a voce troppo alta o del tipo che non sa levare il suono allo stramaledetto giochino idiota?
Non lo sa, eppure la nostalgia è sempre là.
Forse dei suoi vent’anni.
Ma no, odiava avere vent’anni, odiava l’università e tutto quello che stava intorno.

Sbam!

Forse ha nostalgia di uscire, vedere gli amici, andare al cinema. Si fa una risata. Ma quando mai, sta benissimo in isolamento. Tanto non usciva quasi più lo stesso, ormai.

Sbam!

E allora? E allora niente. Chiude la finestra, e pensa a quel vecchio. Sarà morto ormai.

Beato lui.