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di
Matteuccia Francisci

 

Micol Mezzanotte

Sesso: F

Età: 28 (al momento della scomparsa)

Corporatura: normale

Statura: 170 cm

Occhi: verdi

Capelli: neri

Scomparsa da: Roma

Data della scomparsa: 01/11/2018

Data pubblicazione: 19/11/2018

Micol Mezzanotte, 28 anni, viveva a Roma, da sola. Il 1 ottobre 2018 stava andando al lavoro, ma non ci è mai arrivata. Il suo numero di telefono risulta non essere mai stato attivo e la compagnia telefonica non sa spiegarsi la cosa. Una testimone afferma di averla vista a Piazza Vittorio con un uomo nei pressi della Porta Alchemica, ma non è in grado di fornire una descrizione dell’uomo che era con lei. Gli amici, trovando il numero di telefono sempre staccato, come se non fosse mai esistito, si sono allarmati e hanno chiamato le forze dell’ordine. Le indagini sono ancora in corso, ma la donna sembra letteralmente svanita nel nulla. Chiunque abbia notizie o creda di averla vista, è pregato urgentemente di mettersi in contatto con la trasmissione.

Federica Sciarelli, con il consueto tono serio serio che ben si confà all’infinita serie di potenziali disgrazie e mancati approfondimenti di indagini di cui si occupa quotidianamente, parla al telefono con un uomo. Lui dice di averla vista, che sta bene, ma non vuole dire dove sia. La sua voce è bassa, stentorea, la Sciarelli è spesso costretta a chiedergli di ripetere quanto ha detto.

Seduto al buio, davanti alla televisione, Tommaso sorride impercettibilmente e dice a bassa voce: «Tempus ridet, brevi rodet», poi riaggancia e spegne la tv.

«Andiamo, Kebab, è ora di dormire». Un grosso micio tigrato, con un orecchio mangiucchiato e la coda mozzata, apre pigramente gli occhi verdi, si tira su e si stira.

«Miao?»

«No, non ti troveranno mai

 

[torna al Capitolo #02]

 

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di
Matteuccia Francisci

 

Piazza Vittorio è sporca di brutto e i giardini sembrano abbandonati a sé stessi da troppo tempo.

«Una volta l’Esquilino era il luogo dove le streghe si procuravano i cadaveri per i loro filtri e altre diavolerie. Qui ci stavano le fosse comuni» dice l’uomo camminando, anzi quasi saltellando. «Del resto a Piazza del Popolo facevano i sabba infernali. Tutti pensano che Torino sia una città magica, ma Roma non ha nulla da invidiarle

«Questione di marketing» dico io, passando accanto a una serie di personaggi improbabili, nessuno dei quali sembra avere mai avuto una casa, dei genitori, dei parenti o degli amici. E neppure dei vestiti puliti. Lui guarda verso l’alto, passa saltellando in mezzo a questa umanità disperata come se non gli interessasse. O non esistesse.

«Questione di saper custodire i segreti» mi dice voltandosi, e sorride.

«Io mi chiamo Micol, tu?» mi decido a dire mentre cerco di stargli dietro.

Che cavolo ha da correre così, e perché diavolo lo sto seguendo?

«Tommaso. Perché sei scesa?»

«Voglio venire alla porta.»

«Perché?»

«Forse, per andare di là.»

Ma la porta è circondata dalle sbarre, non si può entrare.

«Che peccato, eh?» dice Tommaso guardandomi dall’alto in basso con i suoi occhi azzurri, che ora mi sembrano vagamente folli. «Solo i gatti e le gattare possono entrare, ci sta una colonia là dentro.»

Vedo una donna che sta armeggiando con ciotole e bottiglie di plastica piene di acqua, circondata da una ventina di gatti circa.

Anche io sono una gattara, penso. Mi sporgo dalle sbarre e le chiedo se posso entrare a guardare i gatti, le racconto della colonia che mi sono ritrovata appioppata come la santità di Padre Maronno. Poi, facile facile, le chiedo il nome del gatto più brutto che sta lì. Mi dice che si chiama Kebab, perché va sempre a mangiare dal kebabbaro lì vicino. E mi dice di fare il giro.

Tommaso mi sorride e dice: «Molto brava», quasi fosse stato un esercizio svolto.

Entriamo e, dopo aver accarezzato Kebab per bene, cammino verso la porta. Non so bene cosa fare, ho letto su Wikipedia la storia del Marchese Palombara, i simboli incisi e i motti che li accompagnano. La porta mi domina col suo occhio che non vede e tutto il suo corredo di misteriose allusioni. Cerco di leggere i motti, so qual è il verso in cui vanno letti ma li intravedo appena, il tempo li ha quasi cancellati. Mi guardo intorno, è tutto così poco suggestivo: l’erba alta, le foglie cadute, e oltre le sbarre la sciatteria della città, dell’anima di chi la abita. Eppure continuo a guardarla.

«Che ne pensi?» mi chiede Tommaso.

«Boh, mi aspettavo qualcosa di più…non so…»

«Magico?» suggerisce lui.

«Sì, forse. È bella, ma qui è tutto così mal tenuto che sembra quasi una cosa buttata là e dimenticata.»

«Tutte le cose importanti stanno così. È in questo modo che si conservano. Nel nascondimento

«Tu sei mai entrato?»

«No. Vuoi provare tu? Si sedes non is

[continua – Capitolo #03]

[torna al Capitolo #01]

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di
Matteuccia Francisci

 

«È un bel libro, vero?»

La voce alla mia destra ha una lunga barba bianca e due occhi azzurri. Sembra Donald Sutherland.

«Sì, molto bello» rispondo, per niente sorpresa. Non sono molti quelli che leggono Arthur Machen, e meno che mai sulla Metro A alle otto e trenta di mattina. Anche io mi metterei a parlare con qualcuno che lo stesse leggendo accanto a me.

PROSSIMA FERMATA LUCIO SESTIO. USCITA LATO, SINISTRO

Cioè, stava tutta agitata che non aveva studiato Eraclito allora j’ho detto:scialla, entriamo alla seconda ora…

«Ma secondo lei Machen cosa farebbe succedere a chi dice“scialla”? Gli manderebbe gli Angeli di Mons?» dico guardandolo sorridendo, e a lui brillano gli occhi appena dico“Mons”.

«Pensa che agli angeli di Mons potrebbe interessare occuparsi di simili cose?»

PROSSIMA FERMATA PORTA FURBA. USCITA LATO, SINISTRO

«No, non credo. Magari li potremmo mandare in Siria».

«Mah, forse lì sarebbe meglio mandarci direttamente il dio Pan».

«Un sano ritorno al paganesimo non ci farebbe male, lei che dice?»

Stasera pensavo di cucinare l’arrosto però non so se riesco a passare in macelleria, sennò forse ho della pasta sfoglia in frigo potrei fare una torta salata veloce con gli spinaci che sono avanzati ieri, ah ricordati di passare in tintoria a prendere il piumone…pronto? Mi senti? Pronto?!

PROSSIMA FERMATA RE DI ROMA. USCITA LATO, DESTRO

«Qualcuno diceva che quando abbiamo smesso di credere nel soprannaturale siamo caduti nelle nevrosi.»

«È come stare in questo vagone per sempre

«Per fortuna abbiamo Machen.»

PROSSIMA FERMATA VITTORIO EMANUELE. USCITA LATO, DESTRO

«Io scendo alla prossima. È stato un piacere conoscerla.»

«Anche per me» e poi aggiungo, sorridendo: «Va alla Porta Magica

Mi guarda veloce da sotto gli occhiali con un sorriso sbieco nascosto dalla barba, si aprono le porte e poi mi dice: «Ci vediamo di là».

Scendo anche io.

[continua – Capitolo #02]

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di
Matteuccia Francisci

 

«Beeeee!» DLAN! DLAN! DLAN! «Beeeee!!!»

Ma che cazz… Alzo la mia stanca faccia dalle mie letture resistenti all’idiozia al suono di un… belato?

Oibò. Alla mia sinistra avanza una capra.

Ma che è, la pubblicità delle caramelle alle erbe? No, eh, io non voglio apparire in nessun video capitalista. Per quanto, se mi dessero qualche soldo mi farebbe comodo, ’sto periodo. In fondo, le caramelle alle erbe so’ bone.

E so’ pure socialiste, secondo me.

«Beeeee!!!» DLAN! DLAN! DLAN!

La capra ha un campanaccio attaccato al collo e pure un cartello. Si ferma proprio davanti a me. È bella, pure se puzza un po’ e le sue zampe non sono proprio pulite. Sul cartello ci sta scritto:

 

Un piccolo aiuto per le capre di Palmaria!

Hanno deciso di sgomberarci dall’isola perché saremmo nocive per l’habitat. Ma ci hanno portato loro, sull’isola. Rischiamo di morire se non troviamo un’altra sistemazione. 

Anche 20 centesimi ci aiutano.

 

La capra mi guarda dritto negli occhi e poi: «Beeeee!»

Uomo 1: «Ma che è ’sta puzza?»

Donna 1: «Aò, ma che è ’sta capra?!»

Donna 2: «Oddio ma che semo matti? Me fa pure paura, mo’ chiamo la polizia.»

Uomo 2: «Ma sarà ’na pubblicità, nun sanno più che inventasse, pora bestia.»

Donna 2: «Ma quale pora bestia! Chissà quante malattie porta, io chiamo i carabinieri.»

Guardo la capra che sta ancora ferma davanti a me e dico: «No, tranquilli, è un flash mob dell’ENPA» e sfodero la mia tesserina con la faccia del lupo sopra, n’altro che avemo reintrodotto e mo je sparamo.

Uomo 3: «De che? È robba tua? Guarda che io te denuncio, mica se ponno portà l’animali selvaggi in metropolitana.»

«Beeeeee!»

La capra fa due passi e quattro DLAN!

Uomo 2: «Ah, l’Ente Protezione Animali! E di cosa si tratta?”»

«Beeeee!»

La capra torna verso di me e mi fissa.

Donna 1: «Ao’, a me nun me ne frega gnente de che se tratta. Puzza, portatela via.»

Mi alzo in piedi nel mezzo del vagone a Re di Roma e dico: «Signore e signori, un attimo di attenzione per favore. Questo è un flash mob per le capre dell’Isola di Palmaria, di cui Clementina qui accanto a me è una rappresentante».

“Beeeeee!”

«Grazie Clementina. Le capre devono essere spostate dall’isola per preservarne l’habitat, ma per evitarne l’abbattimento stiamo chiedendo a tutti un piccolo contributo.»

DLAN! DLAN! La capra si avanza tra la folla.

«Ma che vòi, ma pòrtate ’sta cosa fori de qua». È un ragazzo col bomberino color ghiaccio e le scarpe brutte, e dà una manata sulla groppa della capra.

«Beeeeeeeeee!?»

Clementina si gira verso il bomberino con le sue corna ritorte e forti. Bomberino istintivamente si tira indietro, si vede che se la fa un po’ sotto, ma dice: «Aò, te la vòi portà via prima che la sgozzo?».

Faccio segno alla capra di lasciar perdere e mi avvicino alle porte di Vittorio Emanuele. Scendiamo insieme tra un DLAN! e l’altro.

«E manco oggi amo fatto ’na lira, eh?»

«Eh no, Clementì, manco oggi. Tocca proprio trovà un lavoro.»

«Annamo proprio beeeeene.»

 

 

 

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di
Matteuccia Francisci

 

Once Were Gods…

 

«Non mi piace prendere la metropolitana, non potevamo andare in qualche altro modo?»

«Tutte le volte la solita storia, Anselmo, lo sai che no, non potevamo.»

«Non mi piace prendere la metropolitana!»

Anselmo e Agata si guardano e poi tacciono. Agata ricomincia a guardare le immagini sul cellulare, Anselmo continua a sbuffare e muoversi a disagio sul sedile.

«Ho caldo.»

«Non è possibile, c’è l’aria condizionata, si sta benissimo.»

«Tu stai benissimo, io ho caldo.»

«Abbassa la voce, ti stai rendendo ridicolo.»

«Con chi? Lo sai che a nessuno importa niente degli altri.»

Intorno a loro, in effetti, nessuno sembra prestare la minima attenzione alla conversazione tra Anselmo e Agata, o al fatto che Anselmo si sieda e si alzi dal sedile in continuazione, come se scottasse. Sono tutti chini sugli schermi, proprio come facevano…

«Tutto questo spostarsi, poi, non lo capisco.»

«Si chiama mobilità, è una grande conquista.»

«Conquista di cosa? Siamo diventati come loro.»

«Per questo è una grande conquista.»

«Poveri voi. Io sono vecchio, non mi rimane molto, ho vissuto una vita libera e felice, una vita da dio…»

«Ancora con questa storia del dio? Ora siamo noi che comandiamo, Anselmo, non te ne rendi conto?»

«Sei tu che non ti rendi conto. Eravamo dèi e loro i nostri schiavi. C’eravamo noi su quelle cose diaboliche, erano loro a guardare le nostre foto, adesso è il contrario. Siamo diventati come loro, siamo degli schiavi.»

«Ma smettila Anselmo, stai vaneggiando, devo portarti di nuovo dal dottore per rivedere il dosaggio delle medicine. Rilassati, tra poco arriviamo. Guarda che carina questa foto che mi ha mandato Zia Giustina!»

Anselmo si rimette a sedere sul sedile e dà le spalle ad Agata. Comincia a leccarsi, piano. Prima una zampa, poi l’altra.

Accanto a lui un giovinetto sta guardando il video di un umano che dorme, sta commentando «Quanto è dolce!» e subito compaiono dei «mi piace» al suo commento.
Il giovinetto fa le fusa dal piacere.

«Eravamo dèi, ora siamo come loro» borbotta tra sé e sé Anselmo, mentre scende dal sedile dove ha appena pisciato.

 

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di
Matteuccia Francisci

illustrazione di Anastasia Coppola

Up and down the city road/In and out the Eagle/That’s the way the money goes,/Pop! Goes the weasel

Alice guarda l’orologio, ancora 15 minuti e sarà fuori dall’ufficio. Bussano alla porta: le chiedono un’altra cosa da fare. Si infastidisce e serra la mascella, ma solo per un istante.
«Certo, lo faccio subito» dice, sorridendo finché non si chiude la porta.
Poi tira un calcio alla scrivania. Già si vedeva varcare il cancello e ora invece perderà tempo. Il fastidio passa presto, però, e Alice torna a sorridere.

E’ felice. Forse per la prima volta nella sua vita.

Finalmente fuori, va alla fermata del 118. L’autobus arriva strapieno. Alice sale e continua a sorridere, sotto il cappellino dei Washington Redskins che le tiene i capelli tutti raccolti. Sorride dietro gli occhiali da sole scuri che le coprono gli occhi. Il cuore le batte forte sotto il cappotto nero, abbottonato fino al collo nascosto dentro un dolcevita grigio chiaro. Quasi non riesce a tenere fermi mani e piedi, chiusi da guanti e anfibi. Nello zaino ha le scarpe con i tacchi, la gonna plissettata e il cappotto rosso con cui al lavoro si è mimetizzata.

«Oh, mi scusi» le dice una signora maleodorante, cadendole praticamente addosso e pestandole entrambi i piedi.
«Non si preoccupi, è certo più importante giocare a Candy Crush che reggersi agli appositi sostegni» risponde Alice. Sorridendo.
«Che vorrebbe dire, scusi?» domanda, stizzita, la puzzona.
«Vorrei dire che lei non si è retta agli appositi sostegni perché stava giocando a Candy Crush, per questo mi è caduta addosso pestandomi un piede e facendomi male, oltre al fatto che lei puzza. Ma non c’è problema, capita a tutti signora. Di cadere intendo, non di puzzare».

La signora la guarda a bocca aperta, Alice la guarda dritta in faccia con la bocca che sorride e gli occhi no.
«Ma guarda che roba!» dice la puzzona, allontanandosi in fretta da Alice a costo di urtare tutti quelli intorno a lei.

Alice ricomincia a guardare fuori dal finestrino, l’autobus è già alle catacombe di S. Callisto. Si accarezza il mento con la mano guantata.

Il cuore le batte sempre più forte, l’emozione di rivederla è come una scossa che le percorre tutto il corpo. Com’è che dicono Belle and Sebastian? Formiche nelle mutande. Judy never felt so good except when she was sleeping.
Pensare ai Belle la tranquillizza sempre. Appia Pignatelli Carvilii…dai, ancora poco.
La puzzona scende, si gira a guardare l’autobus ed Alice la saluta con un sorriso beato.
Ecco il supermercato, dai che ci siamo.

Erode Attico, curioso che sia proprio la sua fermata.

Percorre il tratto di strada ormai familiare, arriva all’appartamento seminterrato che è riuscita a trovare dopo accurate ricerche. Trovare la casa è stata la seconda cosa più difficile da fare per lei. Si ferma davanti alla porta, tira su le braccia, si stira per bene, piega la testa a destra e sinistra finché non sente un leggero crac! Si abbassa verso il tappetino, trova le chiavi che sono sotto, le infila nella toppa e prende un bel respiro.

Sente il calore pervaderle tutto il corpo quando entra e la vede lì, davanti a lei. L’oggetto del suo desiderio. È seduta. E sudata. Alice entra di spalle, arricciando leggermente il naso per l’odore nella stanza, ma senza smettere di sorridere. Si leva il cappellino dei Redskins, gli occhiali neri e il cappotto, si sfila il dolcevita e la canottiera. Rimane così, in anfibi, pantaloni, reggiseno e guanti. Poi si infila il passamontagna posato sul mobile accanto alla porta, e si volta.

«Ciao amore mio, come stai oggi?»

La donna seduta sulla sedia alza la testa, piano, ed emette un suono flebile.
­«Oh, scusami amore, hai ragione », Alice si avvicina alla donna e le strappa il nastro nero dalla bocca.
«Per favore… basta… per favore… ma chi sei? Ti prego lasciami andare.»
«Sono l’amore tuo, amore mio. Ti sono mancata? Tu mi sei mancata tanto. Ma adesso siamo insieme di nuovo, sono così felice. Così. Felice.»
La donna seduta alza il viso, gonfio. «Ma perché? Cosa ti ho fatto?»
Alice l’accarezza piano sul viso, poi il collo e giù lungo la scollatura del camice. Potrebbe spiegarglielo, certo, ma non è più sicura di ricordare il perché. Sa solo che la fa stare bene, e che quella donna se lo merita.

«La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita», le dice soltanto, imitando l’idiota voce di Forrest Gump.

E finalmente comincia il suo nuovo dopolavoro, da quando sette giorni fa l’ha fatta portare qua e legare alla sedia. Per venirla a trovare, dopo il lavoro. Ogni giorno, per un’ora. Sequestro di persona, lesioni personali aggravate e chi più ne ha più ne metta.
La felicità ha un prezzo da pagare, si dice Alice quando ha finito. È stanca e rilassata, inondata di endorfine.

«Questa è l’ultima volta che ci vediamo, amore mio. Sei perfetta così. Ti faccio una foto? No, meglio di no».

La donna respira. Piano, ancora.

Alice sorride ancora quando esce senza voltarsi e torna alla fermata. Probabilmente, si dice, sarà pieno del mio DNA là dentro: sudore, capelli…non importa. Ne valeva la pena per sentirsi così leggera. Solo quando sale sul 118 capisce che è finita. E’ stata la cosa più difficile di questa faccenda, sapere che sarebbe finita. Forse la troverà domani il proprietario di casa.
Torna domani? Alice non se lo ricorda. Le fanno male le braccia e neppure si rende conto di quando le lacrime cominciano a scorrerle lungo il viso.

Ha perso il suo dopolavoro, ha perso la felicità.

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di
Matteuccia Francisci

 

Il giovedì è il mio giorno preferito, quando salgo sul 3 a volte incontro Morticia e Gomez che tornano da o vanno chissà dove. Adoro i dark. Mi piace la loro estetica e questa passione per la malinconia. La gente cerca di mascherare la tristezza perché nessuno vuole essere triste e nessuno – ma questo non ve lo diranno mai – nessuno vuole vedere gli altri tristi. Sempre allegri bisogna stare…diventan tristi se noi piangiam. Tutti vogliono essere felici, tutti tranne i dark. Loro vogliono essere tristi. E si nutrono di letture tristi, musiche tristi, tutto quello che può dar loro modo di pensare che la vita faccia schifo lo divorano ardentemente. Anche se non hanno uno straccio di problema, se lo inventano perché devono essere tristi. Però sono belli, mi piacciono da morire e del resto la coerenza non è più di questo mondo.
Quando il 3 gira la curva penso sempre a un enorme bruco, anche se questa parola mi fa sempre pensare a…vabbè non importa ora non c’entra niente.
Eccoli, eccoli, oggi ci stanno. Devo sgomitare un pochino ma riesco a mettermi vicino a loro.

Chini sui loro cellulari, proprio come il resto di quell’umanità che disprezzano:
«No vabbè fermate, hai visto che ha postato Plastic Passion?»

Silenzio.

«See, comunque Damiano non si è regolato quando ha messo gli Alien.»

Passa una ragazza vestita di rosa, si guardano e sorridono. Penso che li inorridisca il colore dei suoi abiti e invece:

«Fico il tatuaggio dei coniglietti suicidi, me lo devo fa’ pure io.»
«Ma secondo voi il suicidio è come il sesso?» dico.

Mi guardano come guarderesti il tuo cane se mentre lo stai portando a spasso improvvisamente ti chiedesse com’è camminare a due zampe, se è più comodo che a quattro.

Non mi rispondono.

«Nel senso», continuo, «che ci sono quelli che ne parlano e quelli che lo fanno sul serio e questi ultimi di solito non ne parlano mai?»

Morticia mi guarda con i suoi occhioni contornati pesantemente di eyeliner nero. «Parli con noi?» mi dice.

«Sì, a voi non interessa il suicidio?» chiedo.

«Ma vatte a ammazza’» mi risponde Gomez e poi le fa «vieni amò che questa è matta», con una vocina un po’ troppo acuta.

Il romanesco decisamente non si adatta all’estetica dark, che peccato. Mentre si allontanano, gli grido dietro: «Bela Lugosi’s dead, undead undead undead!». Cioè, non è che lo dico a voce alta, lo grido proprio. Fanno tutti finta di niente, naturalmente, come si fa con i matti sui mezzi pubblici. Ma Morticia si gira e mi sorride.

Dark. Li adoro.

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di
Matteuccia Francisci

Lo ammetto, il mio giudizio è prevenuto perché sono una cinica bastarda e non credo a niente, ma davvero la Chiesa ha fatto delle… linee guida? per la… cremazione? Sì, davvero. Sono in metropolitana come tutte le mattine dal lunedì al giovedì, sono in ritardo come al solito, non ho trovato l’ombrello in casa e oggi pioverà. Quindi mi bagnerò. Sono molto nervosa. Molto. Ma davvero. Mi sento più tranquilla, ora che la Chiesa Cattolica ha detto che sì, si può cremare anche se – cito – «la Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi rispetto alla cremazione poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti».
Defunto, ti stimo. Allora ti metto in una cassa di legno e non ti brucio.
Eh sì, la Chiesa va verso la modernità. Che poi a me risulta che la cremazione si facesse anche al tempo dei Romani… com’era? Ah, sì, «hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito». Vabbè ma erano pagani, quelli.
Dunque, ricapitolando. Sono secoli che si bruciano i corpi dei defunti ma la Chiesa ci arriva solo adesso, dando l’autorizzazione a qualcosa che si fa da sempre. (Quindi ho mandato mia madre all’Inferno? O nel limbo? Ah, no, quello hanno detto dopo qualche secolo che non esiste. Cioè prima c’era ma poi non c’era più). Adesso ci dà delle linee guida: no a dispersione in terra, acqua, no a incastonamenti nei gioielli (Nei gioielli? È proprio vero che i soldi non fanno l’intelligenza). Le linee guida della Chiesa e quelle dello Stato Italiano sono diverse in tema di cremazione. In ogni caso continuano a preferire l’inumazione perché dimostra maggiore stima verso i defunti
Stima.
Forse il documento è in latino e la traduzione non è buona. Come si fa a stimare un defunto? È morto. Lo puoi rispettare. Rimpiangere. Piangere. Ricordare. Ma stimare no.
Alla mia sinistra stamattina ho una persona conosciuta, allora mi volto e rido.
«Che ridi?», chiede
«La Chiesa ora autorizza la cremazione ma se li seppellisci secondo loro li stimi di più».
In realtà non mi viene da ridere neanche un po’, mi salgono un mare di pensieri tristi e la solita travolgente rabbia verso un mondo che non capisco ma che in linea di massima vorrei… cremare.
Se solo potessi bruciare gli idioti soltanto pensando: brucia!
Ma devo andare a lavorare inutilmente e svogliatamente per accantonare un poco di carta moneta atta a saldare alcuni debiti pregressi. Devo tirarmi su. Penso a Keith Richards che le ceneri del padre se l’è pippate. Respect.