View More

di Matteuccia Francisci

Illustrazione di Anastasia Coppola

«E questa?»

«E questa cosa?»

«E questa l’ha pagato il biglietto?»

È stato allora che l’ho accoltellata, non la sopportavo più.
Avevo il coltellino svizzero che mi ha regalato mio nonno quando ho fatto l’esame di quinta elementare, e non so come mi sono ritrovato col coltello in mano a conficcarlo in quelle chiappe oscene.

Ovviamente cercare di spiegarlo a Fabio è stato inutile, lui non faceva altro che urlare.
Insulti, per lo più. A mia madre, in massima parte.
Pora mamma, meno male che non mi ha dovuto vedere umiliato dal figlio della sora Cecilia.
Lei me lo diceva sempre che “Quel ragazzo non mi piace, ha qualcosa di marcio nello sguardo, staje alla larga Paolé”.
E invece io gli sono rimasto attaccato, nonostante tutti i guai in cui mi ha ficcato.
Lui scappava, e io venivo beccato.
A scuola quando lui scriveva “preside venduto” e io facevo da palo, all’università quando mi mandava a fare gli esami al posto suo senza dirmi che la foto della carta d’identità era di quando si era tinto di biondo, e perfino in questura quando ho dovuto far finta di essere io alla guida della sua macchina quando ha investito quel poveraccio.
Aveva un provino importante lui, non poteva “fottersi la carriera per un vecchio che attraversa sulle strisce”. E infatti la carriera l’aveva fatta, lui. “Stamme vicino Paolé, che quanno divento famoso te svolto pure a te”. Diceva sempre così.

L’aveva detto pure ieri, quando mi ha chiamato alle 3 di notte per chiedermi di lei.
La voleva, ne aveva bisogno per la prova generale del suo nuovo grande successo da regista di teatro.

« Paolé, è quello per cui abbiamo sempre lavorato, me devi aiuta’».

Capirai, chissà di quale apporto intellettuale pensavo avesse bisogno.
E invece il solito servizio da schiavetto, da contratto occasionale come tuttofare quale sono.
Non sembrava comunque una cosa difficile.
La potevo trovare con facilità, ce ne stanno per tutti i gusti. Alte, basse, grasse, magre, con i capelli come vuoi, gli occhi che preferisci. E sono anche poco care.
Insomma, avete capito.

La dovevo portare all’Eliseo alle 14, per le prove generali.
Dopo trent’anni di frequentazione, sospettavo si trattasse più di una sua depravazione che di un’esigenza artistica, ma dopo tanto tempo ho smesso di chiedere.
Dicevo, non era una cosa difficile. Non dovevo neppure preoccuparmi del traffico, perché a fine agosto le strade sono ancora piuttosto libere. Eh già, perché il grande spettacolo in realtà erano due misere date quasi fuori cartellone, rimediate grazie alle solite conoscenze familiari.
Quindi, dicevo, si trattava di un lavoretto fin troppo facile, un passaggio in macchina e via.

Ma quando sei un tuttofare pagato a nero – eh sì il contratto occasionale l’ho detto per dire, manco quello mi vuole fare – anche la tua macchina ti si addice.
La mia dolce Micra proprio stamattina ha deciso di tirare le cuoia.
Ventitré anni e trecentomila chilometri di onorato servizio, neppure le posso rimproverare nulla.

« A Pa’, stavolta giusto l’unzione per gli infermi je potemo da’», mi ha detto il meccanico quando è venuto a guardarla. Chissà perché mi sentivo che qualcosa sarebbe andato storto, mi ero svegliato alle sette ed ero andato a provare la macchina.
Il resto è storia.

Da Magliana a via Nazionale con i mezzi pubblici ad agosto a Roma? Non sapevo se scegliere il percorso con “meno trasbordi” o quello con “pochi tratti a piedi”. Alla fine mi sono deciso per il secondo, perché il caldo l’avrebbe afflitta. E anche perché non mi andava di farmi vedere in giro con lei, in verità. E qui mi si è aperto l’atroce quesito. Ferrovia metropolitana FL1 o 719?
Che ingenuo, pensavo di avere la scelta.
Dopo un’ora alla stazione a sentire le cancellazioni o aspettare treni con orari invernali, ce ne siamo andati alla fermata del 719. Che era pure passato, eh. Ma poi si è rotto. Sulla via del Trullo, così, senza un lamento. Come se si fosse addormentato. E siamo rimasti lì, io lei e una signora anziana con un ombrello per ripararsi dal sole. A guardarci male. A borbottare “la gente non si vergogna più di niente ormai”.
Dopo venti minuti sotto al sole, la signora ha chiamato la nipote per farsi portare via in macchina, e noi due siamo rimasti lì a sperare in un intervento divino che mandasse una nuvola sotto cui ripararci.
Quello che è arrivato invece è una macchina con due ragazzi dentro. La volevano portare via, quei vigliacchi.
«Ah bella – le dicevano – ce fai fa un giro pure a noi, che siamo giusti e giusti due» dicevano. Ma io l’ho difesa, sapete. E poi ho cominciato a correre. Sì, sono scappato, sotto il sole di agosto e con questa appresso.
E chi lo sentiva Fabio sennò senza la sua signorina speciale.

A un certo punto mi ha visto un signore. M’ha detto: «Aó, ma ‘ndo vai co quella, nu lo vedi che se rovina co ‘sto caldo?» E si è messo a ridere.

Io non avevo neppure il fiato per respirare, ma in qualche modo sono riuscito a spiegargli la situazione e quello si è offerto di darmi un passaggio fino alla Stazione Trastevere, che lui doveva andare a prendere il figlio.

«Lo faccio pe’ lei porella, guarda come è sciupata» e ha ricominciato a ridere.

Alla Stazione Trastevere siamo scesi, l’abbiamo ringraziato e abbiamo finto di non sentire quando le ha gridato dietro: «Ah bella quanno che diventi famosa ricordate de Giorgio Santoni che t’ha dato un passaggio sotto al sole de agosto. E stai attenta a quel ben di dio che t’aritrovi eh». E giù a ridere.

Ero uscito di casa già da tre ore e mi sentivo come Leonardo Di Caprio in Revenant, a parte l’evidente differenza di temperatura. Quattordici fermate mi separavano dalla meta, e molte domande si affollavano nella mia mente.

“Lei resisterà?”

“L’autobus passerà?”

Ma una in particolare si fece strada nella mia mentre disidratata come tutto il resto del mio corpo: “Che cosa vuole quel tizio che mi sta facendo segno di avvicinarmi?”

Spaventato, ho provato a girare la faccia dall’altra parte, sperando che l’autobus passasse presto, ma era l’ennesimo pensiero infantile di quella giornata. Vi avevo detto quale meraviglioso autobus dovevo prendere? L’autobus H.
Dopo altri dieci minuti di attesa – che nell’universo del trasporto pubblico romano possono essere considerati come due ore svedesi o 5 secondi dominicani – mi sono ritrovato l’uomo vicino che mi chiedeva come si chiamava la mia amica e se per 50 euro gliela prestavo per un quarto d’ora.
Sì, avete capito bene, se gliela “prestavo” mi pagava a me.
Lì per lì volevo dargli una testata in bocca, ma sapete lui era decisamente più alto di me e tutto sommato cinquanta euro mi facevano comodo. Così le ho chiesto cosa ne pensava lei, le ho detto che se non voleva non se ne faceva niente, che in fondo quel giorno lei era un’attrice. Lei mi ha guardato con quel suo sguardo significativo e io ho aspettato in fermata quindici minuti.
Mi domanderò per sempre dove diavolo se la fosse portata, e non scorderò mai lo stato in cui è tornata.

«Aó, e che sarà mai, dai. Tiè, aiutala con questi». E mi ha passato dei fazzoletti che ho usato per ripulirle un po’ la faccia. Me lo sogno ancora di notte. Poi mi sveglio e vomito.

Incredibilmente dopo questa atrocità, è passato l’autobus.
Era vuoto, per fortuna.
Il bello di Roma d’estate è che gli autobus sono vuoti.
Ma quando mai, il bello di Roma d’estate è solo Roma, il resto è da suicidarsi.
Tutti dicono che Roma d’estate è bellissima, e poi vanno in vacanza da qualche altra parte.

Quando l’autobus è ripartito da Piazza Venezia, ecco che mi si para davanti questo qua. Biglietto prego, dice. E gli mostro l’abbonamento.

«E questa?» mi dice guardandole il sedere. Pure porco.

«E questa cosa?» gli rispondo io, passandole un braccio protettivo intorno alle spalle.

«E questa l’ha pagato il biglietto?» mi chiede il controllore, ridacchiando.

Non c’ho visto più.
Mi dispiace.
Forse è stata la disidratazione, non lo so.
Ho affondato il coltellino nella sua gola plastificata, nelle sue guance perennemente spalancate mentre i suoi occhi mi continuavano a lanciare quell’eterno sguardo inespressivo.
Il controllore ha cercato di fermarmi mentre le bucavo quel sedere di plastica gigante, sempre disponibile da quella posa inginocchiata.
L’aveva voluta inginocchiata e rossa di capelli, quel porco di Fabio, e io gliela portavo, la sua attrice speciale per la grande prova generale.
Tanto di pallone gonfiato in teatro bastava e avanzava lui.

View More

di
Federico Cirillo

 

23- Fermate Pincherle/Marconi – Marconi/Pincherle

Quella partita non fu una partita qualsiasi, fu una partita che lasciò agli spettatori il compito di stabilire dov’era il confine tra la memoria e la leggenda…
(Edson Arantes do Nascimento, Pelè)

1942 – La guerra imperversa, l’Italia è divisa, lacerata, ferita ma non ancora morta. L’Italia calcistica, soprattutto, è bloccata dagli eventi: i combattimenti, infatti, hanno imposto il cessate le partite, strappando via sogni e speranze di cuoio vestite. Eppure vi era ancora, nascosta e celata, voglia di calcio, quello vero che sbuccia le ginocchia, quello che rompe le tute e le toppe sopra le tute. Quello fatto di terriccio e pali delle porte che sono felpe ammassate a sei passi le une dalle altre… quello della partita Pincherle/Marconi – Marconi/Pincherle per intenderci.
Così, proprio mentre dalla Patagonia soffiavano voci di un mondiale fantasma, ai piedi dell’Ostiense, Roma, c’era aria di derby…
Bombe in lontananza, il ventre, anzi i ventri di Roma si aprono ovunque. Aerei che sfrecciano, radiogiornali che riportano bollettini del conflitto.
Lorenzo, Pietro, Paolo, Sebastiano e Andrea Marconi sono i cinque fratelli più piccoli della numerosissima famiglia Marconi.
Claudio, Giulio, Adriano, Augusto e Cesare, invece, sono rispettivamente i tre gemelli Pincherle e i loro due cugini.
Il teatro è il campetto di fango, terra molliccia e polvere di una zona nascosta dell’Ostiense, ai piedi della Basilica di San Paolo. In palio il pallone di pezze e stracci confezionato da mamma Rosa e mamma Letizia, le due donne delle due rispettive case, sarte entrambe. Chi vince avrà pallone e Gloria, la ragazzina più bella del quartiere della quale i due rispettivi capitani (Lorenzo e Claudio) sono follemente innamorati (lei non lo sa e magari alla fine non li degnerà comunque di uno sguardo, ma chi vince può provare a chiederle di tenerle la mano mentre l’accompagna a casa dopo che è scesa dal 23…).
L’allarme di una bomba caduta, probabilmente poco lontano, dà il via al match. Tira vento freddo e il pallone ne risente: le due donne hanno usato indumenti e stracci estivi, sacrificabili in inverno, tanto il piccolo Marco Marconi indossa sempre lo stesso maglione: tre anni e mezzo, scampato alla poliomelite, osserva un po’ sbilenco la partita mentre si gusta il sapore acro e salato del suo indice.
Lorenzo prende in mano le redini del gioco, macina il campo come aratro fa con le messi; scarta come un fulmine gli avversari e sembra un giovane Silvio Piola. A 9 anni ne dimostrava già 12, ora che ne ha 10 ne dimostra 11, sembra infermabile, irraggiungibile da tutti, un Girardengo del pallone… per tutti ma non per Claudio Pincherle, lo stopper/libero dei Pincherle appunto. È il più esperto di tutti perché da giovane ha giocato per due mesi nella squadra locale, poi un infortunio al piede ne ha limitato la crescita, tanto che non può più tirare d’esterno e, da allora, fa il difensore: con Lorenzo è sfida aperta, lo blocca e riparte come baio selvaggio.
Le ali Adriano e Augusto sono mingherline – la pellagra li ha fortunatamente solo sfiorati – e rapide e anche se perdono tutti i contrasti hanno nel lancio la loro arma migliore: spesso insieme al pallone parte una scarpa senza lacci e per l’avversario sono dolori. Il cross di Augusto è perfetto, Cesare si traveste da Levratto tira e… gol?
«’N’ ce prova’ a Ce’, è passata troppo sopra, è fori!»
«Maddechè, ahò quello sei te che hai le braccia corte…»
«Vabbè decidiamo a morra, vinci tu, rigore pe’ voi, vinco io palla nostra».
La morra: Cesare ha nel sasso il suo punto forte, d’altronde la mano destra ha solo 3 dita, 2 saltarono con un petardo scagliato lo scorso capodanno troppo in ritardo; Sebastiano, il portiere prova il tutto per tutto con la forbice «magari scaglio, che me vo’ frega’»: rigore per i Pincherle, gol, Cesare non perdona.
Lorenzo rosica; Claudio se la ride e dà uno sguardo veloce a Gloria che passa di lì insieme a Bianca e non se li fila di striscio; Lorenzo rosica ancora di più; Sebastiano accenna uno «scusa»; Marco continua a succhiarsi l’indice.
Palla al centro 1-0. Il capitano Marconi non ci sta, scambia con Pietro, triangola con Paolo e prima di entrare in area, sbraca letteralmente di fisico Claudio e tira ‘na pezza: Giulio ci prova, ci mette la mano, si spezza un’unghia, s’accavalla il medio, la mano si piega… gol 1-1. Palla al centro. Gloria di nuovo in bilico.
Fiati sospesi, il sole, opaco e bianco latte, inizia a dare i primi cenni di ombratura. Il freddo diventa più pungente, ma le tute servono per i pali. Fango, polvere, scarpe rotte che volano, ginocchia sbucciate, gambe incrostate, toppe. La sirena… lunga, lunghissima, interminabile. L’aereo, vicino, basso, grigio e rumoroso. La bomba, vicina, troppo vicina…
…il confine tra memoria e leggenda: Pincherle/Marconi 1-1.