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di
Federico Cirillo

Gli altri. È sempre pieno di altri qui sul 23.
Tutti diversi ma tutti così diversamente accomunati da una cosa: il tragitto. Anzi no, in realtà da due cose: il tragitto e farsi i cazzi degli altri
Ed eccoli qua: 

«Te dico che è così a Fa’…non ce volevo crede!» 
«Si, ma è assurdo! Ma lei non se n’è mai accorta?» 
«Ma chi, Camilla? Macché! La conosci mi sorella no? Se fidava. D’altronde stanno insieme da quando so’ regazzini!» 
«Si, però checcazzo! Io posso pure capi’ co n’altra, lo posso accetta’: ma così è pesante eh» 
«Pesante sì. Pensa che l’ha sgamato a vede pure i video sull’internet: gli ha preso il telefono e ha trovato di tutto! Foto, video, messaggi co tutti quelli come lui!» 


«Assurdo, assurdo, n’ce se crede. Ma poi così, senza un cenno de preavviso o un sintomo?» 
«Eh, così, all’improvviso. Che poi comunque lui ha sempre fatto parte del gruppo nostro e noi bene o male, stiamo sempre a parla’ de quello. Però, guarda, te posso dì che sinceramente lo vedevo sempre un po’ diverso, sempre sulle sue e a disagio quando se ne parlava…tipo faceva il vago, interveniva poco, non se schierava mai…». 


«Vabbè, ma che c’entra? Uno può pensa’ che non abbia il chiodo fisso e ok.  Ma addirittura così diverso no, dai! Così dell’altra sponda, te l’aspettavi? Eddaje Riccardi’…così no: guarda, io non ce lo facevo proprio. Ma senti, mica l’ha saputo tuo padre? Magari l’ha sentito in giro…? No perché ‘ste cose, lo sai è n’attimo che…». 
«No, no fermate, per adesso no. Gliela stiamo a tene’ nascosta…capirai se devono pure sposa’. Pora Camilla, guarda che pena…st’infame». 
«E tu madre? Che dice tu madre?» 
«E che deve di’? S’è fatta tre segni della croce e s’è rimessa a stende’ i panni…ma che doveva fa’ quella pora donna? Non ce se crede…dopo anni…e ce lo siamo pure portati dentro casa… ‘tacci sui» 
«Assurdo…me fa schifo» 

Così, quella sera, tra Lungotevere Tebaldi e Lungotevere Aventino, sul 23 era scesa una pesante cappa di silenzio.  
 
Poi, d’improvviso, il coraggio di un uomo. Vabbè un ragazzotto in realtà: alto bene o male la metà dei due energumeni e largo quanto l’avambraccio tatuato di uno di essi.  
Occhialetti da vista tondi, pashmina bordeaux e ciuffo scomposto ondulante, decide di affrontare le curate sopracciglia, in quel momento corrugate, dei tipi.

«Bestie – urla non riuscendo a trattenere la rabbia – e trogloditi! Ecco cosa siete! Ma vi rendete conto voi di quello che dite?  “Me fa schifo”, “assurdo” “diverso” e “quelli come lui”.
Sapete una cosa? Siete voi che mi fate specie…e no – azzittendo con fermezza uno dei due con un movimento repentino di un dito – non cercate di interrompermi che ho ragione.
Come potete fare commenti del genere su un ragazzo che ha capito la sua vera natura? Come potete, voi, giudicarlo diverso?
Ignoranti, buzzurri e trogloditi! Ancora con questi luoghi comuni sugli omosessuali e sugli orientamenti sessuali. Che pena, mi fate!». 
Così, girandosi di scatto, scende stizzito a Marmorata, continuando a bofonchiare. 

«Che cazzo ha detto? » riprende uno dei due, sbigottito e mezzo imbarazzato: «Che c’entrano i froci mo’? Mica perché sei della Lazio devi esse pure frocio…e poi – sporgendosi dal finestrino per urlare in direzione del tipo ormai lontano – me stanno pure simpatici a me…- tornando a parlare con l’amico – i froci, mica i laziali!». 
«Anfatti». 

E soddisfatti scendono dal 23, ad Ostiense. 

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di
Matteuccia Francisci

 

«Beeeee!» DLAN! DLAN! DLAN! «Beeeee!!!»

Ma che cazz… Alzo la mia stanca faccia dalle mie letture resistenti all’idiozia al suono di un… belato?

Oibò. Alla mia sinistra avanza una capra.

Ma che è, la pubblicità delle caramelle alle erbe? No, eh, io non voglio apparire in nessun video capitalista. Per quanto, se mi dessero qualche soldo mi farebbe comodo, ’sto periodo. In fondo, le caramelle alle erbe so’ bone.

E so’ pure socialiste, secondo me.

«Beeeee!!!» DLAN! DLAN! DLAN!

La capra ha un campanaccio attaccato al collo e pure un cartello. Si ferma proprio davanti a me. È bella, pure se puzza un po’ e le sue zampe non sono proprio pulite. Sul cartello ci sta scritto:

 

Un piccolo aiuto per le capre di Palmaria!

Hanno deciso di sgomberarci dall’isola perché saremmo nocive per l’habitat. Ma ci hanno portato loro, sull’isola. Rischiamo di morire se non troviamo un’altra sistemazione. 

Anche 20 centesimi ci aiutano.

 

La capra mi guarda dritto negli occhi e poi: «Beeeee!»

Uomo 1: «Ma che è ’sta puzza?»

Donna 1: «Aò, ma che è ’sta capra?!»

Donna 2: «Oddio ma che semo matti? Me fa pure paura, mo’ chiamo la polizia.»

Uomo 2: «Ma sarà ’na pubblicità, nun sanno più che inventasse, pora bestia.»

Donna 2: «Ma quale pora bestia! Chissà quante malattie porta, io chiamo i carabinieri.»

Guardo la capra che sta ancora ferma davanti a me e dico: «No, tranquilli, è un flash mob dell’ENPA» e sfodero la mia tesserina con la faccia del lupo sopra, n’altro che avemo reintrodotto e mo je sparamo.

Uomo 3: «De che? È robba tua? Guarda che io te denuncio, mica se ponno portà l’animali selvaggi in metropolitana.»

«Beeeeee!»

La capra fa due passi e quattro DLAN!

Uomo 2: «Ah, l’Ente Protezione Animali! E di cosa si tratta?”»

«Beeeee!»

La capra torna verso di me e mi fissa.

Donna 1: «Ao’, a me nun me ne frega gnente de che se tratta. Puzza, portatela via.»

Mi alzo in piedi nel mezzo del vagone a Re di Roma e dico: «Signore e signori, un attimo di attenzione per favore. Questo è un flash mob per le capre dell’Isola di Palmaria, di cui Clementina qui accanto a me è una rappresentante».

“Beeeeee!”

«Grazie Clementina. Le capre devono essere spostate dall’isola per preservarne l’habitat, ma per evitarne l’abbattimento stiamo chiedendo a tutti un piccolo contributo.»

DLAN! DLAN! La capra si avanza tra la folla.

«Ma che vòi, ma pòrtate ’sta cosa fori de qua». È un ragazzo col bomberino color ghiaccio e le scarpe brutte, e dà una manata sulla groppa della capra.

«Beeeeeeeeee!?»

Clementina si gira verso il bomberino con le sue corna ritorte e forti. Bomberino istintivamente si tira indietro, si vede che se la fa un po’ sotto, ma dice: «Aò, te la vòi portà via prima che la sgozzo?».

Faccio segno alla capra di lasciar perdere e mi avvicino alle porte di Vittorio Emanuele. Scendiamo insieme tra un DLAN! e l’altro.

«E manco oggi amo fatto ’na lira, eh?»

«Eh no, Clementì, manco oggi. Tocca proprio trovà un lavoro.»

«Annamo proprio beeeeene.»

 

 

 

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di
Sabrina Sciabica

 

«Mi ha tradito. Cristiano mi ha tradito» diceva in modo concitato Katia parlando con Debora, sul 60. «Dopo che ho lasciato Giuliano pe’ stare co’ lui, dopo che ho interrotto co’ Paolo per farlo felice, solo perché ieri sera ho rivisto il mio ex, Giovanni. E poi perché Giovanni aveva lasciato Maria e aveva bisogno di parlare co’ qualcuno… e così Cristiano mi ha fatto il dispetto».

«Dài, non puoi saperlo, Cì, anche di Giovanni lo dicevi e invece era rimasto a dormire da su’ sorella» cercava di calmarla l’amica. Io le ascoltavo attentamente e tenevo le cuffiette attaccate al cellulare per far credere che ascoltassi musica. Sapevo già di Giovanni, di Giuliano, ma di Cristiano non ancora! Le vedevo quasi tutte le mattine, belle, super truccate, artigli rossi e tacco 10, impiegate alle poste, brave lavoratrici, sempre puntuali, leggermente pettegole, decisamente istintive, vita sociale a mille.

«Da su’ sorella? Fino alle 3 del mattino? E col rossetto sulla camicia? E quel profumo, poi… era così stanco che me l’ha pure lasciata là sulla lavatrice e apposta stamattina ho capito tutto. Ma vedrà. Se ne pentirà. Nun ha capito che noi donne abbiamo mille poteri. Sta ancora a dormì, e quanno me chiama nun rispondo proprio. Mo’ ce penso io. Mo’ ce penso proprio io. Se lo sogna di stare ancora da me. Mo’ vedrai, vedrai. Vedraaaaaaaaai!» terminava, sottolineando la “a”.

«Ambè, se è così! Eppure, Cì, io da lui popo popo nun me l’aspettavo! Valli a capì st’omini. Ma che vogliono di più? La solita storia: anvedi che stronzi!»

E no! Porca paletta, stanno già scendendo a Regina Margherita, è venerdì, e domani non le becco, mannaggia!

Come ogni lunedì mattina aspetto il 60, triste più che mai perché Giacomo non si è fatto sentire tutto il week-end e il mio cellulare è stato silenzioso, a parte le chiamate di mamma per raccontarle che non ho fatto niente per ben due giorni di seguito. Vita sociale zero. Eccolo! Ed eccole! Salgo curiosa. Oggi è strapieno, devo schivare un po’ di ragazzini prima di avvicinarmi a loro e indossare le solite cuffiette. «E insomma, e lui?» chiede Debora mentre penso che peccato, devo aver perso un bel pezzo del discorso.

Katia è più vaporosa e contenta del solito: «Cristiano prima dice che è colpa mia che è andato male il colloquio, che doveva prendersi il vestito buono che aveva da me e io non mi sono fatta trovare apposta, e così ha perso il posto da buttafuori perché c’aveva i jeans e questi avevano specificato di vestirsi bene».

Risate fragorose. «E ieri invece?» chiede Debora.

Katia mette un ghigno malefico e ricomincia: «Ieri pomeriggio, verso le sette, me richiama e me dice: “A Ka’, ma perché te stai a comportà così? Ho capito che ho esagerato con la storia del vestito, per averti dato colpe, ma ti ho chiesto scusa mille volte! Non ho capito perché stanotte non mi hai voluto. Ma comunque, devi venire qua a prendermi! Sto ’nguaiato, amo’! Non sai che m’è successo: mi’ fratello, che mi doveva accompagnare ad Ostia pe’ l’altro colloquio al Lido del suo amico, c’ha la febbre e m’ha detto prendite er motorino mio. Arrivo là e trovo tutto chiuso! Ho chiamato e dice che c’ha provato ad avvisamme ma oggi non riesce a venire, rimandiamo a quanno non lo so, forse domani. Insomma co’ la santa pazienza me rimetto sulla Via del Mare e sento ’na puzza e un rumore… manco il tempo di rendermi conto, che sto coso se ferma e non riparte più. Viemme a prende amo’, nun so chi chiama’!”».

«Ammazza, Cì! Brutto su ’a Via der Mare! E quindi, tu ce sei annata?» chiede sconvolta Debora.

E l’amica continua: «Ma che stai a di’, Deb? Io je faccio: “Chiedilo a tu’ sorella… no scusa eh, me senti? So’ da mi sorella, ma siamo andati al lago a prendere un gelato coi regazzini, ammazza quanto mi dispiace! E prova a chiama’ l’amici tua, dài. A Cristia’, aspe’, ma nun facciamo che porti ’n po’ sfiga? Ma c’hai fatto quarcosa? Che c’è quarcuna che te vole male, ’sto periodo? Me sembra ’na sfiga continua!”.

Lui: “Amo’, sei sicura che non potete veni’?”.

E io: “Eh no, teso’, e come vengo da Bracciano a Ostia? Fai prima a chiama’ tu’ padre”.

E lui: “Vabbè, famme chiude e vediamo. Ahh no, senti, n’artra cosa. Se questo mi chiama per torna’ domani, mi lasci le chiavi della Punto di tuo fratello? Senza motorino come ce torno qui, porco cane?”.

E io: “Ennò, amo’, proprio domani è il giorno che Antonio va in tipografia a Cecchina, se la porta tutto il giorno la macchina”.

E lui, subito: “Vabbè dài, ne parliamo meglio stasera, vengo pe’ cena”.

E io: “Ah no no, stasera rimango da mamma, stiamo tutti insieme, pure coi ragazzini, ti ho detto. Dài, ci sentiamo ’sti giorni. Senti a me, fidate, chiama subito quarcuno prima che te ’nvestono sulla Via del Mare!”.

E ho chiuso».

Tra lo sbigottimento di Debora e il divertimento di Katia, Mira, Sofia sin tu mirada, sigo, la suoneria di Katia, che scuote il sedere tutte le volte che le squilla il cellulare.

«’Spetta Deb, me stanno a chiama’… ah ma è Max! Lui sì che ce tiene! M’ha chiamato ieri. Separato, niente figli. Soprattutto figlio unico, niente sorelle per rimane’ a dormì. Dai, je chiedo se c’ha n’amico…»

Ma rispondendo scendono dal mezzo, le perdo di vista e… non ho il tempo di chiedere… se ’sto Max c’ha n’amico anche per me!!!

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di
Lorenzo Desirò

Illustrazione di Flavia Cuddemi

 

Il giorno in cui sono guarito è stato quando mi hanno portato in città.

Non fu, però, il bravo dottore di città da cui andammo che mi curò, ma le immagini che vidi nella grande metropoli.
Da circa un anno passavo intere e interminabili giornate da solo, a camminare per quel piccolo rettangolo di giardino che avevo a disposizione. Raramente scambiavo parole con qualcuno.
Nel poco spazio a mia disposizione, in quell’angolo di Terra abbandonato da Dio, ero ossessionato dai miei pensieri “cosa sto facendo?” mi chiedevo ad ogni santissimo risveglio.
«Possibile che sia tutto qui? Possibile che la vita si riduca ad un misero “occupare il tempo”? Possibile che non ci sia niente di più di questo misero “occupare questo spazio”? Possibile che tutto finisca in un attimo? E possibile che questo “tutto” sia una momentanea e insensata occupazione di spazio e tempo?».

Sentivo non solo di sprecare la mia vita abbandonandola ad un quotidiano sempre uguale, ma che una via di fuga da quel nonsense e da quella monotonia pareva non esserci.

Le domande mi assillavano sempre di più, giorno dopo giorno.
Mi sembrava di essere intrappolato in una grande gabbia, mi mancava il respiro e tutto ciò che vedevo intorno a me mi dava un senso di nausea.

Lentamente il mio malessere interiore iniziò ad intaccare il fisico.

Svegliarmi e iniziare la giornata divennero operazioni sempre più faticose. Smisi di fare passeggiate e a mano a mano iniziai a saltare i pasti.
Quelli che vivevano con me, i miei coinquilini, continuavano a ripetermi: «Mangia! Devi mangiare! Lo sai che fine fanno quelli come te?».
Io provai, vi giuro che provai ogni tanto a mangiare con gli altri, ma il cibo non scendeva: si bloccava in gola. Iniziai a perdere peso a vista d’occhio e sentivo una stanchezza sempre maggiore.
La più piccola e banale operazione divenne uno sforzo sovrumano, tanto che per parecchio tempo rimasi nel mio giaciglio senza riuscire a fare nient’altro.
Dopo qualche giorno di stasi totale, venni visitato dal dottore del paese che mi diede delle medicine ma non servirono a nulla se non a farmi sentire sempre più fiacco e stanco. Continuavo a chiedermi “come fanno tutti gli altri a stare così tranquilli? Come fanno a vivere sapendo che tutto ciò che facciamo non ha alcun senso?»

Mi portarono quindi in città, dove, dicevano, c’era un dottore bravo.

«Depressione» sentenziò il bravo medico «Lui è malato di depressione».

Le persone che mi avevano accompagnato dapprima si misero a ridere, poi, dopo essersi ricomposti sbottarono: «Depressione?! Ma come è possibile?! Gli diamo tutto ciò di cui ha bisogno! Ha un tetto che lo copre dal freddo e dalla pioggia e ha anche sempre cibo in quantità! Ha un appezzamento di terra che quelli come lui se lo sognano da altre parti! È libero di fare quello che vuole dalla mattina alla sera e non gli manca nien-te! Fa una vita da Si-gno-re! Depressione … Pff … La vorrei io una vita come la sua!».

Anche il dottore bravo (che chiamano “veterinario”) mi prescrisse dei farmaci ma, come vi ho detto, non furono quelle pasticche a guarirmi ma ciò che vidi quando mi caricarono sul retro del camioncino: schiere di uomini, di esseri umani, accalcati su un mezzo che era grandissimo, lungo e alto e conteneva tantissime persone. Ne conteneva così tante che la gente al suo interno stava stretta stretta e accalcata. Li vedevo correre per prendere quel camioncino enorme. Nel traffico delle vie, spiai le vite degli abitanti della città: gente che correva, che urlava, gente triste ai bordi delle strade, grandi, piccoli, uomini, donne, quasi tutti da soli. Molti sorridevano ad uno schermo. Pochi parlavano. Qualcuno di loro correva per scendere sottoterra. Quelli in superficie erano incastrati in piccoli camioncini angusti, suonavano il clacson e bestemmiavano contro chi avevano di fronte nell’altro piccolo camioncino che sembra di latta.

Mi chiesi a quel punto: “Chissà se anche loro soffrono? Sono come i miei coinquilini che non si fanno domande oppure se le fanno anche loro e nonostante tutto continuano ad andare avanti?
Gli uomini li ho sempre visti come una razza superiore, ma vederli lì, in città, tristi e urlanti tra lo smog, sotto un cielo plumbeo, sotto una coltre di rabbia e odio. Anche loro avranno piccole felicità a cui aggrapparsi, ma in fondo, anche per loro valgono le mie domande: possibile che anche la vita degli umani si riduca ad una mera occupazione di spazio e tempo? Possibile che anche loro non aspirino a niente se non ad avere un tetto che li copra, pasti in abbondanza e una piccola superficie in cui passare il tempo? A loro basta? Loro, che sono così superiori a Noi, quale chiave di lettura hanno trovato per andare avanti? Cosa faranno mai di così grandioso?”

Guardai per tutto il tragitto le loro azioni e i loro movimenti e le loro espressioni. Piano piano uscii dalla città e tornai al porcile.

Rimasi qualche giorno nel mio giaciglio a pensare. Le immagini della metropoli mi scorrevano davanti e rimasi a riflettere.
Arrivai alla conclusione che quella specie così superiore, in fondo non era così superiore.
Anche loro nascono, crescono e muoiono senza alcun motivo. Senza alcun senso. Nel frattempo mangiano, occupano spazio, occupano il tempo e si riproducono.
Sorridono a qualche ghianda di felicità.

Questo pensiero mi fece stare meglio. Ricomincia a mangiare, a ingrassare, a prendere peso. Le domande non sparirono, ma il pensiero di vivere una vita come quella degli umani mi faceva sentire meglio.

Nessuna vita ha un senso.

Neanche quella dei vegani.

 

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di
Lorenzo Desirò

I fatti riportati in questo racconto sono accaduti su un autobus una sera d’inverno in una grande città. Per quanto viene narrato se ne consiglia la lettura ad un pubblico di soli adulti.

La giornata di lavoro è conclusa per la Moltitudine che, stanca, si accalca sul mezzo pubblico per tornare a casa il prima possibile.

Vuole rincasare presto, la Moltitudine, per sedersi a tavola per la cena. Poi, stanca, guarderà distrattamente qualcosa in Tv, andrà a letto e, sempre più stanca, si riposerà per affrontare al meglio il giorno seguente. All’indomani si sveglierà presto, la Moltitudine, prenderà l’autobus che la porterà in ufficio e la sera, disperatamente stanca, si accalcherà di nuovo sul mezzo per tornare presto a casa.

Un uomo della Moltitudine, smunto e magro, lotta per restare in equilibrio. Si sta stretti sul bus. Si sta stretti come gli amanti d’inverno.

All’improvviso il veicolo curva bruscamente verso sinistra. Braccia e mani e gomiti e spalle e polpacci si incontrano e si scontrano. In quell’istante all’uomo smunto e magro sembra di sentire una mano scivolare dentro la tasca destra del suo cappotto.

Istintivamente si tasta (per quel che può) l’intero soprabito. Si guarda intorno, si gira di scatto e urla: «Il portafoglio! Mi ha rubato il portafoglio!» e lancia il suo indice sottile verso il colpevole. La Moltitudine drizza le orecchie:

«Sei uno schifoso!» urla qualcuno verso l’uomo indicato dal derubato.

«Ladro!» grida qualcun altro.

E iniziano ad accavallarsi le voci dei corpi accavallati: «Farabutto!», «Vergognati!».
Tra la confusione cerca di farsi largo un giovane palestrato; avanza tra i corpi della Moltitudine: «Ci penso io a te, figlio di puttana!» e arrivato di fronte all’unico indiziato, lo spintona fino a farlo finire con le spalle contro il finestrino. Senza troppi indugi, lo colpisce col primo schiaffo.

«Bravo!», «Così si fa!» voci tra la folla.
Vola un secondo schiaffo, poi un altro, poi un altro ancora e poi, non inaspettatamente, una testata dritta in bocca.

Il malvivente sanguina dal labbro ma non cade. L’assenza di spazio trasforma il ladruncolo di portafogli in un sacco da boxe: dapprima un pugno all’addome, poi un montante all’altezza del fegato, poi un cazzotto dritto sullo zigomo.

«Dagliene di più a quello schifoso! Dagli Una Lezione!» e il palestrato continua incitato dalla Moltitudine.

Sale la temperatura dell’autobus che pesante e indifferente continua la sua corsa.

Tra la calca si fa largo un altro ragazzo. Anche lui col suo preciso ideale di Giustizia. Deciso, si avvicina al delinquente. Fa segno all’ormai stanco palestrato che ora è compito suo. Sputa in faccia al ladro e la saliva si mischia al sangue della faccia già livida. Gli dà un pugno in pieno volto, chiudendogli l’occhio e tagliandogli il sopracciglio. Il sacco da boxe rimane sempre in piedi, sempre con le spalle attaccate al finestrino, sempre più sanguinante.
«Bravo!», «Ammazza di botte quel figlio di troia!» urla la folla.

Ma alla “lezione” vuole partecipare anche la vecchia che per puro caso si è ritrovata al fianco del ladro dandogli una sonora ombrellata in testa. Poi la bella studentessa universitaria, nel poco spazio che ha a disposizione, gli dà un calcio sugli stinchi.
Due suore dalla veste bianca, dopo un’altra una curva, si ritrovano al centro dell’azione. Per non sentirsi da meno, una delle due dà una gomitata sulle deboli costole del ladro. L’altra approva.
Si alza un tifo da stadio e sale il calore all’interno del mezzo di trasporto.

«Devono morire quelli come lui!» urla la folla.

«Siamo stanchi di vivere così!», «Dovete smetterla di rubare alla povera gente!» grida la Moltitudine.

La signorotta in pelliccia riesce a dargli un ceffone; il pensionato, volendo dare anche lui il suo contributo (forse per sentirsi finalmente utile) gli spacca il naso col suo bastone. Il trentenne in abito Armani continua a colpirlo ossessivamente allo stomaco. Poi tocca all’ex militare. Poi allo Youtuber. Poi all’arredatrice d’interni.

«Uccidetelo! Uccidetelo!» grida la folla.

Bomberino-nero-capello-rasato arriva al fulcro dell’azione. Con un’espressione alla Clint Eastwood sembra dire al pubblico «ci penso io a lui» ed estrae una lama. Si avvicina al malvivente e lo accoltella a un fianco.

«Passami il coltello!» urla qualcuno della Moltitudine.

E il coltello inizia a passare di mano in mano.

Arriva alla stagista della casa di moda che si avvicina al criminale e sadicamente gli recide di netto l’orecchio sinistro. Il padiglione auricolare viene calpestato dallo stivaletto Prada.
Poi la lama passa all’avvocato che inizia a pugnalarlo ripetutamente al petto.
Lo scrittore esordiente, forse per gioco o forse per amore, riesce ad incidergli le proprie iniziali su quelle che una volta erano le guance.
Crescono le urla, crescono gli spasmi e l’ansimare e le grida e la rabbia. Sudore, odori osceni e schizzi di sangue raggiungono soffitto e vetri dell’autobus che ora rallenta e giunge alla fermata.

Apre le porte e qualcuno scarica il corpo di quello che, una volta, la Moltitudine avrebbe chiamato “un negro”.

Le porte si chiudono e il mezzo riparte.

La Moltitudine, stanca e senza fiato, gronda sudore e sangue. Mani, vestiti, musi, capelli, sciarpe, borse, cappotti trasudano diversi liquidi organici. Più di qualcuno ha un’erezione.

L’aria è irrespirabile. Sotto le suole una melma viscosa.

L’uomo smunto e magro mette la mano nella tasca sinistra del cappotto: «Oh, che sbadato», dichiara alla Moltitudine, «il portafoglio è qui! Era nell’altra tasca!».

E inizia a ridere.

Dopo un istante tutto l’autobus ride.

La Moltitudine, istericamente, ride.

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di
Arundo Donald

 

Nel breve tratto di strada il metabolismo urbano produceva e consumava una notevole energia.
Affollate vetrine, incalzanti mendicanti vestiti abbondanti, bambini, anziani, tutti concorrevano nel gorgoglioso ribollio natalizio.

“Proprio oggi che è Natale”, pensò Marco scrutando attento la strada e spostando con la mano il grasso dalla fronte fin sopra i capelli.

La fermata era gremita di figure. A Roma d’inverno in un attimo è notte, e così, improvvisamente, tutti si ritrovarono avvolti dalla sera. I lampioni coloravano i grandi palazzi e le persone, accecate dal caldo carosello, spasmodicamente diventavano falene.

Lontano apparve un autobus. Marco sperò che fosse il suo. Andava per uno. Pensieroso lasciò cadere il corpo contro il vetro che delimitava la fermata sentendolo tremare. Prese una mezza cicca e la riaccese. Poi la fece ruotare tra le dita e per un attimo fissò il filtro annerirsi sotto la carta.

“Pesci storditi” pensò, rivolgendo lo sguardo alla massa abbagliata e sempre più frenetica.

Adorava i pesci, li trovava umani.

Pensò che avrebbe fatto tardi alla cena. Questa volta aveva dato la sua parola.

Come arterie, sottili tappeti rossi disegnavano i marciapiedi ripuliti e un fiume d’insegne luminose minacciava scorrendo i primi piani dei palazzi. Una goccia sfiorò il viso di Marco concentrato. Intorno a lui diversi ombrelli avevano fatto capolino aprendosi alla sera.

“Ci mancava anche la pioggia”, pensò. Poi fu un attimo.

Le gocce s’infittirono e cominciarono a bagnare ogni cosa, non risparmiando le persone ammucchiate alla fermata. La strada fu violentemente svegliata, le vetrine si svuotarono assieme ai lunghi marciapiedi. Le falene erano sparite.

Marco fece caso al rumore che la pioggia produceva, agli odori che riportava al naso e ai suoi capelli bagnati. Il “92” era arrivato, aveva fatto Tombola!

Mentre l’autobus, pieno da far schifo, svelava una calca straziata, la gente dalla strada spingeva e imprecava. Travolto da un denso fiume, Marco fu trascinato a bordo.
“È fatta”, pensò.

Ora anche lui era paralizzato quasi da non muovere il diaframma. Nel bel mezzo regnava il silenzio. La spessa condensa e le persone collose ne temperavano l’ambiente interno e in quel microclima tutti vivevano il medesimo supplizio.

“Pesci Neon” pensò. Allevati in cattività, con luci artificiali e in spazi troppo affollati, quei pesci sono più soggetti alla morte, più restii all’accoppiamento e meno abili nel procurarsi il cibo.
Le vetrine, gli affollati marciapiedi, gli autobus, gli uffici. “Che fosse questa la stupidità della gente perbene?” 

Mancavano quattro fermate ancora e sarebbe arrivato a casa. Marco era provato, voleva sedersi e respirare aria pulita. Voleva poter muovere le braccia e le gambe e soprattutto, voleva rivedere i suoi amici. Voleva abbracciare la sua gente e festeggiare.

Alla fermata successiva molte persone scesero dall’autobus, permettendogli di respirare nuovamente. Quando le porte si erano aperte, per pochi secondi aveva sporto il naso e si era immaginato altrove.  

A fine corsa l’autobus lo lasciò al capolinea. Dopo pochi minuti a piedi Marco arrivò all’accampamento e poté poggiare le pesanti buste con la spesa che tanta fatica gli erano costate.

Non c’era musica né luci ad aspettarlo. Non c’erano donne a ballare intorno ai fuochi né anziani né bambini. Un piccolo fuoco ormai esausto illuminava le roulotte dal centro del cortile e il pentolame tutt’intorno brillava riverso sui tappeti polverosi. 

L’accampamento era stato sgombrato. 

Marco prese un lungo respiro e si lasciò cadere sedendosi stanco intorno al fuoco. Stappò una birra. Poi un’altra.
Raggiunse il suo piccolo furgone e controllò il suo acquario. I pesci erano salvi. Ne fu contento ma non sorrise.  

Perché tutta l’energia si era esaurita.

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di
Lorenzo Desirò

«…e tu perché sei dentro?» 

«Per un errore» dice, accennando un sorriso. 

«Un errore, certo. Dicono tutti così.» 

Silenzio.  

«Qui ti chiamano tutti Settantotto. Cos’è, il numero di quelli che hai fatto fuori?» 

«Che cazzo dici? Settantotto persone…» e Settantotto ride: una risata affilata. 

«Cazzo ridi? Pensi che qui dentro non c’è gente che ha fatto stragi?» 

E poi ancora silenzio. Ma in lontananza un cigolio, forse di una brandina. 

«Senti, io la mia storia te l’ho raccontata. Tu non vuoi parlare? Cazzi tuoi. Ma stiamo nella stessa fottutissima cella, e finché non mi dici perché sei qui io ti giuro che non ti parlo, cazzo.» 

«Non me ne frega assolutamente un cazzo» 

«Ok, facciamo così: ora mi butto su questo fantastico letto, e se vuoi parlare ti ascolto, altrimenti ti giuro che resto in silenzio e non ti dico più un cazzo! Non ti rispondo nemmeno se mi chiedi l’ora. Passerai tutti questi fottutissimi anni senza dire una cazzo di parola. E lo sai che qui il tempo non passa mai se non parli con qualcuno. Le giornate sono lunghe, lunghissime e non passano mai, mai, mai…»

E di nuovo silenzio. In lontananza un altro cigolìo, un accendino che scatta.
Ma, su tutto, il ronzìo delle mosche.    

«Che cagacazzi» dice piano Settantotto. Fissa una macchia di muffa sul soffitto e comincia 

«Era il 17 Agosto. Due e mezza del pomeriggio. Faceva caldo, un cazzo di caldo… e sudavo. Puzzavo. Le gocce di sudore mi scendevano dalla testa dritte dentro gli occhi. Ero in una piazza e non c’era nessuno: nessun negozio aperto, nessun bambino che giocava, niente. Niente di niente… La città ad agosto è un fottuto deserto. C’era solo la puzza dell’asfalto bollente e il silenzio. Neanche un filo d’aria.
All’improvviso mi viene una cazzo di voglia di gelato che tu non hai idea: un gelato… fresco… cioccolato… crema… stracciatella… e un po’ di panna. Non puoi capire che cazzo di voglia di gelato che avevo. Mi guardo intorno e non c’era niente. Né un bar, né un fottuto negozietto, niente. Neanche un Bangla di merda aperto. 
Poi, all’improvviso, un flash, un’illuminazione: c’era un gelataio nel quartiere! Subito dopo il ponte, vicino all’incrocio grande! …ma chissà se esisteva ancora.» 

Settantotto lentamente si accende una sigaretta.  

«Avevo appena fatto tre anni qui dentro per un’altra storia. Magari in quei tre anni la gelateria aveva chiuso. Guarda che in tre anni uno non se ne accorge, ma cambiano un sacco di cose.
Cambia il quartiere, cambiano i punti di riferimento che avevi prima. Magari piccole cose: il tabaccaio dove compravi sempre le sigarette che si sposta qualche negozio più in là, la pizza a taglio sotto casa che cambia gestione, negozi cinesi che spuntano ovunque, nuove fermate della metro… succede di tutto, in tre anni.»  

E poi ancora silenzio. In lontananza la branda continua a cigolare, un altro accendino scatta, le mosche continuano il loro lamento. 

«Io mi ricordavo che questo gelataio stava a una ventina di minuti da quella piazza. Ma venti minuti a piedi alle due e mezza del pomeriggio, ad Agosto, con tutto quel caldo, non li avrei fatti nemmeno sotto tortura. E proprio mentre stavo pensando a come ci potevo arrivare… Eccolo lì! Si ferma al capolinea e apre le porte. Non scende nessuno. Secondo me io e l’autista di quell’autobus eravamo gli unici esseri viventi nel raggio di qualche chilometro. Mi avvicino al tipo e gli faccio: “Capo, mi porti dal gelataio?”. “Che cosa?!”. “Capo, portami dal gelataio, fa un caldo di Cristo! Dai, quello che sta dopo il ponte, vicino all’incrocio”. L’autista comincia a ridere e mi fa: “Questo è un autobus, mica un taxi! Vacci a piedi!”. Io non la smettevo di sudare. “Fa caldo, capo! Fa un cazzo di caldo!”.
Ma quello inizia a ridere, e ride, ride…» 

Un lento e profondo respiro di nicotina, prima di proseguire. 

«E poi, boh. Sarà stato il caldo, o la voglia di gelato che avevo, o la risata di quella faccia da cazzo, non lo so. Succede che tiro fuori il tirapugni e gli salto addosso. Quello non ha neanche il tempo di spostarsi, neanche di urlare… forse perché gli ho spaccato subito la mandibola. E lo colpisco, lo colpisco… non la smetto di colpirlo.
Dopo neanche un minuto sembrava un bambolotto buttato sul sedile del guidatore, un peluche insanguinato. Lo butto a terra e mi metto al suo posto. Ancora non avevo capito se il coglione era svenuto o se era già morto. Chiudo le porte del 78 e metto in moto…»  

«Ah. Ecco perché Settantotto.» 

«…chiudo le porte del 78 e parto. Supero il ponte, arrivo all’incrocio, ed eccola lì. La gelateria c’era ancora, cazzo. Scendo dall’autobus, entro e dico: “Capo, fammi un cono, bello grande. Cioccolato, crema, stracciatella e un po’ di panna”.» 

Settantotto fa un altro lungo tiro di sigaretta; poi, senza neanche averla finita, lancia lontano la cicca e continua a fissare la macchia di muffa. 

«Il tizio vestito di bianco dietro il bancone mi serve il cono e trema tutto. Nemmeno i soldi ha voluto. Avevo i vestiti e la faccia tutti sporchi di sangue. Prendo il cono e, credimi: non faccio neanche in tempo a toccarlo con la punta della lingua che nella gelateria imbocca un intero squadrone di guardie. Mi puntano i cannoni addosso, mi buttano per terra e mi ammanettano. Non l’ho neanche assaggiato, quel cazzo di gelato!» 

«Assurdo! Tutta questa storia… per un gelato?!» e ride.  

Ma Settantotto non sorride più, non guarda nemmeno il soffitto. Non sente neanche più le mosche urlanti 

«L’ho scoperto dopo, quando ero già in galera. Ma all’epoca io… ero incinta.» 

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di
Valter Chiappa

 

Faceva comodo salire al capolinea: si poteva scegliere il posto.
Meglio se il primo autobus era appena partito: si aspettava il successivo con l’assoluta certezza di conquistare proprio quello, terza fila, accanto al finestrino.
In verità non c’era un motivo logico secondo cui lei dovesse sedersi un’altra volta lì, di fronte, come quel venerdì; ma costruire un rituale permetteva l’infinita ripetizione di un piacere che, giunto inatteso, V. voleva fosse immutabile.

Giovedì 22 Maggio

S. si era fatta largo, goffa ed irruente, fra le signore burbere e gli zaini dei pischelli e si era seduta proprio lì, di fronte.
V. la guardò. L’attrazione non segue canoni, ha radici in qualche piega profonda del vissuto. Viso rotondetto ed accaldato, piccoli occhietti verdi, capelli lisci di un semplice castano.
V. sentì ancora il desiderio disilluso per una felicità che non gli era dovuta.
Ma poi successe. Il testo di analisi aveva funzionato, assieme a qualche appunto scribacchiato. Si sa, matematica è un esame ostico per le matricole di economia: derivate, integrali, le temutissime funzioni.

«Cosa stai preparando?» esordì lei, con una naturalezza a lui sconosciuta.
Lui timido: «Analisi I»
«Analisi che? Ma non sei di economia?»
«No. Faccio ingegneria»
«Ingegneria? Dai… allora mi puoi dare una mano. Ho l’esame fra 15 giorni e sono disperata!»

Per una convinzione comune, gli ingegneri hanno le risposte ad ogni problema, ma V. non le aveva nemmeno per i suoi.
Cominciò così. Nei 40 minuti del tragitto, fila di Montesacro compresa, V. provò ad esporre ordinatamente la metodologia corretta per affrontare lo studio di una funzione: il campo di esistenza, asintoti, flessi. Ma S., con domande a raffica, smontava il filo solido dei suoi ragionamenti.

Martedì 27 Maggio

«Ciao! Ti disturbo se mi siedo qua?»
V. non sapeva rispondere.
«Come va?»
«Un disastro! La funzione modulo. Proprio non l’ho capita»
Lui paziente: “È facile: se x<0, allora y = -x. Insomma, la devi prendere sempre positiva»
«Sì, ok. Ora però mi aiuti a risolvere quest’esercizio?»
V. scrollava la testa: per lui non si poteva studiare senza un metodo rigoroso. Ma S. diceva ogni cosa con quel sorriso che non ammetteva repliche. E V. si sentiva scaldare il cuore. E si sentiva accolto mentre S. lo ascoltava.

Mercoledì 28 Maggio

«Hai studiato?»
«No, ascolta. Mi è successa una cosa buffissima»
E V. rideva. Di cose che non gli sembravano più sciocche o insensate. Era bello, ridere, senza la catena di un pensiero conduttore; essere felice senza una regola. Decise di abbandonarsi a quella corrente disordinata, gioiosa ed ignota.
Nei giorni successivi parlarono di tante cose: delle vacanze ormai prossime e di un paesino in Calabria. Della loro stanza, dei dischi. Dei genitori. Dei sogni. Del futuro. Il futuro…

Lunedì 9 Giugno

«In bocca al lupo per domani. Fammi essere orgoglioso di te»
«Ci sentiamo, no?»
Balbettio.
«Ah, che sciocca! Non hai il mio numero!» e lo appuntò sulla copertina immacolata del libro di analisi.
Scese veloce, lanciando un bacio.

Martedì 10 Giugno

V. guardava nervosamente il numero di telefono.
Provò a desistere: «Magari mi racconterà tutto domani in autobus»

No: il giorno dopo non sarebbe andata all’Università. Panico. Respirò forte.
Chiamò.
Il muro, gigantesco avanti a sé, si sgretolò in un attimo al suono squillante della sua voce.

«Finalmente posso andare in vacanza, non ce la facevo più»
«Parti?», deglutì.
«Scendo con Mamma. La casa in Calabria, non ti ricordi?»
«Dai… che bello!», il cuore in una pressa.
«A Settembre ci raccontiamo tutto. E tu fai il bravo, non rimorchiare troppo…»

Le altre parole si confusero nel ronzio che gli riempì la testa.

Lunedì 22 Settembre

V. ripeteva mentalmente, ormai a memoria, quel numero di telefono. Un giorno avrebbe chiamato. O magari no: non sarebbe stato più bello incontrarsi nuovamente sull’autobus? Sorrideva. Sì: sarebbe stato più bello così.

Lunedì 9 Gennaio

Freddo e nebbia, palpebre pesanti, pensieri ovattati. Il capolinea era un miraggio, là in cima a Via Verga.
«Quanto ci mette a partire?».
V. non sentì nemmeno il motore avviarsi, le persone che, come spettri silenziosi, affollavano la vettura. Poggiata la testa sul vetro appannato, cadde in un sonno profondo.

«Signore, il biglietto per cortesia».

La voce più ferma e uno scossone appena brusco fecero dissolvere in un attimo le immagini dei sogni che, rapidi, avevano popolato la sua mente. Solo il ricordo di un raggio di sole caldo rimase, sospeso nel vuoto dei pensieri lucidi.
«Tessera» disse V., frugando fra le tasche, da cui estrasse un cartoncino lacero.

«Questa cos’è?»

«Intera rete, non vede?»

«Signore, questa non è valida, controlli bene»

«Ma l’ha vista anche il bigliettaio!»

«Il bigliettaio? Quale bigliettaio?»

V. tese la mano verso la porta posteriore, a indicare l’omone bonario con la pancia appoggiata sulla vaschetta di ferro con le 50 lire. Sbarrò gli occhi: non c’era. E neanche la vaschetta, e il suo trespolo. E le facce intorno? Non erano le stesse. Dov’era la vecchietta col carrellino per la spesa, quella che faceva solo due fermate? E i ragazzi con la svastica disegnata a penna sulla Tolfa?

Rimase così, la bocca spalancata.

Il controllore guardò perplesso quell’uomo con i grigi capelli arruffati, la barba lunga, lo sguardo spento.

«Signore, si sente bene?»
«Certo… sì…»
«Scenda con me alla prossima»
«No! Non posso, devo incontrare una persona…»
«Venga… venga con me»
V. cominciò ad agitarsi scompostamente. Il controllore infilò un braccio sotto il suo e cominciò a trascinarlo, cortese ma fermo. Un vecchio libro cadde fra i piedi della calca.
«Stia tranquillo. Sistemiamo tutto»
«No! Non posso…»

Le loro voci si persero, sfumando nel rumore di fondo del traffico.

La scena si era svolta nell’indifferenza della gente, ognuno isolato nei suoi pensieri o ipnotizzato dallo schermo di un telefono.

Solo una donna aveva osservato tutto in silenzio. Raccolse il libro, ne guardò la copertina.

Una lacrima scorse via da due occhietti verdi, piccoli e tristi, e andò giù veloce a rigare un viso rotondetto.

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di
Giulio Calenne

 

Se il padrone non avesse passato tutta la notte a scrivere un poema-lettera d’amore a G (che alla fine si è risolto in un «come va?») probabilmente l’inizio giornata di oggi avrebbe fatto meno schifo.  Il meteo dà pioggia, è arrivata una bolletta da pagare, la disoccupazione giovanile è al 35,4%, l’autobus farà 10 minuti di ritardo e io mi sento già stanco. Arrivo alla metro alle 8 e 16, calcolo percorso di 28 minuti e nessun ritardo previsto a lavoro.

D, il mio padrone, ha 34 anni, ha studiato presso il Liceo Scientifico Gullace Talotta, lavora presso TuttoPizza e vive a Los Angeles. Nelle foto e nei video in cui è taggato si possono notare le sue labbra sottili, il suo naso storto da pugile, un mento a culo che sembra aver fatto gli squats, capelli neri doppio taglio e barbetta curata. In alcune foto che ha postato su Instagram alcuni utenti hanno commentato «amo’ sei troppo bello! <3», «a bomber!» e «a ridicolo!».  

La sua voce sembra quella di un Uruk-hai che ha urlato troppo al concerto dei Cannibal Corpse e non sono l’unico che preferirebbe i messaggi scritti piuttosto che quelle interminabili note audio su WhatsApp.
Tra i suoi interessi principali ha selezionato: calcio, cinema e videogiochi, ma in realtà è sempre su Facebook.
Quando siamo in metro scorre la home page come ipnotizzato dal colore blu codice RGB #3B5998 del social e, ad ogni foto di fregna, l’immancabile Mi piace tattico.

Da due settimane controlla spesso il profilo di G, la sua ex ragazza, con l’accuratezza di un detective. Esamina gli eventi a cui parteciperà, chi ha messo mi piace alle sue foto, dov’è stata di recente e chi ha aggiunto come amico.
Anche se non sono in grado di giudicare G eticamente, credo abbia fatto bene a lasciarlo. È stata tradita con ben 4 ragazze diverse (l’ultima grazie a Tinder), e se avesse letto i messaggi scritti da D alle altre ragazze, difficilmente gli avrebbe scritto «Scusa ma anche se per me sei importantissimo non penso che questa storia possa ancora andare avantiSarai per sempre il mio lenticchio inzuppato, perdonami.»

Probabilmente, dalla piccola descrizione che vi ho appena fatto, ora vi starete immaginando un mostro immondo, ma in realtà è più normale di quel che sembra.
Sì, avrei preferito una persona più raffinata, con conoscenze più altolocate (avrei conosciuto altri simili), ma nella vita bisogna sapersi accontentarsi no?! E anche se è un poveraccio, alla fine presta molte premure nel non danneggiarmi e mi riempie di piccole attenzioni. L’altro ieri, ad esempio, mi ha comprato un nuovo vestito in pelle che si apre da davanti, molto carino.

Tuttavia, credo che le sue cure non derivino da una naturale propensione al far del bene tipica del genere umano, ma dal fatto che D è consapevole che io conservo ogni suo segreto, ogni suo desiderio e ogni suo spostamento, tant’è che tre volte a settimana mi nasconde i siti che visualizza.

«Ah Phoni! Stanchino oggi eh!». È Samsy, il cellulare del controllore metro, D ed io stiamo per attraversare i tornelli di Anagnina.

«Lascia stare, il pirla mi ha ricaricato per sole due ore. Non sono mica come te che mi bastano cinque minuti per ricaricarmi, sono un modello vecchio».
«Dai non abbatterti, hai ancora il tuo fascino! Buon lavoro».
Lavoro che per me, in metro, consiste nel visualizzare per 5 minuti le notizie del giorno e per i restanti 10 minuti il solito Facebook e Instagram. Il tutto accompagnato dall’ascolto di quella orrenda musica. Se anche oggi mi fa produrre continuamente Marco Masini – Bella Stronza, mi spengo per rappresaglia.

Potremmo ascoltare Beethoven, Vivaldi o Mozart, il cui genio musicale ben si conforma al mio amore per la matematica, ma no. Playlist Dance Addicted di Spotify e musica maschio alfa italiana.

Siamo quasi arrivati alla fermata Giulio Agricola. Al pensiero che possa salire Phonia, una cellulara ultimo modello del mio genere resistente all’acqua, il mio microprocessore inizia a battere all’impazzata.
Vorrei trovare il coraggio di parlarle, magari facendogli notare che il mio D e la sua padrona (una studentessa di chimica della Sapienza) sono amici su Facebook anche se in realtà non si sono mai parlati.
Oppure potrei complimentarmi delle splendide foto che riesce a fare. Oppure… No dai, ma cosa sto pensando?! Una come lei un vecchio come me neanche lo vede.

Meglio non pensarci o consumo troppa energia.  

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di
Annalisa Maniscalco


Sul 3, direzione Valle Giulia

Non è raro che si voltino dall’altra parte, quando li guardo. Qualcuno di loro sbuffa, a disagio; altri, invece, non si accorgono nemmeno che li sto fissando — e in fondo neanche io me ne accorgo.

Ma sarebbe un peccato non guardarsi, anche solo di sottecchi. È un peccato, credo, rinunciare a questa innocua curiosità; è un peccato negare la disponibilità a un pensiero sull’altro — che poi, in definitiva, è un pensiero per l’altro. Il mondo, mi sembra mentre me ne sto asserragliata in fondo a un affollatissimo tram 3, potrebbe essere più ricco: di ipotesi, di congetture, di domande; di mute e mutue sollecitudini verso il vicino di gomito. Esisteremmo, ne sono certa, tutti un po’ di più. Acquisteremmo il senso di una presenza, anche se a nostra insaputa, che importa; ma forse, a fior di pelle, percepiremmo il senso non governato di una specie di partecipazione — di una partecipazione alla specie.

Scrive Philip Roth, (come anche il mio amico Giulio qui, con altre parole), «Se volessi saperne di più, dovrei inventare». L’umanità è incommensurabile, smisurata. È una banalità, lo so, eppure è meglio non pensarci: perché questo è un pensiero capace di spostare di svariati gradi qualunque personalissimo asse. La vertigine quantistica delle miriadi di storie, di dettagli, di particolari, di incroci che ci circondano non può che spaventarci — sento freddo e caldo insieme, al sol pensiero, e in fondo mi trovo solo su un tram (200, 300 persone? Come a dire 300 universi). Anche per questo, forse, nessuno osa guardarsi intorno: per discrezione, ovvio; per non cercare guai, giustissimo — ma, soprattutto, per non farsi travolgere. Eppure, mi sembra un peccato che l’immaginazione debba spegnersi, quando siamo insieme — ed è anche per questo, forse, che mi trovo qui a scrivere. Non certo per avere l’ultima parola sulle cose, ma per avere la prima. Per riscoprire, innanzitutto io, il piacere di dover inventare, per saperne di più.

Per esempio. La signora seduta accanto a me sta leggendo su un giornale gratuito la notizia di quella ragazza americana che vende all’asta la sua verginità per ricomprare una casa ai genitori. Il suo commento a mezza bocca — lo sento perché decido di sentirlo, perché scelgo di leggerglielo sulle labbra — è: «’Sta mignotta». Dapprima mi meraviglio — è una signora ben vestita, profumata di parrucchiere, con due piccole gocce di perla ai lobi delle orecchie —, poi sorrido mio malgrado, infine mi faccio pensosa. Potrei concludere che il suo commento è superficiale — ha voltato subito la pagina, senza andare oltre il titolo —; oppure, a voler essere più gentile, potrei presumere che la signora sia sovrappensiero, tra sé e sé, e non si stia sorvegliando a dovere — chissà a chi sta pensando, in realtà —; se fossi più intransigente, potrei giudicarla arretrata, intollerante verso un gesto che pare l’ultima frontiera del femminismo, o meglio — e anche a me piace di più così — un sacrificio degno d’un romanzo di Dostoevskij. Ma preferisco avvicinarla, ascoltare con più attenzione quel commento e inventare la sua, di verginità, concessa gratis a un marito che più tardi l’ha lasciata per un’altra donna — una ragazza più giovane di lei: poco più che una bambina.

Mi sbaglierò; o magari invece no. Ma non importa la verifica dell’ipotesi, in questo caso: la scienza inesatta degli incontri silenziosi non richiede attendibilità, ma piuttosto attenzione. Non tanto per avere la pretesa di indovinare, inventando, ma perché negli altri si può vedere innanzitutto ciò che si vuole vedere, ciò che sta a cuore, che preoccupa o infastidisce in quel momento. Io, per esempio: se mi ascoltassi di più, capirei qualcosa di me, attraverso di loro; perché quelle ipotesi, anche se errate, sono vere per me, a proposito di me che le formulo. E tanto basta a illuminare un po’ di più il mio esserci.

L’importante, penso mentre la donna abbandona il giornale sul sedile e si fa largo sgomitando per scendere a San Giovanni, l’importante è moltiplicarla, questa umanità.
L’importante, mi dico aprendo il giornale, è questa vertigine bella.

Ed è proprio allora che sale lui, e si sistema in piedi accanto a me, ignorando il sedile vuoto: l’uomo con il mazzo di rose…

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di
Lorenzo Desirò

 

Per raggiungere con i mezzi pubblici la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Tor Vergata bisogna scendere al capolinea della metro A – Anagnina, prendere il bus 500 e scendere ad una fermata il cui nome ora vi verrà raccontato. Questa è la vera storia di un nome di una via.
Questa è la storia di Bernardino Alì.
Pochi giorni dopo la nascita i genitori si recarono all’anagrafe e lo registrarono come Bernardo.
«E il cognome?» chiese l’impiegato.
«Non lo sappiamo…» dissero madre e padre.
«Ma è uguale al suo» sorrise l’impiegato rivolgendosi al padre.
Il padre di Bernardo abbassò gli occhi poi volse lo sguardo alla moglie, poi al piccolo nel passeggino.
L’impiegato non sapeva che il padre di Bernardo aveva venduto il suo cognome per comprare delle scarpe nuove a sua moglie in vista del prossimo rude inverno.
«io…» disse il padre guardando il nuovonato che tirava i pugni all’aria come fosse un pugile.
«io…»
Bernardo continuava a muovere i pugnetti verso il soffitto dell’ufficio,  come un pugile, come Muhammad Alì. Alì…Alì !
«…io faccio di cognome Alì» disse il padre.

Bernardo Alì col passare degli anni rimase piccolo di statura tanto che tutti, ma proprio tutti, lo chiamavano Bernardino.
La povertà spinse Bernardino sin dall’infanzia a farsi strada nel mondo con il metodo che sin dalla culla lo aveva accompagnato: tirare i pugni.
Faceva a botte con tutti: compagni di classe, maestri, bidelli, genitori dei compagni di classe, genitori dei maestri, genitori dei bidelli. Tutti. E tutti, sempre, uscivano malconci dal confronto col piccolo. Il suo dare pugni era un’arte e mai cognome fu più azzeccato da un genitore.
Il quartiere Romanina, che allora andava costituendosi, era un vero e proprio Bronx (non come oggi che è un vero e proprio quartiere “in” per ricconi) ed era facile imbattersi nella microcriminalità di periferia. Grazie alle sue doti, Bernardino Alì in età preadolescenziale fece subito strada nella Mala, lavorando per una famiglia, il cui Boss  era la famigerata e senza scrupoli Monica. La sera tutta la famiglia criminale si riuniva a Casa di Monica (quella della famiglia della Casa di Monica è un’altra storia di cui ora non posso parlarvi troppo…)  e prendeva decisioni sugli affari da concludere il giorno dopo.

Bernardino Alì, date le sue capacità sovrannaturali, era diventato il numero uno della riscossione del Pizzo. Chi non pagava doveva vedersela con Alì e quei pochi che non pagavano hanno trascorso la loro misera vita comunicando al prossimo allo stesso modo di Stephen Hawking.
Bernardino Alì era la Paura del Quartiere. Bernardino Alì era l’incubo di tutti.
Ma morì all’improvviso, in un incidente d’auto provocato da un pianoforte che inspiegabilmente uscì dal portellone di un camion e si andò a schiantare contro la sua Panda 4×4 verde.
Alla sua morte, il riscossore del Pizzo del Quartiere , Bernardino Alì era diventato una leggenda, una sorta di Candyman nostrano: si dice che se pronunci il nome Bernardino Alì 3 volte dinnanzi ad uno specchio lui arriva e ti spacca il naso.

Sul nuovo stradone sempre nei pressi della Romanina, la sua famiglia, quella vera, quella di Monica, il giorno dopo la sua Morte scrisse con lo spray un po’ come monito, un po’ per non dimenticarlo: Bernardino Alì Mena!
La facoltà di Giurisprudenza venne edificata decine d’anni dopo. La scritta era ancora lì, sul muro del nuovo stradone di quel quartiere che non era ancora un quartiere ma il resto di un vecchio Bronx che il comune aveva deciso di riqualificare asfaltandolo del tutto e piazzandoci un’Università.
Di quella scritta un po’ sbiadita, un po’ scolorita, un po’ confusa se ne accorse un dottorone-professorone che sorridendo disse: «Bernardino Alimena, che grande persona! Che immenso Giurista!» e propose il nome della nuova via che avrebbe accolto la facoltà di Giurisprudenza al comune.
E il nome venne accettato.
Per raggiungere la facoltà di Giurisprudenza della seconda Università di Roma bisogna recarsi al capolinea della linea A. Prendere il 500 e scendere alla fermata Bernardino Alimena.

via Bernardino Alimena

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di
Sabrina Sciabica

 

«Il 2 arriva, stia tranquilla. É che dopo le 21 il servizio è ridotto…».

«Speriamo! Prima che piova di brutto» rispose la signora corrucciata che sembrava guardare una partita di ping-pong tra il suo orologio e la linea del tram.

Doveva essere una turista, dedusse il vecchietto con la bombetta di colore nero, in contrasto col bianco dei capelli, che aveva iniziato la conversazione dopo un’osservazione silenziosa. Doveva aver camminato tutto il giorno, con scarpe impolverate stile ortopedico, punta larga e tacchetto basso, continuava a dedurre l’acuto osservatore.

«Calabresi dunque, i signori, e l’udienza è stata piacevole?»

A quel punto la donna smise col ping-pong e, come battendo un servizio con la racchetta da tennis, voltò rigidamente la metà superiore del busto grassoccio e, sbalordita verso l’uomo distinto che l’aveva interrogata: «Ma lei come lo sa?»

«Signori miei, così stanchi e spazientiti, sapete quanti ne ho visti di pellegrini quando impettito resistevo ore e ore, alternando mani congiunte alla tenuta della lunga alabarda, sempre indossando l’elegante basco da Guardia Svizzera!? In più oggi è mercoledì, e voi portate un rosario ad anello. Suo marito, poi, è così stanco che fissa il vuoto».

«Complimenti» disse ridendo il signore a fianco, che fino ad allora era stato immobile con le braccia conserte dietro la schiena.

«Uhhh vuoi un passaggio baby?» fece il vecchietto indicando i binari.

«Matri Matri ma cos’è?» urlò lei.

«Signora cara – un attimo di sospensione e con voce suadente riprese – un succi i cunnuttu, una zoccola, volgarmente detto topo, altresì ratto o topo di fogna, da non confondere con quello di campagna, che ha appena attraversato i binari. Ma non prende il tram. Mi ha appena risposto che preferisce andare a piedi. Eccolo, su, saliamo!»

Un attimo dopo l’attraversamento del topo, i tre salirono a bordo.

«E dove alloggiano i signori?» aveva chiesto con allegria il vecchierello.

«Al “b&b del Ponte” a Ponte Milvio» risposero.

Flaminio recitava, intanto, la voce registrata del tram.

«Tre stelle, prezzo medio, non brilla per pulizia ma per il personale cortese. Scusate… deformazione professionale, ero un valutatore della Novotel

«Ma non faceva la Guardia Svizzera?» Sussurrò lei, preoccupata per le condizioni della residenza prescelta.

«Ponte Milvio è il ponte più antico di Roma, risale al 200 a. C.» continuò l’anziano. «Ho un amico che vi abita. La sua zona si chiama Villaggio Olimpico, perché fu costruito poco prima del sessanta in previsione delle Olimpiadi, come alloggi per gli atleti. Dovete sapere che ci fu un inverno particolarmente piovoso, era il 2008 e il Tevere, che passa sotto Ponte Milvio, quell’anno straripò più volte».

Ministero Marina recitava, intanto, la voce registrata del tram.

La coppia si era seduta nei sedili a due mentre l’anziano signore, mantenendo teatralmente la sua bombetta in testa, si era seduto di fianco e guardava un po’ la strada e un po’ gli altri passeggeri che ascoltavano curiosi. A ciò si aggiungeva il tic di sollevare la spalla destra abbassando contemporaneamente il collo, come volendo ammiccare a qualcuno.

«Saprete sicuramente che Roma fu costruita su sette colli ma oltre ai sette famosi, anche le periferie sono piene di sali e scendi e proprio qui vicino c’è un dislivello notevole a distanza di pochi chilometri. E questo, lo insegnavo ai miei studenti, quando ero titolare di cattedra di Storia e Filosofia, alla Sapienza».

E qui la coppia sussurrò con aria interrogativa «Ma come, era valutatore di hotel?!».

«Anche questa zona del Villaggio Olimpico, vicinissima al vostro b&b, è più bassa rispetto al livello del fiume».

Flaminia Belle Arti recitava, intanto, la voce registrata del tram.

«Dunque era l’inverno del 2008» continuò l’eccentrico vecchietto «e il mio amico era tornato a casa verso le 8.30 di sera, dopo aver aspettato un’ora questo tram che, per via della pioggia, era stato rallentato. Era fradicio, si era spogliato e tolto i calzini zuppi lanciandoli in aria e camminando a piedi nudi da una stanza all’altra. A un certo punto, confuso e stanchissimo, si buttò sul divano per riprendersi».

Ankara Tiziano recitava, intanto, la voce registrata del tram.

«Fu proprio dal divano che sentì quello strano rumore. Oltre al rumore, percepiva una presenza, sebbene non fosse un suono proveniente da fuori, di questo era certo. Anzi, non era affatto un suono, più un fruscìo. Poi il silenzio e poi di nuovo fruscìo, insieme a rumore di acqua che si muove. Si alzò, perché lui viveva a casa da solo e le finestre erano chiuse, ne era sicuro, non era entrata acqua in casa. Ancora a intermittenza il rumore continuava e lui lo seguì sempre più attento per capire da dove provenisse. Si era aggiunto anche un rantolo lamentoso e indescrivibile che, anch’esso, a tratti, svaniva per poi ripetersi. Il mio amico camminò quatto quatto fino al corridoio e… prima stanza nulla, seconda stanza nulla, si avviò verso l’ultima, il bagno. Poiché proveniva proprio da lì».

Apollodoro recitava, intanto, la voce registrata del tram.

Dopo due secondi di sospensione, con voce più profonda, l’oratore riprese: «Una creatura della grandezza di una mano con due occhi microscopici e una coda sottile che sembrava lunga mezzo metro. Con le zampe scure si teneva aggrappato al water, dopo aver risalito le condotte degli scarichi o le vie sotterranee del fiume, e ne usciva, mentre il mio amico entrava nel bagno. Si guardarono negli occhi per qualche istante, dopodiché la creatura, portandosi appresso acqua lurida sgocciolante dal suo pelo irto, strisciava viscidamente nel pavimento a pochi millimetri dai suoi piedi nudi».

E a quel punto l’arzillo uomo scattò in piedi facendo sobbalzare gli spettatori e, piroettando verso le porte, urlò: «Buona serata signori miei, scendete alla prossima fermata e mi raccomando… richiudete il water dopo l’utilizzo!».

Scese con aria soddisfatta mentre la signora tratteneva a stento il disgusto stringendo nervosamente il braccio del marito che, intanto, rideva a crepapelle.

 

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di
Federico Cirillo

 

23- Fermate Pincherle/Marconi – Marconi/Pincherle

Quella partita non fu una partita qualsiasi, fu una partita che lasciò agli spettatori il compito di stabilire dov’era il confine tra la memoria e la leggenda…
(Edson Arantes do Nascimento, Pelè)

1942 – La guerra imperversa, l’Italia è divisa, lacerata, ferita ma non ancora morta. L’Italia calcistica, soprattutto, è bloccata dagli eventi: i combattimenti, infatti, hanno imposto il cessate le partite, strappando via sogni e speranze di cuoio vestite. Eppure vi era ancora, nascosta e celata, voglia di calcio, quello vero che sbuccia le ginocchia, quello che rompe le tute e le toppe sopra le tute. Quello fatto di terriccio e pali delle porte che sono felpe ammassate a sei passi le une dalle altre… quello della partita Pincherle/Marconi – Marconi/Pincherle per intenderci.
Così, proprio mentre dalla Patagonia soffiavano voci di un mondiale fantasma, ai piedi dell’Ostiense, Roma, c’era aria di derby…
Bombe in lontananza, il ventre, anzi i ventri di Roma si aprono ovunque. Aerei che sfrecciano, radiogiornali che riportano bollettini del conflitto.
Lorenzo, Pietro, Paolo, Sebastiano e Andrea Marconi sono i cinque fratelli più piccoli della numerosissima famiglia Marconi.
Claudio, Giulio, Adriano, Augusto e Cesare, invece, sono rispettivamente i tre gemelli Pincherle e i loro due cugini.
Il teatro è il campetto di fango, terra molliccia e polvere di una zona nascosta dell’Ostiense, ai piedi della Basilica di San Paolo. In palio il pallone di pezze e stracci confezionato da mamma Rosa e mamma Letizia, le due donne delle due rispettive case, sarte entrambe. Chi vince avrà pallone e Gloria, la ragazzina più bella del quartiere della quale i due rispettivi capitani (Lorenzo e Claudio) sono follemente innamorati (lei non lo sa e magari alla fine non li degnerà comunque di uno sguardo, ma chi vince può provare a chiederle di tenerle la mano mentre l’accompagna a casa dopo che è scesa dal 23…).
L’allarme di una bomba caduta, probabilmente poco lontano, dà il via al match. Tira vento freddo e il pallone ne risente: le due donne hanno usato indumenti e stracci estivi, sacrificabili in inverno, tanto il piccolo Marco Marconi indossa sempre lo stesso maglione: tre anni e mezzo, scampato alla poliomelite, osserva un po’ sbilenco la partita mentre si gusta il sapore acro e salato del suo indice.
Lorenzo prende in mano le redini del gioco, macina il campo come aratro fa con le messi; scarta come un fulmine gli avversari e sembra un giovane Silvio Piola. A 9 anni ne dimostrava già 12, ora che ne ha 10 ne dimostra 11, sembra infermabile, irraggiungibile da tutti, un Girardengo del pallone… per tutti ma non per Claudio Pincherle, lo stopper/libero dei Pincherle appunto. È il più esperto di tutti perché da giovane ha giocato per due mesi nella squadra locale, poi un infortunio al piede ne ha limitato la crescita, tanto che non può più tirare d’esterno e, da allora, fa il difensore: con Lorenzo è sfida aperta, lo blocca e riparte come baio selvaggio.
Le ali Adriano e Augusto sono mingherline – la pellagra li ha fortunatamente solo sfiorati – e rapide e anche se perdono tutti i contrasti hanno nel lancio la loro arma migliore: spesso insieme al pallone parte una scarpa senza lacci e per l’avversario sono dolori. Il cross di Augusto è perfetto, Cesare si traveste da Levratto tira e… gol?
«’N’ ce prova’ a Ce’, è passata troppo sopra, è fori!»
«Maddechè, ahò quello sei te che hai le braccia corte…»
«Vabbè decidiamo a morra, vinci tu, rigore pe’ voi, vinco io palla nostra».
La morra: Cesare ha nel sasso il suo punto forte, d’altronde la mano destra ha solo 3 dita, 2 saltarono con un petardo scagliato lo scorso capodanno troppo in ritardo; Sebastiano, il portiere prova il tutto per tutto con la forbice «magari scaglio, che me vo’ frega’»: rigore per i Pincherle, gol, Cesare non perdona.
Lorenzo rosica; Claudio se la ride e dà uno sguardo veloce a Gloria che passa di lì insieme a Bianca e non se li fila di striscio; Lorenzo rosica ancora di più; Sebastiano accenna uno «scusa»; Marco continua a succhiarsi l’indice.
Palla al centro 1-0. Il capitano Marconi non ci sta, scambia con Pietro, triangola con Paolo e prima di entrare in area, sbraca letteralmente di fisico Claudio e tira ‘na pezza: Giulio ci prova, ci mette la mano, si spezza un’unghia, s’accavalla il medio, la mano si piega… gol 1-1. Palla al centro. Gloria di nuovo in bilico.
Fiati sospesi, il sole, opaco e bianco latte, inizia a dare i primi cenni di ombratura. Il freddo diventa più pungente, ma le tute servono per i pali. Fango, polvere, scarpe rotte che volano, ginocchia sbucciate, gambe incrostate, toppe. La sirena… lunga, lunghissima, interminabile. L’aereo, vicino, basso, grigio e rumoroso. La bomba, vicina, troppo vicina…
…il confine tra memoria e leggenda: Pincherle/Marconi 1-1.

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di
Matteuccia Francisci

 

Il giovedì è il mio giorno preferito, quando salgo sul 3 a volte incontro Morticia e Gomez che tornano da o vanno chissà dove. Adoro i dark. Mi piace la loro estetica e questa passione per la malinconia. La gente cerca di mascherare la tristezza perché nessuno vuole essere triste e nessuno – ma questo non ve lo diranno mai – nessuno vuole vedere gli altri tristi. Sempre allegri bisogna stare…diventan tristi se noi piangiam. Tutti vogliono essere felici, tutti tranne i dark. Loro vogliono essere tristi. E si nutrono di letture tristi, musiche tristi, tutto quello che può dar loro modo di pensare che la vita faccia schifo lo divorano ardentemente. Anche se non hanno uno straccio di problema, se lo inventano perché devono essere tristi. Però sono belli, mi piacciono da morire e del resto la coerenza non è più di questo mondo.
Quando il 3 gira la curva penso sempre a un enorme bruco, anche se questa parola mi fa sempre pensare a…vabbè non importa ora non c’entra niente.
Eccoli, eccoli, oggi ci stanno. Devo sgomitare un pochino ma riesco a mettermi vicino a loro.

Chini sui loro cellulari, proprio come il resto di quell’umanità che disprezzano:
«No vabbè fermate, hai visto che ha postato Plastic Passion?»

Silenzio.

«See, comunque Damiano non si è regolato quando ha messo gli Alien.»

Passa una ragazza vestita di rosa, si guardano e sorridono. Penso che li inorridisca il colore dei suoi abiti e invece:

«Fico il tatuaggio dei coniglietti suicidi, me lo devo fa’ pure io.»
«Ma secondo voi il suicidio è come il sesso?» dico.

Mi guardano come guarderesti il tuo cane se mentre lo stai portando a spasso improvvisamente ti chiedesse com’è camminare a due zampe, se è più comodo che a quattro.

Non mi rispondono.

«Nel senso», continuo, «che ci sono quelli che ne parlano e quelli che lo fanno sul serio e questi ultimi di solito non ne parlano mai?»

Morticia mi guarda con i suoi occhioni contornati pesantemente di eyeliner nero. «Parli con noi?» mi dice.

«Sì, a voi non interessa il suicidio?» chiedo.

«Ma vatte a ammazza’» mi risponde Gomez e poi le fa «vieni amò che questa è matta», con una vocina un po’ troppo acuta.

Il romanesco decisamente non si adatta all’estetica dark, che peccato. Mentre si allontanano, gli grido dietro: «Bela Lugosi’s dead, undead undead undead!». Cioè, non è che lo dico a voce alta, lo grido proprio. Fanno tutti finta di niente, naturalmente, come si fa con i matti sui mezzi pubblici. Ma Morticia si gira e mi sorride.

Dark. Li adoro.