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di
Matteuccia Francisci

 

«È un bel libro, vero?»

La voce alla mia destra ha una lunga barba bianca e due occhi azzurri. Sembra Donald Sutherland.

«Sì, molto bello» rispondo, per niente sorpresa. Non sono molti quelli che leggono Arthur Machen, e meno che mai sulla Metro A alle otto e trenta di mattina. Anche io mi metterei a parlare con qualcuno che lo stesse leggendo accanto a me.

PROSSIMA FERMATA LUCIO SESTIO. USCITA LATO, SINISTRO

Cioè, stava tutta agitata che non aveva studiato Eraclito allora j’ho detto:scialla, entriamo alla seconda ora…

«Ma secondo lei Machen cosa farebbe succedere a chi dice“scialla”? Gli manderebbe gli Angeli di Mons?» dico guardandolo sorridendo, e a lui brillano gli occhi appena dico“Mons”.

«Pensa che agli angeli di Mons potrebbe interessare occuparsi di simili cose?»

PROSSIMA FERMATA PORTA FURBA. USCITA LATO, SINISTRO

«No, non credo. Magari li potremmo mandare in Siria».

«Mah, forse lì sarebbe meglio mandarci direttamente il dio Pan».

«Un sano ritorno al paganesimo non ci farebbe male, lei che dice?»

Stasera pensavo di cucinare l’arrosto però non so se riesco a passare in macelleria, sennò forse ho della pasta sfoglia in frigo potrei fare una torta salata veloce con gli spinaci che sono avanzati ieri, ah ricordati di passare in tintoria a prendere il piumone…pronto? Mi senti? Pronto?!

PROSSIMA FERMATA RE DI ROMA. USCITA LATO, DESTRO

«Qualcuno diceva che quando abbiamo smesso di credere nel soprannaturale siamo caduti nelle nevrosi.»

«È come stare in questo vagone per sempre

«Per fortuna abbiamo Machen.»

PROSSIMA FERMATA VITTORIO EMANUELE. USCITA LATO, DESTRO

«Io scendo alla prossima. È stato un piacere conoscerla.»

«Anche per me» e poi aggiungo, sorridendo: «Va alla Porta Magica

Mi guarda veloce da sotto gli occhiali con un sorriso sbieco nascosto dalla barba, si aprono le porte e poi mi dice: «Ci vediamo di là».

Scendo anche io.

[continua – Capitolo #02]

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di
Matteuccia Francisci

 

«Beeeee!» DLAN! DLAN! DLAN! «Beeeee!!!»

Ma che cazz… Alzo la mia stanca faccia dalle mie letture resistenti all’idiozia al suono di un… belato?

Oibò. Alla mia sinistra avanza una capra.

Ma che è, la pubblicità delle caramelle alle erbe? No, eh, io non voglio apparire in nessun video capitalista. Per quanto, se mi dessero qualche soldo mi farebbe comodo, ’sto periodo. In fondo, le caramelle alle erbe so’ bone.

E so’ pure socialiste, secondo me.

«Beeeee!!!» DLAN! DLAN! DLAN!

La capra ha un campanaccio attaccato al collo e pure un cartello. Si ferma proprio davanti a me. È bella, pure se puzza un po’ e le sue zampe non sono proprio pulite. Sul cartello ci sta scritto:

 

Un piccolo aiuto per le capre di Palmaria!

Hanno deciso di sgomberarci dall’isola perché saremmo nocive per l’habitat. Ma ci hanno portato loro, sull’isola. Rischiamo di morire se non troviamo un’altra sistemazione. 

Anche 20 centesimi ci aiutano.

 

La capra mi guarda dritto negli occhi e poi: «Beeeee!»

Uomo 1: «Ma che è ’sta puzza?»

Donna 1: «Aò, ma che è ’sta capra?!»

Donna 2: «Oddio ma che semo matti? Me fa pure paura, mo’ chiamo la polizia.»

Uomo 2: «Ma sarà ’na pubblicità, nun sanno più che inventasse, pora bestia.»

Donna 2: «Ma quale pora bestia! Chissà quante malattie porta, io chiamo i carabinieri.»

Guardo la capra che sta ancora ferma davanti a me e dico: «No, tranquilli, è un flash mob dell’ENPA» e sfodero la mia tesserina con la faccia del lupo sopra, n’altro che avemo reintrodotto e mo je sparamo.

Uomo 3: «De che? È robba tua? Guarda che io te denuncio, mica se ponno portà l’animali selvaggi in metropolitana.»

«Beeeeee!»

La capra fa due passi e quattro DLAN!

Uomo 2: «Ah, l’Ente Protezione Animali! E di cosa si tratta?”»

«Beeeee!»

La capra torna verso di me e mi fissa.

Donna 1: «Ao’, a me nun me ne frega gnente de che se tratta. Puzza, portatela via.»

Mi alzo in piedi nel mezzo del vagone a Re di Roma e dico: «Signore e signori, un attimo di attenzione per favore. Questo è un flash mob per le capre dell’Isola di Palmaria, di cui Clementina qui accanto a me è una rappresentante».

“Beeeeee!”

«Grazie Clementina. Le capre devono essere spostate dall’isola per preservarne l’habitat, ma per evitarne l’abbattimento stiamo chiedendo a tutti un piccolo contributo.»

DLAN! DLAN! La capra si avanza tra la folla.

«Ma che vòi, ma pòrtate ’sta cosa fori de qua». È un ragazzo col bomberino color ghiaccio e le scarpe brutte, e dà una manata sulla groppa della capra.

«Beeeeeeeeee!?»

Clementina si gira verso il bomberino con le sue corna ritorte e forti. Bomberino istintivamente si tira indietro, si vede che se la fa un po’ sotto, ma dice: «Aò, te la vòi portà via prima che la sgozzo?».

Faccio segno alla capra di lasciar perdere e mi avvicino alle porte di Vittorio Emanuele. Scendiamo insieme tra un DLAN! e l’altro.

«E manco oggi amo fatto ’na lira, eh?»

«Eh no, Clementì, manco oggi. Tocca proprio trovà un lavoro.»

«Annamo proprio beeeeene.»

 

 

 

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di
Leonardo Vigoni


Come al solito
, sali sull’autobus delle 7:35 e, come al solito, siedi al tuo posto (è uno dei quattro in fondo all’autobus, meglio se nel verso di marcia).

Poggi il piede destro tra i due sedili davanti a te e sfili l’iPod dalla tasca sinistra con la mano opposta.
Lo fai scivolare dall’alto sotto la maglietta tenendo le cuffiette ai lati del collo – ognuna nel verso giusto – e lo accendi. Come al solito, conti i quattro secondi e mezzo che impiega per accendersi, resetti il brano in esecuzione, alzi il volume di due, mandi in play come al solito dal tasto laterale, alzi nuovamente il volume – questa volta fino al massimo – e, come al solito, lo riponi nella stessa tasca con il jack rivolto a sinistra.

Come al solito, sistemi lo zaino davanti a te, cinghie allo schienale.

La lampo più grande è chiusa simmetricamente rispetto alle altre? Sì.
Le stringhe scendono dritte ai lati? Sì.

Lo hai posizionato esattame … Diavolo! Possibile che quel tipo al posto dietro l’autista con i capelli rasati e un neo a due terzi tra l’orecchio e l’asta destra dei suoi occhiali blu notte poggiati sulla testa non sia in grado di non ripetere io ogni otto parole (tredici quando il tono della voce è più basso)?! Dannazione, ti ha pure distratto.

E per non farti mancare nulla, una goccia di condensa è caduta dal sistema di areazione dritta sul tuo maglione marrone, creando una macchia più scura larga almeno cinque fibre. Considerando la forza con cui è caduta e risalendo alla sua probabile dimensione originaria, prevedi che si allarghi di almeno due fibre per lato.

Quell’uomo seduto al posto dei disabili che è salito tre fermate prima non si è nemmeno accorto che la sua cravatta ha una piega a sinistra del nodo. Deve essere un principiante; probabilmente è anche destrorso. Sì, le unghie della mano destra lo confermano. Sono tagliate in modo disgustoso.

Finalmente l’egoista ha interrotto la chiamata. Deve aver commesso qualcosa di grosso: non fa altro che sfregarsi la mano, ora.

E questa vecchia seduta davanti a te vicino al finestrino? Accidenti, capisco che non hai un’anima a farti compagnia e vuoi parlare “di tuo marito morto nella Battaglia di Vittorio Veneto il 26 ottobre durante i festeggiamenti per aver respinto gli invasori”. Peccato che tu soffra di demenza senile e sia fuggita da una casa di cura. Il braccialetto al tuo polso ne porta anche il nome. Ah, tanto per la cronaca: la battaglia è terminata il 4 novembre, dunque cercati un’altra storia.

E quei tre alle porte centrali? Andiamo, che urto i fidanzatini talmente innamorati da non rendersi conto di come la propria compagna sia invece innamorata di un altro – proprio del terzo della compagnia, a quanto pare… fratello di lui? In fondo lo spessore delle labbra è lo stesso e le sopracciglia sono uguali; entrambi, poi, hanno gli occhi azzurri chiazzati di rosso, sintomo di un albinismo oculare difficile da scambiare per coincidenza.

Dio… ancora dieci fermate! Questa mattina è un’agonia. Quella donna accanto alle porte se non chiude immediatamente quella borsetta che lascia intravedere quell’assorbente rosa, farà una brutta fine.

E quell’idiota dell’impiegatuccio annodatore-incapace che ha dimenticato il portafogli sul sedile?
Andiamo, Cristo, è troppo facile così! E quando è troppo facile non ti diverti, ma piuttosto cazzo ti imbestialisci!

Oh sì, se ti imbestialisci… e lo sai cosa succede quando accade, sì?!

Devono tutti ringraziarti, però… l’assassino-per-caso egoista che ha finalmente mostrato i calzini bianchi macchiati di sangue ancora fresco… la signorina adultera che tradisce il compagno addirittura con il fratello, il quale – mi dispiace, tesoro – è un omosessuale con tendenze suicide (i tagli sui polsi ti eccitano? Che pervertita!)… per non parlare di quella lì, che va al lavoro fingendo di avere il ciclo per salvarsi dalle ramanzine del capo! Ci vai già a letto, vero bellezza? O vuoi dirmi che quella cravatta nella borsa è tua?! La nonnina, poi, non la devi nemmeno considerare: dal colorito della sclera le puoi dare un’altra settimana prima che il tumore le mangi il cervello e cada in coma, se la fortuna è dalla sua parte.

Beh, almeno una ricompensa ce l’hai: è il portafogli dell’impiegatuccio. Ora ti alzi e lo prendi, così scopri dove abita. Ma guarda… il documento è di un altro! Divertente…

Facciamo così: appena torniamo a casa, io e te, e riprendiamo la pistola che da idiota hai lasciato all’ingresso, prenderò io il controllo e farò una visitina al fortunato che si è fatto derubare da qualcuno che con quelle mani farebbe meglio a farsi un nodo scorsoio attorno al collo con la cravatta …

Un caricatore sarebbe bastato, se l’avessimo avuta con noi fin dall’inizio?

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di
Matteuccia Francisci

 

Once Were Gods…

 

«Non mi piace prendere la metropolitana, non potevamo andare in qualche altro modo?»

«Tutte le volte la solita storia, Anselmo, lo sai che no, non potevamo.»

«Non mi piace prendere la metropolitana!»

Anselmo e Agata si guardano e poi tacciono. Agata ricomincia a guardare le immagini sul cellulare, Anselmo continua a sbuffare e muoversi a disagio sul sedile.

«Ho caldo.»

«Non è possibile, c’è l’aria condizionata, si sta benissimo.»

«Tu stai benissimo, io ho caldo.»

«Abbassa la voce, ti stai rendendo ridicolo.»

«Con chi? Lo sai che a nessuno importa niente degli altri.»

Intorno a loro, in effetti, nessuno sembra prestare la minima attenzione alla conversazione tra Anselmo e Agata, o al fatto che Anselmo si sieda e si alzi dal sedile in continuazione, come se scottasse. Sono tutti chini sugli schermi, proprio come facevano…

«Tutto questo spostarsi, poi, non lo capisco.»

«Si chiama mobilità, è una grande conquista.»

«Conquista di cosa? Siamo diventati come loro.»

«Per questo è una grande conquista.»

«Poveri voi. Io sono vecchio, non mi rimane molto, ho vissuto una vita libera e felice, una vita da dio…»

«Ancora con questa storia del dio? Ora siamo noi che comandiamo, Anselmo, non te ne rendi conto?»

«Sei tu che non ti rendi conto. Eravamo dèi e loro i nostri schiavi. C’eravamo noi su quelle cose diaboliche, erano loro a guardare le nostre foto, adesso è il contrario. Siamo diventati come loro, siamo degli schiavi.»

«Ma smettila Anselmo, stai vaneggiando, devo portarti di nuovo dal dottore per rivedere il dosaggio delle medicine. Rilassati, tra poco arriviamo. Guarda che carina questa foto che mi ha mandato Zia Giustina!»

Anselmo si rimette a sedere sul sedile e dà le spalle ad Agata. Comincia a leccarsi, piano. Prima una zampa, poi l’altra.

Accanto a lui un giovinetto sta guardando il video di un umano che dorme, sta commentando «Quanto è dolce!» e subito compaiono dei «mi piace» al suo commento.
Il giovinetto fa le fusa dal piacere.

«Eravamo dèi, ora siamo come loro» borbotta tra sé e sé Anselmo, mentre scende dal sedile dove ha appena pisciato.

 

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di
Gualtiero Titta

 

Capitolo IV

Credono di aver capito chissà cosa, di aver scoperto l’assassino o aver svelato un grande mistero, ma le telecamere di oggi vedono anche al buio. L’uomo della metro ha tentato di avvicinarsi alle ragazzine, voleva salvarle, tirarle via da un destino segnato, ma è rimasto intrappolato nella folla. Ha raccolto il cellulare da terra e lo ha consegnato al controllore. Soltanto questo.

Se non fosse per i corpi estratti da sotto il treno nessuno direbbe sia successo qualcosa in quei secondi. La fermata è di nuovo chiusa ma domani sarà riaperta, solo perché tenerla così vorrebbe dire bloccare la linea intera, infestare le strade con chissà quante altre macchine e paralizzare il mondo.

 

«Ao’… Scusa pe’ prima…», dice il controllore buono. «Io però gliel’ho detto subito che non c’entravi niente.»

«Grazie», risponde l’uomo della metro in piedi davanti a lui, rannicchiato nel suo cappotto.

«Però ’na cosa… Me dispiace, ma te ne devi anna’ comunque…»

L’uomo della metro non reagisce alla notizia, sembra non esserne capace. Riesce solo a sedersi nel suo angolo e guardare il muro della galleria davanti a sé, fissando il vuoto.

«Non ce posso fa’ niente. La gente s’è lamentata, e poi ce sta pure chi pensa che sei stato te.»

«Ma…»

«Che te devo dì? Già s’ammazzano da soli, ce manca pure che tipo te dànno foco pe’ vendicasse.»

Il controllore si china sulle ginocchia, cerca lo sguardo dell’uomo della metro, senza trovarlo.

«Stanotte puoi sta’, poi domani insomma… Ecco…»

«Va bene… Stanotte va bene.»

 

Il rumore dell’ultimo treno diretto al deposito arriva fino ai binari davanti all’uomo della metro. È notte, ma qualcosa nei suoi occhi sembra voler dire che non ci sarà più tempo per riposare o tentare di dormire. Beve un sorso d’acqua da una bottiglietta di plastica spiegazzata, tira fuori dalla tasca del cappotto il pacchetto di sigarette e i fiammiferi. Ne sono rimasti pochi, rimbalzano uno sull’altro nella scatolina di carta. Prova ad accendere il primo ma, quando la scintilla diventa una fiamma, un soffio di vento freddo la spegne. L’uomo della metro cerca un’ombra nel buio della galleria, senza trovarla. Prova ad accendere il secondo, il terzo, ma i fiammiferi sembrano essere bagnati dalla luce che inizia a dissolversi, fino a sparire.

L’uomo della metro alza lo sguardo verso l’unico neon che balbetta segni di vita. Respira, beve l’ultimo sorso d’acqua e si alza. Non c’è altro da fare: deve entrare nella galleria.

 

Cammina, i passi rimbombano uno alla volta tra i muri e i binari. Si avvicina una mano agli occhi ma non vede nemmeno quella. Il tunnel dell’intera linea sembra essere al buio. Lo squittio di alcuni topi gli passa di fianco veloce, lasciandogli un brivido lungo il collo. Il vento freddo soffia leggero dietro di lui, lo invita a fermarsi o a scappare via da tutto, a dimenticare per sempre quello che è rimasto da vedere. L’uomo della metro cammina, non cede, continua a camminare senza mai fermarsi, fino a quando una luce si accende su una banchina in lontananza. La raggiunge, ma quello che trova non è che il suo angolo, lo stesso posto di tutti quegli anni, lo stesso spazio di sempre. È tornato dov’era, il buio lo ha riportato al punto di partenza. Non potrà mai scappare.

L’uomo della metro avanza, poggia una mano sul muro per risalire, ma qualcosa lo paralizza. Il sangue si gela. Da un lato c’è il buio appena attraversato, che ora sembra un luogo da rimpiangere, dall’altro due bambini, tornati in questo mondo solo per poco.

Respira profondo, prende coraggio e guarda…

[Continua…]

 

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di
Gualtiero Titta

 

Capitolo V

I due bambini sono fratelli, uno appena più grande dell’altro. Sembrerebbero gemelli se non fosse per qualche centimetro di differenza. Giocano con un pallone di carta a ridosso della linea gialla. Il più piccolo dei due provoca l’altro, lo sbeffeggia dimostrandogli che non lo potrà mai battere. L’altro sta al gioco, accetta la sconfitta ma il più piccolo insiste per giocare ancora. Continuano, ridono, mentre il treno in lontananza si avvicina percorrendo la galleria. I due bambini giocano, ognuno cerca di segnare all’altro in due porte immaginarie grandi come tutta la stazione. Il treno è sempre più vicino. Il bambino più grande segna, esulta, smentisce ogni pronostico e vince la partita, ma il fratellino non ci sta e corre verso di lui. Vuole una rivincita immediata, non è abituato a perdere. Il più grande si gira, non lo guarda, cammina esultando con le mani al cielo in equilibrio sulla linea gialla. E il più piccolo lo spinge, con tutte le forze. Per scherzare, per reagire, per dimostrare a sé stesso di non essere in grado di perdere. È un gioco da bambini, nient’altro.

Il più piccolo rimane in piedi, pietrificato di fronte al suo gesto, di fronte al corpo del fratello ora sparito fra il treno e i binari. Stavano giocando, non l’ha fatto apposta, deve essere stato qualcosa, un fantasma, non può averlo spinto lui.

 

L’uomo della metro osserva la scena dall’altro lato della banchina. Guarda il bambino paralizzato ed è come se tutto tornasse insieme, venendo fuori da quel buio. Vede sé stesso, trent’anni prima, nel momento che lo ha imprigionato per sempre, costringendolo a nascondersi, a rimanere fermo in quella colpa.

Ora invece è la luce a tornare, è già mattina, la fermata riapre, e di quella scena rimane traccia solo nei suoi ricordi ritrovati. Passano i primi treni, le persone salgono, scendono, nessuno sembra in pericolo. Del vento freddo nessuna traccia.

Basta uno sguardo del controllore buono a far capire all’uomo della metro che è arrivato il momento di andarsene e togliere il disturbo. L’uomo raduna le sue poche cose in uno straccio arrotolato, piega il cartone come fosse una tovaglia ricamata, si alza ma lascia tutto a terra. Cammina verso il controllore, senza più nulla. I neon sembrano accorgersi dei suoi primi passi. Le voci delle persone si rincorrono sulla banchina, sembra poterle sentire tutte, percepire ogni sguardo fin dentro la pelle. Credono sia lui ad aver spinto i ragazzini, ed è come se lo accusassero ancora, per sempre.

 

Il treno è a una fermata di distanza, la luce inizia a fare scherzi. Ed ecco anche il vento freddo a rigare gli occhi di tutti. Il controllore buono si avvicina, lo scorta tra la folla con una mano sulla spalla. L’uomo della metro sente che il momento è vicino, si guarda intorno cercando di capire chi sarà la prossima vittima. Vede qualcosa, un movimento sospetto di due ragazzini che rubano gli occhiali a un compagno più piccolo e iniziano a spintonarlo verso la linea gialla. Il treno è in arrivo. L’uomo della metro scosta la mano del controllore, corre verso di loro. Sembra essere in gara col treno a chi arriverà prima nel buio. Accelera, supera i due ragazzini e spinge via il più piccolo verso il muro, finendo lui al suo posto, senza potersi più guardare indietro.

 

È quasi mezzanotte, la stazione è pronta ad essere chiusa. L’ultimo treno si dirige al deposito, mentre i passi del controllore buono rimbombano tra i muri. Riguarda i filmati delle telecamere un’ultima volta. Rivede quel momento in cui l’uomo della metro si è staccato da lui e si è buttato sui binari salvando il piccoletto, che ci ha rimesso solo gli occhiali. Vorrebbe tornare indietro di qualche ora, qualche giorno al massimo e dare più peso alle sue parole, ma non sarà possibile. Meglio pensare che quelle storie sui fantasmi fossero solo i deliri di un pazzo vissuto per anni sottoterra. Meglio così.

Uno degli schermi mostra ancora la banchina in diretta. Il controllore nota lo straccio arrotolato e il cartone, rimasti lì a terra, nel solito angolo. Scende. Forse almeno le sue cose meritano una specie di sepoltura.

 

Il controllore raccoglie tutto ma una sigaretta cade a terra, rotola, e al balbettare di un neon si accende da sola. Il fumo viene aspirato via tutto in un attimo, sparendo nella galleria. Il sangue nelle vene si scuote in un brivido. Vorrebbe girarsi e sfidare lo sguardo del buio, ma non lo farà. L’uomo della metro aveva ragione. Lì non c’è nessuno, solo qualcosa che non si fa mai vedere.

 

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di
Gualtiero Titta

 

Capitolo III

È mattina presto, i cancelli della fermata cigolano e riaprono. La pioggia bagna le scale più di quanto dovrebbe. Ricomincia tutto, nessuno parlerà più di quel suicidio.

La banchina accoglie le prime persone, ma il treno non arriva, lo schermo elettronico non funziona. L’uomo della metro dorme ancora, si sveglia solo quando la ressa diventa quella dei giorni peggiori. È finito lo spazio anche per girarsi, risalire e tornare a casa. Del treno nessuna traccia, mentre le persone si moltiplicano. La sigaretta consumata è ancora lì, accanto al cartone, come a testimoniargli che quello che è successo non può essere ignorato. L’uomo della metro si fa piccolo nel suo angolo, si guarda intorno. Cerca quell’ombra della notte prima, ma non c’è nessuno, soltanto centinaia di sconosciuti in attesa di iniziare la giornata.

L’orologio segna quasi le otto. Lo sguardo cade allora su un gruppo di ragazzini diretti a scuola. Ridono, scherzano, due classi intere pronte ad andare chissà dove a perdere una mattinata. Lo zoo, il planetario, un museo pieno di sassi di un’altra epoca. Li osserva per capire se sia tra loro la prossima vittima, e il vento freddo soffia di nuovo. Sì, succederà ancora. Lo sa, i neon prossimi a spegnersi gli dicono tutto, ma quello che non ha capito è che oggi sarà peggio di ieri e domani peggio ancora.

 

Il controllore buono scende ad annunciare che il treno è in arrivo. Il vociare si dissolve in un sospiro di sollievo. L’uomo della metro lo guarda facendogli cenno di avvicinarsi. Il controllore lo raggiunge, svicolandosi tra le persone.

«Dormito bene, sì?»

«Fermate il treno.»

«Eh?»

«Fermate il treno.»

 

Dall’altro lato della banchina due ragazzine si tengono per mano accanto a una professoressa appena più alta di loro. Si scattano una foto con il cellulare, inchiodano quel momento sugli schermi di chi potrà solo ricordarle. Non importa di che colore abbiano gli occhi o i capelli, come passano i pomeriggi o cosa vorrebbero fare tra qualche anno. Non importa più, non è mai importato. Il treno è vicino, il macchinista è un altro, ma non cambierà nulla.

Le due ragazzine si guardano, poggiano la testa l’una sull’altra, ancora assonnate. Lasciano la professoressa indietro di qualche centimetro, poi di qualche passo. Il treno sbuca dalla galleria. Si muovono tutti verso la linea gialla, hanno aspettato troppo per non salire adesso. C’è chi spintona fingendo di essere spinto, chi guadagna spazio un millimetro alla volta. Il controllore lascia l’uomo della metro seduto, a ripetere di fermare il treno, e prova a calmare le persone. La luce si spegne, il treno si avvicina. Il controllore urla di stare calmi, le corse sono riprese, ne arriveranno altri, ma nessuno sembra capire. È il buio a cambiarli, a isolarli da qualsiasi altra cosa, a muovere tutti verso i binari. È il vento freddo a rendere ogni passo più pesante, impossibile da fermare.

L’uomo della metro vede qualcosa in mezzo alla folla. Qualcosa che si sposta senza lasciare traccia, senza farsi mai vedere. Si alza, prova a raggiungerlo, ma non c’è più tempo. Il vento freddo spinge le due ragazzine sui binari. Sembra sia stata la ressa, o che siano cadute da sole, saltate giù anche loro. Si guardano quasi senza sapere dove siano finite. La loro foto sul cellulare illumina il soffitto in cerca d’aiuto, dalla banchina. La gente non vede, il buio riempie gli occhi di tutti, nessuno può capire. Ogni urlo rimane soffocato, le ragazzine si abbracciano. Il treno frena, ma è troppo tardi.

 

La luce si riaccende. Nessuno sa cosa sia successo, sono solo sparite, scomparse. Il controllore buono si fa largo tra la folla, si avvicina ai binari, chiama i soccorsi, ma sarà inutile anche questo. Si gira verso l’uomo della metro, convinto di trovarlo nel suo angolo, ma sul vecchio cartone non c’è nessuno. È lì dietro, a pochi passi da lui, in mezzo al fiume di persone che lentamente si dissolve in preda al panico verso le scale d’uscita. Non sembra sapere neanche lui il perché del suo essere lì. Trema, stringe qualcosa fra le mani. Abbassa lo sguardo all’avvicinarsi del controllore.

«Che c’hai in mano?»

L’uomo della metro non risponde, svelando il cellulare delle ragazzine tra le dita.

[Continua…]

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di
Gualtiero Titta

 

Capitolo II

Non sempre basta guardare per poter vedere, se ne accorgeranno presto.

Il corpo del ragazzino è sulla banchina, coperto da un telo troppo grande per lui. Una fibbia dello zaino sbuca appena da un lato, quasi volesse staccarsi e provare a ricominciare per conto suo. I treni continuano a scorrere sui binari dietro di lui, ignorano la fermata chiusa e vanno avanti; il corpo viene portato fuori dalla polizia, di nuovo su. Lo aspetta una donna che non fa che piangere e riempirsi di dubbi. Dovrà conviverci, per lei è uno di quei giorni che tracciano una linea tra il prima e il dopo. Chissà come farà, si chiedono tutti i curiosi lì intorno. Chissà come farà.

 

Il gabbiotto della sorveglianza è solo un quadrato pieno di schermi, non è certo qui che si scoprirà qualcosa. I controllori studiano i filmati delle telecamere, continuano a guardare la stessa scena, avanti e indietro, cercando una spiegazione diversa a quello che è successo.

«S’è buttato…»

«Secondo me nun se ne è accorto… C’aveva ’e cuffiette.»

«Magari s’è distratto…»

«Ma te pare… Non è er primo, eh…»

«Guarda che stanno fori de testa… Dice pure che ce sta ’n gioco su internet…»

«Ma falla finita… ma te pare.»

Continuerebbero per ore, scambiandosi ruoli e battute, confondendosi l’uno con l’altro. La fermata riaprirà domani, c’è poco da fare nascosti sotto terra. Indagano a modo loro su quello che non possono capire, tirando dentro ipotesi e smentendosi da soli per paura di avere ragione. Scendono anche i poliziotti, li interrompono, serve una copia dei filmati per l’indagine in centrale.

«Lei ci segua…», dicono al macchinista che si guarda intorno come cercando qualche alleato per una fuga da improvvisare. Ma di alleati c’è poco bisogno. Gli schermi e le facce di tutti lasciano pensare la stessa cosa: è una formalità, una pratica da compilare. Il ragazzino si è buttato, non è colpa di nessuno, c’è poco da aggiungere. Si può tornare a casa.

 

«L’ha spinto.»

La voce dell’uomo della metro emerge dalle scale della banchina.

«E te ancora non te ne sei annato?», dice il controllore che lo ignora sempre, «… vedi de ringraziacce che non t’avemo fatto arresta’».

«E dài… Lascialo perde’», risponde quello che lo ha preso in simpatia.

L’uomo della metro però non chiede un po’ d’umanità, vuole qualcosa di più: vuole essere ascoltato.

«C’era il fantasma. L’ha spinto lui», dice guardandoli negli occhi uno alla volta.

«Ao’… vedi de finilla. È morto un ragazzino: ce sta poco da gioca’.»

«Basta cazzate… Vattene a dormi’.»

E qui sono d’accordo tutti.

Ma l’uomo della metro insiste, anche mentre i controllori se ne vanno. Ormai sussurra. Guarda i tre uomini allontanarsi verso l’uscita. Parla da solo.

«Vive nella galleria… È tornato.»

La frase si dissolve a terra tra gli ultimi passi di una giornata da dimenticare. I tre lo guardano come per dirgli di tornarsene al suo posto e non chiedere altro. Domani ricomincia tutto, a lui è concesso il suo angolo, c’è chi non ha più nemmeno quello.

 

L’orologio sul muro segna le due di notte, ma l’uomo della metro non riesce a prendere sonno. L’angolo è sempre lo stesso, il cappotto e il cartone lo avvolgono quasi come un letto vero, ma c’è qualcosa che non lo lascia dormire. La galleria. Non riesce più a guardarla da quando ne ha parlato a voce alta. È quel buio lì in fondo che lo tiene sveglio, sembra avere un peso, una forma, sembra possa avvicinarsi e nasconderlo per sempre, portarlo via. L’uomo della metro si gira faccia al muro, non vuole più pensare al ragazzino, a quel momento, a cosa ha visto, a cosa è nascosto in quel buio.

 

Fa freddo qui sotto, sempre più freddo. Il fiato caldo sulle mani non basta più, e l’uomo si rannicchia, cerca qualcosa. Una scatola di fiammiferi, un pacchetto di sigarette. Gliene sono rimaste poche, regalate da uno sconosciuto che quel giorno aveva deciso di smettere. Ne accende una, aspira due, tre volte. Tossisce, non è più abituato. La posa a terra, ancora a metà.
Il fumo leggero gli passa intorno al viso e lui si rannicchia di nuovo, pronto a dormire. Chiude gli occhi. L’unico neon acceso a quest’ora balbetta di nuovo, una folata di vento percorre tutta la galleria, quasi intonando una nota, consumando una frequenza. L’uomo della metro riapre gli occhi, sa che è arrivato il momento di guardare. La sigaretta si consuma in un attimo, tirata via dal soffio freddo che sembra correre e sparire lontano, dove la luce non entra mai.

Chi ha spinto il ragazzino si nasconde lì dentro [continua…]

 

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di
Gualtiero Titta

 

Capitolo I

Nessuno lo sa, ma sta per morire un ragazzino.

Sono tutti qui, appena svegli. Chi in piedi, chi seduto, chi con la testa nascosta in uno schermo grande mezzo palmo, tutti impegnati a distrarsi da qualsiasi cosa meriti un po’ d’attenzione.
È un giorno come un altro, sotto terra, ad aspettare un treno.

Dicono sia la stazione più buia della linea. Non c’è un motivo vero e proprio, nessuno si è mai sforzato di capirlo, ma è ormai quasi un anno che anche la luce sembra voler scappare da qui sotto.
I neon balbettano di continuo, pronti a spegnersi da un momento all’altro e non riaccendersi più. Forse è colpa del pavimento consumato dai passi e dagli anni: non riflette come dovrebbe, e allora la luce si offende e minaccia di andarsene.
Sì, deve essere questo il motivo. Così, come ha fatto adesso, proprio così. Qualche falso contatto dovuto al peso dei vagoni sui binari ed eccoci nascosti nel buio.

Il rumore del treno che arriva si fa strada nella galleria, un soffio freddo sfiora le guance di chi è troppo vicino alla linea gialla e la luce si spegne. Solo per un attimo, il tempo di chiedersi se stia davvero per succedere qualcosa, poi un nulla di fatto, si torna a vedere. Di nuovo nel mondo, sempre gli stessi.

Un’ultima accelerazione in lontananza. Un ragazzino si fa strada tra la gente, non serve chiedere il permesso, è ancora presto, c’è spazio per tutti e per tutto. Avrà undici anni, lo zaino più grande di lui, le cuffiette infilate nelle orecchie, una scodella di capelli a nascondergli gli occhi. Guarda fisso a terra, controlla di aver fatto bene ogni passo. Il treno si avvicina, il ragazzino continua a camminare. Le luci della stazione balbettano ancora, il vento freddo soffiato dai binari scivola su tutta la banchina. Questa volta non è come al solito, ma non se ne accorge nessuno.

Nessuno tranne un uomo seduto a terra, per tutti l’uomo della metro.
Non fa che starsene su quel cartone, riparato in un cappotto che ne ha vissute troppe, chiuso nel suo angolo. Avrà quarant’anni ma ne dimostra tanti da farne perdere il conto.

Vive e dorme lì, ogni sera, senza mai uscire, in quello che ormai per tutti è il suo posto, la sua stanza. I controllori fanno finta di non vedere, si sono abituati a lui, a quella macchia per terra, non fa più nessun effetto. Uno di loro ogni tanto si avvicina, gli porta un giornale, un panino riscaldato, gli ricorda di esistere. Il controllore buono, è così che lo vede lui.
Ma l’uomo della metro non ricorda neanche più di avere avuto un’altra vita diversa da questa, e forse non ce l’ha mai avuta davvero. Non fa che stare fermo a contare i secondi tra un treno e l’altro, con gli occhi persi nelle ombre dei binari o nella folla.
Guarda, osserva, spesso vede più degli altri, prima degli altri, e ora vede anche il ragazzino superare la linea disegnata a terra.

I neon si spengono e riaccendono ancora, il ragazzino guarda l’uomo e gli sorride appena, come a dirgli di non preoccuparsi. Ma l’uomo vede qualcosa dietro quel sorriso, come se quel soffio freddo avesse preso forma. Qualcosa che non c’è, che non si fa mai vedere.

Il treno emerge dal buio della galleria ed è questione di un attimo. Il ragazzino si lascia cadere, il macchinista cerca di inchiodare ma è solo un riflesso involontario. Non ci sono tasti da premere o leve da tirare in momenti del genere. Niente può fermare in tempo il treno, nemmeno le urla di chi realizza che cosa è appena successo.

La gente si blocca e di fronte alla morte prende vita un ritratto collettivo di anime che si risvegliano.

Sembrava un ragazzino così normale… Che cos’hanno in testa i giovani d’oggi? È caduto, forse è caduto e tra poco starà bene… Non è possibile, non è successo… Povero ragazzo, poveri genitori…

Il macchinista non riesce a uscire dal suo abitacolo. Guarda nel vuoto, paralizzato. Non è colpa sua, ma è la prima volta, nessuno gli ha mai spiegato come reagire a certe cose. I passi veloci dei controllori invadono la banchina; non c’è niente da guardare, la fermata è chiusa. Vanno via tutti, risalgono, non dovranno far altro che continuare la giornata e dimenticare.

L’uomo della metro invece rimane sul suo cartone, ancora non si muove, i tre controllori non sembrano nemmeno averlo visto. Si alza e si avvicina al capannello di divise.

«Non puoi sta’ qui… ’mo no» gli dice uno dei tre mentre dà una pacca sulla spalla al macchinista con gli occhi lucidi.

Ma l’uomo della metro insiste, rimane lì, e parla.

«L’ha spinto… non si fa mai vedere.»

[Continua…]

 

 

 

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di
Federico Cirillo

Illustrazione di Flavia Cuddemi

 

«Posso?».

Chissà se sono rimasto uno dei pochi a farsi ancora lo scrupolo di chiedere, prima di sedersi.
Questo penso, ma la signora grassottella, intenta a trovare combinazioni di caramelle e dolciumi sullo schermo del suo smartphone palesemente d’annata un po’ rigato, non mi degna di uno sguardo.
“Bene” mi dico tra me e me, e facendomi spazio tra un Samsung e un Huawei prendo posto sul treno che da Tiburtina mi porterà a Piramide.

Certo checcazzo, mi ripeto con un lieve senso di sdegno e di fastidio, tutti co ’sto telefono in mano…che sta a fa’ questa? Eh, come te sbagli, facebook! Esclamo dentro di me mentre un occhio mi cade sul display alla mia sinistra.
Ma che è?! Il video di una ripresa fatta da una go-pro messa in testa a un cane: se vedono solo muri e alberi.
Osservo, guardando con aria interrogativa e pensosa, il quattordicenne dall’espressione inebetita che mi siede accanto.
S’ode a destra uno squillo di Facebook, a sinistra risponde un WhatsApp, mi ripeto in testa volgendo lo sguardo prima da un lato e poi dall’altro.
Davanti a me, intanto, si susseguono una serie di selfie irritanti che ritraggono due ventenni pronte per il pre-workout in palestra. Pre-workout di selfie, ovviamente.

Mah, fammi legge qualcosa, mi dico, e, mentre prendo dallo zaino il solito libro che mi accompagna in metro/autobus/tram/aereo/treno, decido che per isolarmi dal rumore dei tasti cliccati dal tizio in piedi davanti a me, devo assolutamente mettermi le cuffiette.
È la sera dei miracoli fai attenzione/ Qualcuno nei vicoli di Roma/ Con la bocca fa a pezzi una canzone

  • CASTRO PRETORIO, PROSSIMA FERMATA CASTRO PRETORIO USCITA LATO…

che si fottano tutti, e sospirando quest’ultimo estremo anelito contro il capitalismo, crollo nel mio mondo.

Non trascorrono 5 minuti che, nello spazio creatosi tra il libro e le ginocchia, dove ho appoggiato il cellulare che trasmette la mia musica, noto una mano. Veloce, con le dita dalle pellicine mangiucchiate al par delle unghie, prova a tirare a sé lo smartphone, togliendomi le cuffie e facendomi urlare: «A testa de cazzo!» esprimendo con tutto il bon-ton un disappunto percepibile.

«Ma che, me stai a frega’ il telefono??» domando, alzandomi di scatto, al biondino magrolino che, accovacciatosi, provava il colpo.

«No, no, aspetta amico – mi fa lui tra il sorpreso e l’impaurito – non è come credi. Cioè, ok sì, te volevo fa’ il telefono, lo ammetto, ma non credevo che stessi attento, non credevo fossi… strano, insomma. Pensavo fossi come gli altri. Credevo fossi normale e che non te ne accorgevi. Capito, no?».

«No – rispondo incazzato – macheccazzo stai a di’? Me stavi a frega’ il telefono e te stai pure a giustifica’?».

Si alza, il ragazzo, mostrando in realtà un viso non cattivo. Una faccia appuntita, nascosta da un cappello di lana fuori stagione e dai capelli color cenere che, a ciuffi, gli sovrastano la fronte che presenta un paio di cicatrici. Intorno a me non è successo nulla, tutto è come prima: tutti si scaldano alla luce dei loro smartphone.

«Sì – riprende lui – aspè, non te incazza’. Ok, m’hai sgamato, tieniti il telefono, ci mancherebbe. È che qui lo facciamo sempre, guarda – indicandomi da una parte e dall’altra altri tre ragazzi intenti a sottrarre, con naturalezza, i dispositivi elettronici dalle mani dei passeggeri – loro neanche se ne accorgono, e non te ne saresti accorto neanche te se fossi stato normale. Ma che stavi a fa’?».

«Leggevo» rispondo sbigottito più dall’affascinante scenario che mi si presenta attorno che dalla domanda del tipo. «Leggevo un libro» ripeto inebetito e quasi balbettando «Ma… possibile che nessuno se ne accorga?».

Dopo una fragorosa risata, reazione immediata alla mia domanda, il ragazzo mi fa: «Ma te sei proprio strano davero. A parte che, ’ndo vivi? Che, se legge così? Senza manco un tablet? Mah, me fai taja’ – accompagnando il tutto con una pacca sulla spalla – serio. Ma accorgersi di che? Ma come fanno ad accorgersene? Stanno concentrati! Poi questa è ’na mossa rapida: se chiama “sfila&metti”, guarda, te ’mparo io».

Nel tempo di un tumulto di binari il Samsung della signora cicciottella in cui si stanno accatastando caramelle e amenità varie ora è tra le mani svelte del tipo.

La signora, al posto dello smartphone, regge un volantino di una gelateria sulla Tuscolana.
Senza rendersene minimamente conto, continua a scorrere il dito, provando a far allineare i vari gusti dai diversi colori.
«Visto? – mi fa soddisfatto – il segreto è avecce sempre qualcosa che non contrasta troppo con quello che sta a fa’ il tipo o la tipa. A quella, per esempio – mi indica una tizia bloccata su una foto di Instagram – j’ho messo in mano una foto del gatto mio, so’ 10 minuti che sta a cliccacce sopra pe’ mette un cuore. Ah e… lo vedi quello? – e me lo indica rivolgendo lo sguardo al ragazzo del video su facebook che adesso in mano ha un depliant scolorito che ritrae la street art a Roma – ’sta settimana è già la seconda volta che je faccio il telefono. Tanto domani, appena ha realizzato, vie’ da me e se lo ricompra: co’ questo me ce pago le vacanze st’estate, di sto passo».

Incredibile.

Nel breve volgere di cinque fermate tutti, nel vagone, non hanno più tra le mani i loro smartphone, i loro  tablet, i loro ipoddofoni, smartophoni e tutta l’intera vasta gamma di touchettofoni che popola questo universo mondo i-tech.
Chi osserva attentamente un santino in attesa che il “video” riparta, chi struscia il dito su un volantino, chi fissa immobile la foto di un cane dallo sguardo interrogativo o di un parente di uno della “banda” e chi, infine, chatta digitando tasti su un telefono di gomma che ad ogni pressione emette un sibilo acuto e sfiatato.
“Assurdo” penso, sgranando gli occhi immobile, come se il mix di sorpresa, meraviglia e stupore avesse all’istante ghiacciato me e tutto ciò che mi circonda.

Guardandomi intorno, stringendo nelle mani il telefono e il libro, noto che i tre, con il loro bottino, si avvicinano all’uscita, parlottando tra loro: «Tranquillo – mi fa il biondino – tanto prima di mezz’ora/un’ora non se ne rendono conto: è tutto cronometrato, al capolinea se svegliano. E tu – strizzandomi l’occhio – non fa’ cazzate: leggi, che è meglio. Non sarai normale, ma sei un tipo simpatico. Ciao, grande!» e con un balzo è già fuori a Garbatella.
Garbatella. Cazzo! Dovevo scende pure io! Impietrito e ancora scosso, lascio che il treno compia tutto il suo tragitto.

Intorno a me, tutto è normale e scorre.

Normale.

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di
Jolanda

 

Ci si aggrappa ai corrimano dell’autobus, dei tram, ci si aggrappa al corrimano delle scale, ci si attacca alla balaustra per non cadere, ci si attacca alla vita, alla maniglia della porta prima di chiuderla, prima di aprirla per prendersi il tempo di un ultimo respiro.
Ci si aggrappa per non perdere l’equilibrio, per provare l’adrenalina della frenata improvvisa senza dover sputare un molare disteso sul pavimento.
Ci si attacca anche al cazzo. 

Quel giorno era stato così. Immagine a campo lungo del tunnel dei vagoni della metro in fila ed io, punto di fuga, in piedi nell’ultimo vagone.
Non c’era giorno, non c’era notte, era uno di quei giorni al neon, di quei giorni istituiti proprio nel progetto della creazione in cui dio oltre al sole ed alle tenebre gridò “Neon!” e neon fu. 

Ero aggrappata al più sudicio degli appigli, sbarre, come li volete chiamare, e stavolta mi aggrappavo forte, così forte che sembrava quasi piacermi, sembrava darmi la stessa sicurezza di una mano, tanto da farmi dimenticare tutta la brulicante popolazione batterica.  

Che fastidio; maledizione che fastidio. 

Questa gonna è troppo corta, perché l’ho messa, perché era nell’armadio? 

Ah sì, la mettevo con lui, me ne fregavo se la mettevo con lui, mi riparava dagli sguardi sferzanti e poi mi piaceva. Sì, mi piaceva il fatto che gli piacesse questa dannata gonna corta (oddio ma perché l’ho messa).  

Stridio di freni e strattonata.  

Tipico. Siamo vicino Anagnina allora.  

L’ho imparato da quando ho sbattuto la faccia a terra l’ultima volta e ben mi sta.
Aveva ragione a dirmi che gli avevo rotto il cazzo con questa storia della fobia dei germi e del non riuscire a toccare niente, dell’appendermi al suo braccio ogni volta.
Ma come dice quella zia che non ho mai visto “non tutti i mali vengono per nuocere” almeno avevo una scusa per il livido sull’occhio, e sul braccio. 

Frenata.  

Non voglio cercare più scuse. 

Fortuna che mi aggrappo da sola. 

Mo’ la butto sta gonna. 

 

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di
Matteo Raimondi

 

Sotto una balbettante luce al neon mi viene in mente un vecchio motto romano: “A Via della Lungara c’è un gradino. Chi non lo sale non è romano né trasteverino”. Il gradino è quello di Regina Coeli (che non è una chiesa ma una prigione). Cinquant’anni fa era una cosa che dicevamo tra ragazzi per ridere.
Oggi le nuove generazioni l’hanno presa sul serio. Sono dei delinquenti. Colpa dei romanzi. Anzi, delle serie TV perché i romanzi non li legge più nessuno.
Una volta sull’autobus e sulla metropolitana si stava coi libri e i giornali. Ora si muove il pollice sullo schermo di un telefono, su e giù come stanno facendo i quattro passeggeri con cui condivido il vagone della metro C che, alle dieci di sera di un sonnolento mercoledì autunnale, sta viaggiando in direzione Centocelle.

Mentre il treno stride, penso che con l’avvento di quegli aggeggi il tempo a disposizione dei ragazzi si è contratto.
I telefoni sono come la marijuana nel ‘70: esagerano tutti ma nessuno lo ammette.
Felicità dei governanti:i drogati sono obbedienti, e questi ragazzi “vanno-molto-alti”. Me l’appunto sul taccuino, mi piacerebbe farne una lezione: Svegliatevi!

Oggi la madre di una delle mie alunne mi ha incalzato: «Questa storia dei selfie sta sfuggendo di mano.»

«È un problema di subcultura»
«Prego?»
«In sociologia è un insieme di persone con caratteristiche simili, come età e razza, o classe sociale e fede politica, che si distaccano dalla cultura predominante. Non esistono più sottoculture credibili. Si stanno adeguando tutti a un’unica grande cultura di massa, la cui offerta è filtrata dall’Industria Culturale, una specie di fabbrica di contenuti».

Lei mi ha guardato con occhi pigri e io ho capito di annoiarla. Ho fatto un cenno con la mano, come a dire di lasciar perdere… sono un vecchio rompicoglioni comunista. Anche se mi vergogno a dirlo credo che la gente lo capisca lo stesso: indosso ancora giacche di tweed con le toppe ai gomiti e pantaloni di tessuto.

«Sa che cosa ho trovato nel telefono di Vanessa?»
«No»
È arrossita. «Primi piani della sua vagina e istantanee di un pene eretto…» ha abbassato la voce e aggiunto:«più grosso di quello di mio marito.»

Ho sentito il bisogno di bere un sorso d’acqua. Questa gente di periferia è fatta così. Si definisce spontanea, senza peli sulla lingua. Terra terra. Per loro è un vanto, per me che invece provengo da una famiglia della Roma bene è un costante imbarazzo.

«Si rende conto?»

Non proprio.

«Crede che dovrei parlarle?»

Mi sono mosso sulla sedia, a disagio. «Direi di no.»

«Ai miei tempi queste cose non succedevano.»

«Quando ero giovane i ragazzi sfogliavano riviste francesi con le signorine in reggicalze». Ho sorriso, ma lei no.

«È l’adolescenza. Stia tranquilla.»

L’ultima cosa che volevo era immaginare gli organi genitali di una ragazzina di diciotto anni, perciò ho aperto il registro e parlato del rendimento di Vanessa, ottimo, e chiesto i suoi progetti per il futuro.
Dopo la maturità, siccome era avanti di un anno, sarebbe andata a lavorare in Inghilterra.
Brava ragazza, Vanessa.
Brava e bella.

(Vagina.)

La metro riparte con uno scossone e in galleria accelera. Faccio in tempo a leggere Torre Gaia su un cartellone prima che il neon ricominci a singhiozzare, rapsodico.

Sono ansioso di arrivare. Dopo venti minuti qua sotto comincia già a mancarmi l’aria.
Ogni volta che esco dalla metro è come riemergere da un’apnea. E ho sempre quella sensazione di cambiamento, come se il mondo fosse andato avanti senza aspettarmi.
Stare in metro a Roma è come entrare in un’enorme macchina per fermare il tempo. E poi puzza. Ha un odore fortissimo, di ferro ossidato e sudore.

Anni fa non ci avrei mai messo piede: la mia ex moglie era claustrofobica, e alcuni disagi sono contagiosi come l’influenza.
Ora non ho alternative: insegno letteratura in una zona chiamata Finocchio, estremo oriente, e vivo in Prati, al centro. Per uno che non conosce Roma non è facile capire che non scherzo quando dico che se non avessero aperto la linea C avrei trascorso la maggior parte del mio crepuscolo in autobus. Forse ci sarei persino morto.

La casa dove vivo era dei miei. L’ho ereditata da mia madre, vissuta vedova per trent’anni. Con lo stipendio che percepisco cercando di mostrare il mondo a ragazzi ciechi dalla nascita potrei permettermi al massimo un affitto in condivisione. Per fortuna mangio poco e vivo solo.

(Vagina.)

Sul sedile accanto al mio c’è un volantino. È propaganda. Dice che un immigrato costa 1000 euro al mese. Tanto si potrebbe dare a una famiglia per il mantenimento di due figli.
Lo accartoccio: populismo.

«Cazzo fai?»

Alzo gli occhi. Davanti a me c’è un ragazzone che avrà vent’anni. Dev’essere salito all’ultima fermata. In una mano tiene una decina di quei volantini. Mi sento in colpa. Ho davanti un esempio di subcultura e l’ho appena trattato da spazzatura solo per un vecchio pregiudizio.

Sorrido, come tutte le volte che sono in imbarazzo, e mi gratto la testa calva.

Lascia andare i fogli. Si spargono ovunque sul pavimento butterato del vagone.
Il neon singhiozza, nel buio sento lo scatto di un coltello.
Ha gli occhi così pieni di rabbia che mi viene da piangere.

La metro rallenta, scorre un altro cartello: Torre Angela.

Dico: «Non avrei dovuto.»

Il treno frena bruscamente, le ruote fanno urlare i binari.

Il ragazzo fa un passo avanti. «Voi comunisti avete rovinato l’Italia».
Mi piazza la lama sotto il collo: Regina Coeli e romanzi criminali.
Il treno bordeggia e strattona. Lui perde l’equilibrio e io sento un bacio gelido sul gozzo: è una tragica fatalità.

Il treno si ferma e le porte si aprono.

Mi guardo intorno. Nessuno si è accorto, stanno con gli occhi sui telefoni. Meglio: non voglio creare problemi.
Va via, provo a dire, ma dalle labbra mi esce solo un bulicame caldo. Lui fugge.

Sto morendo, è triste. Il treno riparte.

(Vagina.)

Spero solo di non andare all’inferno.

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di
Giulio Calenne

 

Se il padrone non avesse passato tutta la notte a scrivere un poema-lettera d’amore a G (che alla fine si è risolto in un «come va?») probabilmente l’inizio giornata di oggi avrebbe fatto meno schifo.  Il meteo dà pioggia, è arrivata una bolletta da pagare, la disoccupazione giovanile è al 35,4%, l’autobus farà 10 minuti di ritardo e io mi sento già stanco. Arrivo alla metro alle 8 e 16, calcolo percorso di 28 minuti e nessun ritardo previsto a lavoro.

D, il mio padrone, ha 34 anni, ha studiato presso il Liceo Scientifico Gullace Talotta, lavora presso TuttoPizza e vive a Los Angeles. Nelle foto e nei video in cui è taggato si possono notare le sue labbra sottili, il suo naso storto da pugile, un mento a culo che sembra aver fatto gli squats, capelli neri doppio taglio e barbetta curata. In alcune foto che ha postato su Instagram alcuni utenti hanno commentato «amo’ sei troppo bello! <3», «a bomber!» e «a ridicolo!».  

La sua voce sembra quella di un Uruk-hai che ha urlato troppo al concerto dei Cannibal Corpse e non sono l’unico che preferirebbe i messaggi scritti piuttosto che quelle interminabili note audio su WhatsApp.
Tra i suoi interessi principali ha selezionato: calcio, cinema e videogiochi, ma in realtà è sempre su Facebook.
Quando siamo in metro scorre la home page come ipnotizzato dal colore blu codice RGB #3B5998 del social e, ad ogni foto di fregna, l’immancabile Mi piace tattico.

Da due settimane controlla spesso il profilo di G, la sua ex ragazza, con l’accuratezza di un detective. Esamina gli eventi a cui parteciperà, chi ha messo mi piace alle sue foto, dov’è stata di recente e chi ha aggiunto come amico.
Anche se non sono in grado di giudicare G eticamente, credo abbia fatto bene a lasciarlo. È stata tradita con ben 4 ragazze diverse (l’ultima grazie a Tinder), e se avesse letto i messaggi scritti da D alle altre ragazze, difficilmente gli avrebbe scritto «Scusa ma anche se per me sei importantissimo non penso che questa storia possa ancora andare avantiSarai per sempre il mio lenticchio inzuppato, perdonami.»

Probabilmente, dalla piccola descrizione che vi ho appena fatto, ora vi starete immaginando un mostro immondo, ma in realtà è più normale di quel che sembra.
Sì, avrei preferito una persona più raffinata, con conoscenze più altolocate (avrei conosciuto altri simili), ma nella vita bisogna sapersi accontentarsi no?! E anche se è un poveraccio, alla fine presta molte premure nel non danneggiarmi e mi riempie di piccole attenzioni. L’altro ieri, ad esempio, mi ha comprato un nuovo vestito in pelle che si apre da davanti, molto carino.

Tuttavia, credo che le sue cure non derivino da una naturale propensione al far del bene tipica del genere umano, ma dal fatto che D è consapevole che io conservo ogni suo segreto, ogni suo desiderio e ogni suo spostamento, tant’è che tre volte a settimana mi nasconde i siti che visualizza.

«Ah Phoni! Stanchino oggi eh!». È Samsy, il cellulare del controllore metro, D ed io stiamo per attraversare i tornelli di Anagnina.

«Lascia stare, il pirla mi ha ricaricato per sole due ore. Non sono mica come te che mi bastano cinque minuti per ricaricarmi, sono un modello vecchio».
«Dai non abbatterti, hai ancora il tuo fascino! Buon lavoro».
Lavoro che per me, in metro, consiste nel visualizzare per 5 minuti le notizie del giorno e per i restanti 10 minuti il solito Facebook e Instagram. Il tutto accompagnato dall’ascolto di quella orrenda musica. Se anche oggi mi fa produrre continuamente Marco Masini – Bella Stronza, mi spengo per rappresaglia.

Potremmo ascoltare Beethoven, Vivaldi o Mozart, il cui genio musicale ben si conforma al mio amore per la matematica, ma no. Playlist Dance Addicted di Spotify e musica maschio alfa italiana.

Siamo quasi arrivati alla fermata Giulio Agricola. Al pensiero che possa salire Phonia, una cellulara ultimo modello del mio genere resistente all’acqua, il mio microprocessore inizia a battere all’impazzata.
Vorrei trovare il coraggio di parlarle, magari facendogli notare che il mio D e la sua padrona (una studentessa di chimica della Sapienza) sono amici su Facebook anche se in realtà non si sono mai parlati.
Oppure potrei complimentarmi delle splendide foto che riesce a fare. Oppure… No dai, ma cosa sto pensando?! Una come lei un vecchio come me neanche lo vede.

Meglio non pensarci o consumo troppa energia.  

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di
Matteuccia Francisci

Lo ammetto, il mio giudizio è prevenuto perché sono una cinica bastarda e non credo a niente, ma davvero la Chiesa ha fatto delle… linee guida? per la… cremazione? Sì, davvero. Sono in metropolitana come tutte le mattine dal lunedì al giovedì, sono in ritardo come al solito, non ho trovato l’ombrello in casa e oggi pioverà. Quindi mi bagnerò. Sono molto nervosa. Molto. Ma davvero. Mi sento più tranquilla, ora che la Chiesa Cattolica ha detto che sì, si può cremare anche se – cito – «la Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi rispetto alla cremazione poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti».
Defunto, ti stimo. Allora ti metto in una cassa di legno e non ti brucio.
Eh sì, la Chiesa va verso la modernità. Che poi a me risulta che la cremazione si facesse anche al tempo dei Romani… com’era? Ah, sì, «hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito». Vabbè ma erano pagani, quelli.
Dunque, ricapitolando. Sono secoli che si bruciano i corpi dei defunti ma la Chiesa ci arriva solo adesso, dando l’autorizzazione a qualcosa che si fa da sempre. (Quindi ho mandato mia madre all’Inferno? O nel limbo? Ah, no, quello hanno detto dopo qualche secolo che non esiste. Cioè prima c’era ma poi non c’era più). Adesso ci dà delle linee guida: no a dispersione in terra, acqua, no a incastonamenti nei gioielli (Nei gioielli? È proprio vero che i soldi non fanno l’intelligenza). Le linee guida della Chiesa e quelle dello Stato Italiano sono diverse in tema di cremazione. In ogni caso continuano a preferire l’inumazione perché dimostra maggiore stima verso i defunti
Stima.
Forse il documento è in latino e la traduzione non è buona. Come si fa a stimare un defunto? È morto. Lo puoi rispettare. Rimpiangere. Piangere. Ricordare. Ma stimare no.
Alla mia sinistra stamattina ho una persona conosciuta, allora mi volto e rido.
«Che ridi?», chiede
«La Chiesa ora autorizza la cremazione ma se li seppellisci secondo loro li stimi di più».
In realtà non mi viene da ridere neanche un po’, mi salgono un mare di pensieri tristi e la solita travolgente rabbia verso un mondo che non capisco ma che in linea di massima vorrei… cremare.
Se solo potessi bruciare gli idioti soltanto pensando: brucia!
Ma devo andare a lavorare inutilmente e svogliatamente per accantonare un poco di carta moneta atta a saldare alcuni debiti pregressi. Devo tirarmi su. Penso a Keith Richards che le ceneri del padre se l’è pippate. Respect.

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di
Giulio Calenne

 

L: «Attento che mo’ la porta si apre dall’altro lato».

(bip bip) Entra una vecchietta, un comunitario extra e un liceale. Esce rumena carina.

M: «Grazie, mi ero distratto».
L: «A che stai a pensa’?»
M: «A niente…»
L: «Sempre a Camilla?»
M- «Ma no no.»
L: «Stai ancora a rosica’?»
M: «Ahò t’ho detto de no».
L: «Vabbè o scusa, t’eri imbambolato».
M: «Stavo pensando alla Metro».
L: «A che?!»
M: «Alla Metro come luogo dove si perdono continuamente delle storie».
L: «Me sa che era meglio Camilla… Tutto bene?»
M: «Ahò pensaci, ogni giorno passiamo circa 10-15 minuti sul treno a non fare praticamente nulla».
L: «Eh?»
M: «E nel frattempo, magari mentre ascoltiamo un po’ di musica o ci facciamo gli affari nostri, osserviamo chi ci è attorno cercando di capire qual è la sua storia. Guarda quella donna sui quaranta ad esempio. Bel fisico asciutto, scarpe con i tacchi, vestitino raffinato, borsa Gucci e occhiali da sole (in metro). Per me se sente ‘sto cazzo. Magari sta pensando che schifo questi poveri, dovrebbero aumentare il prezzo del biglietto. Sicuro è nata in una famiglia facoltosa ed ora è la dirigente di chissà quale azienda. E il marito la tradisce con la sua migliore amica».
L: «Io ‘na botta ja darei».
M: «Sì vabbè pur’io. Però che ne poi sape’ di quella? Magari ha gli occhiali da sole per coprire un pugno, magari si veste bene ma non c’ha ‘na lira, o forse va a trovare l’amante».

(bip bip) Entra uomo con baffi folti. Esce ragazza asiatica.

L: «Ahò ammazza che baffi! Quello sicuro è un buongustaio, perché si sa: di birra e di…»
M: «Lo vedi! Lo fai pure te!»
L: «Sì ok ma che c’entra con il perdere delle storie? Uno immagina e basta».
M: «C’entra eccome invece! Perché ogni volta che qualcuno o qualcuna scende dal treno si perde inevitabilmente la possibilità di conoscere il suo racconto. E a me ‘sta cosa me fa impazzi’!»
L: «Vorresti chiedere a tutti la loro storia?»
M: «Perché no?! Pensa che bello scoprire che quella darkettona là seduta si commuove ogni volta che vede La Bella e la Bestia. O che quel bangla appoggiato lì alle porte veniva preso in giro da piccolo perché voleva fare il supereroe».
L: «Er bangla supereroe della notte. Già ce sta. Vabbè e quindi?»
M: «E quindi niente, è inevitabile. Sul treno continueranno incessantemente a scendere e a salire racconti di cui non sapremo mai nulla. E boh, forse è meglio così».
L: «Possiamo sempre immaginare».

(bip bip)