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di
Eitel Zaccagnini

Illustrazione di Sergio Masala e Lorenzo Burlando

 

«Fermateve! Fermate!!»
In un attimo fu sul bus. Madido di sudore, nel pieno pomeriggio del ferragosto romano, ma sul bus. Piazza dei Cinquecento era vuota e solo le ombre dei pini provavano eroicamente a coprire il catrame rovente che si scioglieva sotto un sole implacabile.
Il frinire dei grilli era assordante e il nauseabondo olezzo di urina stantia che arrivava dagli angoli dei portici riempiva i polmoni di chi era rimasto nelle grinfie del cemento cittadino.

«Dateme tutto quello che avete, dateme li sordi!».
L’autista non lo degnò minimamente di uno sguardo: si aggiustò con naturalezza gli occhiali da sole, rimise in moto e chiuse le porte.
Il vecchio ed unico passeggero, seduto al primo posto, ebbe come unico sussulto una risatina flebile e acuta.
«Ma che cazzo fate! Ho…ho una siringa! Io sò pericoloso, ve rovino!».
Il giovane tirò fuori dai jeans sporchi e strappati una siringa usata e sulle braccia scoperte, effettivamente, alcune tumefazioni potevano far pensare alla sua dipendenza. Il volto, seppur scarno ed emaciato, mostrava ancora una certa dose di freschezza, ancora probabilmente sufficiente a sopperire alla dose che giornalmente si faceva da qualche tempo.
«Insomma ci dai giù di spade, eh?» chiese il vecchio, degnandolo a malapena di uno sguardo tra il serio e l’ironico.
«Ah nonno, ma che cazzo vuoi? Io…io c’ho una siringa! Sò malato, che non se vede?!».
Il vecchio si mise a ridacchiare e l’autista accompagnò con la sua voce grossa per poi scoppiare in un fragoroso: E sti cazzi!

«Ma che cazzo ve ridete! Che ce sta da ride?».
Il vecchio si mise un po’ più composto. Fece presa sul palo per avvicinarsi con lo sguardo e il volto alla siringa, in un modo strano e quasi impressionante per l’assenza di paura. Poi si ritirò a sedere e rimettendosi comodo esclamò riferendosi all’autista: «A Pino, questo è più cojone de noi!».
Pino guidava, ma in modo automatico in quanto la sua attenzione divertita era tutta rivolta a quello che accadeva nella vettura: «Me sà de si a Franco, – rispose al vecchio – corre pe Roma ad agosto, il 15 pomeriggio, co sto caldo… pe minaccià a noi due».
Il vecchio si girò nuovamente verso il giovane che adesso era quasi atterrito da quei due soggetti che non reagivano minimamente alle sue minacce.

«Ma vedi bello mio – disse il vecchio – noi ridemo perché non c’è rimasto altro. Seconno te, se c’avessimo avuto qualcosa de bello da fa sarebbimo qua co te, ora, su sto catafalco?».
Il tossico si deconcentrò: tirò giù il braccio con la siringa e allargò lo sguardo tutto intorno. Il bus aveva solo altri due passeggeri a bordo: una vecchia con gli occhiali da sole abbracciata a un bastone e, in fondo, un barbone vestito di stracci e cappotti pesanti con una sacca piena di orina attaccata con del nastro al paltò stracciato.
Franco squadrò profondamente il giovane tossico dall’alto in basso. Poi ricominciò a parlare: «La cieca a metà bus – spiegò – la chiamiamo Carolina. Lei dopo che è diventata cieca è stata lasciata dar marito, quindi pure dai figli. Sai com’è, nessuno vole na persona inutile in famija. L’altro è Carlo: ha sbroccato dopo che je hanno ammazzato l’unico figlio poliziotto. Vedi bello mio, noi siamo tutti derelitti, scarti, pure io e quello che sta a guidà: a noi a casa nun ce aspetta più nessuno, ormai siamo meno de zero».

Il bus procedeva a stento nell’afa estiva e l’umidità era così intensa che le gocce nell’aria potevano essere quasi raccolte solo muovendo le mani. Il tossico cominciò a sudare: il freddo che lo attanagliava dalla mattina, i dolori e la nausea dovuti all’astinenza si stavano affievolendo e gli occhi cominciarono a captare nuovamente la luce naturale mentre la mente si fece più libera.
«E voi due – chiese stralunato – perché state qua sopra?».
Il vecchio abbassò lo sguardo e rinunciò a parlare. Intervenne allora, Pino, l’autista: «La vita è na merda: quanno che decide per te, non puoi riparare e te trovi qua in mezzo ai derelitti».
Poi fece una frenata brusca, tanto da far fischiare il bus. Si voltò verso il tossico che aveva avuto giusto il tempo per reggersi a un corrimano e chiese con astio paterno:
«Ma te, invece? Te – alzando il tono – che cazzo ce fai qua? A te la vita nun t’ha tolto niente, sei te che te sei tolto di mezzo da solo e noi, quelli come te a bordo non ce li volemo!».

Pino allora uscì dalla sua postazione, prese il giovane uomo per il collo sollevandolo da terra e, avvicinandoglisi al volto, cominciò sillabare con rabbia: «piccola mediocre merda, questo non è il tuo autobus. Se vuoi rompere i coglioni con le tue false sofferenze esci e ammazzati: ti aspetteremo all’inferno».
Il suo alito fetido, un concentrato di tabacco, denti guasti e ira, entrò nelle narici del tossico, fulminato da un barlume rosso fuoco che lampeggiava dagli occhiali da sole di Pino, ormai del tutto trasfigurato.

«Allora – proseguì quel demone che una volta era l’autista – cosa è che vuoi fare eh? vuoi morire?».
Il giovane non riusciva più a muoversi dalla paura. Balbettò pochi lemmi affastellati senza senso in un grottesco rigurgito di sensi di colpa. La risposta gliela mise in bocca l’autista:
«Quindi è così: vuoi morire! E sia».
«Noooo ti prego, no cazzo!» fu l’unico suono che uscì dalla gola del giovane.
Pino strinse di più le mani attorno al collo ed aprendo le portiere lo lasciò a penzoloni tra il vuoto e l’asfalto. L’autobus ripartì e cominciò a correre da solo, guidato da non si sa quale invisibile entità, sfiorando alberi, cassonetti, semafori. Il vento sibilava nelle orecchie del tossico e l’aria calda del pomeriggio, ora bollente, gli sferzava gli occhi. Quello che riuscì a vedere era un mondo infuocato che non somigliava più a Roma: era pieno di mostruosi esseri che lo attorniavano sfiorandolo e brandendo verso di lui arti affilati e taglienti come lame.

«Noooooo, nooooooo: non voglio moriiiii, non vojo moriiiiiiii!!» riuscì ad urlare con le ultime forza il giovane.
«Ma come?? A me pareva il contrario» gli rispose il demone/autista mentre dai finestrini del bus gli altri passeggeri lo guardavano appeso sull’abisso a urlare nel fuoco. I loro occhi erano diventati orbite bianche e luminose, neon agghiaccianti e senza vita mentre i loro volti andavano lentamente in putrefazione.
La voce di Pino, ormai del tutto simile ad un gorgo infernale, tuonò: «È giunta l’ora».
Il vecchio ruppe il finestrino e si sporse perdendo brandelli di carne macera e nera. Si avvicinò al viso del tossico e nel farlo i suoi denti marci cadevano dalla bocca, quasi come si smontassero ad uno ad uno: «È giunta l’ora ragazzo» ripeté ghignando.

Tutti iniziarono a ridere, poi la cieca, accorsa anche lei a godersi lo spettacolo, afferrò il volto del tossico con la mano disgustosamente putrefatta, lo accarezzò, lo guardò intensamente con le orbite bianchissime e infine sibilò, a quello che era stato l’autista, senza staccare lo sguardo dal viso atterrito, spaventato e rigato di lacrime del giovane: «Mollalo, è pronto».
L’autista allora, lo lasciò cadere dall’autobus: in un attimo le fiamme lo mangiarono immergendolo in un dolore lancinante che prese e avvolse tutto il suo corpo.

Si risvegliò in un letto d’ospedale.

«Dove…dove mi trovo? Dove sono? Sono morto?» chiese il giovane, riprendendo improvvisamente fiato. Fu come rinascere, i polmoni si aprirono di nuovo e l’aria riprese a circolare. Il cervello era ancora annebbiato come la vista e, seppur formicolante e indolenzito, era intero.
Gli rispose un vecchio portantino che leggeva distratto una rivista nel corridoio malandato di un ospedale: «Stai al Grassi, a Ostia».
«Ma…ma come…io…io stavo all’inferno! Dove, dove sono quelli dell’autobus??».
«Chi? Ma che ne so. T’ hanno raccolto cor cucchiaino stamattina alla fermata».
«Che giorno è?».
«Il 16 agosto».
«Giuro che nun tocco più una spada».

Il portantino lo squadrò un attimo e notò una lucidità inusuale nei tossici. Poi tornò distratto a leggere la rivista ma pensò che quella non era la solita frase buttata a casaccio del solito tossico finito lì come molti prima di lui.
«Domani – disse chiudendo la rivista e sospirando profondamente, alzando lo sguardo verso il viso emaciato e pieno di occhiaie del giovane – presentate al centro. Lì ce lavora un’amica mia, vedemo che se pò fa».

Il tossico si mise a sedere sulla barella e ripresosi a metà, promise a se stesso e al portantino ad alta voce: «Sì, io un altro ferragosto così, sull’autobus, non lo reggo».