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una serie
di:
Arundo Donald

 

 

 Satif non era una persona. Non era un semplice gruppo e soprattutto non era l’acronimo di una partecipata dei rifiuti. Satif era un’idea. La migliore idea della storia….

 

 Capitoli:

 

 1 Personaggi

2 Uno, due e tlé

3 Piano infallibile

4 Tondini

5 Avanti tutta

6 Tutti presenti

7 Voglio andare alle Canarie!

8 Finale epico

 

(I personaggi di questo racconto potrebbero essere di fantasia)

vai all’episodio #01

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di
Arundo Donald

Capitolo ottavo. Finale epico

 

Andre e Viky si erano conosciuti al liceo artistico. Lui un cazzone, lei una secchiona, durante i primi anni non si erano mai neanche notati. A legarli fu la musica. Un giorno, andando in gita a Pompei, lei gli si era seduta vicino sul pullman (solo perché i posti erano tutti finiti) e lui le aveva passato l’auricolare. In un certo senso la loro amicizia fu siglata dai R.A.T.M. durante un campo scuola di merda ai piedi del Vesuvio. Non proprio come se Zack de la Rocha li avesse presentati durante un festino a base di droga su una spiaggia di Cisco. Ma comunque era fico, si poteva raccontare. Conan lo avevano conosciuto strafatto a qualche festa nei centri sociali di Roma, a base di erba e rock da paura. L’idea di Satif era nata per caso, una sera.
Di tutt’altra pasta invece, tra le varie tecniche apprese sotto le armi, oltre ai microsonni diurni e allo smercio di riveste porno, Nando si era specializzato nel corpo a corpo col fucile a baionetta. In pratica. caricare qualunque cosa respirasse, travolgendola. Più che per la destrezza nell’uso del fucile, in quella disciplina il parà si distingueva per la stazza e per la perseveranza nell’attacco, tipica, forse, solo del cinghiale gravido nordafricano.

 

Tiziano scaricò una tripletta sibilando come un compressore ben caricato. Nell’atto fu tanto composto che per un attimo il gesto sembrò innocuo. Uno strumento a fiato ben accordato aveva suonato tre lunghe note dentro l’autobus. Brevi, invece, furono i due secondi che bastarono a far ricredere tutti i presenti. I sedili più vicini quasi si sciolsero per le esalazioni e gli occhi delle persone cominciarono a lacrimare come fontane impazzite.

Nando fece ancora qualche passo verso la testa dell’autobus puntando il Pomata, ma la mancanza di ossigeno cominciò a stordirlo. Se la sua espressione poteva ricordare quella di tanti anni prima, il suo cervello era ormai poco più che una medusa abbandonata al sole. Fece un altro urlo, colossale, e sollevò il fucile verso l’alto come uno scimpanzé incazzato sfoggerebbe il suo bastone.

Sconvolto da tanta mascolinità, Tiziano azzardò un’ultima nota, che per le dimensioni sembrò un accordo a due mani e l’aria fu saturata del tutto da orribili mix di gas naturali. Tutti cominciarono a sragionare. I Coli intestinali dell’artista avevano sconfitto il microclima locale. In quell’autobus, ora, non valevano più le leggi della troposfera, ma le teorie tetraedriche dei combustibili gassosi.
Il giovane conducente si ritrovò a Imola a schiacciare sul pedale. Finalmente il suo sogno di pilota professionista si era avverato e lanciava il filobus a tutta velocità verso gli archi di Porta Pia. Ormai neanche la guardava più, la strada.

C’era gente che ballava. Un paio di anziani nuotavano abbracciandosi sul pavimento. Il Pomata non provava più quel terribile prurito al culo ed era collassato a terra col sorriso di un bambino. Conan faceva surf sulla schiena di una signora. Andre e Viky pomiciavano di santa ragione come fossero a letto nella loro prima notte d’amore.

L’autobus si era trasformato in una grande festa di colori a base di allucinogeni. Franci intonò Give Peace a Chance di John Lennon e i passeggeri cominciarono a sbattere i piedi seguendo il ritmo. Tiziano, che sentiva la canzone per la prima volta, ne apprezzò il ritmo e si mise a cantare improvvisando le parole.

L’autista, colto da chissà quale allucinazione, svoltò bruscamente verso Castro Pretorio, evitando Porta Pia, e si diresse correndo verso la Tiburtina. A causa della sbandata improvvisa, lo zaino con la tanica di benzina fu catapultato fuori dal finestrino oltre le mura Aureliane, finendo nella fontana dell’ambasciata inglese. In quel momento si svolgeva il meeting annuale della diplomazia. L’esplosione creò un gioco pirotecnico favoloso che lasciò a bocca aperta i diplomatici di tutto il mondo. Il giorno seguente Virginia Raggi avrebbe dichiarato di aver organizzato lei la sorpresa sotto consiglio del movimento cinque stelle, ma Beppe Grillo avrebbe poi smentito tutto sul web.

 

Intanto era scesa la sera. L’autobus in poco tempo aveva raggiunto le campagne romane dalle parti dei Castelli e i partecipanti alla festa avevano deciso di far tappa per cantine. Tiziano Farro prese a bere solo bollicine, nella speranza di sintetizzare nuovi fluidi psicotropi.

Al gruppo del 60 express si aggiungevano sempre nuovi componenti e non se ne perdevano mai dei vecchi. Persino diversi monaci dell’Abbazia Greca di Grottaferrata furono visti salire a bordo intonando inni e partecipando alla grande festa. La natura, tutt’intorno, accompagnava quel viaggio creando un copione tanto bello da sembrare scritto apposta. L’autobus attraversò campi, guadò fiumi, s’inerpicò sugli Appennini, facendo alzare in volo le cicogne e mettendo in fuga interi branchi di cinghiali selvatici.

Nando finalmente raggiunse il Pomata. Non ricordava affatto il motivo per cui prima provasse tanto odio. In realtà non ricordava neanche che cazzo stesse facendo su quell’autobus. I due si abbracciarono e condivisero un quartino di Malvasia Gialla Puntinata di Montecompatri, che scolarono alla goccia. Poi passarono al rosso sincero, freddo di frigo.

Da quel momento in poi, nessuno vide più quell’autobus.

 

Qualche leggenda dell’entroterra turco narra di un gruppo di stranieri (yabancıların) che furono visti festeggiare in un pullman (otobüs) vicino al confine con l’Armenia. Mentre dei pescatori indiani avvistarono un autobus italiano sfrecciare su una spiaggia del Kerala con a bordo molte divinità scalmanate.

Negli anni successivi, di pochi si ebbe nuovamente traccia. Ida e Franci si stabilirono con Karlos Marranos in Brasile e cominciarono a lavorare nella sua ONG. Viky, che da Andre ebbe due gemelli, diventò il capo di una multinazionale molto importante. Tiziano Farro non tornò più. Diverse persone giurarono di averlo visto in giro per il modo ad assistere a molti dei più bei concerti metal della storia. C’è chi giura perfino di averlo visto cantare e mangiare piccoli volatili insieme ad Ozzy Osbourne.  Il mondo, alla fine, fu dunque un pianeta migliore.

A morte il trash!!!

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di
Arundo Donald

 

Capitolo settimo. Voglio andare alle Canarie

 

Le fresie erano veramente freschissime ed emanavano un profumo pungente. Tiziano infilò il naso dritto nel mazzo e fece una bella sniffata, lasciando che l’aroma lo pervadesse inebetendolo. Ogni fibra del suo corpo si contorse rabbrividendo e il cervello gli si sciolse nel cranio colando giù fino ai piedi.

Aveva indosso dei grandi occhiali neri marca VIP che usava per nascondersi e passare inosservato. Al collo portava il suo foulard arancio selvatico preferito, con sopra ricamati i pappagallini colorati. Era alla fermata e aspettava.  Il cornetto al lampone era stato ottimo ma ora si sentiva gonfio e costipato. La pancia premeva contro i pantaloni e una fitta gli opprimeva le budella. Si guardò intorno. Poi scorreggiò.

L’aria circostante la fermata divenne rarefatta per un raggio di due metri. Pareva via di Malagrotta nel mese di luglio. Provò a trattenersi, ma quella fu solo la punta di un iceberg.

 

A bordo del 60 express la situazione procedeva timidamente. Sembrava quasi che prede e predatori si studiassero a vicenda. Se in fondo all’autobus Nando escogitava il modo per ottimizzare l’offensiva, tra le file centrali Satif cercava il posto migliore dove posizionarsi. Il Pomata era distrutto e aveva abbandonato la fronte contro un finestrino. Ida si chiedeva se Franci avrebbe mai fatto in tempo per la colazione.

Viky lentamente spostò il braccio allontanandolo dal fianco e, con dolcezza e disinvoltura hollywoodiane, afferrò delicatamente la mano di Andre. Il cuore le pulsava a mille e non stava respirando. Quando anche lui, lentamente, ricambiò il gesto serrando la mano, finalmente ricominciò a prendere aria. I due non si guardarono né si parlarono.

L’autobus rallentò, emettendo il rantolo affaticato dei freni esausti. Si fermò accucciandosi leggermente dal lato delle porte e sbuffando aria si concesse a Franci. Masticando l’ultimo pezzo di mela, il ragazzo salì dal retro. Con grande borghesia, gettò fuori il torsolo finito e si pulì le mani sui calzoni. Poi le porte si richiusero, ingoiandolo.

Lasciatevi alle spalle ogni pensiero, non fate cose azzardate, ma fate la cosa giusta. Volate alle Canarie!

I neuroni di Conan erano partiti. Nel senso che per la prima volta sentiva di aver avuto un’intuizione, di aver capito le cose. Forse solo… di avere dei neuroni! Non poteva morire senza aver mai volato; visto altri paesi; essere andato a letto con un’erasmus sbronza sopra un pedalò. Insomma, non poteva finire così.

«Io mollo» disse timidamente agli altri.

Ma Andre e Viky neanche lo sentirono. Stavano avendo un dialogo bellissimo, una discussione intensa senza parole, solo attraverso quella stretta di mano.
La mano di Andre stava dicendo: «Sì, è vero che ti ho sempre definito stronza e probabilmente perché lo sei, però quando ti vedo tutto va meglio. Il sangue è più fluido, la vista migliora, perfino il mondo sembra non essere poi solo una grande cacca cosparsa di vegetazione».

E la mano di Viky rispondeva: «Ma lo so, sciocchino, ricordati che tu fai quello che dico io, perché sei l’uomo e quindi l’essere inferiore. Comunque mi piaci da morire e poi quello che hai detto tu però sempre un po’ di più».

«Io mollo! Ma mi state ascoltando? … Ehi? Ho detto che mollo!! Stop; fine; caput!!!»

Andre fece per ribattere alle parole di Conan, ma improvvisamente fu distratto dalle grida delle persone nell’autobus.

«Avete visto? È lui… è Tizianone Farro!!!»

«Guardate… sta per salire alla fermata!»

L’autobus aveva raggiunto la fermata successiva. Quando le porte si aprirono, da quella anteriore comparve un’accozzata di colori con sopra la testa di Tiziano Farro e un leggerissimo lezzo di cavoli cotti si percepì nell’aria.

Conan afferrò Andre dalla maglietta e lo portò vicino.

«Non possiamo farlo oggi… non oggi, cazzo!»

«Smettila!!!» ribatté Andre, stringendo in una mano la stringa dello zaino e liberandosi con l’altra dalla stretta dell’amico.

La gente continuava ad animarsi vistosamente.

«È lui, è lui, ne sono sicura!»

«Ma dici?!?!»

«Sì, sì, al cento per cento!»

Le grida poi esplosero letteralmente, diventando fortissime. C’era perfino qualcuno che sbatteva i pugni ai finestrini. Andre si chiese come fosse possibile. Neanche al concerto dei Guns a Bilbao aveva visto scene del genere. Le grida aumentarono copiosamente: «Aiuto, aiuto!!» Andre non ci voleva credere. Poi un ruggito grottesco ammutolì per un istante il marasma generale: «Dove sei?!? Dov’è il sudicio maiale maledetto?!?!»

Nando imbracciava minaccioso il fucile. Aveva fatto la sua mossa.

Tutti ripresero subito a strillare più forte, così che nell’autobus non si riusciva neanche a sentire i propri pensieri. Era l’Inferno dantesco rappresentato in un unico girone. Era l’inizio del caos.

 

Nonostante il mezzo fosse già teatro di guerra, quel giardino delle delizie metropolitano avrebbe presto visto un ultimo atto; un finale eclatante e imprevedibile, partorito da personaggi senza vergogna e disposti a tutto pur di completare il loro percorso.

Viky si strinse ad Andre con tutta la forza. Conan, in trance, ripeteva di voler andare alle Canarie. Come se chiamato in causa, Tiziano fece un peto eclatante, talmente colossale che tutti nell’autobus cominciarono a tossire. Il terrore lo aveva contratto a tal punto che un vulcano d’aria tossica era fuoriuscito dal suo corpo, liberandolo.

 

L’atmosfera ora era mefitica e l’autobus un pandemonio. Sembrava un pianeta lontano. Forse il Pianeta ATAC.

L’autista accelerò, puntando Porta Pia.

[continua – Vai al finale epico! – capitolo #08]

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di
Arundo Donald

 

Capitolo sesto. Tutti presenti

 

Spiando i nostri personaggi con Google Maps, ora li vedremmo convergere verso la via Nomentana. Anzi, li troveremmo già lì.

Chi a una fermata, chi passeggiando, chi perfino imbracciando un fucile. Tutti accomunati da un univoco quanto ambiguo destino.

Satif aveva raggiunto la fermata. Era stanchissimo.

Aveva camminato, comprato la benzina, camminato ancora, riempito la tanica, attaccato l’innesco, sempre camminato, comprato i biglietti dell’autobus, ricamminato un pochino e finalmente era giunto a destinazione. Andre era sfinito.

La Nomentana era splendente, in una forma ottimale. Gli immensi platani verdi la facevano da padrone, mascherando leggermente l’intensa attività antropica.

Mentre una schiera di taxi bianchi intasava le corsie preferenziali, infiniti motorini si alternavano ammucchiati, come stormi che si proteggono dai predatori.

Andre si accese gli ultimi due tiri di canna e si appoggiò al bordo della fermata. Viky lo fissava sconsolata. In cielo, un grande Airbus A380 passò basso puntando Fiumicino. Era così vicino che quasi si potevano leggere le scritte e i quattro enormi motori sovrastavano il rumore delle macchine.

«Hai visto che bestia?» disse Andre rivolgendosi a Conan.

«Se non avessimo la nostra missione… mi piacerebbe volarci dentro, a uno di quei cosi» ribatté Conan, fissando la densa scia grigia che ancora si intravedeva nel cielo. Andre neanche rispose, abbassò lo sguardo e aprì Smezziamo sul telefonino. Non c’erano nuovi racconti. Intanto, diversi metri più a sud, Tiziano Farro canticchiava il suo capolavoro stando seduto alla fermata.

 

Le tue parole sono la mia malattia,

La mia fortuna che sei andata via,

Amore rosso fatti spazio tra la folla,

Devo addestrare i miei anticorpi per la guerra…

 

Quel testo gli sembrava una vera esplosione di emozioni. Lo aveva scritto in due battute separate. L’ispirazione e la prima bozza erano state partorite durante la pulizia dei denti del giovedì pomeriggio. A un certo punto, si era alzato di scatto e si era messo a scrivere le parole sul bavaglino per gli schizzi di placca che gli aveva messo l’igienista. Mentre il resto della canzone lo aveva completato durante un viaggio a Spoleto, organizzato per un’avventura selvaggia e spericolata, al TOP come non mai.

 

Intanto Nando aveva perso la brocca. Ormai nel loop da marcia su Roma, aveva abbandonato l’idea di impallinare il Pomata dalla distanza. Lo avrebbe invece affrontato in un corpo a corpo, raggiungendolo alla fermata e costringendolo ad arrendersi. Si era infilato in una camicia scura con diversi stemmi sulle tasche e, col fucile sotto braccio, aspettava l’ascensore fischiettando pezzi nostalgici. La vecchietta dell’appartamento accanto aprì la porta.

«Ma che, so’ tornati i tedeschi?!?» chiese con un filo di voce.

Era Franca, la vecchia dirimpettaia che a malapena si reggeva in piedi. «No, no, stia tranquilla. Entri in casa e ci resti!» sbottò Nando entrando in ascensore. Nando la chiamava “la mummia”. Ogni volta che usciva o tornava a casa, lei apriva la porta per spiarlo. Per un attimo pensò di spararle.

 

Le tue parole sono la mia malattia,

La mia fortuna che sei andata via,

Amore amaro fammi ridere al mattino,

C’è un anticorpo per sottrarsi al mio destino…

 

Quando Nando sbucò dal portone, un 60 express procedeva svelto verso il Pomata.

La fermata era dalla parte opposta della strada e per raggiungerla, in sostanza, avrebbe dovuto volare. Da vero guerriero e senza pensarci troppo, si lanciò in strada in una corsa omicida fuori le strisce pedonali. Una macchina che passava tirò un’inchiodata colossale e l’automobilista lo maledisse dal finestrino. Nando, col cervello ormai fritto dall’adrenalina, imbracciò il fucile e lo puntò sul guidatore. «All’armi… All’armi!!». Correndo ancora più in fretta saltò al volo sull’autobus, non perdendolo per un pelo.

 

Sullo stesso autobus era salita anche Ida.

Il 60 era affollato. Ida si era seduta nel posto singolo alle spalle del conducente, mentre il Pomata, in piedi di fronte alle porte centrali, si grattava il culo con il pollice. Nando era appoggiato in fondo. Aveva nascosto il fucile tra il corpo e la parete dell’autobus, mentre con lo sguardo mentecatto, scrutava fisso il suo obbiettivo.

Alla fermata successiva salì Satif. La missione ora aveva raggiunto il punto del non ritorno. Andre posò lo zaino a terra e finalmente poté sgranchirsi la schiena. Viky si strinse stranamente a lui. Trovò che avesse un odore buonissimo. Gli ricordava il gelsomino.

Conan fissava un cartellino pubblicitario appeso ai sostegni per le mani. Il testo diceva: lasciatevi alle spalle ogni pensiero, non fate cose azzardate, ma fate la cosa giusta. Volate alle Canarie! Sotto l’immagine di un gruppo di surfisti in spiaggia sorridenti.

«Non ho mai preso un aereo» disse improvvisamente Conan.

Andre e Viky si girarono stupiti: «Eh?»

«Non ho mai preso un aereo!»

[continua.. capitolo #07]

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Satif, destinazione Nomentana
di
Arundo Donald

Capitolo quinto. Avanti tutta

 

La deflagrazione sarebbe stata da film.

Tutti i vetri dell’autobus sarebbero esplosi creando un effetto fontana con schegge sparate ovunque lontano. Il mezzo si sarebbe sollevato da terra di un metro buono, per poi ricadere producendo un tonfo sordo e metallico. Il quartiere intero sarebbe stato destato. Il mondo, finalmente libero.

Satif era a cavallo. Non mancava ormai molto perché il piano entrasse nel vivo dell’azione.

Conan aveva riempito la tanica con la benzina. A portarla era Andre nel suo Invicta Jolly arancione e giallo.
«Potevi scegliere uno zaino più visibile» disse Viky sfottendolo.
«Pensa a te, femminuccia!» rispose Andre ghignando e continuando a camminare.
La trovava carina quanto insopportabile. Aveva dei bei seni alti e delle gambe lunghe e veloci, proprio come la sua linguaccia.  Vestiva in maniera poco appariscente, ma si vedeva che aveva gusto. Insomma, ad Andre Viky non dispiaceva. Fisicamente, s’intende.

Satif si spostava velocemente verso la Nomentana attraversando le miti viette del Trieste Salario. Deciso e irrefrenabile, contava di raggiugere la fermata del 60 perfettamente in orario per le 10 e 30 circa.

Cinque fermate, due ville, sei semafori e circa 15 ambasciate più in là, sempre sulla Nomentana, Tiziano Farro era intento a fare colazione nel solito bar sotto casa.
«Ciao, Samantha, sei divina oggi! Che ci stanno i cornetti integrali alla pappa reale e cuore di lampone?»
Come sempre quando andava a incidere, faceva colazione, comprava qualche fresia dal fioraio romeno e poi prendeva l’autobus alla fermata d’angolo di viale Regina Margherita.

La Nomentana, a breve, sarebbe diventata un teatro di guerra.
A morte il trash, a morte i Viet Cong!

Franci nel frattempo era riemerso dal casinò senza fiches, ma con in mano una busta di mele. Ne addentava una camminando spedito verso la fermata più vicina. L’appuntamento con Ida era in centro. In un posto chiamato non ricordava neanche come. Poi sarebbero andati alla mostra di quel matto di Karlos.
Era felice di vederla e anche un po’ agitato. Non era molto che si frequentavano. Dopo l’incontro a Ostia, erano passate poche settimane durante le quali, se non si vedevano a casa di lei, andavano sempre a cena o al cinema. Ma anche a fare colazione e alle mostre.

Ida, dopo l’avventura consumata a casa dell’ex marito, era turbata. Avrebbe avuto voglia di dormire qualche ora, ma non poteva. Alle 11 e 30 aveva appuntamento con Franci al Caffè delle Arti in via Nazionale per una colazione veloce. Poi sarebbero andati alla mostra di Karlos Marranos, un fotografo brasiliano amico di Franci che viveva a Frosinone, dove aveva fondato una ONLUS che mandava soldi ai bambini delle favelas.
Lei che non usciva mai dai Parioli. Che adorava andare alle cene e agli aperitivi nei posti rinomati. Che odiava il diverso, storceva il naso, amava essere viziata e non le era mai fregato un cazzo delle stupide mostre da radical chic.
Pensò di essersi bevuta il cervello! Erano settimane ormai che si frequentava con uno che neanche poteva permettersi di pagarle una cena decente.
Uno che andava in giro come Jim Morrison nel periodo alcool e cocaina e che porcaputtana… la faceva impazzire.
Sì, si era proprio rincoglionita!

«Avanti tutta» disse Viky per spronare la squadra.
Ormai mancava veramente poco alla Nomentana. Erano circa tre chilometri buoni che camminavano e la stanchezza si faceva sentire. Lo zaino pesava.
«Ma non possiamo fare un po’ a cambio?» sbottò Andre scocciato.
«No» risposero in coro gli altri.
«Ma scusate, che senso ha? Che cazzo sarebbe la MIA missione?»
«No. Sarebbe che così è stato DECISO e così si va AVANTI e a tutta forza! Non si cambia un piano quando è bello che fatto. Si rispetta!»
Andre neanche rispose.
La odiava. Odiava quello zaino e odiava i suoi modi autoritari.
«AVANTI TUTTA!!» gridò Viky.

[continua… capitolo #06]

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di
Lorenzo Desirò

I fatti riportati in questo racconto sono accaduti su un autobus una sera d’inverno in una grande città. Per quanto viene narrato se ne consiglia la lettura ad un pubblico di soli adulti.

La giornata di lavoro è conclusa per la Moltitudine che, stanca, si accalca sul mezzo pubblico per tornare a casa il prima possibile.

Vuole rincasare presto, la Moltitudine, per sedersi a tavola per la cena. Poi, stanca, guarderà distrattamente qualcosa in Tv, andrà a letto e, sempre più stanca, si riposerà per affrontare al meglio il giorno seguente. All’indomani si sveglierà presto, la Moltitudine, prenderà l’autobus che la porterà in ufficio e la sera, disperatamente stanca, si accalcherà di nuovo sul mezzo per tornare presto a casa.

Un uomo della Moltitudine, smunto e magro, lotta per restare in equilibrio. Si sta stretti sul bus. Si sta stretti come gli amanti d’inverno.

All’improvviso il veicolo curva bruscamente verso sinistra. Braccia e mani e gomiti e spalle e polpacci si incontrano e si scontrano. In quell’istante all’uomo smunto e magro sembra di sentire una mano scivolare dentro la tasca destra del suo cappotto.

Istintivamente si tasta (per quel che può) l’intero soprabito. Si guarda intorno, si gira di scatto e urla: «Il portafoglio! Mi ha rubato il portafoglio!» e lancia il suo indice sottile verso il colpevole. La Moltitudine drizza le orecchie:

«Sei uno schifoso!» urla qualcuno verso l’uomo indicato dal derubato.

«Ladro!» grida qualcun altro.

E iniziano ad accavallarsi le voci dei corpi accavallati: «Farabutto!», «Vergognati!».
Tra la confusione cerca di farsi largo un giovane palestrato; avanza tra i corpi della Moltitudine: «Ci penso io a te, figlio di puttana!» e arrivato di fronte all’unico indiziato, lo spintona fino a farlo finire con le spalle contro il finestrino. Senza troppi indugi, lo colpisce col primo schiaffo.

«Bravo!», «Così si fa!» voci tra la folla.
Vola un secondo schiaffo, poi un altro, poi un altro ancora e poi, non inaspettatamente, una testata dritta in bocca.

Il malvivente sanguina dal labbro ma non cade. L’assenza di spazio trasforma il ladruncolo di portafogli in un sacco da boxe: dapprima un pugno all’addome, poi un montante all’altezza del fegato, poi un cazzotto dritto sullo zigomo.

«Dagliene di più a quello schifoso! Dagli Una Lezione!» e il palestrato continua incitato dalla Moltitudine.

Sale la temperatura dell’autobus che pesante e indifferente continua la sua corsa.

Tra la calca si fa largo un altro ragazzo. Anche lui col suo preciso ideale di Giustizia. Deciso, si avvicina al delinquente. Fa segno all’ormai stanco palestrato che ora è compito suo. Sputa in faccia al ladro e la saliva si mischia al sangue della faccia già livida. Gli dà un pugno in pieno volto, chiudendogli l’occhio e tagliandogli il sopracciglio. Il sacco da boxe rimane sempre in piedi, sempre con le spalle attaccate al finestrino, sempre più sanguinante.
«Bravo!», «Ammazza di botte quel figlio di troia!» urla la folla.

Ma alla “lezione” vuole partecipare anche la vecchia che per puro caso si è ritrovata al fianco del ladro dandogli una sonora ombrellata in testa. Poi la bella studentessa universitaria, nel poco spazio che ha a disposizione, gli dà un calcio sugli stinchi.
Due suore dalla veste bianca, dopo un’altra una curva, si ritrovano al centro dell’azione. Per non sentirsi da meno, una delle due dà una gomitata sulle deboli costole del ladro. L’altra approva.
Si alza un tifo da stadio e sale il calore all’interno del mezzo di trasporto.

«Devono morire quelli come lui!» urla la folla.

«Siamo stanchi di vivere così!», «Dovete smetterla di rubare alla povera gente!» grida la Moltitudine.

La signorotta in pelliccia riesce a dargli un ceffone; il pensionato, volendo dare anche lui il suo contributo (forse per sentirsi finalmente utile) gli spacca il naso col suo bastone. Il trentenne in abito Armani continua a colpirlo ossessivamente allo stomaco. Poi tocca all’ex militare. Poi allo Youtuber. Poi all’arredatrice d’interni.

«Uccidetelo! Uccidetelo!» grida la folla.

Bomberino-nero-capello-rasato arriva al fulcro dell’azione. Con un’espressione alla Clint Eastwood sembra dire al pubblico «ci penso io a lui» ed estrae una lama. Si avvicina al malvivente e lo accoltella a un fianco.

«Passami il coltello!» urla qualcuno della Moltitudine.

E il coltello inizia a passare di mano in mano.

Arriva alla stagista della casa di moda che si avvicina al criminale e sadicamente gli recide di netto l’orecchio sinistro. Il padiglione auricolare viene calpestato dallo stivaletto Prada.
Poi la lama passa all’avvocato che inizia a pugnalarlo ripetutamente al petto.
Lo scrittore esordiente, forse per gioco o forse per amore, riesce ad incidergli le proprie iniziali su quelle che una volta erano le guance.
Crescono le urla, crescono gli spasmi e l’ansimare e le grida e la rabbia. Sudore, odori osceni e schizzi di sangue raggiungono soffitto e vetri dell’autobus che ora rallenta e giunge alla fermata.

Apre le porte e qualcuno scarica il corpo di quello che, una volta, la Moltitudine avrebbe chiamato “un negro”.

Le porte si chiudono e il mezzo riparte.

La Moltitudine, stanca e senza fiato, gronda sudore e sangue. Mani, vestiti, musi, capelli, sciarpe, borse, cappotti trasudano diversi liquidi organici. Più di qualcuno ha un’erezione.

L’aria è irrespirabile. Sotto le suole una melma viscosa.

L’uomo smunto e magro mette la mano nella tasca sinistra del cappotto: «Oh, che sbadato», dichiara alla Moltitudine, «il portafoglio è qui! Era nell’altra tasca!».

E inizia a ridere.

Dopo un istante tutto l’autobus ride.

La Moltitudine, istericamente, ride.

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di
Matteuccia Francisci

 

Up and down the city road/In and out the Eagle/That’s the way the money goes,/Pop! Goes the weasel

Alice guarda l’orologio, ancora 15 minuti e sarà fuori dall’ufficio. Bussano alla porta: le chiedono un’altra cosa da fare. Si infastidisce e serra la mascella, ma solo per un istante.
«Certo, lo faccio subito» dice, sorridendo finché non si chiude la porta.
Poi tira un calcio alla scrivania. Già si vedeva varcare il cancello e ora invece perderà tempo. Il fastidio passa presto, però, e Alice torna a sorridere.

E’ felice. Forse per la prima volta nella sua vita.

Finalmente fuori, va alla fermata del 118. L’autobus arriva strapieno. Alice sale e continua a sorridere, sotto il cappellino dei Washington Redskins che le tiene i capelli tutti raccolti. Sorride dietro gli occhiali da sole scuri che le coprono gli occhi. Il cuore le batte forte sotto il cappotto nero, abbottonato fino al collo nascosto dentro un dolcevita grigio chiaro. Quasi non riesce a tenere fermi mani e piedi, chiusi da guanti e anfibi. Nello zaino ha le scarpe con i tacchi, la gonna plissettata e il cappotto rosso con cui al lavoro si è mimetizzata.

«Oh, mi scusi» le dice una signora maleodorante, cadendole praticamente addosso e pestandole entrambi i piedi.
«Non si preoccupi, è certo più importante giocare a Candy Crush che reggersi agli appositi sostegni» risponde Alice. Sorridendo.
«Che vorrebbe dire, scusi?» domanda, stizzita, la puzzona.
«Vorrei dire che lei non si è retta agli appositi sostegni perché stava giocando a Candy Crush, per questo mi è caduta addosso pestandomi un piede e facendomi male, oltre al fatto che lei puzza. Ma non c’è problema, capita a tutti signora. Di cadere intendo, non di puzzare».

La signora la guarda a bocca aperta, Alice la guarda dritta in faccia con la bocca che sorride e gli occhi no.
«Ma guarda che roba!» dice la puzzona, allontanandosi in fretta da Alice a costo di urtare tutti quelli intorno a lei.

Alice ricomincia a guardare fuori dal finestrino, l’autobus è già alle catacombe di S. Callisto. Si accarezza il mento con la mano guantata.

Il cuore le batte sempre più forte, l’emozione di rivederla è come una scossa che le percorre tutto il corpo. Com’è che dicono Belle and Sebastian? Formiche nelle mutande. Judy never felt so good except when she was sleeping.
Pensare ai Belle la tranquillizza sempre. Appia Pignatelli Carvilii…dai, ancora poco.
La puzzona scende, si gira a guardare l’autobus ed Alice la saluta con un sorriso beato.
Ecco il supermercato, dai che ci siamo.

Erode Attico, curioso che sia proprio la sua fermata.

Percorre il tratto di strada ormai familiare, arriva all’appartamento seminterrato che è riuscita a trovare dopo accurate ricerche. Trovare la casa è stata la seconda cosa più difficile da fare per lei. Si ferma davanti alla porta, tira su le braccia, si stira per bene, piega la testa a destra e sinistra finché non sente un leggero crac! Si abbassa verso il tappetino, trova le chiavi che sono sotto, le infila nella toppa e prende un bel respiro.

Sente il calore pervaderle tutto il corpo quando entra e la vede lì, davanti a lei. L’oggetto del suo desiderio. È seduta. E sudata. Alice entra di spalle, arricciando leggermente il naso per l’odore nella stanza, ma senza smettere di sorridere. Si leva il cappellino dei Redskins, gli occhiali neri e il cappotto, si sfila il dolcevita e la canottiera. Rimane così, in anfibi, pantaloni, reggiseno e guanti. Poi si infila il passamontagna posato sul mobile accanto alla porta, e si volta.

«Ciao amore mio, come stai oggi?»

La donna seduta sulla sedia alza la testa, piano, ed emette un suono flebile.
­«Oh, scusami amore, hai ragione », Alice si avvicina alla donna e le strappa il nastro nero dalla bocca.
«Per favore… basta… per favore… ma chi sei? Ti prego lasciami andare.»
«Sono l’amore tuo, amore mio. Ti sono mancata? Tu mi sei mancata tanto. Ma adesso siamo insieme di nuovo, sono così felice. Così. Felice.»
La donna seduta alza il viso, gonfio. «Ma perché? Cosa ti ho fatto?»
Alice l’accarezza piano sul viso, poi il collo e giù lungo la scollatura del camice. Potrebbe spiegarglielo, certo, ma non è più sicura di ricordare il perché. Sa solo che la fa stare bene, e che quella donna se lo merita.

«La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita», le dice soltanto, imitando l’idiota voce di Forrest Gump.

E finalmente comincia il suo nuovo dopolavoro, da quando sette giorni fa l’ha fatta portare qua e legare alla sedia. Per venirla a trovare, dopo il lavoro. Ogni giorno, per un’ora. Sequestro di persona, lesioni personali aggravate e chi più ne ha più ne metta.
La felicità ha un prezzo da pagare, si dice Alice quando ha finito. È stanca e rilassata, inondata di endorfine.

«Questa è l’ultima volta che ci vediamo, amore mio. Sei perfetta così. Ti faccio una foto? No, meglio di no».

La donna respira. Piano, ancora.

Alice sorride ancora quando esce senza voltarsi e torna alla fermata. Probabilmente, si dice, sarà pieno del mio DNA là dentro: sudore, capelli…non importa. Ne valeva la pena per sentirsi così leggera. Solo quando sale sul 118 capisce che è finita. E’ stata la cosa più difficile di questa faccenda, sapere che sarebbe finita. Forse la troverà domani il proprietario di casa.
Torna domani? Alice non se lo ricorda. Le fanno male le braccia e neppure si rende conto di quando le lacrime cominciano a scorrerle lungo il viso.

Ha perso il suo dopolavoro, ha perso la felicità.

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di
Matteo Raimondi

 

Sotto una balbettante luce al neon mi viene in mente un vecchio motto romano: “A Via della Lungara c’è un gradino. Chi non lo sale non è romano né trasteverino”. Il gradino è quello di Regina Coeli (che non è una chiesa ma una prigione). Cinquant’anni fa era una cosa che dicevamo tra ragazzi per ridere.
Oggi le nuove generazioni l’hanno presa sul serio. Sono dei delinquenti. Colpa dei romanzi. Anzi, delle serie TV perché i romanzi non li legge più nessuno.
Una volta sull’autobus e sulla metropolitana si stava coi libri e i giornali. Ora si muove il pollice sullo schermo di un telefono, su e giù come stanno facendo i quattro passeggeri con cui condivido il vagone della metro C che, alle dieci di sera di un sonnolento mercoledì autunnale, sta viaggiando in direzione Centocelle.

Mentre il treno stride, penso che con l’avvento di quegli aggeggi il tempo a disposizione dei ragazzi si è contratto.
I telefoni sono come la marijuana nel ‘70: esagerano tutti ma nessuno lo ammette.
Felicità dei governanti:i drogati sono obbedienti, e questi ragazzi “vanno-molto-alti”. Me l’appunto sul taccuino, mi piacerebbe farne una lezione: Svegliatevi!

Oggi la madre di una delle mie alunne mi ha incalzato: «Questa storia dei selfie sta sfuggendo di mano.»

«È un problema di subcultura»
«Prego?»
«In sociologia è un insieme di persone con caratteristiche simili, come età e razza, o classe sociale e fede politica, che si distaccano dalla cultura predominante. Non esistono più sottoculture credibili. Si stanno adeguando tutti a un’unica grande cultura di massa, la cui offerta è filtrata dall’Industria Culturale, una specie di fabbrica di contenuti».

Lei mi ha guardato con occhi pigri e io ho capito di annoiarla. Ho fatto un cenno con la mano, come a dire di lasciar perdere… sono un vecchio rompicoglioni comunista. Anche se mi vergogno a dirlo credo che la gente lo capisca lo stesso: indosso ancora giacche di tweed con le toppe ai gomiti e pantaloni di tessuto.

«Sa che cosa ho trovato nel telefono di Vanessa?»
«No»
È arrossita. «Primi piani della sua vagina e istantanee di un pene eretto…» ha abbassato la voce e aggiunto:«più grosso di quello di mio marito.»

Ho sentito il bisogno di bere un sorso d’acqua. Questa gente di periferia è fatta così. Si definisce spontanea, senza peli sulla lingua. Terra terra. Per loro è un vanto, per me che invece provengo da una famiglia della Roma bene è un costante imbarazzo.

«Si rende conto?»

Non proprio.

«Crede che dovrei parlarle?»

Mi sono mosso sulla sedia, a disagio. «Direi di no.»

«Ai miei tempi queste cose non succedevano.»

«Quando ero giovane i ragazzi sfogliavano riviste francesi con le signorine in reggicalze». Ho sorriso, ma lei no.

«È l’adolescenza. Stia tranquilla.»

L’ultima cosa che volevo era immaginare gli organi genitali di una ragazzina di diciotto anni, perciò ho aperto il registro e parlato del rendimento di Vanessa, ottimo, e chiesto i suoi progetti per il futuro.
Dopo la maturità, siccome era avanti di un anno, sarebbe andata a lavorare in Inghilterra.
Brava ragazza, Vanessa.
Brava e bella.

(Vagina.)

La metro riparte con uno scossone e in galleria accelera. Faccio in tempo a leggere Torre Gaia su un cartellone prima che il neon ricominci a singhiozzare, rapsodico.

Sono ansioso di arrivare. Dopo venti minuti qua sotto comincia già a mancarmi l’aria.
Ogni volta che esco dalla metro è come riemergere da un’apnea. E ho sempre quella sensazione di cambiamento, come se il mondo fosse andato avanti senza aspettarmi.
Stare in metro a Roma è come entrare in un’enorme macchina per fermare il tempo. E poi puzza. Ha un odore fortissimo, di ferro ossidato e sudore.

Anni fa non ci avrei mai messo piede: la mia ex moglie era claustrofobica, e alcuni disagi sono contagiosi come l’influenza.
Ora non ho alternative: insegno letteratura in una zona chiamata Finocchio, estremo oriente, e vivo in Prati, al centro. Per uno che non conosce Roma non è facile capire che non scherzo quando dico che se non avessero aperto la linea C avrei trascorso la maggior parte del mio crepuscolo in autobus. Forse ci sarei persino morto.

La casa dove vivo era dei miei. L’ho ereditata da mia madre, vissuta vedova per trent’anni. Con lo stipendio che percepisco cercando di mostrare il mondo a ragazzi ciechi dalla nascita potrei permettermi al massimo un affitto in condivisione. Per fortuna mangio poco e vivo solo.

(Vagina.)

Sul sedile accanto al mio c’è un volantino. È propaganda. Dice che un immigrato costa 1000 euro al mese. Tanto si potrebbe dare a una famiglia per il mantenimento di due figli.
Lo accartoccio: populismo.

«Cazzo fai?»

Alzo gli occhi. Davanti a me c’è un ragazzone che avrà vent’anni. Dev’essere salito all’ultima fermata. In una mano tiene una decina di quei volantini. Mi sento in colpa. Ho davanti un esempio di subcultura e l’ho appena trattato da spazzatura solo per un vecchio pregiudizio.

Sorrido, come tutte le volte che sono in imbarazzo, e mi gratto la testa calva.

Lascia andare i fogli. Si spargono ovunque sul pavimento butterato del vagone.
Il neon singhiozza, nel buio sento lo scatto di un coltello.
Ha gli occhi così pieni di rabbia che mi viene da piangere.

La metro rallenta, scorre un altro cartello: Torre Angela.

Dico: «Non avrei dovuto.»

Il treno frena bruscamente, le ruote fanno urlare i binari.

Il ragazzo fa un passo avanti. «Voi comunisti avete rovinato l’Italia».
Mi piazza la lama sotto il collo: Regina Coeli e romanzi criminali.
Il treno bordeggia e strattona. Lui perde l’equilibrio e io sento un bacio gelido sul gozzo: è una tragica fatalità.

Il treno si ferma e le porte si aprono.

Mi guardo intorno. Nessuno si è accorto, stanno con gli occhi sui telefoni. Meglio: non voglio creare problemi.
Va via, provo a dire, ma dalle labbra mi esce solo un bulicame caldo. Lui fugge.

Sto morendo, è triste. Il treno riparte.

(Vagina.)

Spero solo di non andare all’inferno.

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di
Lorenzo Desirò

«…e tu perché sei dentro?» 

«Per un errore» dice, accennando un sorriso. 

«Un errore, certo. Dicono tutti così.» 

Silenzio.  

«Qui ti chiamano tutti Settantotto. Cos’è, il numero di quelli che hai fatto fuori?» 

«Che cazzo dici? Settantotto persone…» e Settantotto ride: una risata affilata. 

«Cazzo ridi? Pensi che qui dentro non c’è gente che ha fatto stragi?» 

E poi ancora silenzio. Ma in lontananza un cigolio, forse di una brandina. 

«Senti, io la mia storia te l’ho raccontata. Tu non vuoi parlare? Cazzi tuoi. Ma stiamo nella stessa fottutissima cella, e finché non mi dici perché sei qui io ti giuro che non ti parlo, cazzo.» 

«Non me ne frega assolutamente un cazzo» 

«Ok, facciamo così: ora mi butto su questo fantastico letto, e se vuoi parlare ti ascolto, altrimenti ti giuro che resto in silenzio e non ti dico più un cazzo! Non ti rispondo nemmeno se mi chiedi l’ora. Passerai tutti questi fottutissimi anni senza dire una cazzo di parola. E lo sai che qui il tempo non passa mai se non parli con qualcuno. Le giornate sono lunghe, lunghissime e non passano mai, mai, mai…»

E di nuovo silenzio. In lontananza un altro cigolìo, un accendino che scatta.
Ma, su tutto, il ronzìo delle mosche.    

«Che cagacazzi» dice piano Settantotto. Fissa una macchia di muffa sul soffitto e comincia 

«Era il 17 Agosto. Due e mezza del pomeriggio. Faceva caldo, un cazzo di caldo… e sudavo. Puzzavo. Le gocce di sudore mi scendevano dalla testa dritte dentro gli occhi. Ero in una piazza e non c’era nessuno: nessun negozio aperto, nessun bambino che giocava, niente. Niente di niente… La città ad agosto è un fottuto deserto. C’era solo la puzza dell’asfalto bollente e il silenzio. Neanche un filo d’aria.
All’improvviso mi viene una cazzo di voglia di gelato che tu non hai idea: un gelato… fresco… cioccolato… crema… stracciatella… e un po’ di panna. Non puoi capire che cazzo di voglia di gelato che avevo. Mi guardo intorno e non c’era niente. Né un bar, né un fottuto negozietto, niente. Neanche un Bangla di merda aperto. 
Poi, all’improvviso, un flash, un’illuminazione: c’era un gelataio nel quartiere! Subito dopo il ponte, vicino all’incrocio grande! …ma chissà se esisteva ancora.» 

Settantotto lentamente si accende una sigaretta.  

«Avevo appena fatto tre anni qui dentro per un’altra storia. Magari in quei tre anni la gelateria aveva chiuso. Guarda che in tre anni uno non se ne accorge, ma cambiano un sacco di cose.
Cambia il quartiere, cambiano i punti di riferimento che avevi prima. Magari piccole cose: il tabaccaio dove compravi sempre le sigarette che si sposta qualche negozio più in là, la pizza a taglio sotto casa che cambia gestione, negozi cinesi che spuntano ovunque, nuove fermate della metro… succede di tutto, in tre anni.»  

E poi ancora silenzio. In lontananza la branda continua a cigolare, un altro accendino scatta, le mosche continuano il loro lamento. 

«Io mi ricordavo che questo gelataio stava a una ventina di minuti da quella piazza. Ma venti minuti a piedi alle due e mezza del pomeriggio, ad Agosto, con tutto quel caldo, non li avrei fatti nemmeno sotto tortura. E proprio mentre stavo pensando a come ci potevo arrivare… Eccolo lì! Si ferma al capolinea e apre le porte. Non scende nessuno. Secondo me io e l’autista di quell’autobus eravamo gli unici esseri viventi nel raggio di qualche chilometro. Mi avvicino al tipo e gli faccio: “Capo, mi porti dal gelataio?”. “Che cosa?!”. “Capo, portami dal gelataio, fa un caldo di Cristo! Dai, quello che sta dopo il ponte, vicino all’incrocio”. L’autista comincia a ridere e mi fa: “Questo è un autobus, mica un taxi! Vacci a piedi!”. Io non la smettevo di sudare. “Fa caldo, capo! Fa un cazzo di caldo!”.
Ma quello inizia a ridere, e ride, ride…» 

Un lento e profondo respiro di nicotina, prima di proseguire. 

«E poi, boh. Sarà stato il caldo, o la voglia di gelato che avevo, o la risata di quella faccia da cazzo, non lo so. Succede che tiro fuori il tirapugni e gli salto addosso. Quello non ha neanche il tempo di spostarsi, neanche di urlare… forse perché gli ho spaccato subito la mandibola. E lo colpisco, lo colpisco… non la smetto di colpirlo.
Dopo neanche un minuto sembrava un bambolotto buttato sul sedile del guidatore, un peluche insanguinato. Lo butto a terra e mi metto al suo posto. Ancora non avevo capito se il coglione era svenuto o se era già morto. Chiudo le porte del 78 e metto in moto…»  

«Ah. Ecco perché Settantotto.» 

«…chiudo le porte del 78 e parto. Supero il ponte, arrivo all’incrocio, ed eccola lì. La gelateria c’era ancora, cazzo. Scendo dall’autobus, entro e dico: “Capo, fammi un cono, bello grande. Cioccolato, crema, stracciatella e un po’ di panna”.» 

Settantotto fa un altro lungo tiro di sigaretta; poi, senza neanche averla finita, lancia lontano la cicca e continua a fissare la macchia di muffa. 

«Il tizio vestito di bianco dietro il bancone mi serve il cono e trema tutto. Nemmeno i soldi ha voluto. Avevo i vestiti e la faccia tutti sporchi di sangue. Prendo il cono e, credimi: non faccio neanche in tempo a toccarlo con la punta della lingua che nella gelateria imbocca un intero squadrone di guardie. Mi puntano i cannoni addosso, mi buttano per terra e mi ammanettano. Non l’ho neanche assaggiato, quel cazzo di gelato!» 

«Assurdo! Tutta questa storia… per un gelato?!» e ride.  

Ma Settantotto non sorride più, non guarda nemmeno il soffitto. Non sente neanche più le mosche urlanti 

«L’ho scoperto dopo, quando ero già in galera. Ma all’epoca io… ero incinta.»