View More

di Matteuccia Francisci

Dobbiamo cambiare, lo so.
Ancora un’altra volta. Non so più da quanto tempo non faccio altro che cambiare nome. Solo così possiamo continuare ad esistere, hanno detto.
Lo so, lo sappiamo tutti ormai, inutile ripetercelo ogni volta.

Vorrei riuscire ad avere paura, ma non posso fare neppure quello.
Vado avanti e indietro in questo vagone della metropolitana, sapendo che la mia ora sta per arrivare. E che però non morirò.

Sono così stanco, vorrei quasi morire se sapessi cosa voglia dire.
Mi domando cosa ne sarà di me quando, di nuovo, cambierò nome.
Ce lo domandiamo in tanti. Ce lo siamo domandati prima e ce lo domanderemo ancora e ancora, lo so.

Una signora ha abbassato la mascherina e dice «Mamma mia, mi sento soffocare». Ha i capelli rossi, ma non sono naturali, si vede che sono tinti e neppure troppo bene.
Si alza per scendere e la seguo, devo farlo, è quello che dobbiamo fare. Alcuni ci chiamano assassini, ed è buffo che lo facciano con quel disprezzo. Siamo tutti assassini di qualcun altro, è così che funziona, ma loro sembra lo abbiano proprio dimenticato. È il Sistema, io uccido te che uccide lui che ha ucciso l’altro. Ne parlano come se fosse un crimine e non, semplicemente, ciò che deve essere

La signora con i capelli rossi parla al telefono, ora.
Alza la voce, parla sincopato, poi taglia corto dicendo «Senti, io non ce la faccio a parlare ora, questa mascherina mi sta soffocando».
Sono proprio dietro di lei, mi basta farmi un po’ avanti e…no, ha attaccato. Si rimette la mascherina sul naso e se ne va a passo svelto per la scala mobile.

Fanno tenerezza con queste mascherine, hanno dimenticato chi sono.
Noi, invece, non dimentichiamo e non ricordiamo.
Se non trovo subito del cibo, ho paura che morirò.
Non voglio morire, non voglio neanche vivere, che questa non è vita.
Forse non so neppure cosa sia la volontà.

In banchina sono in molti. Tesi, arrabbiati, sporchi. Sono sempre sporchi. Credono di essere puliti, ma sono sporchi. Popolati da ogni genere di cosa che se la vedessero rabbrividirebbero. Ricoperti dalla testa ai piedi di polvere, batteri, acari. Cumuli di immondizia in cui tuffarsi e nuotare fino a trovare l’entrata.
Sono molto stanco, sento che mi sto indebolendo ogni giorno di più.

Ogni volta è lo stesso, provo la stessa paura, e poi accade qualcosa e ricomincio da capo. Da millenni, forse milioni di anni.
Ricordo ancora la prima volta che ci hanno scoperto, pensavamo fosse finita per tutti e invece si trattava solo di cambiare aspetto.
Cambiare tutto per non cambiare niente.

Con gli umani riesce sempre il trucco.
Anche con gli altri, ma è più divertente con gli umani, perché si affannano così tanto, perché si credono così tanto.
E soprattutto perché si spaventano così tanto.
Oh, gli umani hanno così tanta paura che ci si potrebbe riempire una galassia.
Gli altri no, si abbandonano senza paura, quasi affidandosi.
Sono meno divertenti, ma più…giusti.

Eccone un altro con la mascherina abbassata, che buffi che sono con la loro tecnologia e la loro stupida inconsapevolezza. Del resto sono così giovani, che ne sanno di come si sta al mondo?
Ha toccato il sedile, si sta toccando il naso.
Ecco, si è reso conto, sento che ha paura.
Lo sa, lui lo sa. Beh, comunque lo saprà.
Una ragazza con le gambe lunghissime sta venendo verso di me.
Se rimango fermo non dovrò fare assolutamente nulla, lei è già predisposta, lo vedo chiaramente.
Direi che posso annusare il suo essere mia, se potessi sentire gli odori. Vorrei dire che ho un fremito nel vederla venire verso di me, che provo una qualche emozione fortissima, che…ma noi non parliamo.
Nessuno parla. Solo loro. Parlano, parlano, fanno rumori di ogni tipo.

Quante cose fanno, questi maledetti. Dicono di avere paura quando tutti hanno paura di loro. Tranne noi, non abbiamo paura di loro.
Né di alcun’altra cosa, in ogni caso. Noi, semplicemente, esistiamo.
Da sempre e per sempre.
La ragazza bionda è arrabbiata, sai che novità.
Sei mia, umana.
Staremo insieme per un po’. Per te forse per sempre, per me solo il tempo di una corsa.
So che poi dovrò scappare ancora per un po’ e poi abbandonare questo nome, questo luogo, questo tempo, e aspettare di poter tornare.

Dai, avvicinati ancora un po’, bella mia eccoti qua, ora faremo conoscenza piano piano e poi sarò dentro di te e farò con te quello che mi pare per il tempo che mi pare. Ehi, bella biondina, come ti…oh! No! Che fai! Maledetta bastarda, no, ero così vicino alla tua bocca…no, ahia, cazzo se fa male, devo scappare via immediatamente.
Stronza.
Gli assassini siete voi, maledetti schifosi, feccia dell’Universo.


Il ragazzino, oh, eccolo finalmente, voilà.
Facile facile.
Ciao ciao bel cucciolo, sai che una volta ho conosciuto un cucciolo come te, ma era moolto più carino, aveva ali e un udito molto sviluppato e non mi ha mai odiato e non mi ha mai chiamato nemico, mi ha ospitato e poi è semplicemente morto.
Come deve essere.
Si vive, poi si muore, poi si vive di nuovo.
Come so queste cose?
Perché io sono l’eterno, l’immortale, il mai vivo e mai morto.
Gli altri neppure mi hanno dato un nome, ma tu sì, piccola sottospecie di mammifero.
Mi hai chiamato Virus e mi hai dichiarato guerra, ma io sono un pacifista. Io esisto.

Oggi mi hai dato un nome, perché tu hai sempre bisogno di un nemico da chiamare. Dirai che mi hai sconfitto, ma io avrò cambiato nome e aspetto. Giusto un po’, un’aggiustata ai baffi, uno spostamento della riga dei capelli, una lente colorata. Ahahahah!
Dai si scherza scemo, io non ho corpo e non ho anima.
E non ho paura.
Tu mi troverai e mi eliminerai e io, beh, qualche cosa farò.
Cambierò, ecco cosa farò e tu non mi troverai più e poi….peekaboo!

A te piacciono gli scherzi, vero, coso?
Dolcetto o scherzetto? Scherzetto, Uomo.

View More

di Matteuccia Francisci

Illustrazione di e con Simona Settembre

La finestra sbatte.

C’è vento, e sbatte. Non le va di chiuderla, vuole che entri aria e luce in casa in primavera ed estate, almeno tanto quanto la vuole chiusa in inverno. L’inverno non esiste, è un passaggio dell’anima, buio.
Ogni anno sembra impossibile da superare, e quando arriva la primavera vorrebbe aprire anche i muri, vivere solo di luce e di calore.

Sbam!


Che fastidio il vento.
Neanche il vento le piace, le fa anche paura, sembra un’entità invisibile che si aggira intorno a noi e che può spazzarci via senza che neanche vediamo da dove arrivi.

Sbam!

La signora si alzò e riaprì il finestrino del vagone della metro B.
I vagoni della metro B erano ancora quelli vecchi, quelli della A li avevano cambiati e non si potevano più aprire perché c’era l’aria condizionata, quelli della B ancora si potevano tenere aperti, unica fonte di aria (schifosa) nei millemila gradi che si sviluppavano d’estate.
Era il 30 luglio, l’ultimo appello della sessione, e l’avevano bocciata.
Aveva studiato due libri su tre, le avevano chiesto Peròn.
Però stava nel terzo libro.
Bocciata all’esame facoltativo.
“Clap, clap! Per gli autografi dopo, grazie” pensò mentre l’aria sporca e calda le veniva in faccia dal finestrino.

«Può chiudere per favore?» chiede il signore alla donna seduta sotto il finestrino.
«Ma fa caldo!» risponde la donna.
«Sì, ma l’aria in faccia mi dà fastidio» replica il signore.

È un po’ anziano, ha una camicia bianca a maniche corte e dei pantaloni grigi con le pinces, da vecchio insomma. Alla ragazza piacciono i pantaloni con le pinces, lei non li trova da vecchio, si dice da sola come se qualcuno avesse fatto quel commento ad alta voce.

«Io ho caldo, se chiudo soffoco» Replica la donna, con poca grazia.
Il vecchio, inaspettatamente veloce, con uno scatto repentino si sporge in avanti e chiude il finestrino.
Sbam!
«Ma vaffanculo, va!»

Hai capito il vecchietto, pensa la ragazza, e le scappa un sorriso.
La signora si rialza e riapre il finestrino.
«‘A stronzo!»,e si risiede.
«Allora sei de coccio!» dice il vecchio, e richiude il finestrino.
Sbam!

No, non è vero, è solo il rumore della finestra che sbatte.
Le ha ricordato quando sulla metro si creavano delle vere e proprie faide su “finestrino aperto/finestrino chiuso” perché d’estate i vagoni erano caldissimi, ma l’aria che entrava era fastidiosa se ti arrivava in faccia.
E lei non sapeva mai che parte prendere perché avevano ragione tutti e due.
Ci ripensa quasi con nostalgia, adesso che deve stare chiusa in casa in questa nuova vita a “Fasi” che sembra tanto la stessa storia dell’Anno Nuovo, che è uguale a quello vecchio.

Non è vero neanche questo.
Ma quale nostalgia. Di cosa?

Dei mezzi pubblici affollati, dei turisti che salgono a Colosseo tutti sudati? Delle conversazioni altrui a voce troppo alta o del tipo che non sa levare il suono allo stramaledetto giochino idiota?
Non lo sa, eppure la nostalgia è sempre là.
Forse dei suoi vent’anni.
Ma no, odiava avere vent’anni, odiava l’università e tutto quello che stava intorno.

Sbam!

Forse ha nostalgia di uscire, vedere gli amici, andare al cinema. Si fa una risata. Ma quando mai, sta benissimo in isolamento. Tanto non usciva quasi più lo stesso, ormai.

Sbam!

E allora? E allora niente. Chiude la finestra, e pensa a quel vecchio. Sarà morto ormai.

Beato lui.

View More

di Giuseppe Fiore

Illustrazione di Liliana Brucato

Avevo parcheggiato la vecchia Twingo nel giardino pieno di erbacce e aghi di pino. Battevo a macchina per 6 ore al giorno.
Mangiavo pasta, di solito al sugo, ma quando potevo ci mettevo anche il tonno.
Passavo ore nel giardino, steso sulla sdraio, guardavo il cielo, cercavo di seguire le nuvole, di capire se fosse davvero il vento a muoverle.

Cercavo di scrivere una storia, qualcosa che parlasse di me, ma non della persona che tutti conoscevano, volevo scendere in profondità, partire dalle unghie per arrivare agli occhi.

Non sono mai stato davvero uno scrittore, non ci avevo nemmeno mai pensato, ma quella macchina da scrivere, così vecchia e rumorosa, mi aveva incatenato, mi torturava e spingeva le mie dita a battere di continuo, in certi momenti la odiavo, volevo solo smettere di pensare, chiudere quel flusso.
Non rileggevo quello che scrivevo, ricordavo ogni particolare della storia: forse faceva schifo, forse c’erano incongruenze, errori, oppure era solo brutta, senza nessuna scusa, ma non mi importava.

Ero nella vecchia casa al mare del nonno, dove avevo passato ogni singola estate della mia infanzia, ogni stupido gioco, ogni stupida goccia di sudore, ogni stupida doccia per lavare via la maledetta sabbia dal corpo.
Odiavo quella casa, quei ricordi, quelle persone che avevo amato, che mi avevano regalato i loro sorrisi, il loro tempo, lasciandomi poi solo, come tutti, con tanti soldi e nessuna emozione da soddisfare.

La mia storia parlava di Maria, una ragazza con le palle, che aveva lasciato l’università per diventare un’ attrice: bella, tenebrosa, sempre pronta a criticare tutto e tutti.

Parlava di Giulio, un ragazzo magrolino che aveva voglia di conquistare il mondo con le sue parole, ma aveva paura, di non essere capito, di non essere bravo, di annoiare.

Parlava di Roberto, che voleva sposare Maria, ma faceva il poliziotto. Così normale, mediocre, un non artista in un mondo di parole e false speranze.

C’era una parte di me in tutti questi personaggi.
La storia di tre amici, con sogni diversi, rinchiusi nella mia mente, in celle di paura e malinconia, sporche e trascurate nel tempo.

Non avevo iniziato a scrivere con una precisa idea, non sapevo davvero che tipo di messaggio volevo inviare.
Qualcosa di deprimente, qualcosa che facesse sentire il lettore solo tra quelle parole tutte uguali, così piccole e potenti.
Cercavo un modo per chiedere scusa per tutto quello che non avevo fatto durante quegli anni, un modo per apparire diverso.

La mia infanzia era stata bella, piena di amore.
La mia adolescenza aveva stuprato tutto il bene ricevuto.
Mi aveva reso cieco. Avevo cambiato mille scuole, mille compagni, mille danni.
Ho perso i miei genitori quando avevo 18 anni ed ero nel pieno della pazzia, nel vortice più scuro.
Una famiglia ricca come la mia, dove da generazioni non c’era bisogno di lavorare per tirare avanti: sono nato per spendere e questa è stata la mia sfortuna.

I miei personaggi, invece, sono tutti poveri.
Cercano vendetta contro un Dio che li ha rinchiusi in quella situazione, vogliono essere me e io vorrei essere loro.

Ero venuto in questa casa per allontanarmi da tutto, da quella persona che ero diventato, da quell’essere così simile ad una bestia che andava rinchiusa, qui i ricordi mi avrebbero accarezzato, mi avrebbero calmato, ma ho scoperto di odiarli più di qualsiasi cosa, più di me stesso.

Così un giorno simile ad altri, noioso e senza colore, avevo preso la mia vecchia Twingo che usavo al liceo, un regalo del nonno per la mia maggiore età, lasciando nel garage le macchine di lusso che non avevo voluto io, che mi erano rimaste sulle spalle, quasi come un peso; volevo provare la sensazione adrenalinica di uno sterzo duro, di un viaggio pericoloso, la sensazione di essere sorpassato da tutti, di essere bestemmiato per la mia lentezza, per la mia prudenza sulla strada. Volevo riprovare quel senso di immobilità che mi dava quella macchina, così vecchia da non accelerare mai, come se il pedale non funzionasse davvero, come se spingerlo non servisse a nulla; quella macchina che mi aveva insegnato a guidare, con quei sedili tutti rotti, bloccati, con i finestrini lenti e una leggere puzza di chiuso, sempre presente, dal primo giorno.

Stavo per scappare, fuggire via da quel posto, ormai una prigione, quando il mondo si è bloccato: forse un segnale, anche se è troppo stupido pensare che Dio mandi una tragedia solo per farmi capire qualcosa.

Ma esiste veramente Dio?

Così sono rimasto qui, in questa vecchia casa costruita in una località marina, vuota in questo periodo dell’anno: c’è solo un negozio dove fare la spesa, ma il commesso non ama parlare.

Ci sono io, c’è Giulio, Roberto e Maria, basta.
Loro vogliono me e io voglio loro.
Poi c’è la macchina da scrivere che muove i nostri fili.
C’è la vecchia Twingo fuori, immobile.
Giorni tutti uguali, fatti di parole e nuvole nel cielo, fatti di respiri e pasta con il tonno.
Non ho nemmeno il wi-fi, solo una vecchia Tv dove danno il telegiornale.

Sono vecchio già a 28 anni.
Maria, Roberto e Giulio hanno rubato la mia giovinezza, hanno rubato i sogni che avevo, mi hanno addomesticato.
Vorrei che il mondo conoscesse questi tre ragazzi, vorrei che il mondo leggesse quello che provano, vorrei che il mondo li amasse come io li amo, ma non credo succederà, non credo lasceranno mai quelle parole.

Certe volte Maria inizia ad urlare parolacce, di solito contro di me. Non riesco a fermarla: è così forte, così determinata, vorrebbe non avere paura di amare il piccolo Roberto, così perso nella bellezza della sua amica.
Un bravo poliziotto, dovrebbe essere libero di esprimere la propria dolcezza verso qualcuno, ma è incatenato dal contorto amore, stupido e irrealizzabil.
Poi Giulio: lui spesso piange per le ingiustizie nel mondo, per le lettere che scrive ai suoi genitori e che lascia ristagnare nei suoi zaini, per le persone che vede nei pullman e su cui vorrebbe scrivere, per i pensieri malinconici che lo accompagnano mano nella mano.

Quanto durerà ancora tutto questo?
Quanto ancora dovranno rubarmi?
Quanto ci metteranno ancora a prendere un corpo loro e a farmi fuori?
Mi odiano e sono arrabbiati con tutti, usciranno dalla macchina da scrivere e sarà la mia fine.
Sarà bello per qualche attimo vedere le loro facce, i loro occhi.
Le mie creature, i mie figli che taglieranno il mio corpo e ruberanno quello che ancora sarà rimasto.