Sul 3 (ep.00)

di
Annalisa Maniscalco


Sul 3, direzione Valle Giulia

Non è raro che si voltino dall’altra parte, quando li guardo. Qualcuno di loro sbuffa, a disagio; altri, invece, non si accorgono nemmeno che li sto fissando — e in fondo neanche io me ne accorgo.

Ma sarebbe un peccato non guardarsi, anche solo di sottecchi. È un peccato, credo, rinunciare a questa innocua curiosità; è un peccato negare la disponibilità a un pensiero sull’altro — che poi, in definitiva, è un pensiero per l’altro. Il mondo, mi sembra mentre me ne sto asserragliata in fondo a un affollatissimo tram 3, potrebbe essere più ricco: di ipotesi, di congetture, di domande; di mute e mutue sollecitudini verso il vicino di gomito. Esisteremmo, ne sono certa, tutti un po’ di più. Acquisteremmo il senso di una presenza, anche se a nostra insaputa, che importa; ma forse, a fior di pelle, percepiremmo il senso non governato di una specie di partecipazione — di una partecipazione alla specie.

Scrive Philip Roth, (come anche il mio amico Giulio qui, con altre parole), «Se volessi saperne di più, dovrei inventare». L’umanità è incommensurabile, smisurata. È una banalità, lo so, eppure è meglio non pensarci: perché questo è un pensiero capace di spostare di svariati gradi qualunque personalissimo asse. La vertigine quantistica delle miriadi di storie, di dettagli, di particolari, di incroci che ci circondano non può che spaventarci — sento freddo e caldo insieme, al sol pensiero, e in fondo mi trovo solo su un tram (200, 300 persone? Come a dire 300 universi). Anche per questo, forse, nessuno osa guardarsi intorno: per discrezione, ovvio; per non cercare guai, giustissimo — ma, soprattutto, per non farsi travolgere. Eppure, mi sembra un peccato che l’immaginazione debba spegnersi, quando siamo insieme — ed è anche per questo, forse, che mi trovo qui a scrivere. Non certo per avere l’ultima parola sulle cose, ma per avere la prima. Per riscoprire, innanzitutto io, il piacere di dover inventare, per saperne di più.

Per esempio. La signora seduta accanto a me sta leggendo su un giornale gratuito la notizia di quella ragazza americana che vende all’asta la sua verginità per ricomprare una casa ai genitori. Il suo commento a mezza bocca — lo sento perché decido di sentirlo, perché scelgo di leggerglielo sulle labbra — è: «’Sta mignotta». Dapprima mi meraviglio — è una signora ben vestita, profumata di parrucchiere, con due piccole gocce di perla ai lobi delle orecchie —, poi sorrido mio malgrado, infine mi faccio pensosa. Potrei concludere che il suo commento è superficiale — ha voltato subito la pagina, senza andare oltre il titolo —; oppure, a voler essere più gentile, potrei presumere che la signora sia sovrappensiero, tra sé e sé, e non si stia sorvegliando a dovere — chissà a chi sta pensando, in realtà —; se fossi più intransigente, potrei giudicarla arretrata, intollerante verso un gesto che pare l’ultima frontiera del femminismo, o meglio — e anche a me piace di più così — un sacrificio degno d’un romanzo di Dostoevskij. Ma preferisco avvicinarla, ascoltare con più attenzione quel commento e inventare la sua, di verginità, concessa gratis a un marito che più tardi l’ha lasciata per un’altra donna — una ragazza più giovane di lei: poco più che una bambina.

Mi sbaglierò; o magari invece no. Ma non importa la verifica dell’ipotesi, in questo caso: la scienza inesatta degli incontri silenziosi non richiede attendibilità, ma piuttosto attenzione. Non tanto per avere la pretesa di indovinare, inventando, ma perché negli altri si può vedere innanzitutto ciò che si vuole vedere, ciò che sta a cuore, che preoccupa o infastidisce in quel momento. Io, per esempio: se mi ascoltassi di più, capirei qualcosa di me, attraverso di loro; perché quelle ipotesi, anche se errate, sono vere per me, a proposito di me che le formulo. E tanto basta a illuminare un po’ di più il mio esserci.

L’importante, penso mentre la donna abbandona il giornale sul sedile e si fa largo sgomitando per scendere a San Giovanni, l’importante è moltiplicarla, questa umanità.
L’importante, mi dico aprendo il giornale, è questa vertigine bella.

Ed è proprio allora che sale lui, e si sistema in piedi accanto a me, ignorando il sedile vuoto: l’uomo con il mazzo di rose…

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