Li mortacci sua

di Antonella Dilorenzo

Illustrazione di Simona Settembre


Ho visto un morto sul ciglio della strada.
È successo ieri sera mentre tornavo dall’appuntamento con rocky43,
il coglione di Tinder di cui mi ero innamorata per il suo viso orientale.

Era figo in foto. Peccato che solo all’incontro abbia scoperto che quelle cazzo di foto non erano sue, ma di Nagase Tomoya, un giapponese famoso.
Me l’ha detto, si è scusato.
Ma la serata è andata a finire male: la conversazione si è interrotta a metà Spritz.

Viaggiavo a velocità sostenuta con la mia Matiz scassata che sta venendo via a pezzi. “Mai una gioia”, pensavo, quando all’imbocco del raccordo dall’Aurelia ho inchiodato di botto incolonnandomi in una fila infinita di auto che procedeva a passo d’uomo.
Niente di nuovo. Traffico noioso. Vita noiosa.
A Roma è così: rimani incolonnato per ore nel traffico e non sai mai il perché. Arrivi alla fine della fila con l’ansia di conoscere il motivo, e magari non c’è nulla. La colpa è solo degli automobilisti curiosi che rallentano per guardare magari un cane che passeggia, o un tipo che piscia sulla corsia d’emergenza, oppure carabinieri in procinto di fare l’alcol test a qualche ragazzino. Rallentano, commentano da soli o con il passeggero accanto, e poi riprendono la loro velocità. Se c’è una situazione grave o qualcuno in pericolo, il rallentamento può solo aumentare. Credi che almeno qualcuno si fermi ad aiutare, per esempio, ma nulla.
Solo lunghe colonne di macchine lente.

Stavolta la questione era seria.
No cane, no piscio.
C’era un morto sul ciglio della strada e i curiosi erano tanti, ma nessuno accostava per fare il proprio dovere.
Nulla.
Era coperto con un telo bianco. Solo, immobile.
Tutti abbiamo bisogno di una degna sepoltura. Pure lui.
Mi è preso il panico.

Superato il morto, ero tra Montespaccato e Casalotti/Boccea e non potevo lasciarlo lì da solo. Ho deciso di prendere la prima uscita e rifare il giro.
No, non ho paura dei morti.

Il primo cadavere l’ho visto a 7 anni, quello della nonna Rosetta. E di lì in poi è cominciata la serie funerea della mia famiglia e dei vicini di casa, tutti anziani.
Ho visto nonno Filomeno morto stecchito dopo essersi scolato un cartone di Tavernello; la comare Agatina, pure lei morta sul colpo dopo essere caduta all’indietro trasportando otto forme di cacioricotta nella sporta.

I morti non mi fanno paura. Tant’è che andare ai funerali era diventata una festa di paese: rivedevo i miei cugini, e i nipoti dei
vicini. Tutti insieme a giocare fuori dal cimitero mentre seppellivano il vecchietto di turno. I morti non mi fanno paura e quello andava assistito. Era una questione di principio: perché nessuno si ferma?
Che stronza la gente!
Volevo dare anche un senso a quei venti minuti di fila che mi ero fatta per aspettare le comari che guardavano senza avvicinarsi.

Superata l’uscita di Montespaccato mi sono messa sulla corsia destra procedendo a 30 km/h circa onde evitare di perdermi il corpo esanime. Sarei andata lì, avrei preso i documenti, il cellulare e avrei chiamato la
Polizia.
Procedevo lentamente, e tra lampeggianti e colpi netti di clacson alle mie spalle, ho trovato il mio morto.

Ho accostato in corsia d’emergenza, sono scesa dall’auto lasciando i fari accesi puntati sul cadavere e mi sono avvicinata. Lungo, steso sull’asfalto c’era un telo bianco, uno di quelli che si usano per fare gli striscioni da portare allo stadio. Il morto non mi è parso coperto bene, il telo era disordinato.
A debita distanza con il pollice e l’indice della mano destra l’ho sfilato facendomi coraggio. Grande respiro. Uno, due, tre, via.

Sotto c’era l’asfalto.
Era solo un telo. Aggrovigliato. Nessun morto.
L’ho sgrullato d’istinto come a voler cercare quel cadavere: ma come?
Io avevo visto il morto!
Ma l’unica cosa reale era la scritta su quello striscione:
“Genitore 1, Genitore 2 #iosonogiorgia”.

Ho lanciato il drappo del cazzo in aria e mi sono infilata in auto.
Ho preso dalla borsa la bottiglia d’acqua e nel cercarla mi è caduto tutto: chiavi, rossetto, fazzoletti e la custodia dei miei occhiali da miope.
Con dentro gli occhiali da miope.
Li avevo tolti per mostrarmi più bella al finto giapponese.

Li mortacci sua!

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