EROE – CAPITOLO III (parte 1)

di
Federico Cirillo

Illustrazione di Ponz

 

– Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.

– Quello che la gente ama più dell’eroe è vederlo cadere.

 

…i tuoi calzini… questi sono i tuoi calzini. Ragazzo. Proprio non ci arrivi? Ragazzo! I tuoi calzini… ricordi? Ricordi? Ricordi? Ricordi? Rosso…

Il risveglio improvviso sul 766 è più traumatico di un pugno alla bocca dello stomaco che spezza il respiro. L’aria, in un attimo, torna a girare nei polmoni e arrivando alla trachea viene espulsa insieme a un breve rantolo di tosse.

Cazzo di incubo, penso ancora scosso da quell’inquietante assopimento. Intorno a me il solito popolo del 766. Le solite facce stanche e stravolte, le solite espressioni disilluse e assonnate.
La classica piatta attesa di una fermata.

Chi è il signor Alfredo, mi domando ancora inquieto, e perché dice di conoscermi? Dannazione, mi ha intrippato il cervello con tutte quelle storie, con tutto quel suo fare tra il misterioso e il filosofico: da un grande potere derivano grandi… ah no, quello era Spiderman, penso imitando a mente la sua voce.

Quella storia di Batman, poi, non ha fatto altro che farmi rimuginare per 5 giorni interi… che cosa dovrei ricordare? A cosa dovrei arrivare? Mah.
Fichi i calzini però, concludo sbarazzandomi dei pensieri che sbattono tutti contro un mentale vicolo cieco.
Nell’ammirare i calzini regalatimi (o restituiti?) da Alfredo, messi per la prima volta oggi, con lo sguardo vado all’articolo del giornale che raccolgo dal pavimento del 766:

«Bioterrorismo – Testa di Demone colpisce ancora: il terrorista o il gruppo di terroristi per il quale la stampa ha coniato questo originale soprannome per via del simbolo lasciato ad ogni furto di materiale chimico (una testa di demone o comunque un simbolo satanico accompagnato da scritte arabe) ha trafugato ingenti quantità di gas nervino e altri agenti radioattivi e biologici potenzialmente pericolosi per la collettività da un camion che principalmente trasportava iridio. Ancora sconosciute le cause di questo atto, compiuto, si teme, per la creazione di armi batteriologiche atte a…»

«Lascia stare quella roba, ragazzo. Non è ancora il momento. Dài qua…» il gesto, più repentino del consiglio ma al contempo paterno, è il preludio di un «Salve ragazzo, buonasera» che mi suona ormai familiare e, quasi, lo ammetto, rassicurante.

«Oh, signor Alfredo, buonasera a lei. Come va? Non è il momento per cosa?».

«Lascia stare, ragazzo, il momento arriverà e sarai di nuovo in grado di entrare nel paradiso dei ricordi».
Matto, penso. Completamente andato, mi ripeto lasciandomi sfuggire un sorriso accondiscendente.

«Intanto voglio raccontarti una storia. Anzi no, voglio raccontarti un attimo, un attimo ben fissato nei miei ricordi, un attimo che riguarda lui…» neanche il tempo di finire la frase e eccolo di nuovo: Batman.

Questa volta è completamente ritto sulla schiena e, sul petto, la toppa gialla con il simbolo nero del pipistrello si allarga ad ogni suo lento respiro. Il disegno è, ora, quasi del tutto visibile, se non fosse per il mento che si appoggia sull’estremità alta dell’ellisse. Il mantello è più lungo e meno grigio del solito: direi nero o, meglio, nero opaco, e la maschera, seppur ancora spezzata e con una crepa di lato, sembra dargli, questa volta, un briciolo di dignità in più. «Non può essere – lascio sfuggire ad alta voce – sembrerebbe davvero…», «Non sembrerebbe, ragazzo… è. Ascolta» mi interrompe il signor Alfredo.

Anche il signor Alfredo è diverso: sì, certo, ha sempre gli occhiali da sole e un cappello rotto in stile British, ma ha meno rughe e la voce è più sicura e profonda, priva della tosse e della fatica che l’accompagnavano durante gli incontri precedenti. Inizia, insomma, ad assomigliare ad un perfetto e distinto omino inglese.
Un omino inglese che ha iniziato un discorso del quale ho perso l’inizio:
«…d’inverno, quindi capirai, ragazzo, che il 766 era completamente vuoto, in più ricordo che pioveva quella sera. Oltre a me, che sedevo proprio qui, c’era solo un’anziana signora dagli occhi lattiginosi, probabilmente quasi del tutto cieca, la sua badante che non la perdeva un attimo di vista e dietro, in fondo, una ragazza, una studentessa universitaria, attardatasi probabilmente in facoltà. Insomma, dopo un paio di fermate, salgono dalla porta posteriore tre ragazzi, tre personaggi piuttosto strani, probabilmente in vena di bravate e Dio solo sa se sotto l’effetto di chissà quale sostanza.

Quell’ atteggiamento spavaldo e arrogante, insieme alle loro urla, attirò la mia attenzione. I tre, appena saliti, scambiandosi sguardi meschini, puntarono subito la giovane, già impaurita: e da lì a poco sarebbe stata terrorizzata…»

[Continua…]

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